martedì 31 maggio 2011

Personale del Maestro Giuseppe Supino

Castello di Mola- Formia

Dal 26 giugno al 16 luglio 2011


Giuseppe Supino   L’utopia del corpo.

Di

Carmen Moscariello

Esser chiaro il cielo e  si vede il mare e il cielo  di Gaeta dallo studio dell’Artista e quei colori trasparenti, irreparabili nella luce del mattino attraversano queste nuove opere . Hanno uno scatto dentro, un salto della bellezza che toglie il  fiato.
Seduce la bellezza, seduce al canto, a suoni di un mondo inattraversabile se non dal  puro sentire del Maestro che pare voglia levigare la sua coscienza e con esse le innumerevoli immagini di figure femminili e maschili che fregiano  la mostra.

Immago, contro ogni limite è la perfezione assoluta della forma che vive poeticamente libera, pura. La figurazione del corpo maschile o femminile diviene  humor  fertile per le immaginazioni. L’utopia del corpo predomina la  grazia inquieta, inappagabile.

E le mani, sempre in primo piano dettano un purismo  disegnativo, analogico. Incalza il più bello in immagini di cavalli che infrangono le porte di Gerusalemme e ascendono al mai visto, mai vissuto . Lei, la pittura nasce dal suo mare, sgorga da mutezza lontana, primordiale, dei candori sussurrati alla pietra. Schianti di ardente compostezza, quasi mestizia.

Silentium di alchimie, giostre di voluttà.

Melanconia, molta! Pronta ad accogliere sguardi, languori cresciuti, nutriti al fuso delle lontananze, al continuo intingere in fasi chimeriche di altre vite, altri mondi. Ardenti, anche di sazietà i corpi di fanciulli che godono alla  luce, ma anche appare il costato come quello della Croce. Asimmetrie, asimmetrico, pronto a dire,  di saperi e strutture che  vibrano su più orizzonti,  le memoria  confluiscono nel cielo e nella terra e lo spettatore  contempla.

E’ il vanto della fragile natura morta, la conquista dell’aspetto sacro del garbo; il Maestro Supino regala all’immago femmineo  pace sapienziale, l’orgoglio di Essere. Gli  irrequieti nostri tempi sono  lontani, svagati, inutili, troneggia, inneggia la perfezione. A badilate  il colore ammanta, copre, risorge in atmosfere in verde.

domenica 29 maggio 2011

"La coincidenza degli opposti. Giordano Bruno tra Oriente e Occidente" - Guido Del Giudice, Di Renzo Editore, Roma 2005

Presentazione di Michele Ciliberto, professore ordinario di Storia della filosofia nella Facoltà di lettere dell’università di Pisa e presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento

1.Sui rapporti di Bruno con il pensiero orientale - nella sua accezione più larga - si è, in genere, poco insistito. Non che siano mancati studiosi, o grandi filosofi,che hanno sottolineato l’importanza di questa relazione: da Schopenahuer a Paul de Lagarde, uno dei più grandi editori di Giordano Bruno, ben noto per i suoi interessi di orientalista. Ma in genere il tema è stato trascurato; né è difficile intenderne i motivi. A lungo, uno degli obiettivi di fondo della storiografia bruniana è stato, precisamente, di inserire Bruno nella catena aurea della modernità, come ebbe a scrivere già nella seconda metà dell’Ottocento uno studioso del calibro di Felice Tocco: “Di esposizioni della Filosofia di Bruno non è penuria, e ve ne ha per tutti i gusti, osservava nella Introduzione al suo fondamentale lavoro su Le opere italiane di Giordano Bruno esposte e confrontate con le italiane. Chi ama un panteista precursore dello Spinoza e dell’Hegel legga l’opera del Bartholméss, che a suo tempo ebbe larga e meritata fama. Chi preferisce piuttosto un teista o semiteista si raccomandi piuttosto al Clemens a al Carriere. Chi infine cerca un filosofo monista e naturalista, un darwiniano prima del Darwin o forse anche dell’Haeckel, studi il Brunnhofer…”. Come si vede, i nomi che Tocco cita rientrano tutti, con diverse accentuazioni, nella “catena” della filosofia europea, di cui Bruno è considerato, per un verso o per l’altro, momento centrale. Una proiezione verso l’Oriente, in questo lungo elenco manca,ed è sintomatico,se si tiene conto dell’anno - il 1899 - in cui Tocco scrive.
Di lì a poco, il quadro muta, profondamente, anzitutto per merito degli studi sulla religione antica che contribuiscono a gettare nuova luce tra il pensiero europeo- occidentale e la tradizione orientale. E’ difficile sottolineare, da questo punto di vista, gli effetti avuti dagli studi di Usener e della sua scuola o dal grande libro di Reizenstein sul Pimander e la tradizione ermetica, riecheggiati perfino in un libro discutibilissimo ma non privo di un suo fascino come il Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Nella cultura europea del Novecento il problema del rapporto tra “Occidente” e “Oriente” diventa centrale,specie negli anni trenta quando la scoperta dell’Oriente diventa, addirittura, una sorta di topos letterario, destinato ad amplissima diffusione. Ma anche in questo periodo, è difficile trovare lavori che assumano storicamente il problema del rapporto della filosofia di Bruno con le manifestazioni più alte del pensiero orientale. Faceva ostacolo la tendenza a calare la filosofia del Nolano in un contesto strettamente europeo - occidentale, prescindendo da tutti gli elementi che potevano portare fuori da questo orizzonte. E’ solo negli anni più vicini a noi che il quadro comincia a cambiare,anche per effetto di un libro straordinario come quello di Frances A.Yates su Bruno e la tradizione ermetica.
E’ facile, oggi, vedere i limiti di quel lavoro, anche per la tendenza di alcuni epigoni ad irrigidirne le posizioni fino a renderle ridicole (di recente, in un curioso libello, si è addirittura risolta tutta la l’esperienza di Bruno nella magia nera).. Ma, nella storiografia bruniana, il testo della Yates rappresenta una tappa fondamentale sia per la messa a fuoco di caratteri specifici della filosofia di Bruno, prima ignorati o poco noti o malnoti, sia per la capacità di aprire nuove piste di ricerca che sulla scia della interpretazione in chiave ermetica possono gettare nuova luce su Bruno, scoprendone aspetti insospettati, o insospettabili sintonie con aspetti importanti della esperienza filosofica e religiosa, sia occidentale che orientale. Da questo punto di vista si può dire che il libro della Yates , con tutti i suoi limiti, rappresenta uno spartiacque nella storia della fortuna di Giordano Bruno.

