martedì 14 aprile 2026

Il Sacro nel cuore di Carmen Moscariello

 


Il Sacro nel cuore.

Di Carmen Moscariello

 

Da molti anni trascorro con la mia famiglia il mese d’agosto a Pescocostanzo. Fin dai primi tempi ci siamo prenotate escursioni bellissime sui monti circostanti. L’amore per la montagna e la mia tendenza alla solitudine mi portavano alle cinque del mattino a partire per l’ignoto. Solo quando andavo con le guide sapevo esattamente i luoghi che si andavano a vedere. Quando partivo da sola “le mete” (cercavo forse una meta?) erano incognite. Una mattina con la proprietaria dell’Albergo “il Gatto Bianco”, dove risiedevo per circa un mese e anche una decina di giorni a dicembre, mi aggregai a lei per andare a Sulmona è lì che …. faceva le spese importanti per l’albergo. Per il ritorno ci davamo appuntamento in un posto ben preciso per le 12, 30 . Io me ne andavo a bighellonare senza sapere cosa cercare. Di Sulmona sapevo quello che Ovidio ci racconta negli Amores  ….. e conoscevo bene ed amavo  il libro bellissimo di Ignazio Silone “L’avventura di un povero cristiano” Certo i versi di D’Annunzio erano una dolce nenia che aprivano il mio  cuore anche alla nostalgia, alla transumanza dei pastori montellesi prima dell’inverno che portavano le loro vacche a svernare in Puglia o in altri luoghi non troppo freddi.

Quando attraversavo le strade di Sulmona mi sovrastavano il monte della  Maiella con il monte Morrone che gli si sdraiava accanto come un amante lascivo, e le  immense montagne che mi attraevano e chiudevano in un caldo abbraccio la città di Sulmona . Ed ecco che Silone mi prendeva per mano e mi sussurrava “per raggiungere quei monti bisogna camminare a piedi, bisogna meritarseli, versare conche di sudore, come i pellegrini d’una volta, salire scendere risalire lunghe coste, provare la propria virtù. Non sono montagne per turisti, ma per eremiti; non per vacche ma per capre e serpi; montagne aride deserte, di poca erba, di gente povera”.

Le montagne di Pescocostanzo non erano troppo  dissimili da queste, avevano la pelle lucida e alle prime ore dell’alba brillavano come un gruzzolo di gioielli messi ad asciugare al sole. E, poi le aquile scendevano giù in picchiata come un aereo che voleva frantumarsi al suolo. Vivono di silenzi e sfidano il sole, ne raggiungevano la punta e si muovevano in girotondo. Per  scorgerle  di nuovo era necessario seguirle pazienti e anche noi  innamorati tra quegli aneliti divini. Qui riuscivo ad ascoltare anche il chiacchiericci dell’erba e il fruscio del vento tra le ginestre e altri arbusti pungenti ricchi di bacche. Erano così belle nel rosso e nel viola che ero sempre tentata di mangiarne qualcuna. Anche il fruscio delle serpi era una costante. Mi arrampicavo e poi stanca mi sedevo  e ascoltavo cantavo con loro con mille organi medievali le più dolci nenie al Signore.

I primi miei attraversamenti di Sulmona, mi portarono subito alla Badia Morronese o Celestiniana, quale incanto, quali emozioni trovarmi nei luoghi in cui visse Pietro da Morrone, non credevo che l’arte barocca abruzzese potesse essere così dominante nella casa dell’Eremita. Poi presi confidenza con le strade di montagna e a Sulmona cominciai a raggiungerla da sola. Diventò prevalente in me non tanto la ricerca di Ovidio, ma i luoghi di Pietro da Morrone. Per prima visitai l’eremo di Sant’Onofrio, un autentico fortino con centinaia di scalini stretti scavati nella montagna che portano a una piccola cappella e al lato quasi nascosto un piccolo umile giaciglio dove viveva , pregava, meditava, parlava con Dio San Pietro da Morrone.

Allora non pensavo di scrivere su Pietro da Morone, su San Pietro Celestino V, poi nel 2014 le dimissioni di Papa Benedetto XVI mi portarono spesso a riflettere sulle motivazioni che spinsero entrambi a rifiutare la cattedra di Pietro per scegliere il silenzio , la preghiera, la solitudine.

L’allontanamento dal mondo, forse anche gli ultimi anni di papa Benedetto XXVI furono vissuti da eremita, nel silenzio della scrittura e nell’immensità dei suoi studi teologici.  Attraverseremo nella luce della Grazia la vita di due grandi personalità diverse in tutto, ma accumunate dal “gran rifiuto”.

 

 


 

 

 

 

 

Celestino V nasce intorno al 1210. Diverse città se ne contendono i natali, tra cui Isernia, Sant’Angelo d’Alife e Sant’Angelo Limosano, località che secondo le testimonianze delle fonti potrebbe essere la più attendibile.

