mercoledì 4 marzo 2026

Contrappunti e variazione su tema. Racconti di Ugo Piscopo di Carmen Moscariello

 

Contrappunti e variazione su tema




Racconti di Ugo Piscopo

Rilettura dell’opera di Carmen Moscariello

Due sciacalli al guinzaglio

Tra il non capir nulla e il capir troppo c’è una via di mezzo, un juste milieu che i poeti, d’istinto, rispettano più dei loro critici; ma al di qua o al di là di questo margine non c’è salvezza né per la poesia, né per la critica. C’è solo una landa troppo oscura o troppo chiara dove due poveri sciacalli non possono vivere o non possono avventurarsi senza esser braccati, catturati e rinchiusi tra le sbarre di uno zoo.

A meno che le due bestiole fossero …quasi un’emanazione? Che fossero un emblema, una citazione occulta, un senhal? O forse erano solo un’ allucinazione,

segni premonitori…. (Montale, Corriere della sera, 16 febbraio 1950)

Non smette di sorprenderci l’alchimista Piscopo: i suoi due sciacalli al guinzaglio, con un gatto posto sulla spalla a guisa di pelliccia e un divano che racconta storie di famiglia che  dolorosamente si ripetono in un tran  tran  masochistico. Un fluire di vita, che non trova composizione, tutto va oltre…….altrove.

 Un’ ambigua tempesta, sotto traccia che stritola l’umanità senza che questa se ne renda conto, “abbraccia” monti e valli e percorre  dirupi,  non ha argine, né ha  una causa ,né un effetto. Tantomeno  la ricerca della pietra apicale  è dominante,(nonostante la copertina multicolore che sa di Aladino e la lampada magica) infatti, l’autore dice riguardo alla vita” E’ musica, però, che non inventiamo noi: è essa che ci suona, come suona tutto il resto (complemento oggetto). Noi tutti, intanto, non abbiamo consapevolezza di questa nostra condizione di pifferai suonati…….”.

Il pensiero di Piscopo di Piscopo sfoglia il libero arbitrio, esso diviene una spiga battutta , spogliata delle sue foglie gialle, messa a nudo in tutte le sue riservatezze, i chicchi che si staccano sono stornelli senza voce. La pifferaia è lei, la vita. E illusi noi, in processione ,scuotiamo l’albero della cuccagna, ma il capo si imbianca solo di cenere, la pignatta, piena della grazia di Dio, chissà a chi tocca.

La provvisorietà del reale o di quello che sembra reale ha portato il Narratore ad approdare verso un terzo occhio, con protagonisti speciali: conoscenze che squarciano un reale approssimativo in cui gran parte dell’umanità si muove, storie del passato che non sono passate (La cassa dei panni, pg 59), sogni che ci aprono porte mai chiuse. L’occhio di cui parliamo non è quello esoterico, platonico di un mondo fotocopia  raccontatoci dal demiurgo (di ciò ci mette in guardia anche Piscopo). Il mondo delle idee di Piscopo non è una fotocopia, ma freme, palpita ,vive di folgorazioni, nemmeno tanto cercate e lì Il Segugio da tartufi segue le tracce, scava fino a che non si apre alla verità. “Ecco la mia idea è che la vita sia tutto un flusso di stupore, tutta un intrico di simpatie e di antipatie, un po’ alla maniera come i neoplatonici rinascimentali concepivano il mondo . Senza, però, destinatari privilegiati ,come invece si pensava allora e si è a lungo continuato a pensare:  non credo, infatti, che esista una teologia negli eventi, né che la realtà sia configurabile sotto l’aspetto di un ordine cosmico, né che l’essere umano sia il valore più alto a cui si offra il mondo.(Telepatia pg 119) Questa novella bellissima, con quadri surreali, vede protagonisti un gatto e un cane (la cagnetta dell’Autore), qui è esplicato un corridoio di pensiero molto caro al non clercuto  Piscopo e cioè che il mondo animale non è meno ricco di interessi e di misteri che quello dell’uomo. (ci sono vasti e articolatissimi continenti ancora da identificare. Pg123).

La vita  con i suoi misteri, che in qualche attimo, tardi nel suo percorso, ci insegna , ci folgora con premonizioni assassine, strane coincidenze, riflussi che si appropriano della nostra volontà.   Il  bastone alato di Mercurio e in contrappunto con la realtà fluiscono improvvisi affioramenti di cose è fatti che non sono reali, ma profondamente veri. Le contorsioni della vita “in questi strani racconti, forse non tanto stranieri  alla sensibilità” vive e freme il poeta che alla vita che ci suona, egli canta una meravigliosa melodia perigiale con i ritmi appassionati di Mikis TheodoraKis, ci mette dentro una preghiera che è quello della purezza della natura   primitiva e amorevole madre: ci pianta nel cuore una stella marina dorata di sabbia.