2.E’ da questo ampliamento degli orizzonti critici che nasce questo interessante lavoro di Guido del Giudice, già autore di un altro singolare contributo sulla figura del Nolano, oltre che redattore del più importante sito bruniano oggi esistente sia in Italia che fuori.
Del Giudice - vale la pena di osservarlo - non è uno storico della filosofia di professione; anzi svolge un lavoro che con la ricerca storica non ha niente a che fare. Ma è precisamente questo che rende la sua personalità interessante e il suo lavoro degno di particolare attenzione. Intendiamoci: non è di per sé una novità il fatto che Bruno susciti attenzione, e passione, al di fuori degli specialisti della storia del pensiero. Anzi,è un tratto tipico della sua fortuna lungo tutti i secoli moderni, accentuatosi, specie in Italia, a cominciare dalla seconda metà dell’Ottocento. Oltre ad essere un grande filosofo, Bruno è stato un mito costitutivo della coscienza “civile” moderna e, specialmente, italiana. La leggenda, così diffusa nel nostro paese specie per impulso della massoneria, di Bruno “martire” del libero pensiero - che del Giudice giustamente critica - ha questa radice, e su questo piano è degna di attenzione, specie se si tiene conto della particolarità dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, nei decenni immediatamente successivi al Risorgimento, quando si apre quella che è stata chiamata la “questione morale”. Da tutto questo del Giudice è lontanissimo, naturalmente. Ciò non toglie che nella storia del pensiero solo Bruno è stato capace di suscitare entusiasmi come quelli che animano le pagine di questo libro, intrise di una passione che fa di del Giudice, più che un “brunista”, un bruniano, un “giordanista” - per riprendere un epiteto che circola negli atti del processo ad opera anzitutto di Francesco Graziano. Ciò che però colpisce in questo lavoro è la capacità che del Giudice ha ormai acquisito di controllare questa passione proponendo ipotesi critiche interessanti e meritevoli di discussione. Come appare fin dalle prime pagine, obiettivo del lavoro - sulla scia di alcune indicazioni di Lorenzo Giusso - è quello di mostrare le assonanze di Bruno con momenti, e forme, salienti del pensiero orientale, nei suoi rappresentanti più alti. Naturalmente, a un approccio di questo tipo possono essere fatte, in sede storica, tutte le critiche che si vuole, scadendo anche nella pedanteria. Ma non è ovviamente su questo terreno che la proposta di del Giudice va analizzata. Sarebbe troppo facile dire che sullo scrittoio di Bruno non c’erano né testi buddistici né scritti di Lao tse. Resta il fatto che queste assonanze ci sono, e non solo sul punto della metasomatosi, che è il più ovvio. Esistono sintonie più profonde che riguardano anzitutto il concetto del divino e quel caposaldo teorico che è il concetto bruniano di materia. Sono sintonie e assonanze che pongono complessi problemi di ordine teorico, con i quali si sono misurati pensatori come Cassirer e Aby Warburg che, come è noto, amava Bruno. Pongono anzitutto il problema di quelle che si potrebbero definire strutture “trascendentali” del pensiero umano, dalle quali sgorgano sintonie e assonanze di ordine filosofico o religioso che prescindono dalle “fonti” tradizionalmente considerate, ma non sono per questo meno importanti e significative. Nel suo lavoro Guido del Giudice ha precisamente questo doppio merito:

1.aprire gli studi bruniani verso prospettive non ancora e non sempre considerate in modo adeguato;

2. sollecitare il lettore a confrontarsi con delicati problemi teorici, che riguardano la struttura complessiva - universale, si potrebbe dire - del pensiero umano.

