La plage pour les ventes
Di
Carmen Moscariello
Lettera di Jeanne Hébuterne alla
figlia, prima di suicidarsi, subito dopo la morte di Modigliani. (Lettera
creata e inventata da Carmen Moscariello)
Parigi Montparnasse, tre del mattino
del 24 gennaio 1920
Mia carissima Figlia
Mia carissima Jeanne, figlia adorata,
ho le mani gonfie per il gelo, nel mio ventre il tuo fratellino scalpita,
vorrebbe venir fuori, ormai è pronto, sono arrivata quasi al nono mese di
gravidanza. Ti scrivo dall’appartamento della Rue de la Grande-Chaumière che mi ha vista donna amata, felice e
disperata con Dedo. E’ morto!
Io lo aspetterò al solito posto, né la
stanchezza estenuante di questa sera potrà distogliermi dai miei propositi. Fra
poco seguirò tuo padre, sarò calma, tranquilla, in modo che nessuno possa
sospettare. L’amore è un demone che mi possiede tutta, un gigante che
annienta ogni mio respiro, ogni pensiero: senza di lui non potrei
vivere, senza di lui c’è solo la morte. Egli era un figlio delle stelle , l’unica realtà che conosceva erano i suoi sogni.[1].
E’ lei, la morte, che già
da tempo ci adocchiava, mi ha confuso le idee, indebolito i l mio corpo.
Da giorni non tossiva più,
solo il respiro era divenuto impossibile e le sue forze erano del tutto
scomparse, non si alzava dal letto, non
beveva, non mangiava, non bestemmiava,
si teneva accucciato nel mio ventre, come se avessi dovuto partorire
anch’egli.
La curva dell’amore è un ramoscello stracolmo d’orgoglio: nessuno
mi fermerà, nemmeno questo vento fetido, che attraversa Parigi in ogni suo
spasimo. Lei città crudele non l’ ha
capito, l’ha deriso, emarginato. Che potevamo noi contro la sorte? Scalza
danzatrice, io l’ho consolato, curato, amato, parlai al vento e alla morte,
senza che essi avessero pietà! Oggi è la resa!
L’altra sera Ortis[2]ha
fatto sfondare la nostra porta di casa, poiché nessuno di noi aveva la forza di
rispondergli, Dedo aveva perso
conoscenza da molte ore. Il nostro amico si è
precipitato per la ripida scala per
chiamare il dottore, che ha dato l’ordine di ricoveralo immediatamente.
Lo hanno portato all’ospedale della Carità, in rue Jacob . Due giorni dopo, il
24 gennaio, alle ore 20,45 è spirato, ucciso da una meningite tubercolare. Ora,
la mia ansia è finita, mi guida un solo desiderio, egli
sa dove debbo andare, mi
attende, i miei piedi divenuti improvvisamente leggeri, sembra che già assaporino il volo. Ormai, non c’è scampo
per me. Invano ho tentato di morire prima di lui. Ieri mi ha fatto
rabbrividire, mi ha detto che l’alcool e la tisi l’avevano ormai divorato e che
gli restavano solo poche ore da vivere.
Non mi sono mossa dal suo capezzale, finché non me l’hanno
strappato dal seno. Egli, il più bello, il più dolce degli uomini, è morto. Il
suo cuore selvaggio e libero, la sua
testa, che tante volte accarezzai madida di sudore, mi avevano
lasciato. Il nostro è stato il
più grande e bello degli amori, da questo amore sei nata tu, mia dolce
Jeannette. Il mio artista squattrinato,
ebreo, alcolista e malato di TBC non era
l'uomo che i miei genitori avrebbero voluto per me, temevano, la sua
vita vissuta sulle lame di un rasoio, improbabile alchimista, lo
consideravano un debosciato, così mi urlavano
contro ogni volta che venivano a cercarmi. Mio fratello bestemmiava il giorno
che me l’aveva fatto conoscere, voleva
ucciderlo, quando si accorse dei lividi
sul mio corpo che io avevo cercato, invano,
di nascondere; erano i lividi
provocati dalla sua violenza: l’alcool non gli faceva più comprendere la
bellezza del nostro amore, egli si
ribellava alla morte e lo manifestava con violenze terribili, prima di tutto
contro se stesso.
