sabato 8 agosto 2026

Il Seminatore di Speranze di Carmen Moscariello

 

Il seminatore di speranza. di carmen moscariello

 

 L’ Illuminato sui monti era raggiunto da teologi,  filosofi, rappresentanti illustri dei monasteri, dagli abati, dai re, dai più potenti e dai più umili della terra. Venivano da ogni parte d’Italia, possiamo dire anche dall’Europa, a lui chiedevano consiglio, di pregare per loro. Con essi parlava, battendosi il petto e pensando a cosa gli Ordini religiosi potevano fare per soccorrere i poveri, non solo insegnargli la preghiera e la strada del dialogo, ma , soprattutto, la strada del riscatto, uscire dalla miseria e portare il pane in ogni casa. Era necessario migliorare i luoghi in cui vivevano i pastori e i contadini, cacciare via la fame, le malattie, accudirli, pianificare progetti per rendere fertile le terre, limitare i latifondi, costruire mulini, provvedere con opportuni meccanismi a portare l’acqua nei campi, costruire luoghi di culto e lottare contro lo sfruttamento, trovare le giuste erbe per guarire le  greggi , sconfiggere le epidemie che affliggevano bambini,  uomini e animali. Gli eremiti di Pietro non vivono avulsi dal loro tempo, il loro impegno nel sociale porta alla realizzazione di  ospizi, ricoveri; nascono forme cooperative di poveri e si riscopre il contatto umano e sociale con un conseguente relativo benessere anche per le classi più povere. Nel giro di pochi anni la terra d’Abruzzo si trasforma, sorge una rete di monasteri, rifiorisce l’economia agro-pastorale e si realizza addirittura un progetto di sfruttamento dei laghi salati per l’allevamento ittico. Pietro del Morrone, il seminatore di speranza, diventa un simbolo, oggetto di venerazione sempre più grande, amato da tutti e principalmente dalla povera gente.[1]

Questo aspetto pragmatico non fu marginale nell’opera e nel pensiero di Celestino, chi lo vuole inadatto al mondo compie un grande errore. Se solo consideriamo il viaggio compiuto ad un’età avanzata in Francia, a Lione per andare al cospetto del papa per difendere il suo Ordine e i rapporti che ebbe con i templari e gli altri ordini religiosi, gli imperatori che vi si recavano per consultarlo e ricevere consigli, l’autorità che dimostrò quando scrisse ai cardinali chiusi a Perugia da due anni e non riuscivano ad eleggere il papa, minacciandoli di gravi e terribili sciagure, comprendiamo meglio la grandezza di questo Santo e di quanto la sua opera abbia inciso sugli uomini e sulla storia. Non ultimo, la fama che acquisì in tutti i paesi e i conventi dell’Italia del Nord, durante il viaggio a Lione. I luoghi  che ospitarono con amore il povero eremita furono tanti. Seguiamo il Santo in questo viaggio . La sua agiografia rimane un importante termine di riferimento per gli studiosi e  molti monaci Celestini si sono adoperati in testimonianze storiche di molto rilievo. 

Celestino magico

 

 

Vogliamo approfondire meglio la conoscenza di Pietro dal Morrone. Testimoniare con fatti davvero accaduti e con episodi più dettagliati i momenti del viaggio che intraprese per Lione. Frate Pietro, per la sua fama di santità e le sue virtù taumaturgiche, era largamente conosciuto. Dovunque egli andasse, la gente lo supplicava di restare, offrendosi di costruirgli un monastero per facilitargli la permanenza. Tutto ciò non ebbe luogo, come si potrebbe facilmente pensare, solo nel perimetro della Maiella, ma anche in zone molto più distanti all’interno della penisola italiana, oltre che in Francia.

Quando viene a conoscenza  che è volontà del papa  Gregorio X  eliminare i nuovi ordini, poiché dannosi alla chiesa di Dio,  in quanto molti di essi violenti e non rispettosi della volontà del papa, Pietro Angelerio con i due   confratelli  Giovanni D’atri e  Placido Morel del suo ordine , si avvia a piedi fino a Lione , percorre più di 1200 chilometri all’andata, altrettanti per il ritorno. Durante il lungo e difficile viaggio che inizia quasi in  inverno, nel   novembre 1273, Pietro si ammala per il troppo freddo, e anche i confratelli non godono di buona salute.