Che sia Bruno a consentirci di riaprire questo ordine di questione non è davvero casuale; è solo una verifica, se si vuole, della ampiezza e della complessità dei problemi che egli pone, attrezzando una vera e propria enciclopedia del sapere universale. Bisogna essere grati a del Giudice - alla sua passione di bruniano impenitente - per avere richiamato la nostra attenzione su questi temi.





Recensione del prof. Aniello Montano, ordinario di Storia della filosofia nella Facoltà di lettere dell‟università di Salerno, pubblicata sulla rivista “Bruniana & Campanelliana”

La chiara e puntuale Presentazione di Michele Ciliberto, nel mentre inquadra l‟ordine dei problemi in cui si situa il libro di Del Giudice, svolge una doppia funzione. Da una parte fa cenno alla linea interpretativa, da Schopenhauer a Giusso, lungo la quale si muove il saggio; dall‟altra ripropone il tema, che fu già di Cassirer e di Aby Warburg, di possibili strutture “trascendentali” del pensiero umano, che, indipendentemente dai tempi e dai luoghi, consentirebbero agli uomini di approntare modelli e archetipi di interpretazione della realtà simili, se non propri identici. In questa ottica, agli occhi di Ciliberto, si giustifica la ricerca di eventuali corrispondenze di aspetti del pensiero di Giordano Bruno con alcune dottrine di sapienti e iniziati delle più antiche culture cinese e indiana.
Il merito del lavoro di Guido Del Giudice sta proprio nell‟instaurare un confronto attento e misurato tra nuclei di queste dottrine orientali e plessi concettuali fondamentali della filosofia di Bruno. Servendosi dell‟orientamento storiografico di Lorenzo Giusso e, forse anche, di Anacleto Verrecchia, Del Giudice muove alla ricognizione di “assonanze” e “sintonie” nella piena consapevolezza di dover andare “oltre i limiti di una ricerca strettamente filologica, sfruttando la componente intuitiva della speculazione bruniana”. Lungo questa linea ermeneutica, Bruno viene immediatamente avvertito e considerato come “profeta” e come “uno dei più ispirati ingegni della storia umana”. E, nel Prologo, viene avvicinato alla figura del Cristo, il cui calvario può essere paragonato al cammino del Nolano verso la morte.
Per Del Giudice, Bruno, non avendo a disposizione “strumenti per esprimere e dare una struttura dimostrativa” alle sue idee, ricorre alla “magia naturale” di Ficino, Pico e Cornelio Agrippa, cui “deve la conoscenza dei poteri della mente, che consentono di legare la volontà degli uomini e di trasportarsi lontano con lo spirito”. Ed “è costretto a ricorrere, per l‟esposizione e l‟argomentazione delle sue illuminate intuizioni” a saperi quali “astrologia, ermetismo, alchimia, teoria dei vincoli, magnetismo”. Di qui, il suo “entusiasmo”, “irrefrenabile fino all‟ingenuità e all‟esagerazione”, “appena si imbatte nei primi risultati „scientifici‟, o che a lui sembrano tali”, offerti da Copernico, Tycho Brahe, Mordente. È proprio l‟eliocentrismo di Copernico – annota Del Giudice - a consentire a Bruno di elaborare “tutta una serie di concezioni: dall‟infinito effetto dell‟infinita causa al concetto di vita-materia infinita, dalla coincidenza degli opposti alla metempsicosi”. E a ricavare conseguentemente dall‟infinitismo e dalla perdita di centralità dell‟uomo nell‟universo “la sua etica, la sua epistemologia, la sua critica del linguaggio, il suo antiaristotelismo”.
