giovedì 27 agosto 2026

Lettera di Jeanne Hébuterne alla figlia, prima di suicidarsi, subito dopo la morte di Modigliani. (Lettera creata e inventata da Carmen Moscariello)

 

La plage pour les ventes

Di

Carmen Moscariello

 

 

Lettera di Jeanne Hébuterne alla figlia, prima di suicidarsi, subito dopo la morte di Modigliani. (Lettera creata e inventata da Carmen Moscariello)

Parigi Montparnasse, tre del mattino del 24 gennaio 1920

Mia carissima Figlia

 

Mia carissima Jeanne, figlia adorata, ho le mani gonfie per il gelo, nel mio ventre il tuo fratellino scalpita, vorrebbe venir fuori, ormai è pronto, sono arrivata quasi al nono mese di gravidanza.  Ti scrivo dall’appartamento  della Rue de la Grande-Chaumière  che mi ha vista donna amata, felice e disperata con Dedo. E’ morto!

 Io  lo aspetterò al solito posto, né la stanchezza estenuante di questa sera potrà distogliermi dai miei propositi. Fra poco seguirò tuo padre, sarò calma, tranquilla, in modo che nessuno possa sospettare. L’amore è un demone che mi possiede tutta, un gigante  che  annienta ogni  mio respiro,  ogni pensiero: senza di lui non potrei vivere, senza di lui  c’è solo la morte. Egli era un figlio delle stelle , l’unica realtà che conosceva erano i suoi sogni.[1].

 E’ lei, la morte, che già da tempo ci adocchiava, mi ha confuso le idee, indebolito i l mio corpo.

Da giorni  non tossiva più, solo il respiro era divenuto impossibile e le sue forze erano del tutto scomparse, non si alzava   dal letto, non beveva, non mangiava, non bestemmiava,  si teneva accucciato nel mio ventre, come se avessi dovuto partorire anch’egli.

La curva dell’amore è un ramoscello stracolmo d’orgoglio: nessuno mi fermerà, nemmeno questo vento fetido, che attraversa Parigi in ogni suo spasimo. Lei città  crudele non l’ ha capito, l’ha deriso, emarginato. Che potevamo noi contro la sorte? Scalza danzatrice, io l’ho consolato, curato, amato, parlai al vento e alla morte, senza che essi avessero pietà! Oggi è la resa!

 L’altra sera Ortis[2]ha fatto sfondare la nostra porta di casa, poiché nessuno di noi aveva la forza di rispondergli,  Dedo aveva perso conoscenza da molte ore. Il  nostro amico   si  è precipitato per la ripida scala per  chiamare il dottore, che ha dato l’ordine di ricoveralo immediatamente. Lo hanno portato all’ospedale della Carità, in rue Jacob . Due giorni dopo, il 24 gennaio, alle ore 20,45 è spirato, ucciso da una meningite tubercolare. Ora, la mia ansia è finita, mi guida un solo desiderio,  egli  sa dove debbo andare,   mi attende, i miei piedi divenuti improvvisamente leggeri, sembra che  già assaporino il volo. Ormai, non c’è scampo per me. Invano ho tentato di morire prima di lui. Ieri mi ha fatto rabbrividire, mi ha detto che l’alcool e la tisi l’avevano ormai divorato e che gli restavano solo poche ore da vivere.

Non mi sono mossa dal suo capezzale, finché non me l’hanno strappato dal seno. Egli, il più bello, il più dolce degli uomini, è morto. Il suo cuore selvaggio e  libero, la sua testa, che tante volte accarezzai madida di sudore,  mi avevano  lasciato.  Il nostro è stato il più grande e bello degli amori, da questo amore sei nata tu, mia dolce Jeannette. Il mio  artista squattrinato, ebreo, alcolista e malato di TBC non era  l'uomo che i miei genitori avrebbero voluto per me, temevano, la sua vita vissuta sulle lame di un rasoio, improbabile alchimista, lo consideravano  un debosciato, così mi urlavano contro ogni volta che venivano a cercarmi. Mio fratello bestemmiava il giorno che me l’aveva fatto conoscere,  voleva ucciderlo, quando  si accorse dei lividi sul mio corpo che io avevo cercato, invano,  di nascondere; erano i  lividi provocati dalla sua violenza: l’alcool non gli faceva più comprendere la bellezza del nostro amore,  egli si ribellava alla morte e lo manifestava con violenze terribili, prima di tutto contro se stesso.

Nel nostro breve soggiorno in Costa Azzurra, ero già incinta di te, egli fu premuroso e dolce, sperava di salvarsi, agognava a vivere con noi, a farti da padre. In questo periodo non dovetti soffrire per i suoi continui tradimenti, l’azzurro mare e il clima mite ci aiutava, l’aiutava a respirare e liberarsi di quella tosse che lo lasciava senza fiato, quasi morto, più volte lo soccorsi a Parigi nella nostra misera casa. Sembrava anche,  che avesse dimenticata la sua ultima grande passione per Beatrice Hastings che l’ aveva  lungamente consumato.

Quando all'inizio dell’anno (1918) mi accorsi di essere incinta, egli subito chiese e pregò Zborowski di darci  una casa e un luogo decente dove tu potessi nascere ed egli curare la sua tisi. Poverino, sperava di guarire per quanto tu fossi nata, quasi non faceva più uso di droghe e alcool  per poterti stringere tra le braccia.  Il 29 novembre del 1918 nascesti tu, presso la Maternitè di Nizza, decidemmo di darti il mio nome, volevamo insieme eternarci in te. A fine maggio, lo salutai, era il 31 del mese del 1919 ,  Modì rientrò a Parigi, c’erano grandi progetti, sembrava che il cielo si aprisse per accoglierci nella gioia e nel successo  e nella gloria. Rientrammo anche noi, qualche mese più tardi  ero di nuovo incinta. Decidemmo che presto ci saremmo sposati, Modì aveva richiesto i documenti necessari a Livorno,  nel contempo firmammo un impegno di sposalizio alla presenza dei testimoni Zborowski e Czechowska. Fu questo un periodo molto intenso, per qualche mese dimenticammo la malattia e ci sembrò tutto possibile: c’era anche per noi un futuro! Anche i quadri di Modì stavano trovando un mercato e molti amatori, le mostre ospitavano i suoi dipinti. In questo periodo, creò  le  più importanti  delle sue opere d’arte, mi raffigurò più volte incinta, il mio corpo teso, sembrava in un ultimo spasimo; forse in quel quadro c’era già la  morte, ieratico,  il mio volto era pallido, quasi diafano.

 Sono stata sua allieva e amante, ho posato per lui.  Noce di Cocco, così mi chiamava; ed io  docile abbandonavo il mio corpo, egli posizionava il mio collo, lo rivestiva con una collana verde, posizionava le mie mani, affinché,  il suo pennello mi  eternasse. L’ho seguito e aspettato nelle sue  peregrinazioni notturne. Sfinito l’accoglievo, lo ripulivo dei suoi affanni, purtroppo,  si preparava da tempo a varcare  la grande linea d’ombra. Ora questo tempo d’assenza mi uccide, anche se egli è morto da poche ore. Nell’assenza del tempo io sono già morta,  mi troverà nei nuovi campi elisi ad attenderlo, anche lì lo laverò con acqua calda e  ravviverò con carezze i suoi riccioli. Senza tregua mi stringerò alla sua mano per mai più abbandonarla. Il basaltico delle tombe non costituirà limite al nostro sentire; perciò, tu non piangere, pensaci felice, e quello che per tutti sembrerà un sacrificio doloroso, tu guardalo  oltre il tempo. E’ stata la nostra una immane tempesta.

 Le mie opere, come le sue,  già stanno trovando la loro strada e vengono esposte con quelle di Picasso. Fra radici di cielo le nostre linee hanno creato una nuova alba, un connubio di mestizia e salsedine: tutto si è trasformato in luce.