E l’uomo nei racconti di Piscopo cosa fa? Molto spesso  appare bloccato, inerte anche di fronte a problemi non particolarmente difficili (Famiglia di semplici, pg 23);  personaggi  balbuzienti si ostinano come asini, vogliono camminare rasenti al burrone ed è inutile frustarli, loro non vogliono la vita, sono ombre avvelenate. La lettura di Contrappunti e variazioni su tema  ci ha ricollegati al mimo Aurelio Gatti e alla straordinaria rilettura dell’opera da Tre soldi rivisitata da  Toto Russo, attore e regista dello spettacolo (1995, Bellini di Napoli).

 Qui Antonio Sinagra accompagnava il ballantare di corpi vuoti che la sua meravigliosa musica non riusciva a risuscitare  dal torpore, emergeva che  la storia non è mai una sola: come la vita, va avanti e in dietro come un treno che percorre sempre gli stessi binari e in qualche stazione le anime di ognuno si incontrano con ciò che è già stato.  Ecco l’esempio ci conduce a due contrappunti del pensiero  di Piscopo: il torpore e l’energia. Il primo naturalmente non conduce a nulla, se non alla tomba, l’uomo che  è un morto che cammina; l’energia è invece un fluido che ci rimette nel circuito dell’universo “e ci suona” ponendoci di fronte al personaggio che porta a spasso i  due sciacalli. Questa immagine, per gli altri è una visione,( chi ha mai visto due sciacalli al guinzaglio? )per Piscopo, invece, addentrarsi in enigmi , anche spericolarti lo affascina.

Il  suo pensiero sa disegnare anche pagine piene di tenerezza dove confluiscono le vite di tre, che dico, di mille generazione (Il migliarino rosso blu, pg 47). Che tenerezze di immagini, di suoni, di odori……

Ma in questo libro non tutto è delicata poesia e musica, ci sono tracciati inquietanti, sorti che si incrociano e si sovrappongono,  visioni che anticipano la morte, qui l’autore è un rabdomante scava in profondità, sente l’odore dell’acqua e della morte, suo malgrado, lo porta addosso.  Le donne  poi, (esprime un giudizio severissimo),vivono nelle loro frustrazioni, danneggiate dal non pensare, da sole si condannano a un’esistenza disperata. Il dono di essere plurilingue non gli costa fatica ragionare con due sciacalli, un gatto, un cane, un fiore, un migliarino rosso blu (pg 47), un salotto di velluto (pg35) ,dando capacità logiche e ricchezza di linguaggio alle pietre: esse hanno vene color cobalto  che assorbono  le  energie dell’universo Protagonista di questo libro di racconti , opera vincitrice del premio nazionale “L’inedito” sulle tracce del De Sanctis (ci ricorda questa dicitura un’opera famosa di Attilio Marinari), sono eventi che definirli surreali distorcerebbe i fatti narrati. Essi sono straordinari, ossia al di fuori delle leggi della fisicità, ma appartengono con grande autenticità alla vita. (tratto da” Terre nella sera” di Carmen Moscariello, Guida Editori.)

AMELIA ROSSELLI, CARMEN MOSCARIELLO e la città di Formia

 







AMELIA ROSSELLI E CARMEN MOSCARIELLO

 Di Nicola Terracciano

 

 

"....Amelia era nata proprio a Parigi il 28 marzo 1930 e la madre era l'inglese Marion Cave. L'atroce morte del padre, poi la vita raminga con la famiglia prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, prima del ritorno nella patria italiana, spesso immemore e ingrata, incisero profondamente nella vita psichiche e furono alla base del suo inestirpabile male di vivere, pur coraggiosamente, eroicamente contrastato con l'impegno poetico, culturale, civile."


