martedì 14 aprile 2026

Firenze- Pianeta Poesia di Franca Bellucci

 Firenze- Pianeta Poesia

Dopo la presentazione alla Casa di Dante la poetessa e storica Franca Bellucci ci ha inviato questa lunga e profonda riflessione sul libro, che volentieri pubblichiamo, auspicando ulteriori interventi da parte dei lettori sugli argomenti che nell’articolo vengono evidenziati.)
ROCCO SCOTELLARO E AMELIA ROSSELLI NELLA STORIA DEL NOSTRO PAESE
“Destini sincronici” un romanzo storico di spessore
A fine marzo 2017 il libro Destini incrociati di Amelia Rosselli e Rocco Scotellaro fu occasione di un incontro, cui presi parte, che suscitò forte emotività presso il Circolo degli Artisti Casa di Dante, organizzato da “Pianeta Poesia”, bella e durevole realtà culturale intorno al poeta Franco Manescalchi. L’effetto suscitato fu merito di come Maria Grazia Carraroli impostò la presentazione del libro, preferendo, anziché una recensione sistematica, coinvolgere il pubblico nella lettura di pagine scelte: «Un libro come un romanzo», questa la sua suggestione. L’ascolto diventò per i partecipanti discesa nella interiorità propria, oltre che dei personaggi protagonisti, e nella percezione storica della loro cornice: contribuirono le testimonianze, ad opera della stessa autrice Carmen Moscariello, dell’amica Annella Prisco, figlia dello scrittore e meridionalista Michele, di Franco Manescalchi, una presenza incisiva in Firenze, nel senso della sperimentata coerenza poetica e umana. La sintesi della serata può dirsi una esperienza condivisa di cultura come espressione. Poesia, lingua, comunità, rigore, lavoro responsabile: devo dichiarare la traccia dei temi nella circostanza poiché, risultata efficace in quella circostanza, io stessa ora la confermo in questa nota di lettura. Il libro introduce ad un romanzo di spessore decisamente storico: induce infatti a riflettere, nel segno della solidarietà scevra da ogni pregiudizio e strumentalità, anche sui grandi temi storici, nazione, nord-sud, lungo meridionalismo.
È un particolare versante di meridionalismo che l’autrice accoglie, e che subito si mette a fuoco cogliendo i legami culturali dichiarati in appendici e apparati: si vedano in particolare le lettere inviate da Rocco Scotellaro e dalla fidanzata Isabella Santangelo a Michele Prisco, custodite dalla Banca Popolare Pugliese. La postfazione (pp. 121-124) di Carmela Biscaglia, Direttrice a Tricarico del Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra” – sorto nel 2003 a 50 anni dalla morte del poeta – evidenzia l’apporto di Carmen Moscariello al «rinnovato interesse» che porta a riscoprire il progetto di Scotellaro ed interlocutori per la ricostruzione nel Sud dopo la guerra. Nelle tesi, nei provvedimenti, negli eventi effettivi, già oggetto di contese politiche, non si previde comunque, dice l’autrice, quanto oggi si constata: allora vinse di abbandonare gli agricoltori puntando su poche industrie e migrazioni in massa. Oggi «i ricchi industriali dopo aver ben spremuto il Paese migrano anch’essi» e «sono molti economisti a invocare il ritorno alla terra» (p. 43).
Se teniamo da parte appendici ed apparati, il corpo del libro consta di quattro capitoli, circa settanta pagine. Il titolo centra il tema in modo calzante: rifocalizzata «l’attenzione sul legame tra la Rosselli e Scotellaro» (così Biscaglia, p. 122), i due poeti sono proposti dall’autrice in un accostamento fecondo e determinante, per lo sviluppo letterario e storico che riguarda le lettere italiane in generale, oltre che le loro esistenze. Ma, nella profonda diversità delle storie e delle poetiche che ciascuno di loro elabora – e che l’autrice esamina soprattutto nel secondo capitolo – il contatto intenso e fugace conservò a distanza l’impulso costruttivo, originale per ciascuno: Destini sincronici continuarono a guidarli, poiché molte rispondenze, elaborazioni, esplorazioni si assomigliano, quasi che un campo magnetico comune continuasse ad inscriverli, nella lontananza di fatto di luogo e di tempo.
Il tempo, anzi, diventa baratro, con la morte precoce di Scotellaro nel 1953, giovane di trent’anni. Amelia Rosselli, di sette anni più giovane, prosegue, concludendo con il suicidio a Roma l’11 febbraio 1996, scegliendo il giorno anniversario del suicidio della scrittrice Sylvia Plath (1932-1963): è un’altra epoca la chiusura del XX secolo, rispetto al secondo Dopoguerra, per la storia del nostro Paese e per quella del mondo, con l’evoluzione profonda dei criteri concordati per i blocchi geopolitici dopo il secondo grande conflitto.