 Tu, piccola mia, ora non potrai capire, ma poi tutto ti sarà chiaro, leggilo nelle nostre opere, nei disegni, sui vascelli incatenati delle nostre mani, nelle nebbie conturbanti di Parigi e nelle acque della Senna che continueranno a scorrere ombrose e  lente nelle nostre vene.

Tuo padre diceva che le piante più belle per dare frutto hanno bisogno di ambienti adatti, ebbene Parigi è stata la nostra alcova, una forza allotria, ci ha dannati e esaltati fino allo spasimo. Il pericolo di un’esistenza a bordo dell’abisso è stato così per entrambi, il mio destino si è compiuto, perché io l’ho voluto. Le pietre del nostro dolore sono state anche pegni d’amore. Lo spaesamento subìto è stato anch’esso frutto di un’arte nuova, mai vista o pensata da alcuno. Maudit voleva l’assoluto e voleva eternarlo con strumenti sconosciuti, era cosciente, orgoglioso di esprimere il meglio dell’arte e della scultura. Sciamanico, nel dedalo di forme egli scelse la linea armonica, amò soprattutto rappresentare il corpo nudo della donna, la svestiva per scavargli dentro, cogliere quell’umore sublime che  faccia sentire ,fin nelle ossa, che cosa sia veramente la vita. Nelle linee egli incorporava le  malinconie  del cuore,  annullando spazio e tempo, il corpo si abbandonava a una mestizia misteriosa, si consegnava all’artista. Recidere, recidersi in un ossimorico duello o nel delicato canto della sirena, dove anima e corpo non sono più su due livelli, ma cedono a un totale turbamento, a un’estasi lenta, prima di un orgasmo, o prima della morte.

E’ morto verso sera, ha scelto ancora una volta la notte per lasciarmi da sola. Ti scrivo i miei e i suoi ultimi desideri, affido a te il nostro testamento. Mi sto anche preparando per andare da Zborowski  per le ultime raccomandazioni, poi,  per darti il mio ultimo abbraccio. Ho salutato anche  Kisling e Concteau, erano lì, ai piedi del suo letto e che  a un  mio urlo, avvertirono anch’essi un artiglio che li penetrava. Ma ho insistito perché uscissero di nuovo dalla stanza; le mie parole d’amore non volevano testimoni, dovevo rinnovargli la promessa.

 Ho appena lasciato l’obitorio, ho invocato tutte le mie forze per smuovermi dal suo giaciglio, un punteruolo mi ha attraversato tutto il corpo, brividi pungono le mie gambe e i miei occhi, sembra che tanti piccoli spilli mi attraversino dentro e fuori, ho sperato di morire, ho invocato il cielo che mi inghiottisse come una farfalla dal vento d’autunno. Tutti  i suoi amici  hanno aperto le porte e mi hanno soccorso, strappandomi a lui. La morte, visitatrice  degli abissi , lo ha sempre affascinato, l’ha sfidata ogn’ora nelle trasparenze dell’acqua, nella violenza dei venti che si abbattevano sulle nostre finestre chiuse, nei   sibili che sfiancavano gli orifizi della vita. “Noce di cocco”- mi ripeteva, accarezzando i miei seni, mentre,  l’arsura del vino si placava al mattino e riapriva la finestra ai venti. Diceva: “vieni a posare per me, lascia che accarezzi ancora il tuo corpo”. Ore e ore, lasciava che  mi  adagiassi,  quale bianca ghirlanda e poneva il mio collo, come se esso fosse altro da me e prima lo modellava con le sue mani, lo scolpiva, gli dava eleganza e lo volgeva verso orizzonti di grano. Improvvisamente il vento entrava nella stanza nera  e la sua voce ululava, tra i profumi dei nostri corpi. Distesa, attendevo il mio dio, lo placavo e lo esaltavo, il mio corpo era un giunco divino nel cielo  senza orizzonti, solo lo affascinava il mio corpo nudo, nessun segreto gli  era vietato. Qui vengono a finire tutti i dolori, tutto  fu  dimenticato in quei cieli di Nizza, ho sperato di intrecciare in eterno la mia vita alla sua, mi denudai ,come i fiori in autunno, e incinta non pensai ai venti contrari. Fuggono ora gli uccelli presaghi, gridano l’estremo dolore: ancorata, non voglio altri approdi. Ti cullerò, raggomitolata ai miei sogni.   I suoi occhi attraversati dalle foglie cupe dell’autunno, troveranno riparo, il vento non potrà più frustrarli, inermi essi troveranno respiro, e il suo nome, che tutti ameranno,  toccherà ogni periferia del mondo.

Galoppa il mio dolore. Mi annienta, figlia mia, il pensiero di lasciarti.

Ho insistito perché   mi lasciassero  ancora sola con lui, dovevo  rinnovargli la promessa, gli sussurrai all’orecchio  che giammai l’avrei lasciato solo. Poi abbandonai il misero giaciglio, mi incamminai con molta fatica e composta nel mio abito nero, mi feci accompagnare a casa da mio padre. La notte fu terribile, il gelo si era impossessato del mio corpo, ben prima che io me ne andassi . La mia testa  farfugliava il tuo nome. Non dormii un solo istante, il pensiero di lasciarti mi lacerava con singhiozzi furiosi, eppure, senza lacrime. Egli mi appariva  su quel giaciglio miserevole dell’ospedale, maleodorante e al buio. La vestale  della morte era lì perentoria, dettava ordini chiari, non c’erano spazi per recriminazioni o pianti. Così mi preparai al mio triste destino, i miei piedi  li sentivo di marmo, quasi non mi permettevano di raggiungere il davanzale del balcone, al fine il vento lo spalancò e tutto il gelo di quella notte di gennaio mi travolse, facendomi quasi perdere il senno. Di Noce di Cocco non era rimasto più niente. Mi ricordai, proprio in quell’attimo che qualcuno mi  aveva prenotato un letto in ospedale  per farmi partorire. Accarezzai il mio ventre, il bimbo palpitò, sembrò che anch’egli  fosse attraversato da una scheggia di luna. Il mio corpo  avanzava lento, grande, goffo, aveva   una camminata barcollante,  zoppicante, ma decisa.

 In questo momento, che per me sarebbe dovuto essere tragico, mi sorpresi a  pensare alle tante donne che l’avevano amato,  ero gelosa di lui anche dei suoi ricordi, soprattutto invidiavo i sentimenti che lo avevano legato ad   Anna Achmatova[3], sua giovanissima amica, ho trovato tra le sue carte le  tante poesie e lettere d’amore che, anche oltre l’incontro di Parigi, la poetessa le aveva  scritto.

 Anch’egli parlava spesso della bella poetessa, appena sposata al poeta Nikolaj Gumilev, era in viaggio di nozze a Parigi, qui si incontrarono  nel 1906 e poi nel 1910. Nella sua breve vita vennero altre donne che riscaldarono il suo letto, furono donne di una sera, Maud, Margherita, Marie, Elvire, Thora, Lucienne, Gaby, di molte di esse non rimase traccia,  furono compagne di sbronze o di hashish, a volte, esse  provvidero a lui offrendogli un letto e un po’ di cibo.

La sua povertà era temuta dai miei genitori, che   non capirono mai il suo senso del decoro e la sua dignità che facevano parte di ogni suo respiro, tantomeno, compresero la grandezza della sua arte. Ora che c’è solo la sua ombra e un corpo distrutto dalla malattia, forse potranno leggere sereni le sue opere, capirne l’alta ispirazioni, esse potranno raccontare la sua grandezza.

