Idilli
napoletani. Il possibile che diventa impossibile
di Ugo Piscopo Guida Editore, Napoli 2012.
Riflessioni
di Carmen Moscariello
La promenade d’ Euclide
E’ la promenade, tic, tic ,tac tac, è tic tic.
La lettura
degli Idilli napoletani di Piscopo, mi ha
subito ricordato alla mente l’opera di René Magritte La promenade d’ Euclide (1955),un raffinato lavoro di chiarezze,
con campanile e ghirigori,(apparente cartolina, avvolta da
un’intarsiata-fredda bellezza), ma che
invece ti obbliga a pensare l’invisibile [1]
, a guardare al di là della bella finestra, nel vuoto grigio azzurro dove
uomini e luoghi palpitano o precipitano lontananze. Gli Idilli napoletani di Piscopo
sono un viaggio dal Nulla al Nulla, come
spiegano i mistici, incontri con fantasmi narrativi che attraversano le visioni
del narratore.
L’opera di Ugo rientra nella bella collana Ritratti
di città che il Poeta stesso dirigeva presso l il compianto Editore Alfredo Guida, qui la sua penna fila e sfila [2], raggomitola il precipizio di giorni anemici, ingrigiti; la risata nevrotica
su una città con manto di cane[3] in calcestruzzo è la denunzia per una vita resa difficile da un abbandono secolare,
dall’assenza di etica, dal caos che tutto travolge; Napoli si presenta sempre aggredita da un’inedia che avvelena
qualsiasi iniziativa di vita o di cambio di vita. Egli strappa la maschera del birritta cui’ Ciarcireddi ([4]alla Napoli
carta sporca[5] ,e
dopo la risata aperta e fragrante, quasi giocosa, ti obbliga a fare i conti con
una realtà falsa, disgraziata, appesa a un disastro di vita, dove né torturati,
né torturatori si salvano.
Ugo ci
guida, dove ci guida?
Non è un palcoscenico
di belle architetture, né un banale viale attraversato da gente comune, da
animali comuni; il fiato è di solitudine,
una promenade plantéè, attenta a un mondo di piccole cose, avvolta- stravolta
da ossessioni che scavano, inibiscono, impediscono non solo la promenade des
Artes, ma anche la più elementare meta: il
viatico si popola di prepotenze
incredibili, di esseri umani robotizzati dall’assenza di qualsivoglia intesa
con i propri simili. Ed ecco Piscopo-Gatto che parla, fuseggia su le coulée
verte di leggerezze e di sogni, con i gatti e con i cani. Solo le sue
metamorfosi gli permetto un viatico d’affetto , di fili invisibili che gli
danno la vita e che gli consentono di sopportare un dolore acuto che gli spacca
sistole e diastole; pugnalate di abbandono e
indifferenza per una Napoli sacrificata al degrado.
L’estro furioso(Flora) di Domenico Rea ci racconta
la stessa città coi suoi fetori ed ardori, da Spaccanapoli (1947)ai tracciati
(articoli fragorosi)) che lo
scrittore pubblicava prima sul Mattino e
poi su La Repubblica (scrisse sulla pagina napoletana di Repubblica negli
ultimi anni della sua vita, la firma del contratto lo portò al litigio con
Pasquale Nonno, del quale litigio Rea molto soffrì, un po’ pentendosi per l’abbandono dell’amico e de Il Mattino. Il suo primo articolo su la Repubblica uscì a
pagina intera e fiammante di colori, riguardava
la monnezza di Napoli).
Le
condizioni di Napoli seppur viste nella
loro drammaticità dal grande scrittore napoletano, implacabile, furioso e irresistibile per la sua verve, pur
tuttavia, le storie, sempre reali di persone e fatti, erano attutite
da un’assenza di fiducia sulla possibilità di riscatto per una città
come Napoli. La raccontava e l’amava
così com’era, senza speranze.
Invece, la
Napoli di Piscopo è una città che rimane sospesa, come il pensiero dello scrittore, sospeso anch’esso sulle collina del Vomero
dove il Poeta vive, e qui le sue confidenze
appaiono come lenzuola stese al vento , fumeggiano sui tetti, mosse e
rimosse da tuoni e lampi, ma non hanno padrone, non sono per nessun letto dove
poter dormire. Più chiaramente il prof.
Aldo Masullo nella sua preziosa prefazione
all’opera, parla di un allucinante
“viaggio” urbano da un quartiere all’altro.
E’ un
percorso dissociativo dove il cittadino napoletano è messo a dura prova anche
per cose apparentemente semplici, situazioni asimmetriche di attese, violenze,
piccole e grandi; mortificazioni che
logorano esistenze. Non si comprende come a Napoli ogni cosa appartenga a un
ozioso stordimento, e il Poeta raccoglie in quest’opera fragmenta
di dolori e di solitudini, ne fa un serto di forte e coraggiosa denunzia.
Nessun commento:
Posta un commento