Nel suo lungo tragitto tutte le città che attraversava lo accolsero  e lo acclamarono santo, chiedendogli  miracoli, lo implorarono per essere guariti e benedetti.

Fu un avventuroso viaggio.

Partirono dall’eremo di sant’Onofrio  per perorare la causa della sua Congregazione (secondo le direttive del  Concilio di Lione  questa rischiava di essere sciolta assieme a tante altre congregazioni moderne),questa potenza di volontà e di forza  lo pose al centro dell’ammirazione di tutti i Padri conciliari e dello stesso  pontefice Gregorio X.  Questo viaggio è ben narrato e per certi aspetti ricostruito storicamente da Lello Matino un confratello celestino che pubblicò il suo libro nel 1637. Il ritorno all’Aquila avvenne con grande gaudio  nel giugno del 1274. [2]

La strada che percorsero i celestini fu la via  Francigena.

Molti aiuti e affetti ottenne durante il viaggio, tutti i suoi biografi concordano sull’aiuto che Pietro ottenne dall’Ordine benedettino e da molti altri conventi, nei loro ospedali fu curato e aiutato anche affinché il papa lo ricevesse e accogliesse le sue preghiere. Il suo Ordine fu riconosciuto e integrato in tutte le sue fattezza nell’Ordine dei Benedettini.

 Dai monti Pistoiesi Pietro e i suoi compagni giungono a  Lucca e infine a Firenze, dove Pietro vuole visitare uno degli ospedali di cui ha sentito molto parlare.

E' l'antico ospedale di San Giovanni Evangelista, fondato dal capitolo del Duomo intorno al 1040, era  conosciuto come un luogo di carità e assistenza ai pellegrini e agli ammalati gestito da religiosi e laici. Pietro volle fermarsi alcuni giorni in questo luogo per rendersi conto di persona del lavoro che qui veniva svolto.

I malati di peste lo imploravano di guarirli, di assistere  i loro figli, i vecchi genitori ed egli pietoso, senza temere la morte stette a lungo in mezzo a loro dando conforto ai vivi e ai morti. La sua sosta a Firenze gli portò una tale devozione da parte del popolo che tutti lo veneravano come santo. la città non dimenticò mai il servizio reso da frate Pietro, tanto che venne istituito un palio in suo onore. Aveva eccellenti rapporti anche con i potenti ai quali chiedeva aiuto per i poveri e i malati.

Questo storico viaggio  testimonia la volontà invincibile di Pietro, tutt’altro che vile. Per il suo Ordine rasentò la morte, ma in questa straordinaria esperienza nasce il radicamento dei fatti futuri anch’essi testimone della presenza di Dio al suo fianco.


  Arrivare a Torino fu duro e difficile, a piedi, sui muli, sui carri i tre frati camminavano senza timori, né la fame, la pioggia il freddo e il caldo avevano potuto fermarli. Il viaggio fino a Torino durò più di un mese.

Da questo momento in poi il cammino divenne impervio, dovettero affrontare le Alpi, arrivarono laceri e stanchi al Passo del Moncenisio, attraversarono  la Valle di Susa.

 Furono ospiti all’Abazia di Novalesca.

"A Novalesa conosceva un confratello che lo presenta all’abate, il quale vuole che si ferma a celebrare con loro la Santa messa di Natale del 1273 nella cappella di Sant'Eldrado"

Rimessisi in viaggio costeggiano il fiume Rodano. Per arrivare dopo tre mesi a Lione..

Nel 1274 alla fine di Gennaio o ai primi di Febbraio, stanchi, sfiniti e ammalati, dopo l'estenuante viaggio, sono accolti e curati dai templari che hanno in quel luogo  un Ospedale.

Qui  un sogno profetico gli rivela che i suoi discepoli avrebbero posseduto un giorno quel luogo e che un superbo convento vi sarebbe stato edificato.[3]

Pochi giorni dopo viene a trovarlo il Cardinale Latino Malabranca , amico di Pietro, con un gruppo di predicatori alcuni dei quali conosciuti dal Santo nei suoi Eremi.