Le sue creature meravigliose che   non nacquero solo dalla perfezione delle linee, dall’azzardo armonico, come un concerto di Bach, ma la sua arte germogliò  dal cuore, non fu impressionismo, né spavalderia del nuovo, i suoi quadri furono generati dalla sua dimensione archetipa, è lì che trovarono concretezza e poi  furono realizzati nell’assoluta originalità della linea. La sua vita, travolta da valori estremi, impossibili per qualsiasi uomo, egli, quei valori li rendeva fattibili. La sua arte non fu  quella di Picasso, né quella degli Impressionisti; i mercanti d’arte non compravano le sue opere, perché sembravano non partorite dalle rive di Montparnasse.  Era Narciso, si specchiava nei miei occhi, odorava i miei capelli, Noce di Cocco era la sua opera d’arte, il punto di incontro e di arrivo di tutti i suoi sacrifici, delle ricerche megalomane, della risata fragorosa, dei suoi abbattimenti.  Le sue strade erano percorsi impossibili, che gli altri nemmeno volevano vedere, spesso lo detestavano, accusandolo di un’arte approssimativa, nata da un drogato, ubriacone. La sua vita è stata una vita maledetta, come si addice agli artisti romantici, il suo Sturm und drang  era l’espressione pura di un ideale. Il suo modo di essere  fu molto impopolare: Picasso lo guardava con disprezzo, nemmeno lo invitava alle sue feste e, quando Modì si presentava comunque, alla sua  prima chiassosa rissa lo faceva buttare fuori tra i rifiuti, nella pioggia gelida di Parigi. La sua fuga dalla famiglia e dall’Italia, non avvenne per mancanza d’amore, o, perché Modì non amasse la sua famiglia, alla quale, invece, era profondamente legato, se lasciò la sua casa e corse a Parigi, fu perché era convinto che il seme potente dell’arte dovesse trovare un particolare terreno per germogliare.

 Vivere nel furore della creatività, in un luogo dove si concentravano tutte le energie del bello, lo portarono alla decisione di trasferirsi a Parigi, che considerava l’emblema del mondo, vi approdò subito dopo Venezia nel 1906; non di una fuga, dunque, deve parlarsi, ma di un amore, di una passione che andava partorita in un determinato luogo.

 Ma, tu, figlia mia, quando ti renderai conto della mia e della sua morte, chiedi rifugio dalla tua nonna materna, lì troverai il profumo di tuo padre, i luoghi che, poi, effettivamente l’hanno reso così grande. La sua vita bohémienne che l’ affascinava e uccideva, l’assenzio e  la sua supponenza che spesso lo trasformavano in  uomo violento, incapace di  relazionarsi, fecero  si che spesso sentisse Parigi come sua nemica, per essa nutrì  amore e odio. L’ambiente di Montmartre e Montparnasse  era promiscuo; c’erano  tanti artisti, poeti, musicisti, scultori, pittori in cerca di fama e di nutrimento alla loro creatività, ma con essi c’erano  anche il vino, le  prostitute, la droga, locali ambigui, bettole, un volersi eternare e insieme  perdere nel vizio e nella morte. Nonostante ciò, tuo padre rimase sempre un ebreo sefardita:  anche se,  per alcuni aspetti, fu alquanto sradicato dalla religione e anche dalla stessa Livorno. I suoi legami erano soprattutto con il mare, le barche, il porto, l’andare e venire delle onde, i gabbiani. Il maestrale, che tanto nuoceva ai suoi polmoni malati, ma nei turbinii di questo, il giovane fanciullo amava perdersi. Lasciava che la sua forza misteriosa l’attraversasse tutto,  ludicamente prediligeva tutto ciò che era mobile, attraversabile; contestava le lezioni dei suoi maestri che lo portavano giovanissimo a disegnare gli angoli più belli e affascinanti di Livorno, osava discutere con il  suo maestro Micheli,  dal quale apprese che  ogni luogo diveniva cangiante a secondo di chi godeva di quella visione. Sentì fin da subito l’urgenza di una diversità di intendere l’arte, di un qualcosa che non potesse essere rapportato a nulla del passato. La madre l’osservava attenta, piangeva spesso per  i polmoni deboli del giovane figlio; lei ne sapeva qualcosa: dalla sua genia aveva ereditato quella terribile malattia; i sintomi, anche lievi,  l’allarmavano, i primi segnali della febbre la proiettavano in una dolorosa costernazione, spesso lo costringeva in casa, qui Modì poteva vedere il cielo e la strada da dietro ai vetri della sua camera. Questo isolamento lo rendeva triste e nervoso. Fin quando, durante un periodo di lunga e dolorosa malattia, si fece promettere dalla madre che l’ avrebbe mandato a lezione di pittura e che gli avrebbe comprato tela e pennelli, per poter dipingere. Pur di vederlo sorridere, gli promise che avrebbe avuto tutto l’occorrente. Il nonno materno gli garantì  il pagamento delle  lezioni di pittura dal più bravo maestro  livornese. Gli predisse anche la sua grandezza:” Un giorno il tuo nome sarà conosciuto e amato dal mondo intero, le persone percorreranno chilometri per ammirare le tue opere. Sarai il più bravo e, dunque, il più grande” Una predizione, figlia mia, che si avvererà, purtroppo, solo dopo la sua morte. Il nonno dimenticò di precisare la lunghezza dei tempi e il sacrificio della propria vita per l’ ideale di bellezza. Tu, cara figlia, vai da tua nonna, lei meglio di me ti dirà tutto di tuo padre. In questi pochi anni passati con lui, gli unici in cui ho conosciuto la vita, lo vedevo a volte inquieto, gli piaceva improvvisare, muoversi senza obiettivi precisi, spesso usciva per vedere un compratore, ma poi si dirigeva verso la Senna o a bere in una bettola. Ma, abbiamo vissuto periodi felici, l’ ho visto ridere, abbracciarti, costruire progetti per le nostre vite. Diceva che presto ci avrebbe portato in Italia a conoscere la sua famiglia. Quanto abbiamo parlato, discusso, analizzato, nulla mai è nato per caso, né per quanto attiene alla mia arte, né per la sua, le onde muovevano da orizzonti archetipici e si insinuavano morbide nei nostri pennelli. Non posso dirti della gioia dell’opera (una delle ultime) che mi ritraeva incinta, lì si era calmato l’uragano, la pazzia gli aveva lasciato una tregua. Quest’opera fu la prima ad essere venduta, subito e a un prezzo che ci permise di sopravvivere per un lungo periodo.

Quest’opera fu così bella che con essa vinse un premio, purtroppo la morte ci impedirà di  goderci il plauso degli amici.

 La nostra vita stava per concludersi: il delirio non l’abbandonava mai, cercavo di scaldarlo, al fine il rantolo  smise.

 

 

 In pochi minuti la notizia della sua morte di Modigliani invase Parigi, tutti quelli che l’avevano amato, ma anche chi gli aveva dimostrato disprezzo, tutti lo piangevano, consapevoli della morte del più grande artista, il più grande di tutti. Mi dissero che l’avrebbero seppellito al cimitero di Père-Lachaise,  gli amici avevano raccolto un po’ di denaro per risparmiargli l’umiliazione della fossa comune, anche il fratello rispose da Livorno al telegramma di Kisling, affinché gli dessero degna sepoltura, avrebbe lui provveduto a tutto. La morte anticipò di poco il grande successo per le sue opere,  negli ultimi mesi c’erano state  buone speranze, eravamo certi che per noi stava per finire il periodo di così grande miseria. 

Nell’ultima mostra sembrava che Parigi si fosse finalmente accorta dell’arte di Modigliani, tutti i suoi quadri furono venduti . Già Francis Carco il 15 luglio del 1919 nell’ Eventail di Ginevra  con un suo articolo lusinghiero, aveva portato nella sala d’esposizione molti collezionisti. Troverai testimonianza di questi ultimi mesi di malattia e di successo nelle lettere che Modì ha scritto alla madre. La mestizia e il dolce abbandono delle sue figure non sono più guardate con sospetto.

I tanti  ismi “parigini non l’hanno mai interessato, la sua mente e il suo cuore sono andati oltre. Ha percorso la sua strada da solo.