Molti fili del libro critico, poetico, autobiografico conducono a Formia, perchè anche l'interesse verso Scotellaro rimanda ad incontri avuti dalla Moscariello nella cittadina sudpontina, non solo col citato Vittorio Foa, seguace di Carlo Rosselli, giellista in gioventù e per questo arrestato e carcerato per anni, amico quindi naturale della figlia del grande Martire, ma anche con Pietro Nenni.
Il grande leader del socialismo italiano, che aveva a Formia una villa (accanto a quella della Moscariello, questi era amico ed estimatore della Poetessa, nell' abitazione  del grande politico ha potuto consultare molto materiale, soprattutto quello riguardante Rocco Scotellaro, fu Lui a sollecitarla a scrivere su Rocco), in questo luogo di quiete   di quiete e di riflessione, viveva Nenni  che era legatissimo non solo ad Amelia, ma anche a Rocco Scotellaro, che era stato non solo "il poeta della libertà contadina" (come recita la scritta sulla casa natale), ma fondatore, già nel 1943, della sezione socialista del suo paese lucano, Tricarico, e poi anche sindaco di esso, il più giovane d'Italia. Si ricordi che Pietro Nenni e Carlo Rosselli furono legati da vincoli profondi, se si tiene presente solo che fondarono insieme a Milano nel 1926, dopo l'assassinio di Matteotti ed il consolidamento del regime fascista, un periodico di rinnovamento socialista, dal titolo "Quarto Stato".
Il legame della Moscariello con Formia si spiega non solo con l'esperienza professionale, col suo magico paesaggio e col suo raro clima mite (così diverso da quello del natale paese interno irpino della Moscariello, Montella), ma anche con le opportunità che ha offerto di incontri e di esperienze, che l'hanno arricchita dal punto di vista umano, culturale, civile. Ed ella ha restituito (come tanti e tante personalità che hanno scelto di venire a risiedere a Formia) non poco alla città con l'impegno di giornalista, con l'animazione culturale, con un premio letterario, che dura da anni, intestato ad una rara, cara  memoria antica femminile di Formia, Tullliola, la figlia di Cicerone, che qui visse e morì, con tumulo presso quello imponente del padre, che illumina ancora oggi, con la sua singolare imponenza e architettura, la via Appia appena fuori Formia, andando verso Gaeta ed Itri.
Il libro si distingue anche nettamente per il contenuto e la tensione civile e stilistica dalla egemone letteratura locale, dominata da desolate tendenze solipsistiche, estetiste, nostalgiche, medievalistiche, o peggio clerico-borboniche-antiunitarie e antiliberali, postfasciste o qualunquiste, estranee, peggio anacronisticamente ostili, alla modernità, che offendono, rimuovono, tendono a capovolgere spesso, in modo dilettantesco e incolto,  il volto storico, nobile ed alto, che mai potrà essere oscurato o infranto, del Sudpontin. Testimonianza di Nicola Terracciano

Sovvertire il male di vivere di carmen moscariello


 

Sovvertire il male di vivere

Fondare la nostra  vita su Gesù e sulla salda roccia della sua Parola

Noi siamo un fiume solo
se uno ha peccato
tutti siamo feriti.
Invece il cielo gli agnelli i prati
sempre fedeli a compiere lo stesso mistero
inesauribile di riti novelli.
E’ Dio che in essi fiorisce,
si espande, dilaga
e poi ritorna a fiorire.

Dove sarà mai paradiso
Fuori di questa unione divenuta cosciente?
Questo solo è peccato,
origine di ogni altro errare:
il non aver saputo che la terra è di Dio.
Ed egli è nel cuore delle cerve[1]

 

Egli è nel cuore delle cerve»[2] con un verso solo siamo proiettati  nell’orizzonte dei testi biblici nel dolce cantare di San Francesco, di David Maria Turoldo e, perché non pensare anche alla Ginestra del Leopardi dove la fusione della natura e l’uomo è senza precedenti per la potenza delle immagini e della parola poetica?  Questi poeti sono i protagonisti soprattutto della Catechesi di Papa Francesco: ogni giorno ci invita alla pace, ogni giorno ci prega di rispettare e amare la natura. La salvaguardia della natura è nella dottrina cristiana occupa un posto primordiale potremmo dire al pari della Pace.

L’uomo che distrugge il prossimo e annienta la natura si mette sul piano dei demoni. Ma ritornando al grande teologo egli ci insegna che la poesia può raccontare l’odore della terra, il senso della vita spesa al servizio di Cristo.

Mi sono interrogata più volte su quanto abbia sofferto Benedetto XVI che inquieto  cercava l’odore del pane, il canto che annunciava la parola di Dio e le bianche betulle che  lente cantavano gli inni alla madre di Dio, pregando per questo mondo che spesso ci disonora, una società che voleva  la morte di Dio, divorata dal super ego il cui unico terribile desiderio era ed è sopraffare il prossimo. Aveva già previsto nei suoi scritti l’orrore delle guerra che stiamo vivendo, mi riferisco alla carneficina dell’Ucraina e della striscia di Gaza: perpetrando la condotta dell’individualismo, l’azzeramento del “Noi” al quale tanto teneva il Pontefice, da soli non si costruisce il bene, non c’è futuro per l’uomo. La chiesa cattolica ha la sua forza e il suo fondamento nell’amore per il  prossimo e la catechesi di papa Francesco è una preghiera quotidiana  sull’accoglienza dei poveri e degli emigrati.  Cosi Bendetto XVI: suoi scritti non sono solo estensione della preghiera, visione del Padre, il candore della colomba che annunzia la resurrezione, Egli aveva occhi bene aperti sul mondo sapeva che a grandi passi ci si avviava verso il precipizio, ha tentato invano di fermarci, di riflettere sul nostro operato. E la sua  voce flebile , quasi un sussurro ancora ci invita, ci supplica  a cambiare strada, scegliere la via della fede, accostarsi a Dio, immergerci nella purezza dei Santi. Questo è anche  l’appello quotidiano anche di Papa Francesco. Guai all’uomo se non ci fosse la chiesa e i suoi santi e i pastori saremmo ancora di più un popolo di disperati, se solo guardiamo alle dottrine marxiste che avevano cancellato  Dio dal cuore degli uomini, ci accorgiamo di popoli che comunque cercavano Dio. Ricordo in un mio viaggio risalente al 1973, anzi in un lungo soggiorno a Dubrovnik , avevo una collana con un piccolo crocifisso al collo, molti lo guardavano con dolore, poiché a loro era vietato.[3]