Nel nostro breve soggiorno in Costa Azzurra, ero già incinta di
te, egli fu premuroso e dolce, sperava di salvarsi, agognava a vivere con noi,
a farti da padre. In questo periodo non dovetti soffrire per i suoi continui
tradimenti, l’azzurro mare e il clima mite ci aiutava, l’aiutava a respirare e
liberarsi di quella tosse che lo lasciava senza fiato, quasi morto, più volte
lo soccorsi a Parigi nella nostra misera casa. Sembrava anche, che avesse dimenticata la sua ultima grande
passione per Beatrice Hastings che l’ aveva
lungamente consumato.
Quando all'inizio dell’anno (1918) mi accorsi di essere incinta,
egli subito chiese e pregò Zborowski di darci
una casa e un luogo decente dove tu potessi nascere ed egli curare la
sua tisi. Poverino, sperava di guarire per quanto tu fossi nata, quasi non
faceva più uso di droghe e alcool per
poterti stringere tra le braccia. Il 29
novembre del 1918 nascesti tu, presso la Maternitè di Nizza, decidemmo di darti
il mio nome, volevamo insieme eternarci in te. A fine maggio, lo salutai, era
il 31 del mese del 1919 , Modì rientrò a
Parigi, c’erano grandi progetti, sembrava che il cielo si aprisse per accoglierci
nella gioia e nel successo e nella
gloria. Rientrammo anche noi, qualche mese più tardi ero di nuovo incinta. Decidemmo che presto ci
saremmo sposati, Modì aveva richiesto i documenti necessari a Livorno, nel contempo firmammo un impegno di sposalizio
alla presenza dei testimoni Zborowski e Czechowska. Fu questo un periodo molto
intenso, per qualche mese dimenticammo la malattia e ci sembrò tutto possibile:
c’era anche per noi un futuro! Anche i quadri di Modì stavano trovando un
mercato e molti amatori, le mostre ospitavano i suoi dipinti. In questo
periodo, creò le più importanti delle sue opere d’arte, mi raffigurò più
volte incinta, il mio corpo teso, sembrava in un ultimo spasimo; forse in quel
quadro c’era già la morte,
ieratico, il mio volto era pallido,
quasi diafano.
Sono stata sua allieva e
amante, ho posato per lui. Noce di
Cocco, così mi chiamava; ed io docile
abbandonavo il mio corpo, egli posizionava il mio collo, lo rivestiva con una
collana verde, posizionava le mie mani, affinché, il suo pennello mi eternasse. L’ho seguito e aspettato nelle
sue peregrinazioni notturne. Sfinito
l’accoglievo, lo ripulivo dei suoi affanni, purtroppo, si preparava da tempo a varcare la grande linea d’ombra. Ora questo tempo
d’assenza mi uccide, anche se egli è morto da poche ore. Nell’assenza del tempo
io sono già morta, mi troverà nei nuovi
campi elisi ad attenderlo, anche lì lo laverò con acqua calda e ravviverò con carezze i suoi riccioli. Senza
tregua mi stringerò alla sua mano per mai più abbandonarla. Il basaltico delle
tombe non costituirà limite al nostro sentire; perciò, tu non piangere, pensaci
felice, e quello che per tutti sembrerà un sacrificio doloroso, tu
guardalo oltre il tempo. E’ stata la
nostra una immane tempesta.
Le mie opere, come le
sue, già stanno trovando la loro strada
e vengono esposte con quelle di Picasso. Fra radici di cielo le nostre linee
hanno creato una nuova alba, un connubio di mestizia e salsedine: tutto si è
trasformato in luce.
Tu, piccola mia, ora non potrai
capire, ma poi tutto ti sarà chiaro, leggilo nelle nostre opere, nei disegni,
sui vascelli incatenati delle nostre mani, nelle nebbie conturbanti di Parigi e
nelle acque della Senna che continueranno a scorrere ombrose e lente nelle nostre vene.
