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domenica 20 novembre 2011

I dipinti minturnesi di Antonio Sicurezza

Il 20 novembre alle ore 16,00 presso la Sala Consiliare del Comune di Minturno verrà presentata l’opera di Mario Rizzi dedicata al grande pittore Antonio Sicurezza ,prefazione all’opera di Carmen Moscariello.

Presenzierà il Commissario prefettizio Vincenzo Greco. Relatrici la Poetessa Carmen Moscariello e la professoressa Grazia Sotis. Sarà presente il figlio del Maestro, l’ammiraglio Eugenio Sicurezza

Dalla Prefazione:

“L’umile Dio dell’Alba”*

Antonio Sicurezza e la città di Minturno

Di

Carmen Moscariello

il poeta Giuseppe Conte ritrovò nella purezza del più semplice l’alto canto poetico, lo stesso può dirsi dell’arte pittorica del  Maestro Antonio Sicurezza, testimoniata in quest’opera dall’accurato studio di ricerca di Mario Rizzi.

Quello di più candido, quale un’alba trifolante sul mare, ancora attonito dai chiarori lunari, è raccontato nel testo da infinite e preziose testimonianze umane e artistiche.

Proprio quella luce, che attraversa ogni immagine dell’opera di questo importante Artista, testimonia la bellezza di un percorso teso verso l’Essenza.

Dalle opere sacre in trasparenza di mitezza e sacrestia , agli evangelici  nudi, alle chiacchierine nature morte, c’è l’ardire di uno studio fatto non solo di linee e spatole, ma di una ricerca dell’altrove.

Che dire degli oggetti dello studio dell’artista che ci raccontano la storia di un uomo semplice, quel mettere in prima fila, quasi un palcoscenico, la sacralità del pane: poco basta al genio per vivere, mentre i libri occupano quasi ogni spazio, l’orizzonte poetico è raccontato da questa urgenza del meditare, appunto del ricercare.

 E’ la luce che si bagna, si irraggia , attraversa limpida e fa splendere e inchioda lo spirito che entra nelle cose.

Crediamo sia fatica inutile rapportare i capolavori di questo Artista a una qualche scuola  del Novecento o altrove,  e vestirlo di una definizione che lo vede maestro nel riprodurre il reale. Questa fissità non gli appartiene, poiché Egli non riproduce, ma ricerca quell’anima mundi che è in appartenenza ad ogni cosa del cosmo.

L’arte di Antonio Sicurezza è poesia, è la storia dell’anima che piegata su stessa ricerca un percorso sacrale, senza mai distaccarsene. Non a caso molte chiese gli commissionarono numerosi lavori e oggi fanno bella mostra, impreziosendole non poco, ma soprattutto restituendoci quel misterioso analogico cammino della luce.

Ammirando i due capolavori della chiesa del Carmine a Formia non si comprende mai  se la luce scenda verso chi prega, oppure rapisce per proiettarci in alto  in un mondo mansueto d’amore, un San Francesco che nelle sue mani possiede la città turrita e quegli spazi d’orizzonti, mutevoli,  quel verde quasi incompiuto: non è dato all’uomo completare l’ascesa.

Ricchissima quest’opera in basso di infiniti particolari, un mondo di colori con i fichi d’india a i piedi del Santo, per purificarsi man mano salendo fino al Nulla, quasi esso volesse meglio dimostrare l’Essenza.

Altro particolare che ho amato studiare sono i piedi che escono dalle lunghe vesti, piedi disadorni, stabili potenti nella loro forza, fatti per sostenere corpi  luminosi, tessuti di trasparenze, di giuochi argentati, inumani.

Purtroppo non ho conosciuto personalmente il Maestro, nelle mie ricerche ho trovato poco sul suo carattere, ma doveva essere un uomo che conosceva la meditazione e la preghiera, le maree dovevano averlo attraversato più volte, per irrompere nel greto delle sue pitture.

