martedì 4 agosto 2026

lA PROMENADE DI EUCLIDE . RIFLESSIONI DI CARMEN MOSCARIELLO SU IDILLI NAPOLETANI DI UGO PISCOPO.

 

Idilli napoletani. Il possibile che diventa impossibile

 di Ugo Piscopo Guida Editore, Napoli 2012.

Riflessioni di Carmen Moscariello

 

La promenade d’ Euclide

 

E’ la  promenade, tic, tic ,tac tac, è tic tic.

 

La lettura degli Idilli napoletani di Piscopo,  mi ha subito ricordato alla mente l’opera di René Magritte La promenade d’ Euclide (1955),un raffinato lavoro di chiarezze, con  campanile  e ghirigori,(apparente cartolina, avvolta da un’intarsiata-fredda bellezza),  ma che invece  ti obbliga a pensare l’invisibile [1] , a guardare al di là della bella finestra, nel vuoto grigio azzurro dove uomini e luoghi palpitano o precipitano  lontananze. Gli Idilli napoletani di Piscopo sono  un viaggio dal Nulla al Nulla, come spiegano i mistici, incontri con fantasmi narrativi che attraversano le visioni del narratore.

L’opera di Ugo  rientra nella bella collana  Ritratti di città che il Poeta stesso dirigeva presso l  il compianto Editore Alfredo  Guida, qui la sua penna  fila e sfila [2], raggomitola il precipizio  di giorni anemici, ingrigiti; la risata nevrotica su una città con manto di cane[3]  in calcestruzzo è la denunzia per una  vita resa difficile da un abbandono secolare, dall’assenza di etica, dal caos che tutto travolge;  Napoli si presenta  sempre aggredita da un’inedia che avvelena qualsiasi iniziativa di vita o di cambio di vita. Egli strappa la maschera del birritta cui’ Ciarcireddi ([4]alla  Napoli  carta sporca[5] ,e dopo la risata aperta e fragrante,  quasi giocosa, ti obbliga a fare i conti con una realtà falsa, disgraziata, appesa a un disastro di vita, dove né torturati, né torturatori  si salvano.

 Ugo  ci guida, dove ci guida?

Non è un palcoscenico di belle architetture, né un banale viale attraversato da gente comune, da animali comuni; il  fiato è di solitudine, una promenade  plantéè,  attenta a un mondo di piccole cose, avvolta- stravolta da ossessioni che scavano, inibiscono, impediscono non solo la promenade des Artes, ma anche la  più elementare meta: il viatico  si popola di prepotenze incredibili, di esseri umani robotizzati dall’assenza di qualsivoglia intesa con i propri simili. Ed ecco Piscopo-Gatto che parla, fuseggia su le coulée verte di leggerezze e di sogni, con i gatti e con i cani. Solo le sue metamorfosi gli permetto un viatico d’affetto , di fili invisibili che gli danno la vita e che gli consentono di sopportare un dolore acuto che gli spacca sistole e diastole; pugnalate di abbandono e indifferenza per una  Napoli sacrificata al degrado.

L’estro furioso(Flora) di Domenico Rea ci racconta la stessa città coi suoi fetori ed ardori, da Spaccanapoli (1947)ai  tracciati (articoli fragorosi)) che lo scrittore  pubblicava prima sul Mattino e poi su La Repubblica (scrisse sulla pagina napoletana di Repubblica negli ultimi anni della sua vita, la firma del contratto lo portò al litigio con Pasquale Nonno, del quale litigio Rea molto soffrì, un po’ pentendosi  per  l’abbandono dell’amico e de  Il Mattino.  Il suo primo articolo su la Repubblica uscì a pagina  intera e fiammante di colori, riguardava la monnezza di  Napoli).

  Le condizioni di Napoli seppur viste   nella loro drammaticità dal grande scrittore napoletano, implacabile,  furioso e irresistibile per la sua verve, pur tuttavia, le storie, sempre reali di  persone e fatti, erano  attutite  da un’assenza di fiducia sulla possibilità di riscatto per una città come Napoli. La raccontava  e l’amava così com’era, senza speranze.

Invece, la Napoli di Piscopo è una città che rimane  sospesa, come il pensiero dello scrittore, sospeso anch’esso sulle collina del Vomero dove il Poeta vive, e qui le sue confidenze appaiono come lenzuola stese al vento , fumeggiano sui tetti, mosse e rimosse da tuoni e lampi, ma non hanno padrone, non sono per nessun letto dove poter dormire.  Più chiaramente il prof. Aldo Masullo nella sua preziosa prefazione all’opera, parla di un allucinante “viaggio” urbano da un quartiere all’altro.

E’ un percorso dissociativo dove il cittadino napoletano è messo a dura prova anche per cose apparentemente semplici, situazioni asimmetriche di attese, violenze, piccole e grandi; mortificazioni  che logorano esistenze. Non si comprende come a Napoli ogni cosa appartenga a un ozioso stordimento, e il Poeta raccoglie in quest’opera  fragmenta di dolori e di solitudini, ne fa un serto di forte e coraggiosa denunzia.

 



[1] Aldo Carotenuto, Bompiani, milano  2000

[2] U. Piscopo Il filo, i fili e le storie, Kairos 2008

[3] Piscopo, Quaderno a Ulpia, la ragazza con mantello di cane. Alfredo Guida Ed.

[4] Edoardo 1936.

[5] Pino m Dqaniele

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