La parola profetica è poesia.

 La voce di Benedetto è una voce di preghiera, ma è anche una voce di denuncia del presente che non conosce la  “sacralità “della vita, né l’amore per Dio e la sua chiesa.

C’è in Lui un impulso irrefrenabile a cambiare la storia a legarci alle nostre radici cristiane e ai nostri doveri di uomini. Appropriarci  non solo  della fede, ma anche della ragione e , dunque, della verità.

Il fine pensatore manifesta apertamente le sue ansie, i limiti  e gli errori della chiesa cattolica.

 Egli non parla con i codici, ma esprime in modo chiaro e preciso le sue preoccupazioni, ma soprattutto scopre e rinnova le strade da seguire se si vuole essere buoni cristiani.

 Per quali motivi il filosofo, il latinista eccelso doveva esprimersi in codice[4]? Egli che aveva le porte aperte del pensiero e della verità, potendo dialogare alla pari con i  Padri della chiesa?.

 Temeva la non quiete, il volgare trasformismo, motivi  che non fanno  altro che creare il caos e dunque la morte del pensiero e della fede.

Non c’è utopia, né pensiero puramente speculativo o astratto nell’opera di Benedetto, ma la totale fiducia lella logica.

La chiesa di Dio deve strappare l’uomo al suo inferno, aprire varchi verso l’amore di Cristo, bere a quella croce del mistero della vita e della morte e risorgere, riportarci sul colle dove il sole  sta sorgendo e nel silenzio della preghiera ascoltare la natura e bere ai ruscelli cristallini dell’onestà, del rispetto per i fratelli.

Salire sulla collina dove il sole non tramonta.

La fede è verità e trova le sue radici ricche di linfa vitale nell’amore. “Non ho mai saputo accettare questa “civiltà”: la civiltà dello scialo, del consumo, delle magnifiche sorti e progressive che sono, al contrario, una marcia verso la morte più che verso la vita. Questi sono temi, per me, che costituiscono veramente uno stato di provocazione continua: da qui nascono il mio grido, la mia denuncia, la possibilità di farsi sentire come voce che condanna o annuncia”. [5]

Non basta denunciare il presente anarchico e corrotto, ma occorre insegnare all’uomo che non è ideatore solo di mostri, di orrore, ma anche di rifulgere raggiante accanto a Dio e ai suoi angeli.   “Bisogna che l’uomo riconosca la sua sconfitta; gridare forte che questa non è una civiltà umana; che la tecnica e la stessa scienza sono, per ora, nella norma più estesa, le assi della cassa da morto dell’uomo”.[6]

Benedetto XVI  ritiene che la ragione non è solo la maestra delle scienze, la ragione fa parte della teologia è elemento determinante, essa non è la regina di due mondi diversi, ma di due mondi che si appartengono.

E’ di chi dissente, di chi conosce che in questa società è rifiutato in quanto sovvertitore.

Benedetto XVI e San Pietro Confessore[7] hanno molte cose in comune, ma soprattutto sono dei sovvertitori dell’ordine costituito.

E ritorna meravigliosa nella sua vita e nei suoi scritti  l’immagine di Gesù crocifisso,[8] bellissima la testimonianza a Vienna nel 2007 sul crocifisso del Duomo di  Sarzana, nell’abbazia di Heiligenkreuz [9]potè ammirarne la copia di quest’opera che ha dell’incredibile di quanto è bella e vitale, direi festosa: “Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama. Questo sguardo si volge ad ogni uomo. Il Signore, infatti, guarda nel cuore di ciascuno di noi”

 

 

 

 

Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».