L’irrompere lo troviamo nelle rappresentazioni di San Giovanni (Chiesa di San Giovanni a Formia); fanno bella mostra i suoi quadri nella chiesa, or ora restaurata, qui il colore è più sgargiante, la spatola si muove veloce sui corpi e sugli abiti, uno studio attento anche della rappresentazione.

Porrei  l’accento su questo punto: la rappresentazione;  il Maestro prima di iniziare il lavoro, anche delle nature morte, distribuisce gli spazi, quasi un regista e nel contempo scenografo che dà i ruoli alle cose e alle persone, niente è casuale, questa attenta distribuzione ci immette anche nel suo iter meditativo, ci illustra chiaro le sue scelte di vita che si trasformano poi in scelte artistiche.

La sua arte è sempre vestita di umile, ama l’essenza, fiorisce e si intreccia di raggi come un mandorlo di primavera.

Si dice nemo profeta in patria, ma al contrario Antonio Sicurezza fu apprezzato, capito, amato e tutti i paesi limitrofi alla città di Formia e la stessa città si fregiano di sue opere preziose.

E, qui si pone l’urgenza di questa pubblicazione di Mario Rizzi, poiché le opere che ho elencate sopra sono tra le più conosciute, mentre quelle indagate dall’autore sono altrettanto preziose e quindi da offrire alla conoscenza del grande pubblico.

Il lavoro di Mario Rizzi ha ricercato con certosina precisione sulle opere che la città di Minturno possiede, rappresentandole singolarmente e ponendo l’accento in particolare sulle pacchiane minturnesi e quindi sul mondo femminile contadino che non poco doveva affascinare l’Artista. Dove attingere se non nel più puro: le giovani fanciulle e la terra con la sua forza vitale, rigeneratrice.

E così, nella sua ricerca lo studioso ci propone la fanciulla con gatto nero, sempre viso basso, purissimo, assorto, dove sorprendono le trasparenze dei merletti, pure la pacchiana con fuso, qui  protagoniste a confronto sono la  giovinezza e la  vecchiaia, entrambe fascinose.

Continua, Rizzi nel suo accurato studio, a proporci altri quattro lavori dedicati alla pacchiana, sottolineando come  l’artista non si ripete mai nel garbo e negli orpelli. Tutto va a definire un mondo arcaico, seppur lontano, prezioso che l’Artista osanna, eleva a strenua bellezza.

Naturalmente non poteva, Rizzi non testimoniare della mostra che il Maestro tenne a Minturno nel 1956 , e qui ci propone lo scorrere  di immagini, né  sorprende  lo studio accurato dei volti. Credo che il Maestro si sia accanito a voler testimoniare nelle pieghe scarnificate, profonde di vita (vedi la descrizione che Rizzi fa di Girlando il minatore fig. 5, nel paragrafo rapporti amicali di Sicurezza con i minturnesi)   le ferite inflitte dal tempo; interessantissimi sono i volti degli anziani, sia maschili che femminili.

La stessa pensosità a cui accennavamo agli inizi, attraversa i luoghi, impregnati di storia, i vicoli dai quali la luce filtra e tesse lo scorrere  inesorabile del tempo.

Mario Rizzi non si sottrae anche dal raccontarci oltre agli archi e alle chiese e agli spazi e al cielo minturnese ritratti dall’Artista, anche fatti e rapporti che Egli ebbe con personalità della città come quelli con  Angelo De Santis e Pietro Fedele, oppure con l’amico Domenico Giarnnella.

Ed ecco alfine protagonista “La frutta e il mercato settimanale del sabato a Minturno”, le preziose nature morte: quelle spighe che si aprono alla vita, al sole, spigolano chicchi dorati , tra cipolle  e meloni; il Maestro ama l’umiltà della  materia e il suo grembo  dischiude maree di frutti succosi, aggrovigliati in dolce sentire.