 

Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perchè gli uomini vi vivano, ha creato il deserto perché gli uomini vi ritrovino la propria anima.

 

 

Sinopsi dell’opera

La parabola del deserto

Di Carmen Moscariello

L’opera è tesa alla scoperta del senso nascosto delle cose.

E’ assoggettata al disordine della memoria, alimentata da  una scintilla di speranza che crea  fuochi di passioni. Si contrappongono alcuni passaggi e ricostruzioni, demoliti da scosse  distruttive, per dare voce alla preghiera dei ruscelli,  al nettare d’agave e a cogliere la luce di Dio dalla polvere dei venti del deserto. L’opera attraverso il racconto della vita di Charles de Foucauld esplora il senso della vita e aspira  a realizzare  la presa di coscienza del valore della  nostra esistenza. Si pone   in una costanza meditativa, come percorso e desiderio  di  abbandono del   mondo  desertificato.

La scrittrice apre le porte a un’analisi  spietata della profonda crisi di civiltà di tutto il mondo occidentale e non solo. C’è un’esigenza ariosa, asprigna, nell’ostinato desiderio di  dare  un obiettivo nobile alla vita. Si sceglie il deserto per disancorarsi, in un viaggio doloroso, ai limiti della morte. Gradualmente, i graffi della lotta contro i limiti della natura e dello spirito piegano e rivoluzionano l’intero modo di porsi davanti a Dio. L’autrice racconta un’esperienza effettivamente vissuta, quella dell’attraversamento del deserto del Sahara con lo scopo di raggiungere il Romitaggio di Charles Eugène De Foucauld, nei pressi di Assekrem. L’esperienza assume con gradualità i colori della fratellanza e sviluppa per il popolo Tuareg un grande amore. Cè nella scrittura un’oscillazione tra la poesia e  il pensiero meditativo-filosofico dando ampio spazio alla speranza.

Il tema della vita, quello religioso e dell’amore hanno  un ruolo determinante, testimone ne sono le dune  del deserto. Questi lembi formano una rete densa di significati i cui fili s’intrecciano senza sciogliersi e portano un’anima quasi dannata ad abbracciare la croce di Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché bando alle chiacchiere, signori miei: l'infelicità non ha solo il volto della fame e del freddo. Ha anche quello della solitudine che gela quando appartieni a un mondo scomparso o incompreso, quando sei costretto a vivere in un ambiente nel quale non ti riconosci e vieni schernito ridicolizzato perseguitato dalla volgarità.

(Oriana Fallaci)

 

 

 

Foto di Carmen Moscariello

 

Il Sacro nel cuore di Carmen Moscariello

 


Il Sacro nel cuore.

Di Carmen Moscariello

 

Da molti anni trascorro con la mia famiglia il mese d’agosto a Pescocostanzo. Fin dai primi tempi ci siamo prenotate escursioni bellissime sui monti circostanti. L’amore per la montagna e la mia tendenza alla solitudine mi portavano alle cinque del mattino a partire per l’ignoto. Solo quando andavo con le guide sapevo esattamente i luoghi che si andavano a vedere. Quando partivo da sola “le mete” (cercavo forse una meta?) erano incognite. Una mattina con la proprietaria dell’Albergo “il Gatto Bianco”, dove risiedevo per circa un mese e anche una decina di giorni a dicembre, mi aggregai a lei per andare a Sulmona è lì che …. faceva le spese importanti per l’albergo. Per il ritorno ci davamo appuntamento in un posto ben preciso per le 12, 30 . Io me ne andavo a bighellonare senza sapere cosa cercare. Di Sulmona sapevo quello che Ovidio ci racconta negli Amores  ….. e conoscevo bene ed amavo  il libro bellissimo di Ignazio Silone “L’avventura di un povero cristiano” Certo i versi di D’Annunzio erano una dolce nenia che aprivano il mio  cuore anche alla nostalgia, alla transumanza dei pastori montellesi prima dell’inverno che portavano le loro vacche a svernare in Puglia o in altri luoghi non troppo freddi.