Probabilmente, grazie all’aiuto del suo buon amico, viene ricevuto subito dal Papa Gregorio X.
Si dice anche che: “l’amicizia “di Pietro con i Templari abbia agevolato questo incontro.
Altri riferiscono per l'intercessione del cardinale Domenicano Riccardo degli Annibali.[4]

Il primo colloquio con il Papa avviene nel febbraio del 1274 il Santo Pontefice Gli dice  che il suo Ordine non sarà cancellato e entrerà sotto la protezione della Chiesa, con il limite di affiancarsi ai monaci benedettini.

Numerosi i miracoli piccoli e grandi che il Santo compie durante la permanenza a Lione, sorprenderanno non poco la corte papale, affascina anche  per la semplicità e santità del suo modo di essere e di rapportarsi a Dio:

"Nel vedersi l’umile frate preparare per la messa preziosi vestimenti, arrossì non poco, come professore di povertà e avezzo usare nel romitorio suo paramenti vili, ma ben si mondi, e puliti; e da fervore di Spirito tacitamente commosso, e con gran moto d’animo rivolto a Dio, desiderando in estremo le solite sue vesti, fu di repente esaudito; ed ecco alla sprovvista, comparvero quelle davanti a lui, non senza maggior meraviglia da tutti, e di esse vestitosi celebrò divotamente il Santo Sacrificio, e n’hebbe poscia, come a suo luogo diremo la bramata confermazione dell’Ordine da lui istituito."[5].

I  suoi Agiografi ricordano una leggenda  in questo episodio della Messa, essa è    ripresa poi anche dal Marini :

“ Fu ordinato al Santo che dovesse celebrare Messa alla presenza del Sommo Pontefice e dagli altri Padri, perché già tutti, mossi dalla celebre fama della sua santità, avevano concepita molta devozione verso di lui. Mentre egli, preparandosi, cava la cappa esteriore chiusa, da noi chiamata cuculla, questa senza essere sostenuta da alcun ministro restò sospesa nell’aria come se fosse stata appesa o appoggiata a legno o ferro o pietra.”[6]
In seguito Pietro è di nuovo richiamato da Papa Gregorio X che gli conferma definitivamente il suo ordine con l’emanazione della bolla “Religiosam Vitam Eligentibus“ data il 22 Marzo 1274.[7]

 

 

 

 

LA Bolla Papale

 

 

Il 22 Marzo 1274. La bolla Papale “Ai diletti figli, il priore del monastero di Santo Spirito di Maiella e suoi monaci. Poiché a chi sceglie la vita religiosa è necessario il presidio della sede apostolica, perciò, o diletti figli, volendo con clemenza annuire alle vostre giuste domande, prendiamo sotto la nostra protezione il monastero di Santo Spirito di Maiella e la muniamo col privilegio del presente scritto. In primo luogo sanciamo che l’Ordine monastico è istituito in cotesto monastero secondo la Regola di San Benedetto…”[8] C’è polemica da parte degli storici sulla data della Bolla e anche sul nome del papa Gregorio X, crediamo per non incorrere in enormi contraddizioni che la vera data della bolla sia del 22 marzo del 1274.
"… Come etiando nel 22 Marzo dell'istesso (1274) consolò, con gran gusto il Santo Fra Pietro da Morone, che mentovammo di sopra, confermando la Religione da esso istituita, detta poi dei Monaci Celestini; e benché paia dal tenore della Bolla non essere quella l'approbatione primiera di tal' Ordine; nondimeno il motivo, che spinse il fondatore a trasferirsi con tanto travaglio, e pericoli alla città di Lione, e le parole de gli autori in favellar di ciò, e non aver i Monaci altro previlegio della Santa Sede
primo di quello, che gli concedè Gregorio, fanno che la gratia dello stabilimento di detto ordine a lui solo si attribuisca, e non ad altro pontefice; ma si deve avvertire, che in quella Bolla stà con errore posta l'indittione terza invece che della seconda, la quale nel 22 di Marzo del 1274 hebbe a concorrere con l'anno terzo del pontificato di Gregorio."[9]

"Scendendo dai monti nei pressi di Como sulla punta estrema del Lago di Lario..."Mentre si trova colà fu chiamato a Milano dal Vescovo di detta città da cui ebbe in dono un’antica chiesa diruta nei pressi di Porta Volta..."Dopodiché si reca a Mantova chiamato dai signori Bonacolsi e anche là furono elargite donazioni per sopperire alle necessità dei più bisognosi. "[10]

Pietro riprende il viaggio passando nel bolognese e dirigendosi verso la Garfagnana.