Tuo padre diceva che le piante più belle per dare frutto hanno
bisogno di ambienti adatti, ebbene Parigi è stata la nostra alcova, una forza
allotria, ci ha dannati e esaltati fino allo spasimo. Il pericolo di
un’esistenza a bordo dell’abisso è stato così per entrambi, il mio destino si è
compiuto, perché io l’ho voluto. Le pietre del nostro dolore sono state anche
pegni d’amore. Lo spaesamento subìto è stato anch’esso frutto di un’arte nuova,
mai vista o pensata da alcuno. Maudit voleva l’assoluto e voleva eternarlo con
strumenti sconosciuti, era cosciente, orgoglioso di esprimere il meglio
dell’arte e della scultura. Sciamanico, nel dedalo di forme egli scelse la
linea armonica, amò soprattutto rappresentare il corpo nudo della donna, la
svestiva per scavargli dentro, cogliere quell’umore sublime che faccia sentire ,fin nelle ossa, che cosa sia
veramente la vita. Nelle linee egli incorporava le malinconie
del cuore, annullando spazio e
tempo, il corpo si abbandonava a una mestizia misteriosa, si consegnava
all’artista. Recidere, recidersi in un ossimorico duello o nel delicato canto
della sirena, dove anima e corpo non sono più su due livelli, ma cedono a un
totale turbamento, a un’estasi lenta, prima di un orgasmo, o prima della morte.
E’ morto verso sera, ha scelto ancora una volta la notte per
lasciarmi da sola. Ti scrivo i miei e i suoi ultimi desideri, affido a te il
nostro testamento. Mi sto anche preparando per andare da Zborowski per le ultime raccomandazioni, poi, per darti il mio ultimo abbraccio. Ho
salutato anche Kisling e Concteau, erano
lì, ai piedi del suo letto e che a
un mio urlo, avvertirono anch’essi un
artiglio che li penetrava. Ma ho insistito perché uscissero di nuovo dalla
stanza; le mie parole d’amore non volevano testimoni, dovevo rinnovargli la
promessa.
Ho appena lasciato
l’obitorio, ho invocato tutte le mie forze per smuovermi dal suo giaciglio, un
punteruolo mi ha attraversato tutto il corpo, brividi pungono le mie gambe e i
miei occhi, sembra che tanti piccoli spilli mi attraversino dentro e fuori, ho
sperato di morire, ho invocato il cielo che mi inghiottisse come una farfalla
dal vento d’autunno. Tutti i suoi
amici hanno aperto le porte e mi hanno
soccorso, strappandomi a lui. La morte, visitatrice degli abissi , lo ha sempre affascinato, l’ha
sfidata ogn’ora nelle trasparenze dell’acqua, nella violenza dei venti che si
abbattevano sulle nostre finestre chiuse, nei
sibili che sfiancavano gli orifizi della vita. “Noce di cocco”- mi
ripeteva, accarezzando i miei seni, mentre,
l’arsura del vino si placava al mattino e riapriva la finestra ai venti.
Diceva: “vieni a posare per me, lascia che accarezzi ancora il tuo corpo”. Ore
e ore, lasciava che mi adagiassi,
quale bianca ghirlanda e poneva il mio collo, come se esso fosse altro
da me e prima lo modellava con le sue mani, lo scolpiva, gli dava eleganza e lo
volgeva verso orizzonti di grano. Improvvisamente il vento entrava nella stanza
nera e la sua voce ululava, tra i
profumi dei nostri corpi. Distesa, attendevo il mio dio, lo placavo e lo
esaltavo, il mio corpo era un giunco divino nel cielo senza orizzonti, solo lo affascinava il mio
corpo nudo, nessun segreto gli era
vietato. Qui vengono a finire tutti i dolori, tutto fu
dimenticato in quei cieli di Nizza, ho sperato di intrecciare in
eterno la mia vita alla sua, mi denudai ,come i fiori in autunno, e
incinta non pensai ai venti contrari. Fuggono ora gli uccelli presaghi,
gridano l’estremo dolore: ancorata, non voglio altri approdi. Ti cullerò,
raggomitolata ai miei sogni. I suoi
occhi attraversati dalle foglie cupe dell’autunno, troveranno riparo, il vento
non potrà più frustrarli, inermi essi troveranno respiro, e il suo nome, che
tutti ameranno, toccherà ogni periferia
del mondo.