Quando attraversavo le strade di Sulmona mi sovrastavano il monte della  Maiella con il monte Morrone che gli si sdraiava accanto come un amante lascivo, e le  immense montagne che mi attraevano e chiudevano in un caldo abbraccio la città di Sulmona . Ed ecco che Silone mi prendeva per mano e mi sussurrava “per raggiungere quei monti bisogna camminare a piedi, bisogna meritarseli, versare conche di sudore, come i pellegrini d’una volta, salire scendere risalire lunghe coste, provare la propria virtù. Non sono montagne per turisti, ma per eremiti; non per vacche ma per capre e serpi; montagne aride deserte, di poca erba, di gente povera”.

Le montagne di Pescocostanzo non erano troppo  dissimili da queste, avevano la pelle lucida e alle prime ore dell’alba brillavano come un gruzzolo di gioielli messi ad asciugare al sole. E, poi le aquile scendevano giù in picchiata come un aereo che voleva frantumarsi al suolo. Vivono di silenzi e sfidano il sole, ne raggiungevano la punta e si muovevano in girotondo. Per  scorgerle  di nuovo era necessario seguirle pazienti e anche noi  innamorati tra quegli aneliti divini. Qui riuscivo ad ascoltare anche il chiacchiericci dell’erba e il fruscio del vento tra le ginestre e altri arbusti pungenti ricchi di bacche. Erano così belle nel rosso e nel viola che ero sempre tentata di mangiarne qualcuna. Anche il fruscio delle serpi era una costante. Mi arrampicavo e poi stanca mi sedevo  e ascoltavo cantavo con loro con mille organi medievali le più dolci nenie al Signore.

I primi miei attraversamenti di Sulmona, mi portarono subito alla Badia Morronese o Celestiniana, quale incanto, quali emozioni trovarmi nei luoghi in cui visse Pietro da Morrone, non credevo che l’arte barocca abruzzese potesse essere così dominante nella casa dell’Eremita. Poi presi confidenza con le strade di montagna e a Sulmona cominciai a raggiungerla da sola. Diventò prevalente in me non tanto la ricerca di Ovidio, ma i luoghi di Pietro da Morrone. Per prima visitai l’eremo di Sant’Onofrio, un autentico fortino con centinaia di scalini stretti scavati nella montagna che portano a una piccola cappella e al lato quasi nascosto un piccolo umile giaciglio dove viveva , pregava, meditava, parlava con Dio San Pietro da Morrone.

Allora non pensavo di scrivere su Pietro da Morone, su San Pietro Celestino V, poi nel 2014 le dimissioni di Papa Benedetto XVI mi portarono spesso a riflettere sulle motivazioni che spinsero entrambi a rifiutare la cattedra di Pietro per scegliere il silenzio , la preghiera, la solitudine.

L’allontanamento dal mondo, forse anche gli ultimi anni di papa Benedetto XXVI furono vissuti da eremita, nel silenzio della scrittura e nell’immensità dei suoi studi teologici.  Attraverseremo nella luce della Grazia la vita di due grandi personalità diverse in tutto, ma accumunate dal “gran rifiuto”.

 

 


 

 

 

 

 

Celestino V nasce intorno al 1210. Diverse città se ne contendono i natali, tra cui Isernia, Sant’Angelo d’Alife e Sant’Angelo Limosano, località che secondo le testimonianze delle fonti potrebbe essere la più attendibile.