Molti autori riportano che Pietro e i suoi compagni, per un buon tratto di strada, vengono accompagnati da Cavalieri vestiti di Bianco che li aiutano e proteggono anche dai briganti che volevano assalirli.

Arrivati in Garfagnana si dirigono nella zona di Lucca attraversando poi i monti Pistoiesi.

In questo luogo dei banditi cercarono di rapinare i tre viandanti ma la leggenda narra che furono salvati dall’intervento provvidenziale di tre grossi serpenti che misero in fuga i malintenzionati.

“ In nel camin li latron trovasti- colli toi frati tu andavi a Pistoia - volevanovi  fare innogia  serpenti  li  mordero e tu campasti - "”[11]

"Qui il futuro papa avrebbe compiuto un altro miracolo. Mentre vi passava, Pietro visitò uno degli ospedali in cui erano ricoverati numerosi infermi. Quindi li interrogò e “dispostili a penitenza” con un segno di croce li rese sani. Così, da allora in poi, la città del fiore inaugurò una devozione del tutto particolare per il santo morronese e “tutto il Magistrato” cittadino “nel dì della sua festa visitava la sua chiesa e si faceva corso e si correva il palio”. [12]Dopodiché Pietro e i suoi compagni riprendono il cammino, raggiunsero e attraversarono  Siena, Viterbo e, con il tempo buono, a metà di Maggio giunsero a Sanseverino dove si fermano alcuni giorni in un monastero Benedettino il cui Priore è stato compagno di studi di Pietro a S. Giovanni in Venere.

Verso giugno del  1274 finalmente, con l’aiuto di Dio, giungono all’Aquila. Pietro mondò avanti i suoi due monaci per dare le belle notizie: il Papa non cancellava il loro ordine. Si racconta che sfinito e felice si addormentò presso un’effige posta sulla strada di  Collemaggio, qui  gli apparirà in sogno la Madonna che chiede al Santo di edificare una chiesa in suo nome, come infatti avvenne.

In questo luogo costruirà in tempi brevissimi la grandiosa Badia di Santa Maria di Collemaggio in onore della Vergine.[13]

Gli eremiti di Pietro non vivono avulsi dal loro tempo, il loro impegno nel sociale porta alla realizzazione di mulini, ospizi, ricoveri, strutture pubbliche che tendono  all’affrancamento dei servi dei loro padroni; nascono forme cooperative di poveri e si riscopre il contatto umano e sociale con un conseguente relativo benessere anche per le classi più povere. Nel giro di pochi anni la terra d’Abruzzo si trasforma, sorge una rete di monasteri, rifiorisce l’economia agro-pastorale e si realizza addirittura un progetto di sfruttamento dei laghi salati per l’allevamento ittico. Pietro del Morrone, il seminatore di speranza, diventa un simbolo, oggetto di venerazione sempre più grande, amato da tutti e principalmente dalla povera gente.[14]

 

 



[1] Questo paragrafo ha attinto  dalla agiografia di Celestino

[2] Vita e miracoli di San Pietr del Morrone , opera dell’Abate Lello Matyino, Milano 1637

[3] I templari.Celestino Magico  di Maria Lopardi Edizioni Libri

[4]  La Chiesa nella cronaca Salimbeniana di Ludovico Gatto. Libro VI ,pg.51, 1993.

[5]  Dell'Historia Ecclesiastica di Piacenza di Pietro Maria Campi,canonico Piacentino. Libro decimonono, pg 274. Piacenza 1651

[6]  Il Papa Santo Celestino V. S. Pietro a Maiella.pg 111 Di Antonio Grano.Tullio Pironti Editore.2001.

Il 7 Marzo 1274 Tommaso D’Aquino, partito da Napoli su convocazione del Papa, come dotto teologo per partecipare ai lavori del Concilio, muore a 49 anni  nell’abbazia Cistercense di Fossanova presso Priverno. E' canonizzato il 18 Luglio 1323.