Del Giudice è certo dello sviluppo parallelo di pensieri analoghi, nel corso del VI secolo a.C., in oriente ad opera di Buddha, Confucio e Lao Tzu e in Grecia ad opera di Parmenide, Pitagora ed Eraclito. Ed è convinto che i comuni “concetti fondamentali di queste filosofie, filtrati attraverso la dottrina di Ermete Trismegisto, trovarono a distanza di più di duemila anni un catalizzatore nel filosofo di Nola”. E si dice colpito dalla “ricorrenza nel pensiero di Giordano Bruno, senza che vi sia l‟evidenza di una conoscenza diretta, di motivi propri delle religioni orientali”. E, per lui, “questa è l‟ennesima dimostrazione della potente capacità visionaria e intuitiva del Nolano, comune a tutti i grandi iniziati”. Queste consonanze “del suo [di Bruno] pensiero con quello orientale, indiano e cinese – annota Del Giudice - si possono spiegare, a parte gli influssi che gli giunsero dalle opere degli autori greci, solamente con un‟affinità e una ciclicità sapienziale, sostenute da una comune visione vicissitudinale del mondo”.
Sulla base di queste convinzioni di fondo, Del Giudice procede nei sette capitoli del libro a evidenziare le concordanze, le affinità e le assonanze che, a suo avviso, legano le dottrine bruniane “alle correnti del pensiero orientale più intuitive e mistiche, anziché più razionali” perché – egli ritiene – “nascono dall‟atteggiamento, molto simile, di ferma convinzione che l‟intelletto umano non può mai comprendere il Principio, il Tao, mai contemplare direttamente la verità, bensì la sua ombra”. Il punto centrale da cui si irradiano e a cui si riportano i tanti aspetti di questa convergenza dottrinale da Del Giudice, infatti, è indicato nella convinzione secondo la quale “comune è la concezione per cui, al di là delle divinità multiformi, uno è il Principio, comune è il concetto di ascenso e descenso per cui dalla molteplicità dei contrari si giunge all‟Uno e viceversa, comune è la visione panteistica e la conseguente fede nella metempsicosi”.
La ricognizione delle consonanze procede in maniera minuta e attenta in tutte le pagine del libro ed è realizzata sempre a partire dal punto di vista degli “iniziati ai misteri ermetici”, che però non è lo stesso di quello indicato dalla Yates, fuorviante e inducente - a dire di Del Giudice – “ad accreditare una figura di mago ermetico, di stregone, quasi di ciarlatano”, ma sembra essere il punto di vista di quell‟ermetismo alchemico, che tra Ottocento e Novecento ha il suo massimo rappresentante in Giuliano Kremmerz. E Del Giudice, da “iniziato ermetico” si sente più vicino alla saggezza orientale, assolutamente monistica, e perciò più di una volta evidenzia in Bruno un qualche “retaggio della sua formazione cattolica, che egli non riesce a scrollarsi di dosso”, come ad esempio “l‟angosciante sensazione di sostanziale alterità” del Dio “causa” infinita rispetto all‟universo “effetto” infinito e il mancato possesso della “stessa imperturbabile serenità” dei saggi orientali. Laddove il buddista trova che “il nirvana è pace, cessazione del desiderio”, Bruno trova che il “furioso” è soggetto al “disquarto”: “non c‟è invece quiete, non esiste paradiso per il furioso […].
L‟impossibilità di concepire la vera divinità gli preclude un‟eterna sopravvivenza in un mondo superiore, lo esclude dalla possibilità di rinascere in un al di là concepito come soggiorno immortale, e lo obbliga quindi al ritorno nel dominio dell‟apparenza e alla reincarnazione nel ciclo degli esseri finiti”. Come ogni buon libro “ermetico”, anche questo di Del Giudice fa uso della figura dell‟uroboros, del serpente che si morde la coda, ad indicare la circolarità di ogni evento. Il libro, infatti, aperto con un Prologo in cui si evidenzia il parallelismo tra la figura e la vicenda del Cristo e quelle di Bruno, si chiude con un Epilogo in cui si ritorna su quel parallelismo, nell‟occasione allargato per comprendere la figura e la vicenda
di un maestro zen, che - contrariamente a Cristo e a Bruno – è lasciato in vita da chi lo minacciava.