Undicesimo di dodici figli Pietro ha la possibilità di studiare con un magister, finchè all’età di 17 anni entra come oblato nel monastero di S.Maria in Faifoli. Dopo aver condotto per circa tre anni un’esperienza monastica di tipo cenobitico, la decisione di indirizzarsi verso un monachesimo eremitico spinge Pietro, poco più che ventenne, a lasciare la terra di origine e a partire alla volta di Roma per chiedere al papa Gregorio IX l’autorizzazione a proseguire il suo percorso di fede nella solitudine dell’eremo. L’itinerario di Pietro, attraverso un antico tratturo, tocca Pescolanciano, Castel di Sangro e la Maiella, dove il monaco decide di fermarsi e di sperimentare la vita eremitica, passando qualche anno sul monte Palleno (oggi Porrara).
Intorno agli anni 1233-1234 si reca a Roma, dove riceve l’ordinazione sacerdotale.
Tornato a Sulmona, sceglie un rifugio sul monte Morrone, passandoci alcuni anni. Qui, nei luoghi in cui sorgerà un monastero dedicato a Santo Spirito, oggi noto come Badia Morronese, fonda una piccola comunità di eremiti che provvede alla propria sussistenza mettendo a coltura il territorio circostante. Questo modello di vita  vicino a un’organizzazione cenobitica  e l’accorrere dei fedeli, attirati dalla fama della sua santità e dei miracoli che egli compie, lo persuade a cercare altrove la solitudine. Pertanto, verosimilmente intorno al 1245, accompagnato dai confratelli Francesco d’Atri e Angiolo di Caramanico, trova a Roccamorice un luogo isolato dove fondare un nuovo eremo, lì dove alcuni anni più tardi sorgerà Santo Spirito a Maiella.
L’accorrere di molti giovani, desiderosi di diventare suoi discepoli, spinge Pietro a rinnegare la sua scelta di vita iniziale per fondare una Congregazione con una regola ispirata a quella di san Benedetto, incentrata sull’obbedienza e sulla penitenza. Il 22 marzo 1275 il papa Gregorio X conferma la congregazione e le sue proprietà e nomina il monaco eremita unico capo.
Casa madre della congregazione, denominata “dei monaci eremiti”, è Santo Spirito a Maiella: qui, poco dopo il suo ritorno da Lione, negli anni tra il 1275 e il 1277, Pietro convoca il primo Capitolo Generale, in cui è confermato come priore e sono approvate le Costituzioni, che indirizzano la congregazione verso un’organizzazione stabile, il possesso dei beni e l’assistenza ai poveri, allontanandola dalla primitiva vocazione eremitica. Pietro. dopo essere stato abate di Faifoli e poi di San Giovanni in Piano (in Puglia), nel 1281 figura di nuovo come priore di Santo Spirito a Maiella. Negli anni successivi dimora nel massiccio della Maiella, ritirandosi dapprima nell’eremo di San Bartolomeo in Legio, per poi trovare un rifugio più isolato nell’eremo di San Giovanni all’Orfento.
Nel 1293 Pietro trasferisce la casa madre da Santo Spirito a Maiella a Santo Spirito del Morrone. Su questo monte fonda l’eremo di Sant’Onofrio, dove riceverà la comunicazione dell’elezione papale. Questa viene decretata, a due anni dalla morte del papa Niccolò IV, dal conclave dei cardinali riuniti a Perugia, comunicata a Pietro da una delegazione presieduta dall’arcivescovo di Lione e composta da tre vescovi e due notai, e celebrata a L’Aquila nella basilica di Collemaggio con una cerimonia di incoronazione. E’ lo stesso Pietro, persuaso da Carlo II d’Angiò, tempestivamente giunto a Sulmona insieme al figlio Carlo Martello a volere che questa avvenga a L’Aquila. L’incoronazione ha luogo il 29 agosto 1294, festa del martirio di Giovanni Battista, figura che aveva sempre rappresentato per il monaco anacoreta un modello di vita eremitica. Pietro assume il nome di Celestino, forse a ricordo di Celestino III, che aveva autorizzato la fondazione dell’ordine di Gioacchino da Fiore, le cui attese di “un’età dello Spirito” erano in linea con la profonda spiritualità del neo papa. Nel giorno dell’incoronazione Celestino concede l’indulgenza plenaria a coloro che tra i vespri della vigilia della festa della decollazione di Giovanni (il 28 giugno) e quelli immediatamente successivi alla festa (29 agosto) avessero visitato la chiesa di Santa Maria di Collemaggio, emanando il 29 settembre la bolla “Inter sanctorum solemnia”. Rimane all’Aquila fino al 5 ottobre, per poi cedere alle pressioni di Carlo II e trasferirsi con alcuni cardinali a Napoli.
Il pontificato si rivela per Celestino difficoltoso e lontano dalle sue aspirazioni eremitiche: l’autorità pontificia, se da un lato gli permette di perseguire gli alti ideali spirituali favorendo i Celestini e sottraendo i Francescani Spirituali alla persecuzione della curia, dall’altro lo sottopone alle ingerenze del sovrano angioino Carlo II. La risoluzione di abbandonare la veste pontificia si concretizza in una rinuncia ufficiale, il 13 dicembre 1294, davanti ai cardinali riuniti in concistoro. Tuttavia questa decisione non segna il ritorno alla vita eremitica: il nuovo papa, Bonifacio VIII, timoroso che la presenza di Celestino avrebbe potuto fomentare mire scismatiche, gli impone di recarsi a Roma. Celestino, dopo un breve periodo passato a Sant’Onofrio, è costretto a tentare la fuga in Grecia, ma viene arrestato a Vieste. Rinchiuso nella rocca di Fumone, muore il 19 maggio 1296. Il suo corpo, portato in un primo tempo nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Ferentino (1296), viene traslato a Sant’Agata (1327), e da qui un mese dopo trafugato dai monaci celestini e portato, il 15 febbraio del 1327, a Santa Maria di Collemaggio all’Aquila.
Celestino riceve una duplice canonizzazione: nel 1313 come eremita con il titolo di C

“Confessore”, da Clemente V e solo nel 1668 viene canonizzato come papa da Clemente IX.

