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giovedì 4 ottobre 2012

PREMIO NABOKOV - EDIZIONE 2012 UN MESE ALLA SCADENZA: 31 OTTOBRE 2012

premio.nabokov@wordpress.com

Scade il 30 ottobre il Premio Nabokov, riconosciuto come uno dei concorsi letterari migliori del nostro paese, che mette in palio per i vincitori 6.500 euro in premi.
Il Nabokov giunto alla settima edizione è nato per sostenere e promuovere le opere edite, dando visibilità alle stesse e ai suoi autori. Possono partecipare libri nelle tre sezioni di narrativa, saggistica e poesia.
E come abbiamo già ricordato questa edizione si arricchisce di importanti novità nell’ambito dei premi che verranno assegnati ai vincitori. Tra questi ricordiamo:
- pubblicazione di un manoscritto in ebook con AbelBooks – www.abelbooks.net (assegnato al vincitore di ogni categoria);
- Ufficio stampa professionale a tutti i libri dei 15 finalisti;
- Pubblicazione della recensione con una breve intervista su un numero cartaceo de Il Giornale letterario interamente dedicato al Nabokov. Premio assegnato a tutti i 15 finalisti con invio di 50 copie del Giornale ciascuno.
Infine è prevista la presentazione dei libri vincitori che avverrà nel teatro di Novoli (Lecce), in un incontro tra gli autori. I vincitori riceveranno targhe, mentre tutti i finalisti attestati di merito. Gli elenchi dei vincitori saranno poi inseriti on-line nei più importanti siti di letteratura.
La Giuria è presieduta come ogni anno da Piergiorgio Leaci e composta tra gli altri, da Massimo Lerose (scrittore e attore) e Damiano Celestini (giornalista).
La quota di iscrizione è fissata in 20,00 euro da versare su postepay carta n.° 4023600568943528 intestata a Piergiorgio Leaci, LCE PGR 74L28 E506 K  oppure in contanti in una busta chiusa.
Per informazioni:

Segreteria Premio Letterario Nabokov
http://premionabokov.wordpress.com/
info@interrete.it
info line: 327.08.63.013

giovedì 30 agosto 2012

Barbara Vellucci - Versi

Chi non capisce il perché del tuo stato d'animo, della tua sofferenza... Cosa ne sa...
Dello stravolgimento che la malattia porta nella tua esistenza?
Del dramma psicologico che ti investe?
Dei cambiamenti peggiorativi che repentini ti distruggono?
Dell'ansia, della fobia e della paura che ti ossessionano?

Cosa ne sa...
Di sentirsi invecchiati improvvisamente?
Di non riconoscere se stessi?
Di vedersi andare in frantumi?
Del terrore costante?

Cosa ne sa...
Del dolore che ti consuma?
Delle lacrime che ti affogano?
Delle urla che ti restano strozzate in gola?
Della fatica di andare avanti e far finta che tutto sia normale?

Cosa ne sa chi non ha mai voluto sapere?

martedì 28 agosto 2012

A Gaeta i poeti Iannacone, De Angelis e D’Ambrosio

COMUNICATO STAMPA

Continuano gli incontri di poesia nel Museo Diocesano in Piazza De Vio a Gaeta, nell’ambito della rassegna “Gaeta. Un mare di poesia” curata dall’Associazione culturale “la stanza del poeta” con il patrocinio della delegata alla cultura del Comune di Gaeta, Sabina Mitrano.
Giovedí 30 alle ore 20 interverranno i poeti molisani Amerigo Iannacone (responsabile delle Edizioni Eva e critico letterario, di Venafro) e Filippo De Angelis (colonnello dei Carabinieri in pensione, di origine sabina, vive a Venafro), insieme al pontino Leone D’Ambrosio (che è nato a Sperlonga e vive a Latina ed è anche giornalista).
I poeti ospiti della serata, che saranno presentati da Giuseppe Napolitano (presidente dell’Associazione “la stanza del poeta”, anch’egli noto poeta nel Golfo) leggeranno testi dalle loro ultime pubblicazioni (D’Ambrosio ha appena pubblicato “Anticlea è mia sposa”, con in copertina un dipinto di Normanno Soscia).
L’incontro poetico del 30 agosto è anche un’occasione per visitare il prestigioso Museo gaetano, poiché si tiene nella sala dove sono esposti i quadri di Sebastiano Conca ed altri preziosi reperti pittorici.

Amerigo Iannacone

Filippo De Angelis

Leone D'Ambrosio

lunedì 20 agosto 2012

"Stabat Mater" - Carmen Moscariello

Coro:
E la pelle della luna aprì arcuati i gobbi del cammello
Gli uomini urlarono perché la morte come saetta fletteva i lunghi artigli
Né c’era scampo per il ricco epulone e per i tortuosi ossiuri della parola.
La montagna si spaccò e si lasciò attraversare dalla spada del dolore
I pesci nel mare annerito dalla centrale
boccheggiarono per l’ultima volta, tra anse al mercurio
E le pinne in preghiera si lasciarono
andare vacue sfilate alla tempesta.
La montagna di Gaeta con boato terribile
spaccò il mare furioso,boccheggiò
sul cuore degli inetti.