Questo studio è esemplare, poiché ci consegna la storia di un Artista che appartiene carnalmente ai nostri luoghi e in questo caso alla città di Minturno.
Lo studioso ci racconta le opere, le tira fuori dalle collezioni private  per trasformarle in patrimonio di noi tutti.

domenica 30 ottobre 2011

Presentazione del libro di Mario Rizzi "I dipinti minturnesi di Antonio Sicurezza"

Domenica, 20 novembre, ore 16, presso la Sala Consiliare del Comune di Minturno presentazione del libro di MARIO RIZZI.



Domenica 20 novembre, alle ore 16, presso la Sala Consiliare del Comune di Minturno verrà presentato il sedicesimo libro di Mario Rizzi dal titolo  “I DIPINTI  MINTURNESI  di  ANTONIO  SICUREZZA”. 

Mario Rizzi, in questo libro, ha messo ben in evidenza proprio quella luce che attraversa ogni immagine dell’opera di  questo importante artista, dove,  tramite i suoi dipinti, Antonio Sicurezza testimonia la bellezza di un percorso artistico teso verso l’Essenza. Dalle opere sacre in trasparenza di mitezza e sacrestia, agli evangelici nudi, ai costumi tradizionali delle pacchiane minturnesi e castelfortesi, ai paesaggi, alle “chiacchierine” nature morte, c’è l’ardire di uno studio fatto non solo di linee e spatole, ma di una ricerca dell’altrove.

Gli oggetti ed i prodotti delle nature morte di Antonio Sicurezza diventano i protagonisti del periodo, come già fu nel Seicento. Nella pittura moderna essi sono ingigantiti per il ruolo e rivestiti delle attività umane, come, per esempio, la raffigurazione della caldarèlla e della cazzuola del muratore, allo stesso modo del pranzo composto di pane e cipolle, elevandoli fino a simboli di comportamento dell’uomo e concetti archetipici.

E qui si pone l’urgenza di questa pubblicazione (la sedicesima) di Mario Rizzi, poiché i dipinti sopra elencati sono fra i più conosciuti, mentre quelli indagati da Rizzi sono altrettanti preziosi e, per la maggior parte, inediti e quindi da offrire alla conoscenza del grande pubblico. 

Il libro di Mario Rizzi consta di 148 pagine, con 131foto a colori ed in bianco e nero. La pubblicazione è curata da Palombi Editori - Roma, specializzata dal 1914 nel campo dell’editoria artistica, culturale e turistica.

Il testo si snoda attraverso un’appendice ed otto capitoli così suddivisi:

L’excursus vitae di Antonio Sicurezza; I quadri di Antonio SICUREZZA; La personale di Antonio Sicurezza a Minturno del 1956; Il mondo femminile delle pacchiàne di Minturno e Castelforte; La frutta ed il mercato settimanale del sabato a Minturno; I paesaggi di Sicurezza; Rapporti amicali di Sicurezza con personalità di Minturno e Storia del costume tradizionale femminile della pacchiana minturnese.

La pubblicazione di Mario Rizzi si fregia della prefazione della Prof.ssa e Poetessa Carmen Moscariello e di un prologo della Docente Universitaria e critico Grazia Sotis.

Alla manifestazione sarà presente il figlio dell’Artista, Eugenio Sicurezza, Ammiraglio Ispettore Capo nella Marina Militare Italiana.

Il testo è dedicato da Rizzi all’ex Docente Universitario, Poeta e Scrittore Renato Filippelli, scomparso il 20 maggio 2010, maestro ed amico sodale nel culto dei valori che ha unito, per oltre un trentennio, Mario e Renato, nell’elevazione culturale della città di Minturno.