 

 Vietata qualsiasi riproduzione.

 

 

 

 


lunedì 13 aprile 2026

Che farei io senza l'assurdo? di Carmen Moscariello

 

Che farei io senza l’assurdo?

I calanchi lucani hanno da cantare una nenia di protesta e d’amore. I contadini del Sud battono sulla pietra il ritmo misterico

lento e duro del canto popolare che racconta di un secolare calvario.

Un condensato della storia contadina che trova riscontro nel libro

di denunzia di Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli, ma anche in fatti

modernissimi, come testimonia il magico suono della voce in quartetto

di violini e pianoforte di Sting (Every breath you take), che crea confluenze

sincroniche. La musica, il canto possono essere con il pensiero

di Jung, che focalizzò “la sincronicità” come transito armonico di vite

parallele nel fluido universo, strumenti per meglio comprendere la

sorte di un popolo che ha le sue radici in neolitiche pietre. Movimento

atemporale e non rispondente alla legge filosofica di “causa ed effetto”,

dove le monadi languiscono nella loro devastante solitudine, e l’atomo

ha vita solo se legato a tanti atomi, i legami percepiti o nascosti fluiscono

nel pensiero di chi vive.

A spiegare questi apparenti impossibili incontri, non è solo la

psicanalisi, ma anche la musica di Sting in Synchronicity, 1983 The police,

qui i ritmi congiungono, capovolgono, costruiscono vita là dove c’era

la morte e lo scarabeo junghiano (Sincronicità, come principio di nessi

acasuali, Jung, 1952, Naturerklarung und Psyche) diviene il simbolo

dell’imprevisto, del magico incontro, di archetipi, di racconti tessuti

davanti ai focolai della vita.

La magia delle terre di Lucania, le colline erose, con orbite oculari

accecate dalla chiarezza del cielo e dalle abbondanti nevicate, le

gole tra le montagne attraversate dalla luna che ulula ai cani e la gente

(ancora oggi) un po’ smarrita, un po’ gitana, abituata ai silenzi e alle

parole del vento e della neve: tutto questo ha creato durante il fasci-

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2 Frida Kahlo (1907-1954), Mostra alle Scuderie del Quirinale, aprile 2014. smo e nel dopoguerra occasioni di incontri importanti di uomini e

donne che hanno fatto la storia.

La terra di Lucania fu destinata un tempo (quello che andiamo a

narrare) a magici fatti. Qui tra i pastori e i contadini giunsero gli esiliati

(la Lucania ne ospitò 2500), studiosi, anarchici, gli eroi di Giustizia e

Libertà e qui Rocco Scotellaro attese e accolse nella propria casa Carlo

Levi, Adriano Olivetti, Manlio Rossi Doria, Friedrich George Friedman,

George Peck3; qui egli conobbe i personaggi più famosi della sua terra

e del Sud in generale: Leonardo Sinisgalli, Maria Padula, Giuseppe Antonello

Leone, Mimì Bonelli, Giorgia De Cousandier, Filippo Borra.

Qui, portò Amelia Rosselli per farla conoscere alla madre, più tardi.

Vite sincroniche che si inseguono creando e progettando per il

Sud un tempo nuovo, aperto alla speranza; un’idea di libertà che

avrebbe affrancato i braccianti del Sud dalla miseria: per gli emigranti

del Sud, per i cafoni del Sud si pensò a un nuovo avvenire.