Galoppa il mio dolore. Mi annienta, figlia mia, il pensiero di
lasciarti.
Ho insistito perché mi
lasciassero ancora sola con lui,
dovevo rinnovargli la promessa, gli
sussurrai all’orecchio che giammai
l’avrei lasciato solo. Poi abbandonai il misero giaciglio, mi incamminai con
molta fatica e composta nel mio abito nero, mi feci accompagnare a casa da mio
padre. La notte fu terribile, il gelo si era impossessato del mio corpo, ben
prima che io me ne andassi . La mia testa
farfugliava il tuo nome. Non dormii un solo istante, il pensiero di
lasciarti mi lacerava con singhiozzi furiosi, eppure, senza lacrime. Egli mi
appariva su quel giaciglio miserevole
dell’ospedale, maleodorante e al buio. La vestale della morte era lì perentoria, dettava ordini
chiari, non c’erano spazi per recriminazioni o pianti. Così mi preparai al mio
triste destino, i miei piedi li sentivo
di marmo, quasi non mi permettevano di raggiungere il davanzale del balcone, al
fine il vento lo spalancò e tutto il gelo di quella notte di gennaio mi
travolse, facendomi quasi perdere il senno. Di Noce di Cocco non era rimasto
più niente. Mi ricordai, proprio in quell’attimo che qualcuno mi aveva prenotato un letto in ospedale per farmi partorire. Accarezzai il mio
ventre, il bimbo palpitò, sembrò che anch’egli
fosse attraversato da una scheggia di luna. Il mio corpo avanzava lento, grande, goffo, aveva una camminata barcollante, zoppicante, ma decisa.
In questo momento, che per
me sarebbe dovuto essere tragico, mi sorpresi a
pensare alle tante donne che l’avevano amato, ero gelosa di lui anche dei suoi ricordi,
soprattutto invidiavo i sentimenti che lo avevano legato ad Anna Achmatova[3], sua
giovanissima amica, ho trovato tra le sue carte le tante poesie e lettere d’amore che, anche
oltre l’incontro di Parigi, la poetessa le aveva scritto.
Anch’egli parlava spesso
della bella poetessa, appena sposata al poeta Nikolaj Gumilev, era in viaggio
di nozze a Parigi, qui si incontrarono
nel 1906 e poi nel 1910. Nella sua breve vita vennero altre donne che
riscaldarono il suo letto, furono donne di una sera, Maud, Margherita, Marie,
Elvire, Thora, Lucienne, Gaby, di molte di esse non rimase traccia, furono compagne di sbronze o di
hashish,
a volte, esse provvidero a lui
offrendogli un letto e un po’ di cibo.
La sua povertà era temuta dai miei genitori, che non capirono mai il suo senso del decoro e
la sua dignità che facevano parte di ogni suo respiro, tantomeno, compresero la
grandezza della sua arte. Ora che c’è solo la sua ombra e un corpo distrutto
dalla malattia, forse potranno leggere sereni le sue opere, capirne l’alta
ispirazioni, esse potranno raccontare la sua grandezza.
Le sue creature meravigliose che
non nacquero solo dalla perfezione delle linee, dall’azzardo armonico,
come un concerto di Bach, ma la sua arte germogliò dal cuore, non fu impressionismo, né
spavalderia del nuovo, i suoi quadri furono generati dalla sua dimensione
archetipa, è lì che trovarono concretezza e poi
furono realizzati nell’assoluta originalità della linea. La sua vita,
travolta da valori estremi, impossibili per qualsiasi uomo, egli, quei valori
li rendeva fattibili. La sua arte non fu
quella di Picasso, né quella degli Impressionisti; i mercanti d’arte non
compravano le sue opere, perché sembravano non partorite dalle rive di
Montparnasse. Era Narciso, si specchiava
nei miei occhi, odorava i miei capelli, Noce di Cocco era la sua opera d’arte,
il punto di incontro e di arrivo di tutti i suoi sacrifici, delle ricerche
megalomane, della risata fragorosa, dei suoi abbattimenti. Le sue strade erano percorsi impossibili, che
gli altri nemmeno volevano vedere, spesso lo detestavano, accusandolo di
un’arte approssimativa, nata da un drogato, ubriacone. La sua vita è stata una
vita maledetta, come si addice agli artisti romantici, il suo Sturm und
drang era l’espressione pura di un
ideale. Il suo modo di essere fu molto
impopolare: Picasso lo guardava con disprezzo, nemmeno lo invitava alle sue feste
e, quando Modì si presentava comunque, alla sua
prima chiassosa rissa lo faceva buttare fuori tra i rifiuti, nella
pioggia gelida di Parigi. La sua fuga dalla famiglia e dall’Italia, non avvenne
per mancanza d’amore, o, perché Modì non amasse la sua famiglia, alla quale,
invece, era profondamente legato, se lasciò la sua casa e corse a Parigi, fu
perché era convinto che il seme potente dell’arte dovesse trovare un
particolare terreno per germogliare.