Nel libro «Luce del mondo»,[10] del 2010, aveva già prospettato l’ipotesi di eventuali dimissioni: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Quest’opera  è un’intervista che papa Ratzinger rilasciò a Peter Seewald intervista di fondamentale importanza anche per altri aspetti che furono punto di riferimento in tutto il periodo del Suo pontificato: "L'essere cristiano è esso stesso qualcosa di vivo, di moderno, che attraversa, formandola e plasmandola, tutta la mia modernità, e che quindi in un certo senso veramente la abbraccia. Qui è necessaria una grande lotta spirituale, come ho voluto mostrare con la recente istituzione di un "Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione". È importante che cerchiamo di vivere e di pensare il Cristianesimo in modo tale che assuma la modernità buona e giusta, e quindi al contempo si allontani e si distingua da quella che sta diventando una contro-religione" [11](Benedetto XVI).La “Contro- religione” è un tema sul quale ritorna nelle omelie, nelle epistole, in molti suoi scritti. Le contro –religioni sono nate per distruggere la religione della Chiesa Cattolica. Le temeva poiché malate di individualismo, chiunque, in qualsiasi momento si poteva definire   “ profeta”, portatore di pericolose verità, o meglio di non verità che avevano causato non pochi fanatismi, non poca rovina nella moderna società. Uno stillicidio di vuoto, di non presenza di Dio, di pericoloso nichilismo. Posso dire con certezza di aver sentito queste verità da giovanissima studentessa,  dal professore Raffaello Franchini, nello studio dei suoi libri “Esistenzialismo e libertà” ci ripeteva: c’è un abisso tra liberismo e liberalismo; ci stavamo preparando già da inizio secolo verso la cultura dell’uomo murato.  Il Papa Benedetto XVI sapeva più di ogni altro quali erano i problemi della chiesa e quali quelli della società moderna. Era rimasto quasi per l’intero pontificato di Giovanni Paolo II al suo fianco , nulla gli era stato nascosto i molti problemi, anche quelli relativi alla pedofilia o alla banca di Calvi  erano emersi chiari già nel pontificato di San Giovanni Paolo II. Sradicare le varie corruttele dal mondo e dalla chiesa non era compito facile per nessuno. Forse già ai tempi dello scandalo pedofilia era stato tentato di andarsene, quando lo accusavano di aver sottaciuto su alcuni casi.  Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia, significare darla vinta a chi lo accusava. ”Proprio adesso bisogna tenere duro”, non arrendersi. Pedofilia che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare». È ciò fa anche nella primavera del 2012 quando scoppia lo scandalo Vatileaks, viene arrestato e processato il maggiordomo Paolo Gabriele che gli rubava documenti riservati dallo studio. Anche allora mantenne duro cercò di non lasciarsi invischiare in quei veleni. Anche di questo ennesimo scandalo documenterà ogni cosa,  e tutto  verrà affidato alle mani sagge di Francesco. Si rende conto che ciò che è successo è molto grave e lui non ha le forze necessarie per portare la Chiesa sulla retta via. Sono episodi che avrebbero destabilizzato chiunque, rubare proprio nei suoi appartamenti documenti delicati, si è superato ogni limite. Un assenza di rispetto non solo verso Benedetto, ma un affronto alla Chiesa tutta.

C’è qualche demonio che vuole distruggerla? L’interrogativo non è accademico, ma sottolinea l’urgenza di fare luce!

Benedetto XVI è stato ed è un grande Papa che merita rispetto e amore, chi manca di amore per la sua santa persona, offende anche  la Chiesa di Dio Padre:

«Non c’è un papa, nell’epoca moderna, che abbia avuto l’importanza e la preparazione teologica di Ratzinger. Bisogna risalire a San Leone Magno, ma parliamo di quindici secoli fa. Un grande teologo e biblista che anche da papa ha dedicato molto tempo a scrivere tre volumi su chi era Gesù di Nazareth. Ha affrontato i nodi principali della fede cristiana nella prospettiva di oggi e ha saputo esprimere il valore del Cristianesimo per il nostro tempo». «L’esistenza di Dio. Lui stesso ha detto che il centro del suo pontificato era proprio questo: rendere Dio di nuovo presente nel nostro tempo. C’è infatti una grande indifferenza a Dio. Anche in rapporto alla questione della pedofilia ne ha cercato la radice nella dimenticanza di Dio».[12]

 

 

Il Sovvertitore

Cristianesimo e Libertà si danno la mano nel pensiero e nella filosofia di Ratzinger: non c’ è cristianesimo senza libertà. Non c’è più la paura per il secolo della ragione, anzi l’Illuminismo è  anch’esso la strada di Dio. Papa Ratzinger non ha alcuna paura della ragione, essa non si contrappone alla fede. Credere in Dio significa ragionare sulla propria fede, conquistarla giorno per giorno, lasciarsi irradiare dalla luce di Dio che è anche ragione. Ed ecco prepotentemente  si pone al centro della sua filosofia e della sua teologia il pensiero filosofico di San Tommaso : la Città di Di


8  David Maria Turoldo

 

 

[3] Erano i tempi in cui a governava la Iugoslavia, repubblica socialista , c’era Josip Broz Tito, meglio conosciuto con il nome di Tito. Nonostante in questo stato non ci fosse la rigidità del comunismo sovietico, comunque era vietata la religione, ritenuta  “oppio dei popoli”.