 Al suo capezzale c’era anche Picasso, la morte ha fatto cadere quel muro di diffidenza che sempre gli avevano anteposto. Ora tutti lo acclamano e lo piangono. Insieme a Dedo muore anche la giovinezza di tutti loro, muore l’entusiasmo  eroico, romantico  degli artisti maledetti di Parigi. Avido solo di vita, generoso nella sua povertà, avventuroso; amava la notte, in essa  cercava il suo Dio, attraversava Parigi a piedi con un ombrellone nero, lacero e incerto, ubriaco attraversava la notte, né l’alba lo convinceva al riposo. Nelle notti insonni egli disegnava una topografia dell’arte e della poesia. Le critiche alla sua opera non lo smossero da quello che era il suo progetto. Nei deserti gelidi della notte , davanti al carrefour Vavin tracciava l’avventura della sua arte immortale. Nella scultura egli partiva dal pieno della pietra, per creare una linea sferzata, quelle teste con orbite vuote che scrutavano l’animo fino in fondo. Già dalla fuga da Livorno egli voleva provare l’essenza manichea che lo liberasse dal passato, per costruire splendide balaustre al suo pensiero e alla sua arte. Io non l’abbandonavo mai, ero presente al suo lavoro, molto spesso irato l’ho visto distruggere i suoi capolavori. In quei momenti era incontenibile, la dura reazione all’indifferenza di Parigi e degli artisti delle rive della Senna, ai

 sorrisi ironici dei frequentatori del Lapin Agile gli provocavano  un dolore indicibile: naufragava così nell’abbandono ed io me lo caricavo sulle spalle per portarlo a casa e far sì che ponesse tregua al suo dolore e compisse finalmente il suo errare biblico. Mille radici di fiumi lo attraversavano, fino a che sfinito prendeva sonno. Un lungo sonno che a volte durava più giorni. Io lo vegliavo  accarezzandogli l’orecchio e attendevo che si quietasse l’orribile sfida che egli ogni volta innescava con la morte. Il silenzio assoluto della camera lo calmava, il freddo era terribile;  la sua trasgressione lo legava a quella stanza ammuffita e al mio braccio, unico sostegno a una vita sfortunata. Gli alveoli dei suoi polmoni erano taverne nere, paurosi incubi, grotte ancestrali dove la tisi faceva i suoi accordi con la morte. Agli inizi del nostro rapporto egli era molto migliorato, quando rimasi incinta di te, costruiva con me sogni  dolcissimi, nelle sue mani allungate trovavano conforto le carezze che egli aveva per te, avrebbe voluto essere un buon padre. Nel letargo al quale lo piegava la sua malattia, soprattutto negli ultimi mesi, quando non usciva più, egli ci voleva accanto, voleva teneramente raccontarti del nonno, della sua mamma, dei cantieri di Livorno dai quali partono le navi scintillanti. Ti raccontava della bella casa in cui era nato, delle sue cento stanze, dei suoi maestri, Micheli e  Fattori, e di come felice in primavera prendeva la scatola dei colori per andare a dipingere. Un’esigua scintilla di gioia attraversava i suoi occhi e con la mano baciava i tuoi capelli.  Perennemente provava ad alzarsi per uscire, una peregrinazione della camera che lo metteva a dura  prova, come stesse attraversando il deserto. Mi chiedeva: perché sei pallida? Perché i tuoi occhi sono nutriti da grigia tristezza? Un giorno barcollando uscì di casa, né io, né tu riuscimmo a trattenerlo,  aveva le labbra contratte, livide, io lo rincorsi disperata, caddi sul ballatoio, la ringhiera rugginosa mi aiutò ad alzarmi, lo rincorsi fino al portone decrepito, gridai: “ Aspettami, non andare via!”. Mi guardò senza vedermi, il vento sinistro sbatté il portone e la notte me lo portò via. Sfidava la vita e non sapeva che stava sfidando la morte!  Egli si faceva del male, l’ipocrisia del mondo e  la malattia lo avevano dilaniato e non c’era alcun modo per porci rimedio. [4]

L’ arte di Modigliani  tessuta di verità

 

 

“Un giovane artista squattrinato, con negli occhi il cuore pulsante della luce di Parigi, aveva da tempo con Picasso e gli altri oltrepassato la Senna e il seme era stato buttato sulla riva destra. Ma il raccolto si farà a Montparnasse. La closeris de Lilla non è più di moda. Si è imborghesita. Il pastis passa da sei a otto soldi. Per rappresaglia pittori e poeti se ne vanno. Aprono la porta di due bistrot saldamente ancorati da una parte e dall’altra di un carrefour molto largo: il Dome e la Rotonde . Il primo ha aperto quindici anni prima dell’altro. Ci sono tre sale in cui i tedeschi, gli scandinavi e gli americani giocano al biliardo. Il secondo ha una slot-machine e una terrazza esposta al sole. Presto si ingrandirà inglobando il Parnasse e il Petit Napolitain.  E’ qui che gli artisti brindano alle vittorie a venire”.[5]

Modigliani a Montparnasse vi era arrivato per primo, sfuggendo il chiasso di Montmartre e anche per i fitti delle case più a buon mercato. Egli ebreo, come altri suoi amici pittori e poeti, sfuggito agli orrori della prima grande guerra, perché riformato a causa della sua malattia, aveva visto e sentito della morte di tanti suoi amici. Apollinaire il poeta dal cranio fracassato era suo amico e  testimone vivente dell’orrore. Amedeo  in quegli anni non aveva avuto una vita più fortunata di loro, però il destino gli aveva fatto incontrare Jeanne Hébuterne e aveva provato la gioia di essere padre. L’alcolista malato di TBC lavorava ogni giorno alla sua arte tessuta di  verità, ormai il Maestro navigava per mari aperti, non quello di Livorno livido e uggioso, ma davanti a lui c’era l’oceano. La sua arte lo divorava, non gli dava pace, incalzato ogni giorno di più dalla paura che tutto potesse presto  finire. Le albe erano marce d’arsura, le sue gambe traballavano e al suo fianco  c’era la sua giovane donna incinta, denutrita e triste. Si sentiva spesso in colpa per aver legato a sé Noce di Cocco. Nessuno era riuscito a dissuaderla da quell’amore , poiché anche se a volte Jeanne riprendeva la strada di casa, dopo qualche giorno era di nuovo  lì a pregare Modigliani che gli riaprisse la porta, offrendogli il suo corpo  in un erotismo denso di lacrime e di bene. Il simulacro del loro amore viveva di intemperanze, cadute, pianti, abbracci ma a sostenerlo erano  forti e vigorose impalcature, soprattutto, era garantito dall’amore dell’arte che entrambi nutrivano. Il  desiderio urgente del pittore di realizzare quel circuito di flauti arabeschi, di sfumature a lungo ricercate e di  certi candori della pelle che solo lo studio accurato della luce poteva renderla così rosea e luminosa, quasi umana. Anche il desiderio della fama e l’urgenza che gli venisse riconosciuta la grandezza della sua arte lo rendevano inquieto e invano cercava di liberarsi delle amarezze e delle frustrazioni, divenute, anche a causa del peggioramento della sua salute, insopportabili. Nonostante la malattia lo rendesse  sempre più debole, lavorava con ostinazione, rimanendo sveglio intere nottate. Jeanne posava per lui, candida ed eterea si abbandonava col capo reclino allo sguardo  del suo uomo e al fruscio dei pennelli. Non sapeva  ancora o non voleva saperlo che è  poggiata sull’abisso, osservava  silenziosa le ultime ore in sospensione, senza che lei comprendesse  la misura del suo tempo.

 In quelle atmosfere tutto era sfuggevole: tutto è eterno e precario. In questi giorni l’amico Zborowski osservando l’aspetto livido delle labbra di Amed


[1] Leopold Zborowski

[2] Ortis de Zarate era un pittore che abitava nella stessa casa dei Modigliani. Un cileno che rientrava a Parigi e che da giorni non aveva notizie di Modigliani. Allertato da Zborowski, anch’egli a letto con una polmonite, bussa con insistenza alla porta, ma nessuno risponde.