Undicesimo di dodici figli Pietro ha la possibilità di studiare con un magister, finchè all’età di 17 anni entra come oblato nel monastero di S.Maria in Faifoli. Dopo aver condotto per circa tre anni un’esperienza monastica di tipo cenobitico, la decisione di indirizzarsi verso un monachesimo eremitico spinge Pietro, poco più che ventenne, a lasciare la terra di origine e a partire alla volta di Roma per chiedere al papa Gregorio IX l’autorizzazione a proseguire il suo percorso di fede nella solitudine dell’eremo. L’itinerario di Pietro, attraverso un antico tratturo, tocca Pescolanciano, Castel di Sangro e la Maiella, dove il monaco decide di fermarsi e di sperimentare la vita eremitica, passando qualche anno sul monte Palleno (oggi Porrara).
Intorno agli anni 1233-1234 si reca a Roma, dove riceve l’ordinazione sacerdotale.
Tornato a Sulmona, sceglie un rifugio sul monte Morrone, passandoci alcuni anni. Qui, nei luoghi in cui sorgerà un monastero dedicato a Santo Spirito, oggi noto come Badia Morronese, fonda una piccola comunità di eremiti che provvede alla propria sussistenza mettendo a coltura il territorio circostante. Questo modello di vita  vicino a un’organizzazione cenobitica  e l’accorrere dei fedeli, attirati dalla fama della sua santità e dei miracoli che egli compie, lo persuade a cercare altrove la solitudine. Pertanto, verosimilmente intorno al 1245, accompagnato dai confratelli Francesco d’Atri e Angiolo di Caramanico, trova a Roccamorice un luogo isolato dove fondare un nuovo eremo, lì dove alcuni anni più tardi sorgerà Santo Spirito a Maiella.
L’accorrere di molti giovani, desiderosi di diventare suoi discepoli, spinge Pietro a rinnegare la sua scelta di vita iniziale per fondare una Congregazione con una regola ispirata a quella di san Benedetto, incentrata sull’obbedienza e sulla penitenza. Il 22 marzo 1275 il papa Gregorio X conferma la congregazione e le sue proprietà e nomina il monaco eremita unico capo.
Casa madre della congregazione, denominata “dei monaci eremiti”, è Santo Spirito a Maiella: qui, poco dopo il suo ritorno da Lione, negli anni tra il 1275 e il 1277, Pietro convoca il primo Capitolo Generale, in cui è confermato come priore e sono approvate le Costituzioni, che indirizzano la congregazione verso un’organizzazione stabile, il possesso dei beni e l’assistenza ai poveri, allontanandola dalla primitiva vocazione eremitica. Pietro. dopo essere stato abate di Faifoli e poi di San Giovanni in Piano (in Puglia), nel 1281 figura di nuovo come priore di Santo Spirito a Maiella. Negli anni successivi dimora nel massiccio della Maiella, ritirandosi dapprima nell’eremo di San Bartolomeo in Legio, per poi trovare un rifugio più isolato nell’eremo di San Giovanni all’Orfento.
Nel 1293 Pietro trasferisce la casa madre da Santo Spirito a Maiella a Santo Spirito del Morrone. Su questo monte fonda l’eremo di Sant’Onofrio, dove riceverà la comunicazione dell’elezione papale. Questa viene decretata, a due anni dalla morte del papa Niccolò IV, dal conclave dei cardinali riuniti a Perugia, comunicata a Pietro da una delegazione presieduta dall’arcivescovo di Lione e composta da tre vescovi e due notai, e celebrata a L’Aquila nella basilica di Collemaggio con una cerimonia di incoronazione. E’ lo stesso Pietro, persuaso da Carlo II d’Angiò, tempestivamente giunto a Sulmona insieme al figlio Carlo Martello a volere che questa avvenga a L’Aquila. L’incoronazione ha luogo il 29 agosto 1294, festa del martirio di Giovanni Battista, figura che aveva sempre rappresentato per il monaco anacoreta un modello di vita eremitica. Pietro assume il nome di Celestino, forse a ricordo di Celestino III, che aveva autorizzato la fondazione dell’ordine di Gioacchino da Fiore, le cui attese di “un’età dello Spirito” erano in linea con la profonda spiritualità del neo papa. Nel giorno dell’incoronazione Celestino concede l’indulgenza plenaria a coloro che tra i vespri della vigilia della festa della decollazione di Giovanni (il 28 giugno) e quelli immediatamente successivi alla festa (29 agosto) avessero visitato la chiesa di Santa Maria di Collemaggio, emanando il 29 settembre la bolla “Inter sanctorum solemnia”. Rimane all’Aquila fino al 5 ottobre, per poi cedere alle pressioni di Carlo II e trasferirsi con alcuni cardinali a Napoli.
Il pontificato si rivela per Celestino difficoltoso e lontano dalle sue aspirazioni eremitiche: l’autorità pontificia, se da un lato gli permette di perseguire gli alti ideali spirituali favorendo i Celestini e sottraendo i Francescani Spirituali alla persecuzione della curia, dall’altro lo sottopone alle ingerenze del sovrano angioino Carlo II. La risoluzione di abbandonare la veste pontificia si concretizza in una rinuncia ufficiale, il 13 dicembre 1294, davanti ai cardinali riuniti in concistoro. Tuttavia questa decisione non segna il ritorno alla vita eremitica: il nuovo papa, Bonifacio VIII, timoroso che la presenza di Celestino avrebbe potuto fomentare mire scismatiche, gli impone di recarsi a Roma. Celestino, dopo un breve periodo passato a Sant’Onofrio, è costretto a tentare la fuga in Grecia, ma viene arrestato a Vieste. Rinchiuso nella rocca di Fumone, muore il 19 maggio 1296. Il suo corpo, portato in un primo tempo nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Ferentino (1296), viene traslato a Sant’Agata (1327), e da qui un mese dopo trafugato dai monaci celestini e portato, il 15 febbraio del 1327, a Santa Maria di Collemaggio all’Aquila.
Celestino riceve una duplice canonizzazione: nel 1313 come eremita con il titolo di C

“Confessore”, da Clemente V e solo nel 1668 viene canonizzato come papa da Clemente IX.

 

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