"Maranola nella pittura di Antonio Sicurezza" - Gerardo De Meo

Foglio di via

Mancava, nella già ricca bibliografia, un capitolo d’apertura dedicato agli esordi: necessariamente indagati sul piano biografico (origini, formazione, ventura dell’uomo) non meno che su quello artistico, con l’intento di cogliere l’avvio e i successivi affioramenti della consapevolezza che orienterà il giovane Antonio Sicurezza verso consone scelte operative.
A tale ricognizione di fondo ha provveduto Gerardo De Meo, pittore e scultore di lungo corso da sempre nella sua terra di Maranola, conoscitore senza eguali dei piccoli e grandi segreti che fanno del borgo uno scrigno urbano ancora integro, noto nel nome e nell’immagine in Italia e fuori. Il suo volume Maranola nella pittura di Antonio Sicurezza risponde a una duplice istanza o, se si preferisce, a una convergente passione che coniuga su una tenuta etica (il dovere della fedeltà) l’imperativo di restituire al merito la cifra della pienezza.
L’invito a cominciare, la chiamata al coinvolgimento, era difatti venuta da un erede di Sicurezza, l’ammiraglio Eugenio che spende giornate viaggi e pazienze in una dedizione intensa ad annettere riscoperte, ricuciture, riproposte che nell’insieme d’una mappa ormai acquisita ridisegnino i percorsi e le stagioni del pittore e di lui, della sua opera, suggeriscano una collocazione di scomparto, di appartenenza, che pure bisognerà dare nell’accidentato panorama di correnti tendenze e mode che caratterizza il nostro secondo Novecento.
E qui giova richiamare non a premessa bensì a regesto di schedatura e scrittura critica l’esame e la prima messa a punto dell’intera vicenda pittorica del maestro cui si è ultimamente venuta piegando la nipote Anna Luce Sicurezza, specialista immersa per professione in attraversamenti di scavo. Ma siamo, mi si passi l’aggettivo, ancora in ambito domestico, ereditario. Era opportuno integrare gli interventi affidando le incursioni ad altri scandagli.
De Meo muove da una traccia biografica, rileva l’arrivo a Maranola del ventinovenne pittore diplomatosi all’Accademia napoletana nel ’31: fervido di umori, carico di una sua voglia di fare, aperto alle simpatie, affascinato dall’azzurro che inondava la cerchia dei colli affacciati sul golfo.
Passando i mesi matura in lui il primo innamoramento, odori e colori d’una esuberante primavera gli entrano nel cuore a incorniciare il sorriso d’un volto che vi si è insinuato a restare, a possederlo, a orientarlo nella sua traversata.
A Maranola ha trovato la sua sposa, il paese che subito sente suo, le architetture che lo attraggono e ne fecondano la vena. Lassù deve dipingere la Vergine che riceve dall’angelo Gabriele l’annuncio della maternità divina. Sarà la sua Annunciazione, realizzata a fresco in una spaziata lunetta a sesto acuto l’anno 1935: lavoro non fortunato, che finirà abraso da venti e danneggiato dalla guerra, e sarà infine sostituito da replica in mosaico su suo cartone uscita nel 1965 da un’officina veneta. Della vicenda compositiva, e di ciò che seguì negli anni, De Meo descrive l’evolvere, indica i passaggi, scandisce i momenti, annota improvvide decisioni. Quindi passa a dar conto del ciclo antoniano che negli anni ’39 e ’40 tenne impegnato Sicurezza in un’impresa rimasta unica nella sua carriera, la decorazione parte a olio e parte a tempera della cappella del Santo nella medesima chiesa dell’Annunziata: organicamente scompartita sulle pareti e nella volta a spicchi, nitida nelle figure, affollata d’angeli, fresca nella cromia. Il passaggio della guerra poi ferì e danneggiò la cappella. L’opera bisognosa di restauro fu tenuta com’era rimasta, e si può immaginare se con rammarico dell’autore, fino a quando, dopo il ’50, non rimase del tutto obliterata sotto una diversa facies firmata Mario Barberis. Si avvicendano i parroci, mutano i gusti, si sovrappongono e contraddicono i segni dell’arte nei luoghi di culto. De Meo li va a rivisitare, questi segni, ovunque il pittore li abbia lasciati su per le colline. E di uno in particolare si ferma a ricostruire la storia, questa volta non traumatica, semmai emblematica per il punto di svolta che attesta nel divenire dell’artista. Si tratta della Madonna della Palomba, pala d’altare tuttora indenne nella sua campitura figurale, olio su legno, datata 1938, visibile nell’omonima chiesetta in una convalle di Castellonorato. E’ l’icona rituale che corona il soggiorno maranolese.
A non considerare la prova fornita a ventisei anni nella nativa Santa Maria di Capua Vetere, angeli e suonatori d’arpa variamente atteggiati e collocati nella cappella dell’Immacolata in Duomo, si può affermare – e non ad altro punta l’intelligenza esegetica di De Meo – che Sicurezza nasce e cresce alla pittura prendendo coscienza di sé appunto nel fluire della fecondità operativa che connota il suo trapianto anagrafico presto divenuto elettivo e definitivo, e dunque tutto da inscrivere nell’orizzonte religioso e umano che gli si schiudeva tra vicoli e orti, tra torri e uliveti delle balze solari.
Terminato il giro del censimento iconico, lo sguardo esplora da vicino e in profondo quali e quanti inneschi lo spazio del sacro, pareti e volte, susciti nell’intuizione  tematica del pittore. La prensilità maggiore è nella Chiesa di Santa Maria dei Martiri, disadorna, chiusa al culto, odorosa di fede e di mistero. Sicurezza ne dipinge e ridipinge l’interno silenzioso, santificato dal crocifisso ligneo che pende nudo da un arco a staccare una fuga prospettica verso una porticina di sacrestia. La suggestione d’ambiente si decanta, si schiarisce in preghiera non mormorata.
E poi fuori ci sono edicole e spalti, memorie spirituali che germogliano in altrettanti spunti inventivi. E sui sagrati compaiono nel loro giorno liturgico gli zampognari, scendono pastori, brulica nei giorni di festa la vita chiassosa di voci e saluti, bella nei costumi, forte e risentita quanto autentica nella coralità devota. Di tutto De Meo prende nota, discorre, valuta il peso e la misura del dipanarsi di un esercizio teso a pervenire ai registri, ai valori tonali che già allora dichiaravano l’identità di un pittore.
Alle pagine di questo libro è consegnato l’esito sapiente di un servigio reso alla critica testuale dell’arte quale solo un artista poteva rendere.