Vivere nel furore della
creatività, in un luogo dove si concentravano tutte le energie del bello, lo
portarono alla decisione di trasferirsi a Parigi, che considerava l’emblema del
mondo, vi approdò subito dopo Venezia nel 1906; non di una fuga, dunque, deve
parlarsi, ma di un amore, di una passione che andava partorita in un
determinato luogo.
Ma, tu, figlia mia, quando
ti renderai conto della mia e della sua morte, chiedi rifugio dalla tua nonna
materna, lì troverai il profumo di tuo padre, i luoghi che, poi, effettivamente
l’hanno reso così grande. La sua vita bohémienne che l’ affascinava e uccideva,
l’assenzio e la sua supponenza che
spesso lo trasformavano in uomo
violento, incapace di relazionarsi,
fecero si che spesso sentisse Parigi
come sua nemica, per essa nutrì amore e
odio. L’ambiente di Montmartre e Montparnasse
era promiscuo; c’erano tanti
artisti, poeti, musicisti, scultori, pittori in cerca di fama e di nutrimento
alla loro creatività, ma con essi c’erano
anche il vino, le prostitute, la
droga, locali ambigui, bettole, un volersi eternare e insieme perdere nel vizio e nella morte. Nonostante
ciò, tuo padre rimase sempre un ebreo sefardita: anche se,
per alcuni aspetti, fu alquanto sradicato dalla religione e anche dalla
stessa Livorno. I suoi legami erano soprattutto con il mare, le barche, il
porto, l’andare e venire delle onde, i gabbiani. Il maestrale, che tanto
nuoceva ai suoi polmoni malati, ma nei turbinii di questo, il giovane fanciullo
amava perdersi. Lasciava che la sua forza misteriosa l’attraversasse
tutto, ludicamente prediligeva tutto ciò
che era mobile, attraversabile; contestava le lezioni dei suoi maestri che lo
portavano giovanissimo a disegnare gli angoli più belli e affascinanti di
Livorno, osava discutere con il suo
maestro Micheli, dal quale apprese che ogni luogo diveniva cangiante a secondo di
chi godeva di quella visione. Sentì fin da subito l’urgenza di una diversità di
intendere l’arte, di un qualcosa che non potesse essere rapportato a nulla del
passato. La madre l’osservava attenta, piangeva spesso per i polmoni deboli del giovane figlio; lei ne
sapeva qualcosa: dalla sua genia aveva ereditato quella terribile malattia; i
sintomi, anche lievi, l’allarmavano, i
primi segnali della febbre la proiettavano in una dolorosa costernazione,
spesso lo costringeva in casa, qui Modì poteva vedere il cielo e la strada da
dietro ai vetri della sua camera. Questo isolamento lo rendeva triste e
nervoso. Fin quando, durante un periodo di lunga e dolorosa malattia, si fece
promettere dalla madre che l’ avrebbe mandato a lezione di pittura e che gli
avrebbe comprato tela e pennelli, per poter dipingere. Pur di vederlo
sorridere, gli promise che avrebbe avuto tutto l’occorrente. Il nonno materno
gli garantì il pagamento delle lezioni di pittura dal più bravo maestro livornese. Gli predisse anche la sua
grandezza:” Un giorno il tuo nome sarà conosciuto e amato dal mondo intero, le