Fu questa terra patria e famiglia per esiliati che il fascismo voleva

condannati al dolore della solitudine e invece essi divennero parte integrante

di quei luoghi, da esiliati si trasformarono in maestri, medici

per le piaghe fisiche, in essa maturarono le idee che migliorarono il nostro

Paese, che contribuirono a distruggere il fascismo; furono queste

personalità ad occupare, dopo la guerra, posti importanti nel Parlamento

della Repubblica e nella società civile, determinando la rinascita

dalle macerie dell’Italia e, insieme ai nuovi partiti nati nel dopoguerra,

studiarono il dramma della povertà e come sconfiggere le malattie causate

dall’inedia della miseria e annientare l’analfabetismo

E ancora ci sovvengono le parole della canzone di Sting: non solo

parole d’amore, ma di denunzia, di appoggio alle lotte sindacali del

suo tempo. Una musica che sembra scritta per Rocco Scotellaro, dolce,

ma anche sinistra (come la definì Sting in un’intervista), parole

d’amore e morte, di un ciclo senza fine che ripercorre e rincorre infinite

stagioni, anche oltre la morte. Percorsi che hanno determinato il

destino di molti; eventi storici drammatici, per tanti aspetti, che hanno gettato semi insperati in terre deserte, popolate dalle ortiche ustionanti;

terre aride e abbandonate in un Meridione che nel decennio

giolittiano era considerato una palla di piombo al piede dell’ Italia. I

meridionali erano visti come esseri inferiori, barbari, buoni a nulla,

briganti. Tra quei sassi abbandonati da Dio apparve il cuore nascosto

di una civiltà sconosciuta all’Italia e al mondo, grandi uomini e anche

donne come Camilla Ravera4, determinarono più tardi quella Riforma

agraria, che seppur criticabile, (cosa che lo stesso Rocco Scotellaro

farà) costituirà una svolta, una volontà di porsi il problema de Sud e

risolverlo.

Non ci fu solo la Riforma agraria, ad essa si accompagnò una crescita

culturale irrefrenabile, tanto che oggi Matera, la Città dei Sassi

è stata dichiarata dall’UNESCO nel 1993 Patrimonio dell’Umanità e,

più tardi, nel 2019, diventerà Capitale della cultura (17 ottobre 2014).

La Basilicata con il suo capoluogo è un centro culturale al quale il

mondo intero guarda.

Questa crescita è stata dovuta al sacrificio di molte vite e a un coraggio

indescrivibile, con una fede in valori umani, storici di fondamentale

importanza, anche per tutto il Sud d’Italia; non solo, essa,

con le personalità che andiamo a raccontare, è stata trait d’union al

nord dell’Italia: grazie ai piemontesi esiliati si comprese che il Sud

aveva solo una cultura diversa e le sue miserie nascevano da secoli di

sfruttamento e di abbandono.

13

4 Camilla Ravera, nata ad Acqui Terme (Alessandria) nel 1889, morta a

Roma nel 1988, arrestata nel 1930, fu esiliata a Ventotene e Ponza, dove conobbe

il suo compagno Umberto Terracini, anch’egli al confino; qui sullo “Scoglio” divise

il confino anche con Sandro Pertini, Ursula Hirschmann, Ada Rossi, Maria

Boroncini, Giovanna Martorano, Adele Bei e tantissimi altri antifascisti. Ammalatasi

di tubercolosi e di cuore per gli stenti subiti in carcere (condannata a 15

anni, ne scontò cinque), dopo la guerra passava i suoi giorni di riposo a Formia

in località San Remigio. Era una donna delicata con sguardo trasparente, un

corpo minuto che aveva resistito agli stenti del carcere e del confino, una rivoluzionaria

con tempra durissima, con ideali inespugnabili. Fu esiliata in Lucania

prima a San Giorgio Lucano, dove vi approdò il 2 novembre del 1936, poi a Montalbano

Jonico. Qui le fu impedito qualsiasi contatto umano. Fu insegnante, giornalista,

nominata senatrice a vita da Pertini, scacciata con Terracini dal PCI nel

1939, partito che con Gramsci lei stessa aveva contribuito a fondare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 Antropologo, attento studioso (filosofo tedesco-americano) dei contadini

del Sud; negli anni Cinquanta del secolo scorso si dedicò allo studio antropologico

di queste popolazioni. Si occupò del problema anche dopo gli anni 50 con

un’attenta analisi della civiltà contadina, dei “limiti” che la povertà impone e di

quali capacità occ

mercoledì 1 aprile 2026

David Maria Turoldo: Il Dio infelice. Nota di Carmen Moscariello

 