MARIO  RIZZI



I DIPINTI MINTURNESI

DI

 ANTONIO   SICUREZZA
   Prefazione di Carmen MOSCARIELLO

giovedì 4 agosto 2011

La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta

Pinacoteca di Gaeta “Giovanni da Gaeta”

9 luglio-11 settembre

Relatore Prof. Marcello Carlino (Università La Sapienza)

Di

Carmen Moscariello

Quella generazione del 15 e del 17 ebbe del divino! La terra fondana partorì miti che dureranno nel tempo, anzi il tempo gli darà più forza e vigore.
”Che cosa felice-scriveva De libero a Guido Ruggiero- il bel quadro degli Amici nello studio che Menico ha impiantato”. Nel quadro sublimato dalla staticità  si vedono: Domenico Purificato, Libero De Libero, , Peppe de Sanctis, Pietro Ingrao, Guido Ruggiero,  Leopoldo Savona, Don Danino Di Sarra, Marcello De Vito, Nino Peppe e i fratelli del maestro Adelmo e Oddino,(si fondono nel quadro amicizie e parentele di sangue).

E’ questa la generazione dei grandi che Fondi partorì in un’età felice che fece dire al filosofo Franco Lombardi che ci troviamo di fronte” alla cultura della Fondanità”.

Chissà chi di loro fu il caposcuola? De Libero, Purificato , certamente uno di loro aprì la porta alla fama e alla gloria, tirandosi dietro gli altri.
A Roma alla galleria “La cometa” trovarono  giusta allocazione: Il pittore, il poeta, lo scrittore, il regista, il grande politico (purtroppo in questi giorni Ingrao è ricoverato in ospedale a Fondi).

Lì si confrontarono con Valery, Strawinski,Cocteau, Cagli, Mafai, la loro straordinaria umanità trovò giusta armonia.
Ma, soprattutto Purificato non si dimenticò mai di Fondi, la onorò con mostre, incontri con i più grandi personaggi del suo tempo, col teatro, con la letteratura.

Chi scrive ricorda bene Guido Ruggiero, Peppe de Sanctis, per essi ha scritto più volte e da essi ha appreso aspetti importanti della vita e dell’opera di Purificato e di De Libero.
Oggi al Maestro, presenti i figli dell’Artista, Gaeta ha dedicato una mostra  e in particolare espone in modo trionfale nella prima sala “La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta”, tela spettacolare, dove placido si poggia il mistero del tempo nella magica attesa di un altrove  senza veemenza.

L’arte di Purificato vibra di compostezza. Nei visi tessuti dalla terra l’urlo è smorzato  e il corpo placido della donna si espone in tutta la sua sensualità e bellezza.
L’opera va letta nella sua coralità, fa ricordare la coralità della Cavalleria rusticana, qui, però, con la morte  aleggia senza planare. I molti personaggi sorprendono per l’armonia che esprimono.

E’ la coralità che annulla le differenze tra uomini e donne tra Cristo e l’Universo con le sue piccole fragili creature, smorzato è il dolore e la morte  è senza falce, accoglie in amorevole abbraccio Pulcinella. La stessa guerra che è la causa del male appare dimenticata, fuori dalla porta.
L’opera è stata presentata dal prof Marcello Carlino, che ha incantato  il folto pubblico con la sua dettagliata prolusione .

Ha fatto precisi e condivisi riferimenti a certo Novecentismo, quel movimento estetico della Generazione del 14  a cui aderirono tra gli altri Sironi e Funi.
Un’arte tesa non solo ad esigenze estetiche, ma anche sociali. Non a caso il prof. Marcello Carlino ha posto l’accento su due punti essenziali: il mito e la storia.

Aggiungiamo, a nostro avviso che certe  forme plastiche dell’opera riportano a Velazquez e in particolare a una delle sue opere più grandi: Las Merinos, i personaggi per la grande opera di Purificato sono posizionati quasi tutti alle spalle dei due protagonisti principali (la donna  col seno denudato e Arlecchino, quello in primo piano, poiché nell’opera ne appaiono più di uno ). Un linguaggio austero, dunque stemperato dai colori forti che aprono alla magia del mito.
Margherita Sorfatti (collaboratrice di Mussolini) parlò nella mostra sul Novecentismo inauguratasi a Milano nel 1926 di realismo magico e di nuovi miti.
Sembra che Purificato voglia effettivamente rispondere a canoni precisi e a valori umani, sociali, religiosi, riscontrabili in modo dettagliato anche sulla rivista “Novecento” di Bontempelli.