Pasquale Maffeo




giovedì 26 maggio 2011

Arcaica modernità - Salvatore Barrtolomeo & Normanno Soscia

PREFAZIONE DI RENATO FILIPPELLI

Salvatore Bartolomeo è un poeta esule nella pittura.

Questa, che potrebbe sembrare una frase ad effetto, vuole essere una chiave interpretativa e valutativa offerta agli osservatori distratti per esorcizzare in essi la tentazione di respingere come documento di gratuità astrattistica o di freddo cerebralismo un’arte che invece muove da una forte tensione intellettuale e spirituale, ed è percorsa da un caldo afflato lirico, in cui il rifiuto della consueta sintassi figurativa non esclude una segreta allure raccontativa e poematica.

Bartolomeo soffre la fisicità della materia (la cartesiana res extensa) come un limite al suo slancio metafisico. Non diversamente, nell’ambito della religione Mallarmeana della poesia, il poeta soffriva la fisicità del verbum come un’insidia alla purezza dell’Assoluto, intravisto e vagheggiato con disperato abbandono in una sorta di inattingibile luce edenica.

E così, se fosse un poeta in verso, Salvatore Bartolomeo sarebbe un epigono di Mallarmé; ossia un mistico esule nella poesia. Si tratta di una situazione non idilliaca, non drammatica. Pensate: da una parte le apparenze fenomeniche con il loro ordine formale e la loro logica che può sembrare indiscutibile, e dall’altra il mistico che fruga in quelle apparenze a cercarvi un ordine diverso: una segreta e più alta armonia, e insomma l’Assoluto che in sé chiude le cose le quali erano prima che incominciasse la loro storia di corruzione e di decadimento. Di fronte al mondo materico, Bartolomeo ha siffatta posizione di dubbio religioso e di tensione conoscitiva.

Questa ardua poetica esige nell’interprete la capacità di attivarsi in una sorta di complicità con l’evento artistico: è questo il motivo per cui il lettore non abbastanza provveduto della sua arte può restare interdetto di fronte alla tecnica dell’accumulo e del groviglio, oppure indugiare oltre misura nell’ammirazione di certi dettagli, pur incantevoli per straordinaria lindura di linee e d’invenzione cromatica.

Ben più corretta e fruttuosa sarebbe una lettura globale, in quanto consentirebbe di rivivere l’avventura della materia nel suo graduale trapasso dal caos all’armonia vivente, e insomma nel suo trasformarsi da res extensa in res cogitans, ossia in pensiero e spirito.

Questo tipo di lettura permette di comprendere perché egli non soltanto rigetta il modulo naturalistico del rispecchiamento oggettivo e fotografico, ma anche la tecnica della voce fuori campo, ossia dell’intervento didascalico e sentimentale.

Restituite al loro battito elementare, le sue pitture raccontano se stesse, la storia della loro recuperata innocenza.
A questo punto mi torna alla memoria l’elegante aforisma di un critico d’arte francese, il Focillon, che distinse tra segno e forma. Il Segno – egli disse – esprime; la Forma si esprime. Ebbene, la pittura di Salvatore Bartolomeo è una Forma che si esprime; e con ciò si vuol dire che essa rilutta agli schemi classificatori, né può essere definita tout court un’arte astratta. Essa è un rimarchevole esempio di PITTURA PURA, nel cui ambito l’informale non è l’informe, ma piuttosto la forma innalzata al suo grado supremo di decantazione.



PREFAZIONE DI RODOLFO DI BIASIO

Per entrare a fondo nella pittura di Salvatore Bartolomeo si può partire da un intervento di Elio Filippo Accrocca: “La materia solida e il colore denso trovano cifre di elaborazione interna…

Il codice si è fatto alfabeto: linguaggio tra le cose, tra le realtà dell’uomo, anche se questi non rivendica presenze e non avanza pretesti. L’enigma mentale resta, ma si interiorizza. Diventa Fiordo dell’anima…”

Appunto, la pittura come Fiordo, un’intuizione critica fulminante per definire il lavoro alto e poetico di Bartolomeo che sa restituire al colore dimenticate energie per significare, insieme, emozione e sentimento. I suoi dipinti materici informali sono capaci così di saldare in un unicum armonia classica e inquietudine contemporanea.
Artista estroso ed estroverso è alla continua ricerca di comunicazione, che persegue attraverso forme, colori, idee che moltiplicano i suoi spazi di espressione.