 

[7]  Pietro del Morrone. San Celestino V Papa. Antonio de Simone, pg. 69. Ed.MEF Firenze Athenum. 2005.

 

[8] Dell'Historia Ecclesiastica di Piacenza di Pietro Maria Campi,canonico Piacentino. Libro decimonono. Piacenza 1651

 

[10]  Celestino Papa Eremita e Santo. Di Maria Burani, pg.125. Ed.Città Nuova.

[11] da F.X. Seppelt, das “Opus Metricum

[12] Il 7 Maggio 1274 Intanto nella cattedrale di S. Giovanni a Lione, inizia il 14° Concilio Ecumenico che terminerà il 17 Luglio 1274

[13] Nel Giugno o Luglio 1274 Pietro, subito dopo il ritorno da Lione, fa pubblicare la bolla di Papa Gregorio X principalmente per recuperare molti dei suoi beni dei quali,   altri ordini religiosi, credendo che il suo movimento venisse cancellato, si erano impossessati; inoltre vuole indire un Capitolo Generale per definire i vari punti in essa contenuti.

 

[14] Questo paragrafo ha attinto  dalla agiografia di Celestino

Avere due lunghe ali di Carmen Moscariello

 

Avere due lunghe ali

 

 

Pietro Angelerio nell’eremo di Santo Spirito  in preghiera ascolta il rumore dell’alba.

La tempesta non aveva dato tregua alle povere querce.  Il fischio dei pastori che chiamavano i cani a protezione del gregge veniva da lontano e inondava le cime dei monti. Non erano solo le persone a creare quei rumori, ma i serpenti insidiosi che si nascondevano sotto la pietra irridevano l’alba con il loro sibilo che sembrava una risata di sfida . E lì in cielo brillava Venere , prima di salutare l’alba, la stella più luminosa. Il Santo la fissava incantato e salutava le anime dei morti che tutta la notte gli avevano fatto compagnia. Qui sui monti egli adorava contemplare l’alba e accarezzava pensieri di rinascita, gli ritornava  in mente il sogno che aveva fatto al ritorno da Lione e anche gli impegni presi con i templari: La Madonna gli aveva chiesto di edificare una grande chiesa che potesse accogliere il suo futuro e quello della sua gente. Nelle sue meditazioni il Santo si interrogava sul perché la Madonna aveva detto che ad  essa interessava il suo futuro. Cercava la quieta per ragionare con i santi invece le tempeste che custodiva dentro di sé erano ben peggiori di quelle che la notte tormentavano l’eremo. I luoghi contribuivano alla sua ascesi, più si allontanava dal mondo, più saliva e più si avvicinava al buon Dio. Spesso pensava ai Fioretti di San Francesco , alle predizioni del Calavrese e lo invadeva all’improvviso lo stesso misticismo, il suo povero saio si illuminava, come se fosse fatto di fuoco. Si sentiva responsabile per i suoi confratelli per l’ Ordine religioso che aveva fondato, fatto da monaci che avrebbero osservate regole severe e in particolare la povertà e l’illibatezza dello spirito e del corpo. Molti erano i giovani che si univano alla compagnia di monaci, erano ferventi cristiani e volevano insieme a Lui imitare la chiesa dei martiri, anch’essi già eremiti e alcuni di loro già perseguitati per il radicalismo delle loro regole di vita e accusati in molti casi di eresia. La Chiesa del tempo aveva paura di tutti coloro che potessero sobillare lo status quo e far cadere la chiesa nel caos.

Il mistero avvolgeva gli uomini e le cose.

 E’ già il tramonto, l’intera giornata era passata nella meditazione, Pietro non aveva assaggiato nemmeno un tozzo di pane, dimenticato nella bisaccia. Il tramonto ha il calore della speranza e tutti i suoi progetti li sente a portata di mano. Nella sua mente sono già scritte le regole ferree che detterà al suo ordine, come Mosé , sentì che quei princìpi erano e sono necessari per chi  scegliesse di servire Dio e il popolo.

I suoi principi di riforma  nascono dal suo esempio e si riflettono sul mondo. Si potrebbe dire che Fra Pietro aveva nel cuore non solo Dio, ma anche una linea di riforme politiche ed economiche ben precise. Sarebbe interessante tracciare non solo le sue regole che portano a Dio, ma anche le regole che portano al rispetto dell’uomo e al suo riscatto dalle ingiustizie, alla Pace…...