[4] Il codice Ratzinger di Andrea Cionci IBS.: L'istituto del "papa emerito" - giuridicamente - non esiste e, da nove anni, Benedetto XVI ripete: «Il papa è uno solo»... ma non spiega mai quale sia dei due. Nella Declaratio con cui si "dimise" nel febbraio 2013, autorevoli latinisti individuarono subito errori e imperfezioni di sintassi, ma papa Ratzinger ha affermato, tre anni dopo: «Ho scritto la Declaratio in latino per non commettere errori». Possibile che tutte queste stranezze provengano da un teologo coltissimo e adamantino, nonché raffinato latinista? E se davvero papa Benedetto avesse voluto abdicare, perché continuare a vivere in Vaticano, vestendo la talare bianca, conservando il nome pontificale e altre prerogative da pontefice regnante? Dopo due anni di inchiesta, pazientemente svolta dall'autore attraverso più di 200 articoli sulle testate Libero, ByoBlu, RomaIT, questo gigantesco mosaico è stato lentamente ricomposto, tessera per tessera. Lo scenario che si configura è scioccante, di importanza millenaria, e non è stato smentito da nessuno, nemmeno dal Santo Padre Benedetto XVI in persona. Attraverso la sua sottile forma di comunicazione logica, il "Codice Ratzinger", il papa ci riconcilia con il Logos, la ragione che svela la verità, e fa comprendere la sua situazione canonica che avrà effetti dirompenti. Un libro-inchiesta destinato a laici e credenti, a tutti coloro che sono innamorati della verità.

 

[5] Benedetto XVI

[6] Benedetto XVI

[7] Celestino V.

[8] . Il crocifisso della concattedrale di Santa Maria Assunta è uno dei più antichi crocifissi lignei della storia dell’arte. La datazione all’anno 1138  ed è opera del Maestro Guglielmo, nome sconosciuto alla Storia dell’arte.

[9] Quello che vide Ratzinger era solo una copia di quello di Sarzana, non sappiamo se da papa andò mai a Sarzana.

[10]Luce del Mondo” Il Papa, la Chiesa, i segni del tempo. Una conversazione con Peter Seewald. Libreia Vaticana, 2010

 

[12] Cardinale Ruini. Avvenire 31 dicembre 2022.

lunedì 2 marzo 2026

 

NAZARIO PARDINI, Carmen Moscariello, collaboratrice di Lèucade

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Carmen Moscariello

Artista di lungo corso, con alle spalle pubblicazioni prefate da critici di valenza esegetica. Fondatrice e presidentessa del Premio Letterario “Tulliola Renato-Filippelli”. Una poesia nuova, la sua, accalorata, intima, ricca di pulsioni emotive e di rocambolesche invenzioni stilistiche. Una poetessa adusa alla scrittura, polivalente, versatile, che declina la vita in arte e l’arte in vita. Una successione di vicissitudini passionali che nel loro distendersi reificano stati d’animo di ampia elasticità epigrammatica. Ho letto più volte la sua poesia e più volte mi sono emozionato; qui sembra che la scrittrice si stia rinnovando, stia avviandosi su nuovi percorsi alla ricerca di espressioni più ampie e più appaganti la sua necessità esplorativa. D’altronde durante il percorso del nostro epistemologico nostos, durante il perpetrarsi della nostra storia, tante sono le varianti che si alternano, che si combinano per alimentare stilemi che concretizzino la nostra evoluzione ontologica. Questo è uno stadio della navigazione della Moscariello. Una navigazione verso un porto di difficile ancoraggio per noi umani insoddisfatti del nostro esistere, e sempre vòlti ala ricerca di qualcosa che appaghi la nostra inquietudine esistenziale, il nostro disagio di fronte al tutto.

È così che si naviga, che si azzarda, che si affrontano rotte diverse per raggiungere quel porto, che forse nemmeno esiste. Questo è lo spirito dell’arte, provare dentro noi la voglia di andare anche di fronte a trabucchi e scogli che potrebbero scassare la nostra imbarcazione. Il viaggio che intraprendiamo è quello di uno spirito disposto al superamento della nostra fragilità, a consumare le energie seguendo una rotta non sempre definitiva. E la rotta di Carmen questa volta è ardua e intrepida. Deve superare scogli appuntiti, nebbie offuscatrici; ma Ella lo fa con una imbarcazione agile e robusta, dove i remi della sua forza scritturale sono pronti a fendere le onde; a rivelare tutta la sua energia nel proseguire. La forma varia e articolata si adegua a stati d’animo ora impetuosi, ora calmi, ora ironici, ora diretti, ora indiretti ma sempre chiari e lampanti, attivi e conclusivi; sempre pronti a indagare le parti più segrete del nostro esser-ci.

