Gabriella Picerno
Quando ci avviciniamo al libro di Carmen Moscariello, “Soli
della Chiesa. Celestino V e Benedetto XVI. Eretici della coerenza e del
coraggio”, ci accorgiamo subito che non siamo davanti a un saggio storico, né a
un’analisi teologica. Siamo dentro un oratorio drammaturgico, un testo che usa
la parola come musica e la storia come scena.
E in questa scena, due figure lontane nel tempo, Celestino V
e Benedetto XVI. vengono accostate non per analogia biografica, ma per
risonanza interiore.
La mia collega vi parlerà di Celestino V, della sua rinuncia
come gesto di purezza e di innocenza.
Io invece vi porto dentro la figura di Benedetto XVI, così
come la Moscariello la mette in scena: non come teologo, non come custode
dell’ortodossia, ma come uomo attraversato dal limite, come pontefice che
ascolta la propria coscienza fino a compiere un gesto che rompe la tradizione.
Nel libro, Benedetto XVI appare come un personaggio
profondamente drammatico.
Non c’è la figura pubblica, non c’è il papa delle encicliche
o delle omelie solenni, c’è un uomo anziano, fragile, lucido, che sente il peso
del ministero come un abito diventato troppo grande per il corpo che lo
sostiene.
La Moscariello lo ritrae in un dialogo continuo con se
stesso, con la propria interiorità, con quel silenzio che precede ogni
decisione irrevocabile.
La rinuncia, in questo testo, non è mai presentata come
fuga: non è debolezza, non è cedimento.
È, al contrario, un atto di coraggio spirituale, un gesto
che nasce dalla consapevolezza del limite e dalla responsabilità verso la
Chiesa.
Benedetto XVI diventa così, insieme a Celestino V, un
“eretico della coerenza”: eretico non perché tradisce la dottrina, ma perché
osa essere fedele alla verità interiore più che alla forma esterna del potere.
La Moscariello ci mostra un Benedetto XVI che non
abdica: si ritira per non tradire.
Non tradire la Chiesa, non tradire la propria coscienza, non
tradire la verità che sente di non poter più sostenere con la forza necessaria.
Il tono del libro è profondamente lirico.
La parte dedicata a Benedetto XVI è costruita come un
monologo interiore, un attraversamento della solitudine del
pastore.
La solitudine è un tema centrale: la solitudine del potere
spirituale, del discernimento, di chi
deve prendere una decisione che nessuno può prendere al suo posto.
E in questa solitudine, la Moscariello inserisce due simboli
ricorrenti: la luce e il silenzio.
La luce come verità che illumina ma anche
acceca.
Il silenzio come luogo in cui la coscienza parla più forte
di qualsiasi voce esterna.
Benedetto XVI, in questo testo, è un uomo che guarda la
propria fragilità senza paura, che riconosce che il corpo non regge più il peso
del ruolo. Comprende che la guida spirituale non può essere
esercitata senza la forza necessaria.
E che, proprio per questo, compie un gesto che nella storia
della Chiesa è rarissimo, quasi scandaloso,
per questo profondamente profetico.
Se Celestino V rinuncia per fedeltà alla propria innocenza,
Benedetto XVI rinuncia per fedeltà alla propria lucidità.
Due gesti diversi, due epoche lontane, ma un’unica radice:
la coerenza.
La coerenza come forma più alta di coraggio, come atto che
rompe la tradizione per salvare l’essenziale.
Carmen Moscariello ci consegna un’immagine di Benedetto XVI
che non è quella dei manuali di storia, ma quella di un uomo che ha avuto il
coraggio di dire “non posso più” e di trasformare questa frase in un atto di
amore verso la Chiesa.
Un uomo che ha scelto la verità interiore invece della forza
apparente, che ha compreso che talvolta la forza non sta nel trattenere, ma nel
lasciare andare.
E forse è proprio questo il messaggio più potente del
libro:
che anche un papa, quando ascolta profondamente la propria
coscienza, può diventare un eretico del
coraggio.
Un eretico della coerenza.