Forse queste due linee sono congiunte e risplendono di quella luce di giustizia che è amore e porta al Buon Dio e dunque  al riscatto delle genti, alla non belligeranza, all’assenza delle lotte. La sua regola fondamentale è (più giusto è il presente) dare il buon esempio e pregare, pregare molto! Le regole avevano il suo fulcro luminoso nella scelta di amare Dio e tutti i fratelli,  la cura e  il rispetto per la sua chiesa, l’amore per i poveri erano questi i valori ai quali aderiva e voleva che il suo Ordine splendesse come l’azzurro del cielo, li chiamò celestini, affinché i loro occhi fossero sempre rivolti al cielo e da esso apprendessero a vivere la luce della Grazia e imparassero a cogliere tutto il dolce che c’è nella vita di un servitore della Chiesa. La natura di fronte a tanto splendore, attonita musicava  le canzoni più belle e dava  rifugio e protezione ai giovani monaci e al loro Maestro. Estasiati gli uccelli felici portavano virgulti d’amore alle creature , nella casa dell’uomo, delle piante, dei santi, nella casa  di Dio: “Amate la Natura, diceva  Pietro, essa è la nostra madre, ad essa si deve rispetto, affinché possiamo godere per sempre il calore del suo abbraccio”.  I dubbi all’alzarsi delle ombre lo aggredivano, pensava  che non era nelle sue forze e nelle sue capacità  fondare una congregazione, tuttavia avrebbe fatta per intero la volontà di Dio. Nella notte, in compagnia della Madonna , nella grotta troglodita in cui si era accucciato, decretò il nome del suo Ordine, si chiameranno    “Fratelli Penitenti dello Spirito Santo” [1](Celestini). Il giorno dopo, chiamò presso di sé due confratelli, ad essi  dettò le regole e ne sancì la rigida disciplina. La Maiella così  diventa la scuola di spiritualità  e di sapienza, diviene l’università di teologia più prestigiosa del mondo. Maestri e discepoli  lo raggiungevano  di notte per non essere visti e arrestati. Molti erano  gli spirituali francescani , i ribelli dell’ordine di San Francesco che si richiamavano ai valori che il Santo d’Assisi aveva insegnato all’Ordine, tra essi c’erano Clareno e Olivi, grandi predicatori e conoscitore del verbum divino. non si riunivano mai nello stesso romitorio, per paura  della scomunica, nella notte vagavano e prima dell’aurora, verso le tre del mattino, li si vedeva arrivare come  ombre  al l’Eremo di Santo Spirito o  a quello di Sant’Onofrio.

 

Abbazia del SS Spirito

 

 

L’eremita della Maiella diveniva così non solo guida spirituale, ma maestro di teologia, appassionato lettore del vangelo. Li chiamava a profonda meditazione, affinché con lui potessero contemplare la bellezza divina e trovare dentro di sé lo spirito della pace.

I giovani si formavano non unicamente alla teologia, alla meditazione e alla contemplazione, ma impararono e, a loro volta, insegnarono ai contadini e agli operai ad  essere solidali tra di loro. Fu questo un periodo felice per Pietro Angelerio  costruì rifugi, chiese ospizi, mulini, oratori. Quello Spirito contemplativo e adorante, sapeva calarsi in opere terrene e molte ne realizzò in ogni luogo dell’Italia, ma osiamo dire dell’Europa. La sua fama cresceva non solo tra i poveri, ma anche tra gli imperatori, gli intellettuali   e gli uomini più potenti della Chiesa. Dante, Petrarca, Boccaccio  e i monaci di tutti gli Ordini lo ebbero in gran conto. E sempre più si spargeva la voce che i monti della Maiella davano rifugio ad un Santo, a un costruttore di speranze. Affrontava nelle sue prediche problematiche sociali , come l’affrancamento dei pastori e dei contadini dai padroni. Con le prime forme cooperativistiche, i poveri scoprivano l’amicizia, la solidarietà e conseguentemente, il benessere che li rendeva autonomi e li liberava  dalla miseria e dall’odio per il prossimo.

                              

 

Eremo  Madonna dell’Altare.