Renato Filippelli

Tante le motivazioni che danno adito a diverse chiavi di lettura: naturalistica, autobiografica, psicologica, sociale, umana, esistenzialistica: il mistero, il perché, il quando, il dove… E sempre la scrittrice concretizza abbrivi e sentimenti in uno stile forte e robusto; ora apodittico, ora ampio e ipertrofico, soprattutto nei momenti in cui l’abundantia cordis ha necessità di spazi per soddisfare le sue confessioni: la Pizia, la poesia, l’acqua che avvolge e che scorre, il flusso, l’amore, la storia, i meandri della vita, il mistero che li avvolge. Una vicenda poetica au rebours, dove la poetessa cerca con indagine perlustratrice di giungere a capo della sua ricerca meditativa. E tutto è motivo di tormento e di inquietudine in questo diluirsi del tempo in un’acqua che si fa metafora di un’esistenza precaria e fittizia: «… La Pizia illuminata dallo splendore e dalla fratellanza delle forme dell’universo non può fare a meno di ascoltare i chiari e oscuri rumori dell’ acqua che allaga e invade, distrugge, rinasce, purifica, infanga.

I versi serpeggiano i viottoli della morte, si fluidificano in antiche nenie, ponendo la vita come protagonista dell’universo poetico. La Pizia presaga, sull’altare del tempo, inaudita, dà i suoi oracoli e irradia bellezza, preghiera, verità». Bellezza, verità, preghiera, fratellanza. Questi i cardini su cui poggia lo spirito poetico di Carmen, che segue il corso dell’acqua levando la testa per gridare la valenza dell’esistere. Il tragitto non è sempre facile come non lo è la vita in tutta la sua impostazione; ma l’insieme poetico, attraverso i vicoli della morte, contempla l’universalità e l’armonia; una armonia in cui la vita stessa è protagonista. Una visione estremamente positiva di questo nostro soggiorno in cui l’uomo si fa artefice e pedina del tutto. Seguiamo il suo cammino: «… Gli inerti giorni sono prigionieri delle ombre / I figli dell’acqua bisbigliano a monte / poi il boato di fango irrompe, il suo unguento / cancella la notte». Ombra, luce, notte, fine, inizio; finché è il chiarore a esplodere con tutta la sua lucentezza in questo divenire di metafisica ascensione. Ma è con il vivere, con i sobbalzi dell’amore, con la forza della crescita che si acchiappa la cima: «… Devo studiare la via dell’immagine / dell’acqua mi è necessaria dunque / la poesia per rendere il suono / della mia sorgente del mio paese all’ombra / dei castagni del canto degli uccelli». È con lo studio delle immagini, con l’ausilio della poesia, con il ricordo delle radici che si ascoltano i suoni che ci fanno vivi. Un lirismo di simbolico effetto visivo, dove sono le sensazioni, i tocchi fugaci, le carezze delle foglie, a rendere la trama significante.

Non c’è bisogno di riassumere, di sintetizzare, qui tutto è demandato a impulsi sensoriali, allo sciogliersi dei segreti: «Non ha più segreti. Levigava la nebbia litanie in foglie / di pensieri non proprio felici / mantello d’alba / la pioggia in sinfonia / alle galoche giocava /e musicava dentro le tue carezze // medicamenti ai fuochi del mare / nelle tue foglie raggiate ci sono // i tuoi silenzi, il tuo amore». Una corsa verso il mare, l’estensione, la larghezza, la purezza, dove trova respiro l’amore; dove la musicalità, tipo Serenade di Schubert o Notturno di Chopin, accompagna un epifanico volo oltre lo spazio e il tempo: en haut, al di là delle percezioni umane. Direbbe Verlaine «Le ciel est par-dessus le toit». E si sa che per toccare le vette della meditazione; per avvicinarsi il più possibile all’inarrivabile occorre passare dalle stazioni della vita, da Scene di ombre perdute: «Non seppe districare il cammino /dall’estuario si intravedeva la neve ammantata / di fiaba / tra i rami dei castagni pendevano parole di vento / il silenzio soffiava senza clemenza»; dal simbolico torrente che score come un fuoco a scatenare incubi da cui solo l’immagine della madre può liberarci: «Il mio torrente è sapiente, calibra / succhia la sua porzione di mondo, di terra e di acqua/e scorre come un fuoco i suoi prodigi / mi tengono sveglia l’intera notte / come se mia madre venisse / con i suoi sogni appesi al mio canto / a consolarmi e dirmi ancora: “non siamo fugaci, né cenere d’addii”», e dove il senso di fugacità dell’esistere e il dubbio del nostro ruolo nel mondo la fanno da padroni in una corsa senza sbocchi sicuri. Finché la quiete prepara il letto giusto su cui poter riposare e saziare le nostre brame di ricerca; là in braccio ad un fanciullo; in preda al suo morbido calore.