Giuseppe Napolitano - "Genius loci" diciotto poesie per Normanno Soscia



PREFAZIONE DI UGO PISCOPO

“Ne vien fuori una figura di poeta, originale e mediterraneamente appassionato, proiettato verso avventure totali di riscatto della poesia attraverso un processo di intrisione di germi e di sussulti vitali di nobilitazione e catarsi della vita attraverso il confronto quotidiano con la parola ispirata, che è eco della verità. Un poeta, che scommette sulla solarità e sulla paticità come fonte di conoscenza, e che col tempo, intanto, viene verificando che la pazienza e l’esperienza svolgono un grande ruolo nella scrittura poetica”.


Alla guida del domani
In bilico incredibile (ma vero!
nella surreale dimensione di squilibrio)
il carro dei sogni contiene –
          trasparente nella teca
                  amuleto di salvezza
- l’universo piccino in cui non sai
Rinunciare (ma quanto ingombrante!
della memoria alle tue spalle il peso…

scomodo alla guida del domani
con te trascini un’esistenza intera
i luoghi stessi del tuo essere stato

I dettagli dell’esistere sconvolgono
usuali rapporti e convenienza:
definiti però nel cromatismo
essenziale all’onirica certezza:
la sapienza dei colori è sintesi
del tuo vocabolario di materia


Salomé
Te l’eri messa in testa
davvero la sua testa
e così l’hai voluta
hai voluto che fosse
trofeo e tormento
fardello e corona

Avresti un giorno immaginato quanto
sarebbe stato facile ottenere
a tuo piacere addirittura il vanto
di essere causa e colpa del martirio
ingiusto inaudito impudente
di un testimone scomodo a prescindere
dall’ardita verità che tu celavi…

Hai fisso nello sguardo il futuro
perduto – schiacciata dal peso
trionfo della tua condanna
- spogliata di ogni velo
a ludibrio dei sensi non potresti
ormai perdere altro che te stessa


martedì 24 maggio 2011

Giordano Bruno Sorgente di Fuoco di Carmen Moscariello alla fiera del Libro di Torino

Intervista all’Autrice.

Di

Barbara Vellucci

L’Editore Guida pubblica un’opera  preziosa su Giordano Bruno, autrice la Poetessa  Carmen Moscariello.

Fresco di stampa ha visto la sua alba alla Mostra del Libro a Torino, molto ammirato secondo la Caporedattrice di Guida ,la dottoressa Mary Attento .  Il libro si presenta già dal la copertina come fuoco che brucia (disegnata dal Maestro Salvatore Bartolomeo), ha la  prefazione del prof. Aniello Montano (Università di Salerno), esperto bruniano e la postfazione del Poeta Ugo Piscopo. L’opera drammatica è composta da tre atti in ottave e sei scene che si occupano di tutte le fasi del  processo ed è intersecato da personaggi come Campanella, il Bellarmino, ma anche da figure mitologiche come la maga Circe. Il testo porta in scena il dramma bruniano condannato dalla chiesa ad essere bruciato vivo in piazza De’Fiori a Roma il 17 febbraio del 1600

Che rapporto c’è tra Bruno e i nostri tempi?

Dedico tutto il primo atto al rapporto tra i tempi storici del filosofo e i nostri tempi moderni:  seguo o inseguo  un anomalo percorso della memoria dove un logoro e ipocrita sistema di falsità , di inganni  portò alla distruzione del libero pensiero. Così come oggi  dalla politica alla religione, dalla famiglia alle varie istituzioni, assistiamo allo intartufimento della società  (civile?),fatta di connivenze pericolose, priva di maestri e senza finalità di bene o di giustizia. Si bruciano i giusti e gli onesti, come la chiesa bruciò Bruno.

Nel primo atto agiscono forze magiche che trasformano i vari personaggi  in asini (gli uomini) e maiali (le donne). Non si salva nessuno, neanche la figura della donna-madre?

La prima responsabile del terreno logoro dove i figli pongono le radici è la madre. Se non si inizia a mettere in discussione  questa figura così essenziale al vivere civile, non si comprende la radice del male (la madre deve occuparsi dell’educazione dei figli  è questo il suo primo ruolo, non deve demandarlo  ad alcuno). Non possiamo genericamente ancora accusare i mas-media  e la scuola  delle scorie cancerose che  divorano le famiglie, la scuola, la politica  e anche la chiesa.

 Perchè Giordano Bruno è Sorgente di fuoco?

E’ il fuoco che brucia , Giordano Bruno cerca il fuoco. La condanna che gli inflissero  è il normale obbiettivo del suo spirito di verità, è risposta  alla sua esigenza di purezza, al suo anelare al cielo e alla grandezza dell’Universo. Dobbiamo al beato Giovanni Paolo II  se l’ardente richiesta di  di verginità e di giustizia ha potuto manifestarsi. La chiesa, grazie a Lui, ha perdonato e ha chiesto perdono.