David Maria Turoldo

Il Dio infelice nella poesia di David Maria Turoldo

Di Carmen Moscariello

Quasi un testamento i Canti Ultimi di David Maria Turoldo: non hanno interrotto il colloquio intenso e inquieto del Salmista col suo Interlocutore preferito. Nei versi, Dio è inseguito, amato: penetra in ogni respiro, eclissandosi talvolta nel Nulla, per riaffiorare, poi, più forte nella speranza e nella instancabile ricerca. Sapere, conoscere, indagare, scoprire il divino nella delicatezza dei fiori nel canto dei fiumi, nel silenzio tortuoso dell’anima  è per il “Servo di Maria”(padre David appartenne alla Congregazione dei servi di Maria e più tardi fondò insieme a Padre Camillo De Diaz “La Corsia dei servi”) fine principale della sua vita e dell’impegno etico-sociale e religioso che animò la sua esistenza.  La precisa essenzialità del verso racchiude la realizzazione catartica del Bene in quella “vita che non finisce” (Ultima (Ultima Omelia di padre David) e che come un fiume si congiunge felice ed errabonda al mare. A partire dalle sue prime pubblicazioni: Una casa di fango (1951),Tempo dello spirito (1966)e, più tardi, Il diavolo sul pennacolo (1968), fino ad arrivare a O sensi miei (1990), opera quest’ultima che racchiude il meglio del suo poetare, si coglie un misticismo che ha dello sconvolgente, un non umano, in quanto conserva in sé una tempesta d’amore che invade ogni cosa al suo contatto e in contemporanea una temerarietà di ricerca, un tormentato porsi del suo Essere di fronte al mondo e alla Deità. Padre David negli ultimi suoi anni di vita (1990-1992), nonostante il suo corpo fosse divorato dal cancro, ha donato alla Poesia una scrittura escatologica che è emersa chiara , quasi un miracolo, soprattutto nelle due ultime sue pubblicazioni: Anche Dio è infelice  e in Canti Ultimi. Quest’ultima opera è un testamento di fede e di vita partecipata : le due voci, senza contrapporsi, generano un’ansiosa purificata sofferenza, un dilagare del Nulla che non riveste più i segni del Dio negativo, ma è un naturale scorrere verso il Dio –Amore. Il pensiero è rafforzato dalla semplicità evangelica del verso che permette il travolgimento emozionale non solo agli addetti alla Poesia, ma “in primo luogo alla sete di anime disposte a trarre illuminazione e conforto. Per questo possiamo dire che la sua opera sia destinata oggettivamente a un pubblico assai più vasto che il “pur eletto pubblico della Poesia “(Giovanni Giudice, prefazione a Canti Ultimi” )Così la densità dell’amore è attraversata da un’inquietudine vogliosa di abbracciare ilo suo Dio: “…da tutta una vita: solo silenzio/E ancor di più/a cercar di immaginarlo/per dispormi/ all’atteso incontro” (Così da tutta una vita pg 64).Il tono pacato diaristico dei versi non attenua la bramosia di Dio: il lettore se ne sente coinvolto, quasi nutrito da un cordone ombelicale, senza che la paura per l’Oceano nero del Nulla possa sopraffare sul desiderio: Non un nome non un volto/gli conviene; e il salmista/si strazia e grida/mostrami il tuo volto/il tuo volto io cerco Signore” (E’ lui che incombe”pg 62).Ma, non solo, il cuore del Santo delira, anche il corpo si inebria nella ricerca di Dio. Questi Canti di congedo dal mondo determinano una prospettiva nuova che il Poeta, il saggista, il commentatore di testi sacri Turoldo consegna contemporaneamente al lettore e al suo Dio. Il Salmista sopra il tumulto mentale canta con il fervore dei grandi mistici, ma il canto è troppo spesso interrotto dai singhiozzi e il dolore si fa così grande che investe anche il divino: Tu non sei quello che noi crediamo: insieme, Tu e noi infelici (salmodia prima, pg 67). E a questo punto è giusto chiedersi “…. Se l’angelo di questa appassionata teomachia  turoldiana sia veramente l’alata presenza del Divino o al contrario e in definitiva l’inquietante (è il meno che si possa dire)aleggiare del Nulla” (Luciano Erba in Poesia, Crocetti  pg 61, 1992). L’interrogativo si fa più pressante nel poemetto eretico Prorsus et versus  (canti ultimi pg 67) che in un misto di prosa e poesia pone l’accento sul terrestre spirito Euclideo, nel disperato sforzo di rigenerare il creato dal caos al mondo delle forme.

Pubblicato da Nord Sud, Direttore responsabile Renato Pecora , anno XXXIX, Edizioni Scientifiche)

domenica 29 marzo 2026

Stabat Mater di Carmen Moscariello




 

Fragmenta in Passione







 

Stabat mater

Di

Carmen Moscariello

Coro:

La pelle

della luna aprì

arcuati

i raggi alla notte

dai lunghi artigl.