 

 

 

 

 

 

La morte

 

 Ho realizzato di essere morto e poi rinato un gran numero di volte, ma non potevo ricordarlo solo perché i passaggi dalla vita alla morte e poi di nuovo alla vita sono così impercettibili, un’azione magica per un non nulla, come addormentarsi e svegliarsi di nuovo un milione di volte, l’assoluta casualità e ignoranza di quel che succede. Ho realizzato che è solo per la stabilità dell’Anima che questi frammenti di nascita e morte possono avvenire, come l’azione del vento su un puro, placido, immobile specchio d’acqua. Ho sentito la dolce, eccitante beatitudine, come una gran botta di eroina direttamente in vena; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa sussultare; i miei piedi formicolavano. Pensavo di essere sul punto di morire in ogni momento. Ma non sono morto…” [2]

 

Meditava frate Pietro sui destini del mondo, sulla morte che spesso si presentava al suo cospetto, pensava ai bambini, alle donne  che ogni notte senza alcuna pietà falciava.

 Quando li sradicava dalla vita  voleva che di essi non  rimanesse niente. Risoluta diceva: “La morte è morte, e questi si fanno beffa di me”. Il Diavolo la stuzzicava : “ in  che senso, come fanno a beffarti? “

La morte rispose ci sono alcuni uomini vecchi o giovani e molte donne alle quali non riesco a strappare i ricordi, pensano al primo bacio, a un figlio lasciato orfano, alle  loro sventure terrificanti, alle sofferenze patite. Altro che morti, sembrano un ‘esplosione di energie che io non riesco ad annientare. Dimmi tu riesci ad annientarli del tutto? Il Diavolo rispose; “Nooo,  a me arrivano proprio morti con la bava alla bocca. Alcuni di questi in vita erano più diavoli di me. I miei casi sono pieni di odio”.

Quella notte nell’eremo a frate Pietro a fargli compagnia c’ erano stati la morte e il diavolo. Parlavano tra di loro come se Pietro fosse già morto.

Pietro ascoltava silenzioso, dopo un po’ intervenne: “la morte non esiste, le creature sono di Dio e tornano a Dio”.

E urlò: “Nessuno muore”.

A queste parole il Diavolo e la Morte fuggirono via avvolti dalla tempesta, lasciando  l’eco delle loro maledizioni.

Il frate disse tra sé :” ognuno deve vivere la propria vita  e molto di quella vita rimane eterna, soprattutto i sentimenti e  l’amore non muoiono mai, gli attimi di gioia nessuno potrà mai cancellarli, vivranno nei segreti che appassionano i poeti.

 

Ciò che ha senso

Senza il mio cuore

non riesco a decifrare

né desideri, né acquisizioni,

a capire le azioni più semplici.

E’ lui a indicarmi

ciò che ha senso,

ciò che vale.

Il resto è ostacolo, fastidio, perdita perenne.[3]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Pensieri immaginati da C. Moscariello. Tutto ciò che non appartiene all’autrice viene chiaramente definito nelle note.

[2][2] Jack Kerouac

 

[3]Dante Maffia.

martedì 4 agosto 2026

lA PROMENADE DI EUCLIDE . RIFLESSIONI DI CARMEN MOSCARIELLO SU IDILLI NAPOLETANI DI UGO PISCOPO.

 

Idilli napoletani. Il possibile che diventa impossibile

 di Ugo Piscopo Guida Editore, Napoli 2012.

Riflessioni di Carmen Moscariello

 

La promenade d’ Euclide

 

E’ la  promenade, tic, tic ,tac tac, è tic tic.

 

La lettura degli Idilli napoletani di Piscopo,  mi ha subito ricordato alla mente l’opera di René Magritte La promenade d’ Euclide (1955),un raffinato lavoro di chiarezze, con  campanile  e ghirigori,(apparente cartolina, avvolta da un’intarsiata-fredda bellezza),  ma che invece  ti obbliga a pensare l’invisibile [1] , a guardare al di là della bella finestra, nel vuoto grigio azzurro dove uomini e luoghi palpitano o precipitano  lontananze. Gli Idilli napoletani di Piscopo sono  un viaggio dal Nulla al Nulla, come spiegano i mistici, incontri con fantasmi narrativi che attraversano le visioni del narratore.