lunedì 11 luglio 2011

Mostra del Pittore Giovanni Simione

Centro Studi Torre Caetani Maranola

Aperta fino al 19 luglio

Paratassi in laboratorio giallo ocra

Di

Carmen Moscariello

L’orizzonte non si piega a percorsi romantici dell’occhio: gli orizzonti, al contrario, si muovono in laboratori di paratassi in giallo ocra, non rispettano alcuna regola solidale di incontro, ognuno naviga nel proprio orizzonte, proposizione poste in prospettive e geometrie inconciliabili quasi a sottolineare l’abisso tra l’orrore del mondo e i sogni dell’Artista.

La coppia di elementi congiunti, eppure estranei, nell’arte di Giovanni Simione costituiscono un paragone ellittico con al centro il guizzo colorato, sorpresa allo sguardo che dagli spazi lineari e paralleli si ritrova a contemplare immagini sempre più complesse.

Il Pittore ha dotato la sua arte di una ragion critica e di una ragion pratica, ma anche di un nichilismo dal quale non ci si salva.

Il dolore non costituisce un punto dal quale poi si esce, ma è un cerchio magico in cui per sempre si rimane prigionieri e altro non si può fare se non ritornare al punto di partenza per restringere il viaggio e focalizzare ogni particella dell’universo.

E’ un esagramma l’arte del  Maestro in una visione daltonica dettata da un  jatum che nella stessa opera crea un dualismo inconciliabile, per poi  placarsi nel l’I ching dei mutamenti. La legge del colore non combacia, ma sperimenta: consulta attraverso i sei orizzonti le condizioni plurime in cui il mondo si dilania, in un mutamento continuo senza origine, né fine.

L’immagine decentrata, viaggia in dissolvenza di atmosfere insistenti  sul giallo ocra che volutamente scarta i colori naturali.

L’arte di Giovanni Simione non si presenta levigata, non vuole essere trasparente, essa impegna i colori della ragione, il Pittore non può ignorare le convulsioni  di un mondo asettico, senza linfa che batte, privo di  campane che chiamano a festa. Sdegnata l’arte non si piega alla preghiera, ma si immerge  nell’improbabile esistere del Nulla, del non Essere.

Anche i trittici che si incalzano a portafoglio, per incastri o riflessi dalle memorie, poggiano su fondamenta senza radici, l’unica cosa antica ed eterna è il dolore dell’uomo con  la sua straziata e straziante, incolmabile ricerca.

L’altalenante identità del porcellino rosso al centro della scena, rompe gli equilibri per riportare l’arte su un altro piano, un altro orizzonte criptato col soffio del vuoto, di un pozzo che incatena a forme  moderne, originali, su strade e proposte non percorribili da altri, né tantomeno sono segnabili confini esatti, strutturali dell’ imàgo.
Tutto è sbilanciato in chi non trova nel mondo alcuna perfezione e il silenzio si trasforma in forme aspre , in nugae di oggetti piccoli e appartenenti al quotidiano singhiozzo dei luoghi in cui il maestro crea: non i cieli o i tetti che risplendono di sole a Catellone (luogo in cui si trova il suo studio), né i riflessi dell’azzurro mare, ma  solo la  disperata ricerca “di un segno che superi la vita”, gli oggetti sono  intrisi dalla rugosa scorza della  storia dell’uomo, nella volontà accanita di qualcosa che non vuoi che sfugga. La creatività è trattenuta in forme distanti, nonostante tutte facciano parte dell’unico nucleo  che è il mondo del vissuto con occhi che guardano oltre gli orizzonti paralleli che si sfogliano come pagine di incunaboli .

lunedì 27 giugno 2011

Inaugurata ieri sera la mostra del Maestro Supino presso la Torre di Mola

Resterà aperta fino al 16 luglio.