[3] Anna Andreevna Gorenko (1889- 1966) incontrò Modigliani a Parigi. Aveva vent’anni era lì in viaggio di nozze.

[4] Jeanne Modigliani (figlia dei due artisti) è morta nel 1984, svolse accurati studi e ricerche sulla vita dei suoi sfortunati e romantici genitori, fin dal 1934 iniziò le sue ricerche, che hanno dato vita a diverse pubblicazioni (vedi bibliografia). Jeanne volle la verità. La sua prima scrittura fu dedicata al padre  "Modigliani senza leggenda",  Vallecchi, Firenze  1958, pubblicato in francese nel 1961, ripreso nel 1984 per il centenario della nascita del padre con il nuovo titolo "Modigliani racconta Modigliani",  Edizioni Graphis, Arte di Livorno.

[5] Montmartre e Montparnasse. La favolosa Parigi di inizio secolo. Dan Franck, pg227-228,Garzanti. Elefanti

lunedì 24 agosto 2026

Dialogo tra l’ eremita Pietro da Morrone e Giacchino da Fiore di Carmen Moscariello

 

Dialogo tra l’ eremita Pietro da Morrone e Giacchino da Fiore

 

 Né la tempesta, né il buio affliggevano il monaco, anzi la voce di Dio arrivava dalle gole delle montagne e nelle voci dei venti e dei ruscelli meglio si faceva udire e raccomandava al Santo di sconfiggere i demoni: “Il demonio è in ogni luogo anche qui tra i monti, tenta con i suoi malefici soprattutto i miei figli più fedeli, agisce imperturbato e distrugge la vita dei pastori e dei paesi arroccati sui monti. Sii guardingo, io ti ho affidato le mie anime, esse vengono a te per essere salvate”. Quella notte, cullato dalla voce di Dio e dalle stelle luminose che tutte riflettevano la loro luce dentro e fuori dalla grotta, così che essa sembrasse la capanna di Betlemme quando nacque il Bambinello, meditava Pietro sull’opera del Calavrese e cercava di ricordare a memoria le parole di quel visionario, accarezzava nella sua mente le sue profezie: “Si verrà il giorno, è vicino, che lo Spirito Di Misericordia scenderà sugli uomini e li avvolgerà nella coltre della pace e dell’amore” Meditava sulle parole di quello che già prima di lui era stato eremita e santo. Trovava conforto per lo spirito nella preghiera e nei canti che nella notte innalzava a Dio. Le pecore e i pastori sentivano nelle ombre che si accalcavano questa voce flebile che sconvolgeva i loro cuori, non riuscivano a capire come mai quel sibilo arrivasse fino ai loro capanni, nonostante l’ululato del vento e dei lupi e il lamento  della civetta. I pastori congiungevano le mani sul petto, si alzavano dal loro giaciglio e pregavano col Santo. La caverna di pietra sui monti che sovrastavano Sulmona era un organo di chiesa, la sua melodia era resa più carezzevole dagli abeti della montagna e si scorgeva un sole di mezzanotte che accarezzava le spighe di luna e sussurrava suadente all’orecchio fortunato, a tutti quelli che nella notte di stelle e di freddo potevano ascoltare. La neve era candida e lieve, solo il vento soffiava gelato ed entrava furioso nella grotta senza porte e finestre. I latrati dei lupi affamati si sentivano vicino e sembrava sfidassero la dolce preghiera dell’eremita:” Ho lasciato il convento, mio Dio, ho scelto la strada che tu mi hai  disegnato. Dammi la forza di resistere, liberami da questa tosse che mi sconquassa il petto. Voglio domani raccogliere le coraggiose primule e la Madonna Santa farà il miracolo che la neve si sciolga come i nostri dolori e diventi fragrante e abbeveri l’arsura dei pascoli. Mi servono le erbe per i miei fratelli e sorelle anch’essi malati, alcuni giacciono con febbri perniciose e già chiedono perdono per i loro peccati. Te ne prego porta la luce e il sole, queste montagne di pietra che io tanto amo mi avvicinano a te. [1]

Ti sento qui nel silenzio della grotta perciò ti parlo e chiedo aiuto. Io sono un povero frate solo tu puoi donarmi la forza necessaria per spargere la gioia del tuo Spirito”. L’eremita con le mani e i piedi piagati dai geloni che il freddo gli ha provocato si chiude nel silenzio e appare ai lupi che si sono appressati alla  grotta sollevato da terra come se Cristo lo accogliesse nelle sue braccia e lo riscaldasse. I lupi miagolano e scodinzolano, ignari del Mistero: “ Gioacchino mio, anche tu soffristi e accettasti anche la condanna e il carcere. Conoscevi bene i monti della Sila e la neve gelida, ben meglio di quanto io conosca i monti della Maiella. Fratello mio, povero Fratello mio, stammi vicino, non mi abbandonare, Tu che sei innalzato agli altari di Cristo che canti e danzi nella Corona dei Beati Sapienti, aiutami a seguire i tuoi tracciamenti, tu, mio Maestro, sommergimi con la tua fede. O Dio donami l’umiltà di Francesco,  fa si che io insegni agli uomini la bellezza e carità di Dio. Anche tu, Fratello mio, abbandonasti l’abbazia di Casamari, so che si trova vicino Veroli, che è e rimarrà una casa di preghiera, la Casa dei Martiri di chi difese Dio e la sua chiesa anche affrontando in tempi non antichi il martirio. I cistercensi sono una comunità eletta, eppure per un colloquio più libero e intenso con Dio tu lasciasti la Casa nel 1182 e ti rifugiasti nell’eremo di Pietralata. Donami il tuo coraggio e il tuo amore, concedimi la tua stessa dedizione a Dio e all’uomo, aiutami ad essere un santo eremita, un servo della volontà di Dio, un fratello per tutti gli uomini perché io possa accogliere nella mia anima la parola di Dio e portarla anche ai poveri di spirito. Caro Gioacchino io non sono un intellettuale come te , conosco poco il filosofeggiare, la mia parole è semplice e umile, è una parola sbrandellata dal dolore e dalla paura del peccato. Il cilicio e la preghiera sono le mie armi contro il demonio. Il nemico di Cristo si appioppa sulle pietre luminose di questa montagna e mi deride, mi tenta vuole entrare nei miei giorni di solitudine e mette in dubbio il mio credo. Ti prego non andare via, non ho niente da offrirti solo un po’ di pane secco e due bacche, preghiamo insieme il buon Dio affinché i lupi smettano di latrare e che la tormenta di neve trovi pace. I cespugli si muovono come conigli spaventati, forse anche i briganti sono vicino a me più di quanto io sappia, ma cosa possono rubarmi?. Povere creature abbandonate dalla notte, aspettano il Tuo conforto. Ricordati anche di loro, il Tuo nome domina e governa anche la pietra che incenerisce ad un tuo solo sguardo. Prego affinché Satana non si presenti anche questa notte. Diciamo insieme le preghiere che ci avvicinano a Dio e chiediamo perdono dei peccati”. Pietro da Morrone si accuccia nell’angolo della grotta dal quale può vedere il cielo e la neve che cade lenta lenta lenta lenta. Il cielo è terso, quasi bianco nonostante la notte e nel cielo si vedano miriade di stelle. Il Calavrese [2]è seduto a terra, vicino all’ingresso della grotta: “ Sappi che Tu sei il prediletto  da Dio, sei predestinato ad essere il Papa del Signore, tu sei la speranza della Chiesa, per la sua resurrezione. Placherai le proteste e l’odio, gli Spiritualisti si aspettano molto da te, gli Ordini religiosi più oltranzisti e in lotta contro la Chiesa del demonio ti daranno man forte per far risorgere la Chiesa dello Spirito. La teocrazia arrogante  delle guerre è destinata a morire. La chiesa dello Spirito e dell’Amore annienterà la chiesa grassa e corrotta, umilierà i cardinali peccatori. Molti saranno i tuoi miracoli e il popolo ti adorerà già in vita. Tu porti il vessillo di tutte le rivoluzioni, il bene, la giustizia si conquistano anche a rischio della propria vita. Il carcere al quale mi condannarono ha reso il mio cuore ribelle e determinato a mai cedere. Il demonio deve essere ricacciato nell’inferno e a te è stato affidato il compito della salvezza. La chiesa è talmente lacerata che non bastano le opere di bene, ha bisogno di uomini coraggiosi che non temono la morte. Tu per questo sarai proclamato Santo”. Intanto, fra Pietro aveva chiuso gli occhi, sfinito dalla giornata di vagabondaggio, forse dormiva, non aveva ascoltato la profezia di Gioacchino . Il Veggente continuò, quasi parlando a se stesso: “Questi luoghi ricordano il mio eremo sull’Etna, lì c’erano il gelo e il fuoco. Ogni tanto il vulcano si svegliava e faville di fuoco arrivavano fino alle stelle, una volta l’ingresso della mia grotta fu sbarrato da cenere e dai lapilli, ma non ebbi paura, il mio cuore offriva solo speranza e carità. I miei fratelli Gioacchinisti si partivano di notte attraversavano i boschi dove abeti parlanti cantavano le lodi a Dio, quando il tempo diveniva feroce, venivano a turno a trovarmi per accertarsi che ero ancora vivo. Spesso anche i monaci dell’Abbazia Benedettina di Santa Maria del Corazzo, venivano a me per congiungersi nelle preghiere mattutine con il sole che appena emergeva dalle cime delle montagne e dal mondo di nubi che imbellettano  gli asprigni scoscesi dirupi. Poi i miei colloqui con la Madonna nel mio ritiro di Pietralata, nessuna parola veniva pronunziata, la preghiera avvolgeva l’anima e il Buon Dio mi sedeva accanto. E poi la gioia di incontrare il Papa Urbano II che mi benedisse e mi chiese di pregare per lui. Io veggente credo e vedo la chiesa rinnovata e guidata da Celestino V. Vedo che i miei fratelli Gioachimiti non saranno perseguitati da Federico II , anzi quando il IV Collegio del Concilio Lateranense aveva condannato il mio Ordine, Federico II contro il volere della Chiesa e del Papa confermerà aiuti ai miei fratelli e al convento  gioachimita di San Giovanni in Fiore. L’ostilità che alcuni racconteranno tra me e Federico II non ha sussistenza: Io qui ti dico caro Celestino, così ti chiamerai quando sarai eletto papa, ci sarà per il mondo un terzo e ultimo stadio, quello dello Spirito Santo, questa nuova era sarà la più felice per la chiesa e per il mondo: ti ripeto verrà l'era dello Spirito Santo, e tu Celestino ne sarai l’ iniziatore. Poi la chiesa soccomberà per i suoi errori e per le molte calunnie e persecuzioni. Ci saranno demoni o anticristo né l’anticristo che Gregorio IX identifica con Federico II è da ritenere nemico di Cristo. Nonostante la chiesa lo scomunichi, pur avendola esso difesa, portato a termine vittoriosamente la V crociata. Né si dimentichi che l’imperatore sarà clemente nei confronti degli ebrei e dei saraceni”.