 

Né c’è scampo per il ricco epulone,

né ai tortuosi ossiuri della parola

la montagna si spaccò1 attraversata dal dolore

I pesci

nel mare annerito

dalla centrale   boccheggiarono

per l’ultima volta, tra anse al mercurio

pinne

in preghiera cullarono

i cavalli marini

con boato terribile squarciò il mare

furioso

il cuore degli uomini

 

Maria

Cala ormai il velo ai tuoi

occhi, o Figlio prediletto,

né io posso alleviare il tuo dolore,

le spine trafiggono il tuo sguardo

ed io derelitta imploro di salvarti.

Assistere al dolore del proprio figlio

è pena che oltraggia l’Infinito

e le tue mani lontane alla mia fronte

che implora la tua benedizione

non vedi, Figlio di madre addolorata,

che essi con spade appuntite ti trafiggono il costato?

il sale arse il sole e i miei pensieri

Figlio di mamma disperata

volgi a me i tuoi occhi tanto belli

nel mio ventre ti portai

amen, risposi all’Angelo Annunziante

lucente protessi il mio ventre

benedetto dal Signore

 

La Folla

:

Crucifixo, iusta crucem,

Figlio di Dio, dov’è tuo padre?

menzognero ti scoprimmo e la croce

regalammo al re dei giudei

la croce, una corona, un diadema

di dolore, un foglio di sanscrito,

Figlio di madre sola, Figlio senza paura.

Maria:

polline in preghiera

è il mio cuore in polvere d’attesa

ai piedi della croce posi

lagrime diucleare del Garigliano, si sospetta essere causa di gravissimo

 

 

Non senti le urla dei dannati

salvati da loro

salva la tua madre sconsolata

le belve nell’ombra del tuo sangue

tradirono l’umile ancella

Giuda l’apostolo col bacio

e Pietro tre volte rinnegò il tuo amore

il gallo all’alba d’ardesia e a metà del giorno

tremano gli olivi

e le donne con manto di tènebra

congiungono in ginocchio il loro pianto

Pietà di noi! invoca nel buio;

la morte

sui tetti affila

il suo coltello!

Gesù.

Lascia, Madre mia, che io salga in Paradiso

il fiele l’ho bevuto e il mio corpo

la pietra del sepolcro già solleva

Io vado avanti per aprirti la porta

Madre non disperare.

Maria:

Figliuzzo di mamma tua, cuore d’amore

e gioia, come posso mai

vederti con i chiodi nelle mani?

Mani di fuoco e stelle

mani che benedicono,

mani che io strinsi al petto

Gesù:

La pietra del sepolcro

èe tu Madre mia

mi seguirai in gloria

Maria:

Mio figlio,

folgore d’ardore, è morto!

Sola son rimasta

tra le aborrite sentinelle

fuscello

al tuo sangue benedetto.

ti cerco! Ti piango! Ti stringo!

Gesù:

Virgo virgine praeclara

abbi fede nel Dio del cielo

Egli che atterra, suscita

il fuoco dello spirito;

al Getsemani portati

insieme alle altre donne

tu perdona,

se d’ottenere ardi la palma della vittoria

Maria:

Crudeli,

et me tibi sociare,

Fac, ut animae donetur

Paradisi Gloria

Gesù:

Stabat mater dolorosa

juxta crucem lacrimosa

 

 

 

Madre mia, Madre

di figlio doloroso,

che tu sia benedetta, Madre

prediletta, in trionfo tutte

le genti ti chiameranno beata.

20

Maria:

Figlio mio prediletto,

Figlio unico Figlio di madre

afflitta

scendi dalla croce.

Coro:

La terra trema;

scorre nei vicoli

la morte, latra l’ultimo respiro

le cateratte

inondano le case dell’uomo

la folla lo sputò

l’aceto bagnò

il cuore

all’uomo tradito

il sangue gocciolava,

sul fango

crebbero le bestemmie,

“per te” la croce, urlavano

il seme del dolore

attraversò cielo e terre

volsero gli occhi

al Padre suo

Maria:

Fac me plagis

vulnerari

fac me cruce inebriari

Et cruore Filii

Coro:

RCoro:

Rosa candida,

Rosa prediletta

Virgo virginum

21

Inebriata luce

Madre di dolore,

Figlia del tuo Figlio

presto

godrai

la luce del tuo figlio

proteggi le mamme

addolorate

i figli crocifissi sul polo del telegrafo

Mater lacrimosa volgi il tuo sguardo

agli umili

la speranza al mondo

dona.osa solo simulacro