persone percorreranno chilometri per ammirare le tue opere. Sarai il più bravo
e, dunque, il più grande” Una predizione, figlia mia, che si avvererà,
purtroppo, solo dopo la sua morte. Il nonno dimenticò di precisare la lunghezza
dei tempi e il sacrificio della propria vita per l’ ideale di bellezza. Tu,
cara figlia, vai da tua nonna, lei meglio di me ti dirà tutto di tuo padre. In
questi pochi anni passati con lui, gli unici in cui ho conosciuto la vita, lo
vedevo a volte inquieto, gli piaceva improvvisare, muoversi senza obiettivi
precisi, spesso usciva per vedere un compratore, ma poi si dirigeva verso la
Senna o a bere in una bettola. Ma, abbiamo vissuto periodi felici, l’ ho visto
ridere, abbracciarti, costruire progetti per le nostre vite. Diceva che presto
ci avrebbe portato in Italia a conoscere la sua famiglia. Quanto abbiamo
parlato, discusso, analizzato, nulla mai è nato per caso, né per quanto attiene
alla mia arte, né per la sua, le onde muovevano da orizzonti archetipici e si
insinuavano morbide nei nostri pennelli. Non posso dirti della gioia dell’opera
(una delle ultime) che mi ritraeva incinta, lì si era calmato l’uragano, la
pazzia gli aveva lasciato una tregua. Quest’opera fu la prima ad essere
venduta, subito e a un prezzo che ci permise di sopravvivere per un lungo
periodo.
Quest’opera fu così bella che con essa vinse un premio, purtroppo
la morte ci impedirà di goderci il
plauso degli amici.
La nostra vita stava per
concludersi: il delirio non l’abbandonava mai, cercavo di scaldarlo, al fine il
rantolo smise.
In pochi minuti la notizia
della sua morte di Modigliani invase Parigi, tutti quelli che l’avevano amato,
ma anche chi gli aveva dimostrato disprezzo, tutti lo piangevano, consapevoli
della morte del più grande artista, il più grande di tutti. Mi dissero che
l’avrebbero seppellito al cimitero di Père-Lachaise, gli amici avevano raccolto un po’ di denaro
per risparmiargli l’umiliazione della fossa comune, anche il fratello rispose
da Livorno al telegramma di Kisling, affinché gli dessero degna sepoltura,
avrebbe lui provveduto a tutto. La morte anticipò di poco il grande successo
per le sue opere, negli ultimi mesi
c’erano state buone speranze, eravamo
certi che per noi stava per finire il periodo di così grande miseria.
Nell’ultima mostra sembrava che Parigi si fosse finalmente accorta
dell’arte di Modigliani, tutti i suoi quadri furono venduti . Già Francis Carco
il 15 luglio del 1919 nell’ Eventail di
Ginevra con un suo articolo lusinghiero,
aveva portato nella sala d’esposizione molti collezionisti. Troverai
testimonianza di questi ultimi mesi di malattia e di successo nelle lettere che
Modì ha scritto alla madre. La mestizia e il dolce abbandono delle sue figure
non sono più guardate con sospetto.
I tanti “ismi “parigini non l’hanno mai
interessato, la sua mente e il suo cuore sono andati oltre. Ha percorso la sua
strada da solo.