 

 

 

Dante e le profezie di Gioacchino da Fiore

 

Dante ci descrive la seconda corona del Paradiso che è quella dei sapienti, dove tra gli altri santi scorge Gioacchino Da Fiore. Il Santo veggente che predisse la venuta di un nuovo Salvatore del mondo, non raccontò come gli altri nel medioevo la fine del mondo, ma la nascita di un mondo di luce e di amore, un terzo status del mondo, a quello del Figlio sarebbe sopravvenuto lo Spirito Santo. Celestino V conosceva e aveva appreso molto su Giacchino da Fiore. L’uomo della profezia lo sentiva compagno spesso durante le sue scalate. Una notte dopo tanta fatica aveva raggiunto i 2000 metri della Catena della Maiella e per tutto il tempo aveva pensato alla predizione e alle sue parole che secondo la volontà di Dio lo volevano Papa. Tutti sapevano la profezia di Gioacchino essa era spesso commentata dagli altri frati eremiti e dagli spiritualisti che per sfuggire alle catene  si rifugiavano su quelle montagne. Essi predicavano che presto sarebbe venuto un papa, una figura che avrebbe avuta per il mondo un ruolo escatologico. Molti credettero in questa profezia, poiché e le condizioni di un papato troppo proteso verso un potere materiale aveva creato in molti monaci una forte contestazione e si erano apertamente schierati contro la  corruzione.  Le attese profetiche che venivano diffuse dal Movimento Gioacchinitico , dai francescani spirituali erano una turbolenza difficile  da controllare. Fino ai giorni nostri della Chiesa spirituale e della nomina al soglio di Pietro di Celestino V se ne sono  occupati molti studiosi, soprattutto tedeschi come Franz Xaver Seppelt, (1883-1966)[3]che molto scrisse sulla Chiesa Spirituale, o Ernest Benz[4] (1907) che si occupò dei movimenti religiosi, o il Grudmann Albert (1902-1970) [5]che ha lasciato pagine storiche sul Gioacchinismo, buon punto di riferimento è anche Bacone. Il movimento degli Spirituali, non sempre pacifico, voleva scardinare la chiesa grassa, del lusso e delle ricchezze. Tutti questi movimenti predicavano e osservavano la povertà.

La teologia e la rivolta furono  un viaggio nel mistero alimentato dalla ricerca del colloquio con Cristo

 

 

 Un cristianesimo parallelo

 

La montagna e, in questo lavoro, il Massiccio della Maiella accolsero migliaia di eremiti. Un movimento radicale, rivoluzionario che preoccupava la chiesa che era costituita  dai principi- cardinali che erano determinati a conservare il potere politico ed economico della Chiesa e porre il papa  come unico Sole .

Il potere temporale era una realtà che si manifestava con le guerre , con le scomuniche e il grande desiderio di potere e di ricchezze, di prebende , né possiamo non citare il fenomeno del nepotismo e le lotte fra le potenti famiglie romane e non solo. Questa politica fu criticata non solo da Dante, ma grandi santi avevano fondato ordini monastici che osservavano l’assoluta povertà e la preghiera, senza violenze si votavano a Dio e al prossimo per diffondere il Verbum. Altri non con umiltà , ma agivano con violenza contro la chiesa grassa sfidando i pericoli   pretendevano anche con rivolte sanguinarie che  la chiesa ritornasse  alla santità di Nazareth. La lettura e il commento del testo biblico, l’osservanza di regole severe degli ordini monastici diedero vita a un Cristianesimo parallelo, non pochi furono gli scomunicati e i monaci arrestati. Si pensa e, pare che i fatti lo dimostrino, che lo stesso Celestino fu fatto uccidere da Bonifacio VIII, perché rappresentante dell‘assoluta povertà della chiesa, questi, pur essendo un uomo inerme, fu perseguitato, imprigionato , si temeva che i suoi seguaci destabilizzassero anche con la forza le istituzioni e che il nuovo papa Bonifacio VIII fosse dichiarato usurpatore del trono di Pietro. Il re di Francia non esitò ad accusarlo dell’assassinio e di essere l’usurpatore.

 Il pericolo di uno scisma era sempre presente. Anche gli imperatori e i governatori degli stati europei non volevano più avere un papa dittatore.
Pagine tratte da Celestino v e Benedetto XVI I due Soli, di Carmen Moscariello Gangemi Editore 2025. Vietata qualsiasi riproduzione. 


[1] La meditazione, la preghiera  e il dialogo conil “Calavrese” sono  liberamente inventato dall’autrice.