Arte e Catarsi

Di

Carmen Moscariello

Un successo. Solo questo in parola si può dire.
Fascino, incanto, tripudio di colore. Il potere del bello cancella tutto, per un attimo attraversi la luce e ringrazi  il Creature che ancora l’arte, si solo Lei, in tempi tristi, è capace di catarsi.

I lenti percorsi del bene e del bello inattaccabili dalle muffe, malinconici crepuscoli dai finestrino della torre  e il mare si fregia dei gabbiani del l’Artista, del cantore umile, di chi è grande e si sente ultimo.

La gente numerosa guarda, sfoglia incantata. Tante opere, forse duecento? Tutte nuova produzione, un lavoro immane , incredibile che un uomo abbia potuto produrre tanto. Sembra che il Maestro Supino stia vivendo un’altra vita, dinamica, profonda degli eletti, una giovinezza d’ardore che profonde tutta nelle sue creature eterne, destinate a un altrove pari a quelle dei grandi Maestri , a iniziare da Purificato e Sicurezza, le sue opere, come le loro hanno e avranno un valore nella storia dell’uomo e della città.

Quando si accorgeranno che Formia è anche Arte, Poesia, Teatro?

La gente le vuole queste cose, ne ha bisogno per sopravvivere ai sistemi di ingiustizia quotidiani che rapinano il bello, l’equilibrio, la dolcezza d’esistere di ognuno di noi.
Ieri sera il Maestro Supino agli estimatori della sua arte  ha fatto dono  di bellezza per  estirpare un mondo di cinica e spietata arroganza.

martedì 31 maggio 2011

Personale del Maestro Giuseppe Supino

Castello di Mola- Formia

Dal 26 giugno al 16 luglio 2011


Giuseppe Supino   L’utopia del corpo.

Di

Carmen Moscariello

Esser chiaro il cielo e  si vede il mare e il cielo  di Gaeta dallo studio dell’Artista e quei colori trasparenti, irreparabili nella luce del mattino attraversano queste nuove opere . Hanno uno scatto dentro, un salto della bellezza che toglie il  fiato.
Seduce la bellezza, seduce al canto, a suoni di un mondo inattraversabile se non dal  puro sentire del Maestro che pare voglia levigare la sua coscienza e con esse le innumerevoli immagini di figure femminili e maschili che fregiano  la mostra.

Immago, contro ogni limite è la perfezione assoluta della forma che vive poeticamente libera, pura. La figurazione del corpo maschile o femminile diviene  humor  fertile per le immaginazioni. L’utopia del corpo predomina la  grazia inquieta, inappagabile.

E le mani, sempre in primo piano dettano un purismo  disegnativo, analogico. Incalza il più bello in immagini di cavalli che infrangono le porte di Gerusalemme e ascendono al mai visto, mai vissuto . Lei, la pittura nasce dal suo mare, sgorga da mutezza lontana, primordiale, dei candori sussurrati alla pietra. Schianti di ardente compostezza, quasi mestizia.

Silentium di alchimie, giostre di voluttà.

Melanconia, molta! Pronta ad accogliere sguardi, languori cresciuti, nutriti al fuso delle lontananze, al continuo intingere in fasi chimeriche di altre vite, altri mondi. Ardenti, anche di sazietà i corpi di fanciulli che godono alla  luce, ma anche appare il costato come quello della Croce. Asimmetrie, asimmetrico, pronto a dire,  di saperi e strutture che  vibrano su più orizzonti,  le memoria  confluiscono nel cielo e nella terra e lo spettatore  contempla.

E’ il vanto della fragile natura morta, la conquista dell’aspetto sacro del garbo; il Maestro Supino regala all’immago femmineo  pace sapienziale, l’orgoglio di Essere. Gli  irrequieti nostri tempi sono  lontani, svagati, inutili, troneggia, inneggia la perfezione. A badilate  il colore ammanta, copre, risorge in atmosfere in verde.