Al suo capezzale c’era
anche Picasso, la morte ha fatto cadere quel muro di diffidenza che sempre gli
avevano anteposto. Ora tutti lo acclamano e lo piangono. Insieme a Dedo muore
anche la giovinezza di tutti loro, muore l’entusiasmo eroico, romantico degli artisti maledetti di Parigi. Avido solo
di vita, generoso nella sua povertà, avventuroso; amava la notte, in essa cercava il suo Dio, attraversava Parigi a
piedi con un ombrellone nero, lacero e incerto, ubriaco attraversava la notte,
né l’alba lo convinceva al riposo. Nelle notti insonni egli disegnava una
topografia dell’arte e della poesia. Le critiche alla sua opera non lo smossero
da quello che era il suo progetto. Nei deserti gelidi della notte , davanti al carrefour
Vavin tracciava l’avventura della sua arte immortale. Nella scultura egli
partiva dal pieno della pietra, per creare una linea sferzata, quelle teste con
orbite vuote che scrutavano l’animo fino in fondo. Già dalla fuga da Livorno egli voleva
provare l’essenza manichea che lo liberasse dal passato, per costruire
splendide balaustre al suo pensiero e alla sua arte. Io non l’abbandonavo mai,
ero presente al suo lavoro, molto spesso irato l’ho visto distruggere i
suoi capolavori. In quei momenti era incontenibile, la dura reazione
all’indifferenza di Parigi e degli artisti delle rive della Senna, ai
sorrisi ironici dei frequentatori del Lapin
Agile gli provocavano un dolore
indicibile: naufragava così nell’abbandono ed io me lo caricavo sulle spalle
per portarlo a casa e far sì che ponesse tregua al suo dolore e compisse
finalmente il suo errare biblico. Mille radici di fiumi lo attraversavano, fino
a che sfinito prendeva sonno. Un lungo sonno che a volte durava più giorni. Io
lo vegliavo accarezzandogli l’orecchio e
attendevo che si quietasse l’orribile sfida che egli ogni volta innescava con
la morte. Il silenzio assoluto della camera lo calmava, il freddo era
terribile; la sua trasgressione lo
legava a quella stanza ammuffita e al mio braccio, unico sostegno a una vita
sfortunata. Gli alveoli dei suoi polmoni erano taverne nere, paurosi incubi, grotte
ancestrali dove la tisi faceva i suoi accordi con la morte. Agli inizi del
nostro rapporto egli era molto migliorato, quando rimasi incinta di te,
costruiva con me sogni dolcissimi, nelle
sue mani allungate trovavano conforto le carezze che egli aveva per te, avrebbe
voluto essere un buon padre. Nel letargo al quale lo piegava la sua malattia,
soprattutto negli ultimi mesi, quando non usciva più, egli ci voleva accanto,
voleva teneramente raccontarti del nonno, della sua mamma, dei cantieri di Livorno
dai quali partono le navi scintillanti. Ti raccontava della bella casa in cui
era nato, delle sue cento stanze, dei suoi maestri, Micheli e Fattori, e di come felice in primavera
prendeva la scatola dei colori per andare a dipingere. Un’esigua scintilla di
gioia attraversava i suoi occhi e con la mano baciava i tuoi capelli. Perennemente provava ad alzarsi per uscire,
una peregrinazione della camera che lo metteva a dura prova, come stesse attraversando il deserto.
Mi chiedeva: perché sei pallida? Perché i tuoi occhi sono nutriti da grigia
tristezza? Un giorno barcollando uscì di casa, né io, né tu riuscimmo a
trattenerlo, aveva le labbra contratte,
livide, io lo rincorsi disperata, caddi sul ballatoio, la ringhiera rugginosa
mi aiutò ad alzarmi, lo rincorsi fino al portone decrepito, gridai: “ Aspettami,
non andare via!”. Mi guardò senza vedermi, il vento sinistro sbatté il portone
e la notte me lo portò via. Sfidava la vita e non sapeva che stava sfidando la
morte! Egli si faceva del male,
l’ipocrisia del mondo e la malattia lo
avevano dilaniato e non c’era alcun modo per porci rimedio. [4]
L’ arte di
Modigliani tessuta di verità
“Un giovane artista squattrinato, con negli
occhi il cuore pulsante della luce di Parigi, aveva da tempo
con Picasso e gli altri oltrepassato
la Senna e il seme era stato buttato sulla riva destra. Ma il raccolto si farà
a Montparnasse. La closeris de Lilla non è più di moda. Si è imborghesita. Il
pastis passa da sei a otto soldi. Per rappresaglia pittori e poeti se ne vanno.