[2] Gioacchino da Fiore  , così lo chiama Dante nel Paradiso: Il Calavrese.

[3] Storico della chiesa e del papato, “Storia dei papi dall’origine alla rivoluzione Francese”.

[4] Storico dei dogmi e della chiesa.

[5] Professore di Storia medievale, esperto dei movimenti religiosi.

domenica 23 agosto 2026

Trasformare la Teologia in Poesia. di Carmen Moscariello

 

Trasformare la teologia in poesia.

Post Scriptum per “ Soli della chiesa Celestino V e benedetto XVI”  Gangemi editore Marzo 2025

  

 Con timore e reverenza mi sono avvicinata  all’infinita e raffinata cultura di Benedetto XVI, al suo pensiero che ha radici e forze nella storia dell’uomo e di tutto il Cristianesimo.

Egli è un filosofo teologo che più lo studi e  leggi i suoi libri, le sue omelie, le sue lettere, più lo ami e più ti senti vicino a Dio, ti  porta  su quella sua strada segnata da Fede e Ragione.

Ci si sente impari di fronte a questa grandezza. Egli ci presenta Dio e la Chiesa nella loro bellezza e di quanto la loro presenza sia essenziale alle nostre vite.

Senza Dio si ignorano due parole essenziali alla vita dell’umanità: Amore e Pace. Su queste due grandi colonne poggia la Chiesa, perciò la nostra fede, con la presenza del Cristo fatto uomo, può rendere il mondo migliore.

Dalla sua morte non mi abbandona il pensiero di Benedetto, così per tanto tempo ho iniziato le mie giornate con il proposito  di leggere una sua omelia, una sua lettere, una sua considerazione sull’arte e sulla musica, le sue appassionate analisi sui Padri della Chiesa, cercando di entrare passo dopo passo nel suo infinito pensare e nel suo amore incondizionato per l’umanita e la Madre Chiesa.

Mi sento fortemente colpevole poiché anch’io nel passato mi sono lasciata sviare da interpretazioni giornalistiche dei suoi detrattori che purtroppo sono stati e sono tuttora tanti.

Soprattutto agli inizi del suo pontificato,  non lo  ho amato abbastanza, perdendomi così l’occasione di percorrere con maggiore coscienza e rigore la strada di Dio.

Ecco quello che Egli ha voluto insegnarci e credo che sostanzia il suo pontificato: il suo magistero fu ed è  la strada che porta a Dio, è bello  avere Dio come sicuro obiettivo e compagno nello scalpiccio accidentato delle nostre strade.

In seguito, leggendolo in molte sue pieghe biografiche  scopro che era un appassionato della musica, della poesia e dell’arte e in molti passaggi delle sue analisi teologiche e teologali  ritiene che anche questo sia un modo per rimanere vicini alla bellezza di Dio, anche la poesia, la musica  e l’arte sono strade della catechesi che portano a Dio.

Nella serie di catechesi sui Padri della Chiesa egli ci ricorda che molti di questi padri amarono la musica da Romano Il Melode[1] a Sant’Ambrogio , a San Tommaso, a san Giovanni della Croce.

Io stesso ho constatato di quanto la musica e i canti religiosi facciano parte di tutta la liturgia e della catechesi della chiesa. Ricordo come se fosse oggi un viaggio scolastico con i  miei alunni  all’ Abbazia di Montecassino. La visita era naturalmente prenotata eravamo lì per una mostra di incunabuli allestita  nella biblioteca.  [2]    I monaci appena mettemmo piedi nel monastero ci accolsero con canti e musica gregoriana, non li vedevamo, ma io provai in me l’incanto di essere in Paradiso.  Anche in luoghi meno famosi come nell’Abbazia di Santa Maria del Colle a Lenola dove c’è un coro da fare invidia a quello di San Pietro, i canti sono tutti in latino (come era desiderio di Benedetto XVI ) sono tuttora qualcosa di sublime, di non raccontabile con parola umana, poiché anch’essi sono testimonianza della bellezza di Dio. E forse che Benedetto XVI non ci illumini dicendoci di allontanarci dalla volgarità del vivere, dall’approssimazione dei costumi, dalla bestemmia, da ogni perdizione della propria coscienza e non ci inviti a riflettere sulla nostra società superficiale e narcisista.

I suoi detrattori hanno avuto molto da dire anche su queste parole.

Forse che non sia vero che per credere e amare la parola di Dio sia necessario rigore, passione, rispetto delle regole della chiesa e dell’uomo, dell’ambiente?

Non credo che questo e, non solo questo, sia rigorismo, o peggio ancora conservatorismo.

Le molte critiche che sono piovute su di Lui, soprattutto dalla Germania e dall’America, come le accuse di poco rigore nella lotta alla pedofilia, gli avranno provocato non poca sofferenza. Eppure le leggi più severe nel trattare questo miasma sono state scritte e dettate  sotto il suo pontificato e alle quali lo stesso Francesco si sta attenendo con coraggio, dolore, e forza.

Quello che più vale e lo mette in stretta vicinanza a Pietro da Morrone  è il suo insegnamento: l’invito a pregare, a incontrare Dio ogni giorno nell’ostia consacrata. Egli ci insegna come farlo:  la preghiera è un mezzo meraviglioso per mettersi in contatto con Dio.

Pregare, pregare, pregare.

E’ questo l’insegnamento più determinante della sua fede che lo accomuna al suo Fratello di sangue San Pietro Confessore.

Nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa,[3] e in opere prestigiose di meravigliosa e facile lettura[4]vorrei ricordare con le parole di Benedetto Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, “appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia”. Pensiamo anche al suo compatriota, sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma meditiamo  anche su  teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano l’anima; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso,[5] che ci ha donato gli inni della Festa del Corpus Domini; pensiamo a san Giovanni della Croce[6](1542-1591) che oltre la dolce musicalità delle sue opere accompagnate dal suono dell’organo, di infinita bellezza sono il “Canto spirituale” e “Il mistero dell’unione” fu un grande riformatore e chiese come Benedetto XVI maggior rigore alla Chiesa. Con Santa Teresa Davila il Doctor mYsticus, gigante della fede, operò una grande riforma della chiesa, soprattutto in Spagna  fu Santo, ma anche musicista e poeta “La notte scura”, e dunque il suo operare,  furono  un esempio chiaro di questa fusione tra  teologia e poesia. Scelse e  amò la vergine del Carmelo e fu carmelitano. Non è un caso che il Papa Emerito o citi come espressione di bellezza della chiesa cattolica.

La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.

Anche gli inni liturgici sono una forma di catechesi , infatti ab origine erano solo questi. Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora, per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e dell’innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette "contaci" (kontákia). Il termine kontákion, "piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto

Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone, le grandi chiese costruite dall’uomo in onore di Dio, di Cristo e della Vergine sono pagine bellissime ed eterne della storia del Cristianesimo parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo.[7]

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia e teologia

Fondare la nostra  vita su Gesù e sulla salda roccia della sua Parola

Noi siamo un fiume solo
se uno ha peccato
tutti siamo feriti.
Invece il cielo gli agnelli i prati
sempre fedeli a compiere lo stesso mistero
inesauribile di riti novelli.
E’ Dio che in essi fiorisce,
si espande, dilaga
e poi ritorna a fiorire.

Dove sarà mai paradiso
Fuori di questa unione divenuta cosciente?
Questo solo è peccato,
origine di ogni altro errare:
il non aver saputo che la terra è di Dio.
Ed egli è nel cuore delle cerve[8]

 

 

 

Egli è nel cuore delle cerve»[9] con un verso solo siamo proiettati  nell’orizzonte dei testi biblici nel dolce cantare di San Francesco, di David Maria Turoldo e, perché non pensare anche alla Ginestra del Leopardi dove la fusione della natura e l’uomo è senza precedenti per la potenza delle immagini e della parola poetica?  Questi poeti sono i protagonisti soprattutto della Catechesi di Papa Francesco: ogni giorno ci invita alla pace, ogni giorno ci prega di rispettare e amare la natura. La salvaguardia della natura è nella dottrina cristiana occupa un posto primordiale potremmo dire al pari della Pace.