Scrissi una volta in un mio poemetto tratto da I dintorni della solitudine: «… Ma quando scorsi i tratti del mio fiume, / la casa stretta delle mie memorie, / e i prati sanguinosi della sera, / forse non era luce, / forse non era quella che io bramavo, / ma pur sempre la luce, quella chiara, / quella di casa mia. / Chi dice che non fosse / quella che io cercavo»; è quella la luce della verità, la stella polare del viaggio di Carmen Moscariello; è là che trova le radici, la quiete e l’approdo della sua lunga navigazione.

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Biografia di Nazario Pardini

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domenica 15 febbraio 2026

L'Arte del dècoupage. Quaderno a Ulpia. La ragazza in mantello di cane. di Carmen Moscariello

 

L’arte del dècoupage

Quaderno ad Ulpia

La ragazza in mantello di cane

Di 

Carmen Moscariello

Disgregare, intuire, plasmare, sferragliare, balbettare, fluire, non chiedere, stilettare con gomito autistico, romanticare, ridere, non piangere. Ah ahhhhh  deragliare in primavere sine sole, stupire?

La poesia di Ugo Piscopo è sorprendente, direi unica: in essa il colore dadaista e la musica con spartito hanno assonanze con la parola che smidolla.

Un poeta senza affanno, sbircia le miserie, non giudica: prelogico la parola con ninna affanna, sputa su miserie se ne scosta. E’ disgustato , non dal cane, il suo cane, Ulpia con lui fuseggia con la ragazza dal mantello di cane.

Ulpia, si, con lei amoreggia , ma è balsamo che più incrudisce la ferita/oltraggio senza scampo che è la vita/anche tu ricambi mucciola mia. Qui la scrittura non è travestita, non balla il carnevale, la spada ferisce, l’ardore perisce. Non è solo sperimentare gli infiniti mondi della parola, l’annientamento o il gioco, qui la parola è dissacrata, ma nonostante le furie , i ghirigori, i mille girotondi, gli archetipi tardo romani e i plurilinguismi, la Poesia emerge sacra, vergine, unico elemento umano non violato, l’uomo si è industriato per toglierle il fiato, l’ardore, l’amore ma ha una forza, un gomito che spinge, pietre che parlano i mille linguaggi di tante esistenze. Scava il Poeta…Va oltre, non la sua vita, quelle passate, quelle future. Guida il poeta un treno che deraglia ed egli ebbro ama deragliare, gioisce quando il pericolo gli toglie il fiato e le vertigini girano con i colori della parola che egli trova perfetta, come i bottoni a un cappotto di donna,  quelli di Ulpia.

Invasioni di ritmi, sperduti fischi di cicale, è il filo che lacera, rende visibile l’invisibile, logica subliminale, e i ritmi sono intensi mentre il mondo muore nel fango e il Poeta è lontano viaggia in altri universi, costruiti per Lui, invisibili sperimentazioni, dolorose. La poesia fa il salto mortale e lì sotto il capannone del circo si blatera incantati, stupiti dal volo triplo, che la parola ha fatto. Impossibile ripeterlo si rischia  di morire.

La pista è inconsueta, selvaggia, con sassi e montagne, con neve alta, molto alta, al fondo è il gergo borghese, stilato di verbi ed avverbi, di virgole e punti. No al regime senza ricambio, lo stagno e le rane danno fetore, aria nuova, aria pura alla Poesia altrimenti è strozzata, hanno strozzata, anche Lei può fare una fine indegna e indecorosa.

Cantare. Chi cantare? Le Escort , la camorra, meglio non cantare, la poesia non canta più.

Semiotica strutturalistica, antropologia della parola, del segno del suono è l’avanguardia di Dio del bene, del santo.

Chimere della sintassi brachilogica, la maschera della scrittura , non può vivere la poesia in un mondo distrutto in un volgo dilaniato dalle parole inutili.

Il poeta battezza e purifica come Giovanni , affinché  la parola rinnovata ci riporti  ai primordi del mondo, quello di Rousseau, per liberarci dalla nausea, dal nichilismo irradiante, dalle paure che ampliano il dolore.

Piscopo è il poeta dell’orgoglio, del rinascente spirito del coraggio della vera vita, così della Poesia.