L’opera di Ugo  rientra nella bella collana  Ritratti di città che il Poeta stesso dirigeva presso l  il compianto Editore Alfredo  Guida, qui la sua penna  fila e sfila [2], raggomitola il precipizio  di giorni anemici, ingrigiti; la risata nevrotica su una città con manto di cane[3]  in calcestruzzo è la denunzia per una  vita resa difficile da un abbandono secolare, dall’assenza di etica, dal caos che tutto travolge;  Napoli si presenta  sempre aggredita da un’inedia che avvelena qualsiasi iniziativa di vita o di cambio di vita. Egli strappa la maschera del birritta cui’ Ciarcireddi ([4]alla  Napoli  carta sporca[5] ,e dopo la risata aperta e fragrante,  quasi giocosa, ti obbliga a fare i conti con una realtà falsa, disgraziata, appesa a un disastro di vita, dove né torturati, né torturatori  si salvano.

 Ugo  ci guida, dove ci guida?

Non è un palcoscenico di belle architetture, né un banale viale attraversato da gente comune, da animali comuni; il  fiato è di solitudine, una promenade  plantéè,  attenta a un mondo di piccole cose, avvolta- stravolta da ossessioni che scavano, inibiscono, impediscono non solo la promenade des Artes, ma anche la  più elementare meta: il viatico  si popola di prepotenze incredibili, di esseri umani robotizzati dall’assenza di qualsivoglia intesa con i propri simili. Ed ecco Piscopo-Gatto che parla, fuseggia su le coulée verte di leggerezze e di sogni, con i gatti e con i cani. Solo le sue metamorfosi gli permetto un viatico d’affetto , di fili invisibili che gli danno la vita e che gli consentono di sopportare un dolore acuto che gli spacca sistole e diastole; pugnalate di abbandono e indifferenza per una  Napoli sacrificata al degrado.

L’estro furioso(Flora) di Domenico Rea ci racconta la stessa città coi suoi fetori ed ardori, da Spaccanapoli (1947)ai  tracciati (articoli fragorosi)) che lo scrittore  pubblicava prima sul Mattino e poi su La Repubblica (scrisse sulla pagina napoletana di Repubblica negli ultimi anni della sua vita, la firma del contratto lo portò al litigio con Pasquale Nonno, del quale litigio Rea molto soffrì, un po’ pentendosi  per  l’abbandono dell’amico e de  Il Mattino.  Il suo primo articolo su la Repubblica uscì a pagina  intera e fiammante di colori, riguardava la monnezza di  Napoli).

  Le condizioni di Napoli seppur viste   nella loro drammaticità dal grande scrittore napoletano, implacabile,  furioso e irresistibile per la sua verve, pur tuttavia, le storie, sempre reali di  persone e fatti, erano  attutite  da un’assenza di fiducia sulla possibilità di riscatto per una città come Napoli. La raccontava  e l’amava così com’era, senza speranze.

Invece, la Napoli di Piscopo è una città che rimane  sospesa, come il pensiero dello scrittore, sospeso anch’esso sulle collina del Vomero dove il Poeta vive, e qui le sue confidenze appaiono come lenzuola stese al vento , fumeggiano sui tetti, mosse e rimosse da tuoni e lampi, ma non hanno padrone, non sono per nessun letto dove poter dormire.  Più chiaramente il prof. Aldo Masullo nella sua preziosa prefazione all’opera, parla di un allucinante “viaggio” urbano da un quartiere all’altro.

E’ un percorso dissociativo dove il cittadino napoletano è messo a dura prova anche per cose apparentemente semplici, situazioni asimmetriche di attese, violenze, piccole e grandi; mortificazioni  che logorano esistenze. Non si comprende come a Napoli ogni cosa appartenga a un ozioso stordimento, e il Poeta raccoglie in quest’opera  fragmenta di dolori e di solitudini, ne fa un serto di forte e coraggiosa denunzia.

 



[1] Aldo Carotenuto, Bompiani, milano  2000

[2] U. Piscopo Il filo, i fili e le storie, Kairos 2008

[3] Piscopo, Quaderno a Ulpia, la ragazza con mantello di cane. Alfredo Guida Ed.

[4] Edoardo 1936.

[5] Pino m Dqaniele