L’uomo che distrugge il prossimo e annienta la natura si mette sul piano dei demoni. Ma ritornando al grande teologo egli ci insegna che la poesia può raccontare l’odore della terra, il senso della vita spesa al servizio di Cristo.

Mi sono interrogata più volte su quanto abbia sofferto Benedetto XVI che inquieto  cercava l’odore del pane, il canto che annunciava la parola di Dio e le bianche betulle che  lente cantavano gli inni alla madre di Dio, pregando per questo mondo che spesso ci disonora, una società che voleva  la morte di Dio, divorata dal super ego il cui unico terribile desiderio era ed è sopraffare il prossimo. Aveva già previsto nei suoi scritti l’orrore delle guerra che stiamo vivendo, mi riferisco alla carneficina dell’Ucraina e della striscia di Gaza: perpetrando la condotta dell’individualismo, l’azzeramento del “Noi” al quale tanto teneva il Pontefice, da soli non si costruisce il bene, non c’è futuro per l’uomo. La chiesa cattolica ha la sua forza e il suo fondamento nell’amore per il  prossimo e la catechesi di papa Francesco è una preghiera quotidiana  sull’accoglienza dei poveri e degli emigrati.  Cosi Bendetto XVI:i  suoi scritti non sono solo estensione della preghiera, visione del Padre, il candore della colomba che annunzia la resurrezione, Egli aveva occhi bene aperti sul mondo sapeva che a grandi passi ci si avviava verso il precipizio, ha tentato invano di fermarci, di riflettere sul nostro operato. E la sua  voce flebile , quasi un sussurro ancora ci invita, ci supplica  a cambiare strada, scegliere la via della fede, accostarsi a Dio, immergerci nella purezza dei Santi. Questo è anche  l’appello quotidiano anche di Papa Francesco. Guai all’uomo se non ci fosse la chiesa e i suoi santi e i pastori saremmo ancora di più un popolo di disperati, se solo guardiamo alle dottrine marxiste che avevano cancellato  Dio dal cuore degli uomini, ci accorgiamo di popoli che comunque cercavano Dio. Ricordo in un mio viaggio risalente al 1973, anzi in un lungo soggiorno a Dubrovnik , avevo una collana con un piccolo crocifisso al collo, molti lo guardavano con dolore, poiché a loro era vietato.[10]

La parola profetica è poesia.

 La voce di Benedetto è una voce di preghiera, ma è anche una voce di denuncia del presente che non conosce la  “sacralità “della vita, né quella di Dio.

C’è in Lui un impulso irrefrenabile a cambiare la storia a legarci alle nostre origini cristiane ad avere come maestri i grandi Padri della chiesa.

 La non quiete, il volgare trasformismo non fa altro che creare il caos e dunque la morte.

Non c’è utopia né pensiero puramente astratto nell’opera di Benedetto, ma la totale fiducia in Dio e nella Chiesa e nell’uomo.

La chiesa di Dio deve strappare l’uomo al suo inferno, aprire varchi verso l’amore di Cristo, bere a quella croce del mistero della vita e della morte e risorgere, riportarci sul colle dove il sole  sta sorgendo e nel silenzio della preghiera ascoltare la natura e bere ai ruscelli cristallini dell’onestà, del rispetto per i fratelli.

Salire sulla collina dove il sole non tramonta.

La fede è verità e trova le sue radici ricche di linfa vitale nell’amore. “Non ho mai saputo accettare questa “civiltà”: la civiltà dello scialo, del consumo, delle magnifiche sorti e progressive che sono, al contrario, una marcia verso la morte più che verso la vita. Questi sono temi, per me, che costituiscono veramente uno stato di provocazione continua: da qui nascono il mio grido, la mia denuncia, la possibilità di farsi sentire come voce che condanna o annuncia”. [11]

Non basta denunciare il presente anarchico e corrotto, ma occorre insegnare all’uomo che non è ideatore solo di mostri, di orrore, ma anche di rifulgere raggiante accanto a Dio e ai suoi angeli.   “Bisogna che l’uomo riconosca la sua sconfitta; gridare forte che questa non è una civiltà umana; che la tecnica e la stessa scienza sono, per ora, nella norma più estesa, le assi della cassa da morto dell’uomo”.[12]

Benedetto XVI  ritiene che la ragione non è solo la maestra delle scienze, la ragione fa parte della teologia è elemento determinante, essa non è la regina di due mondi diversi, ma di due mondi che si appartengono. E’ di chi dissente e perciò è rifiutato in quanto sovvertitore.

E ritorna meravigliosa nella sua vita e nei suoi scritti  l’immagine di Gesù crocifisso,[13] bellissima la testimonianza a Vienna nel 2007 sul crocifisso del Duomo di  Sarzana, nell’abbazia di Heiligenkreuz  poté ammirarne la copia : “Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama. Questo sguardo si volge ad ogni uomo. Il Signore, infatti, guarda nel cuore di ciascuno di noi”

 

 

 

 

Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».

Nel libro «Luce del mondo», del 2010, aveva già prospettato l’ipotesi: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia.2Proprio adesso bisogna tenere duro”, non arrendersi, che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare». È ciò fa anch

 



[1] Romano il Melode, omileta cantorum, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria, morì nel 550. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Ma pensiamo anche a teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini ; pensiamo a san Giovanni della Croce

[2] La biblioteca possiede le stampe  più antiche , non solo di opere prettamente religiose, ma anche di molte opere laiche come la Divina Commedia di Dante.Tra le prime opere a stampa fa  parte della raccolta della biblioteca dell’abbazia, anche un’edizione della Summa contra gentiles di Tommaso d’Aquino (Venezia, non oltre 1476), la Commedia di Dante (1477-78), i Trionfi e il Canzoniere di Petrarca (Venezia, 1478). Del fondatore, san Benedetto, non manca un’edizione della regola (Venezia, 1489-90), pervenutaci in pochi e spesso lacunosi esemplari, e del De conservatione sanitatis (Roma, 1475).

[3] Udienza Generale, Aula Paolo VI  21 maggio 2008

[4] Catechesi sui Padri della Chiesa Da  Clemente Romano a Gregorio Magno, vol. I e II. Città Nuova 2008.

[5] Suoi sono gli inni della festa del Corpus Domini

[6] Padre Gabriele di Santa Maria Maddalena, studioso dell'opera del santo, ricorda che ciò a cui il santo aspira non è rendere gli uomini indifferenti agli affetti, al lavoro ed alla vita, bensì mettere Dio al centro dei propri pensieri e delle proprie attività.Questa spiritualità non è riservata, esclusivamente, al clero ed ai religiosi ma può essere vissuta anche dai laici, che vivono la loro esistenza, nelle comuni necessità quotidiane.

Tra le opere del mistico che presentano questo carisma, una delle più interessanti è il Cantico spirituale.

 

[7] Carmen Moscariello “L’Europa delle Cattedrali” Prefazione di Nicola Cilento. Napoli 1973

8  David Maria Turoldo

 

 

[10] Erano i tempi in cui a governava la Iugoslavia, repubblica socialista , c’era Josip Broz Tito, meglio conosciuto con il nome di Tito. Nonostante in questo stato non ci fosse la rigidità del comunismo sovietico, comunque era vietata la religione, ritenuta  “oppio dei popoli”.

[11] Benedetto XVI

[12] Benedetto XVI

[13] . Il crocifisso della concattedrale di Santa Maria Assunta è uno dei più antichi crocifissi lignei della storia dell’arte. La datazione all’anno 1138  ed è opera del Maestro Guglielmo, nome sconosciuto alla Storia dell’arte.