Aprono la porta di due bistrot saldamente ancorati da una parte e dall’altra di
un carrefour molto largo: il Dome e la Rotonde . Il primo ha aperto quindici
anni prima dell’altro. Ci sono tre sale in cui i tedeschi, gli scandinavi e gli
americani giocano al biliardo. Il secondo ha una slot-machine e una terrazza
esposta al sole. Presto si ingrandirà inglobando il Parnasse e il Petit
Napolitain. E’ qui che gli artisti
brindano alle vittorie a venire”.[5]
Modigliani a Montparnasse vi era
arrivato per primo, sfuggendo il chiasso di Montmartre e anche per i fitti
delle case più a buon mercato. Egli ebreo, come altri suoi amici pittori e
poeti, sfuggito agli orrori della prima grande guerra, perché riformato a causa
della sua malattia, aveva visto e sentito della morte di tanti suoi amici.
Apollinaire il poeta dal cranio fracassato era suo amico e testimone vivente dell’orrore. Amedeo in quegli anni non aveva avuto una vita più
fortunata di loro, però il destino gli aveva fatto incontrare Jeanne Hébuterne
e aveva provato la gioia di essere padre. L’alcolista malato di TBC lavorava
ogni giorno alla sua arte tessuta di
verità, ormai il Maestro navigava per mari aperti, non quello di Livorno
livido e uggioso, ma davanti a lui c’era l’oceano. La sua arte lo divorava, non
gli dava pace, incalzato ogni giorno di più dalla paura che tutto potesse
presto finire. Le albe erano marce
d’arsura, le sue gambe traballavano e al suo fianco c’era la sua giovane donna incinta, denutrita
e triste. Si sentiva spesso in colpa per aver legato a sé Noce di Cocco.
Nessuno era riuscito a dissuaderla da quell’amore , poiché anche se a volte
Jeanne riprendeva la strada di casa, dopo qualche giorno era di nuovo lì a pregare Modigliani che gli riaprisse la
porta, offrendogli il suo corpo in un
erotismo denso di lacrime e di bene. Il simulacro del loro amore viveva di
intemperanze, cadute, pianti, abbracci ma a sostenerlo erano forti e vigorose impalcature, soprattutto,
era garantito dall’amore dell’arte che entrambi nutrivano. Il desiderio urgente del pittore di realizzare
quel circuito di flauti arabeschi, di sfumature a lungo ricercate e di certi candori della pelle che solo lo studio
accurato della luce poteva renderla così rosea e luminosa, quasi umana. Anche
il desiderio della fama e l’urgenza che gli venisse riconosciuta la grandezza
della sua arte lo rendevano inquieto e invano cercava di liberarsi delle
amarezze e delle frustrazioni, divenute, anche a causa del peggioramento della
sua salute, insopportabili. Nonostante la malattia lo rendesse sempre più debole, lavorava con ostinazione,
rimanendo sveglio intere nottate. Jeanne posava per lui, candida ed eterea si
abbandonava col capo reclino allo sguardo
del suo uomo e al fruscio dei pennelli. Non sapeva ancora o non voleva saperlo che è poggiata sull’abisso, osservava silenziosa le ultime ore in sospensione,
senza che lei comprendesse la misura del
suo tempo.
[1] Leopold
Zborowski
[2] Ortis de
Zarate era un pittore che abitava nella stessa casa dei Modigliani. Un cileno
che rientrava a Parigi e che da giorni non aveva notizie di Modigliani.
Allertato da Zborowski, anch’egli a letto con una polmonite, bussa con
insistenza alla porta, ma nessuno risponde.
[3] Anna
Andreevna Gorenko (1889- 1966) incontrò Modigliani a Parigi. Aveva vent’anni
era lì in viaggio di nozze.
[4] Jeanne
Modigliani (figlia dei due artisti) è morta nel 1984, svolse accurati studi e
ricerche sulla vita dei suoi sfortunati e romantici genitori, fin dal 1934
iniziò le sue ricerche, che hanno dato vita a diverse pubblicazioni (vedi
bibliografia). Jeanne
volle la verità. La sua prima scrittura fu dedicata al padre "Modigliani
senza leggenda", Vallecchi, Firenze 1958, pubblicato in francese nel 1961,
ripreso nel 1984 per il centenario della nascita del padre con il nuovo titolo
"Modigliani racconta Modigliani", Edizioni Graphis, Arte di Livorno.
[5]
Montmartre e Montparnasse. La favolosa Parigi di inizio secolo. Dan Franck,
pg227-228,Garzanti. Elefanti