Tra i personaggi del dramma troviamo anche Campanella, che lei chiama Compagno di sventura. Perché Bruno e Campanella sono compagni di sventura?

Sono entrambi dei grandi precursori della modernità: Bruno aprì la strada alla Nuova Filosofia; Campanella intuì che era necessaria una grande rivoluzione del popolo per liberarsi dall’oppressione dei potenti e dal clero corrotto  (La città del sole). Però c’è anche grande diversità di carattere: Campanella si finse pazzo per scampare al fuoco, pur  se anch’egli subì torture indicibile, mentre Bruno andò incontro al fuoco, senza ritrattare, né abiurare.

L’opera ha un grande potere di suggestione, pensa di portarla in teatro  come le altre sue opere?

Chi scrive opere  teatrali sogna di vederle rappresentate. Infatti, in modo dettagliato segnalo tutti gli aspetti salienti della regia e della scenografia.

Si nota nell’opera anche un enigma biografico tra il personaggio Bruno e la Donna-Poeta?

E’ la proposta di una memoria stratificata che si muove tra terre infelici come Nola e il mio paese d’origine (sono irpina), dove padri e madri dolorose hanno conosciuto la povertà e le migrazioni di massa.

Ma, perché la chiesa lo fece bruciare?
Perché effettivamente Bruno   fu un eretico  secondo il giudizio del  tribunale ecclesiastico presieduto dal cardinale Bellarmino (Il Martello degli eretici). La sua filosofia cercò di distruggere tutti i dogmi del Cristianesimo : il suo antitrinitarismo, la negazione dei santi, il suo essere mago-ermetico , queste idee creavano  allarme nel tessuto teologico già dilaniano dalla Riforma cattolica,  quindi non fu bruciato vivo solamente per l’” eppur si muove” ,ma per problemi molto seri, la chiesa poteva essere annientata dal suo filosofare. Bruno fu molto più pericoloso per la chiesa dello stesso Galileo.

martedì 10 maggio 2011

Giordano Bruno di Carmen Moscariello

Cara Carmen,
ti ringrazio di avermi mandato il tuo libro su Giordano Bruno. M’è arrivato venerdì e l’ho letto d’un solo fiato.
Ora voglio parlarti della tua pièce. Su uno scenario interiore, giganteggia la figura di Giordano Bruno, che non ha bisogno del consenso, che non teme condanne e anatemi e grida ad alta voce la sua verità. A parte la sua dimensione storica, mi sembra che la sua figura sottintenda, in maniera peraltro non troppo velata, un rimprovero costante al conformismo e alla vigliaccheria, così presenti nel mondo attuale. Dimmi se sono completamente fuori strada. Il tutto segue il filo arroventato di una tensione che rischia di bruciare gli occhi del lettore. Il tuo slancio lirico, in questo libro, è concentrato come non mai e non permette digressioni o distrazioni. Complimenti a te, Donna-Poeta. Con affetto.

Marina Argenziano

mercoledì 4 maggio 2011

Padre Daniele di Gesù Crocifisso é ritornato alla casa del Padre

Di Carmen Moscariello

Si è spento in ospedale a Napoli Padre Daniele di Gesù Crocifisso dell’ordine dei Passionisti, per tanti anni confessore e sacerdote alla chiesa della Madonna della  Civita ad Itri. Sacerdote che ha interpretato con la sua vita la via della Croce , conforto e guida per tutti quelli che nel tempo si sono rivolti a Lui. Missionario per decine di anni in Brasile, nelle foreste dell’Amazzonia a difesa dei più deboli e dei più poveri.  In questa terra è considerato come eroe che ha lottato e combattuto per i diritti dei diseredati. Il suo misticismo e il suo totale abbandono a Dio non gli ha impedito di prendere posizioni radicali, affinché il bene prevalesse. Portatore della parola di Dio anche ai più lontani dalla Chiesa e da Cristo,  la sua fede fu assoluta e umile accettò la malattia e ogni altra sofferenza, fu fedele a Dio e al suo ordine, predicatore attento , dolce nell’accogliere, ma severo nel rispetto della regola dei Passionisti e soprattutto del Vangelo di Cristo. Appassionato amante della Croce e di tutti coloro che soffrono, fu esempio e praticante di ogni umiltà. Uomo che ha saputo dare alla sua vita il senso del Cristo e  dell’amore per i fratelli.

A memoria, questi miei versi che scrissi per Lui.

Per Padre Daniele di Gesù Crocifisso- Passionista


Ti mise il Cristo sulla mia strada,

a Lui sei consacrato 


Il dolore scorre limpido e puro nelle mie vene

 se solo mi ascolti


Prega per me, ti prego, perché io non mi perda!


Formia, ultimi giorni del 2010