Maria:
Cala il velo dei tuoi occhi ,o figlio prediletto,
né io posso alleviare il tuo dolore,
le spine trafiggono il tuo sguardo
ed io derelitta imploro di salvarti
Assistere al dolore di chi si ama
è pena che scarpella ogni infinito
e le tue mani lontane alla mia fronte
che implora la tua benedizione

Non vedi, Figlio di madre addolorata
che essi con spade appuntite trafiggono il costato
E il sale arde il sole e i miei pensieri
Figlio, di mamma disperata
volgi a me i tuoi occhi tanto belli.
Nel mio ventre ti portai
Amen, risposi all’angelo annunziante
E felice protessi il mio ventre benedetto dal Signore

La Folla:
Crucifixo , iusta crucem,
Figlio di Dio, dov’è tuo padre?
Beh perché non salva gli occhi tuoi belli
Menzognero ti scoprimmo e una croce
regalammo al re dei giudei
Ecco che preparammo una corano, un diadema
di dolore, un foglio di sanscrito,
figlio di madre sola, figlio senza ritegno.

Maria:
Non senti le urla dei dannati
Salvati da loro e salva la tua madre sconsolata
Le belve vogliono il tuo sangue
Giuda, l’apostolo col bacio traditore
E Pietro due volte rinnegò il tuo amore.
Il gallo all’alba e a metà del giorno
il cielo si fa nero e l’inferno ricopre il mondo peccatore
Morti gli uccelli, tremano gli olivi
e le donne piegano il ginocchio
Pietà di noi! Ma il cielo è buio
E la morte affila il suo coltello
piangono gli uomini perversi
la rovina dei loro tetti
Trema la terra, si spacca in ogni dove
il peccatore urla il suo dolore.

.

Gesù.
Lascia, madre mia, che io salga in Paradiso
Il fiele l’ho bevuto e il mio corpo già
la pietra del sepolcro è pronto a sollevare
Io vado avanti per aprirti la porta del Paradiso
Madre non disperare.

Maria:
Figliuzzo di mamma tua, cuore d’amore
e gioia, come ti posso mai
vedere con i chiodi nelle mani..
Mani di fuoco e stelle
Mani che benedicono, mani che risorsero Lazzaro
Mani che io strinsi al petto, quando tu eri bambino.

Gesù:
Attendi e hai fede , io non morirò
La pietra del sepolcro è solo simulacro
Io come il fuoco sono destinato al cielo
e tu madre mia mi seguirai in gloria

Maria.
Mi lasci sola tra le aborrite sentinelle del potere
Devastano con arroganza la vita degli innocenti
Seminano fame e discordia tronfi delle ricchezze
Mi lasci con vili traditori, che irridono il mio Figlio benedetto
In mezzo alla tempesta di contraffatti orrori
Tra canne di galassie che sanguinano il tuo sangue.

Gesù:
Virgo virgine praeclara
Hai fede nel Dio del cielo
Egli che atterra e suscita
la palma dell’olivo, al Getsemani
portati insieme alle altre donne
E dunque tu perdona come già ho fatto io,
se la palma della vittoria vuoi un giorno ottenere

Maria:
Crudeli, et me tibi sociare, portami insieme a te
Fa che anche le mie mani siano attraversate dai chiodi
Fac, ut animae donetur Paradisi Gloria

Gesù
Stabat mater dolorosa juxta crucem lacrimosa
Madre mia, Madre di figlio doloroso, venni a salvare gli uomini
ed essi mi appesero alla croce, che tu sia benedetta , Madre
prediletta , in trionfo tutte le genti ti chiameranno beata.

Maria:
No, il Figlio mio prediletto, il Figlio unico figlio di madre afflitta
Scendi dalla croce e salvaci, ti prego.

Coro:
La folla lo sputò, lo irrise
e l’aceto bagnò il cuore
arse per il dolore. L’uomo traditore
irrideva il Salvatore e il sangue gocciolava.
Sul fango delle urla
crebbero le bestemmie ,
per te la croce, urlavano, a noi il piacere
E un nuovo sputo toccò i piedi trapassati.

Intanto un urlo di dolore
attraversò cielo e terre
e volse gli occhi al cielo
e il Padre suo lo accogliesse

Maria:
Fac me plagis vulnerari,
fac me cruce inebriari
Et cruore Filii
Che io possa presto, insieme a te,
inebriarme della luce del Paradiso.

Coro:
Rosa candida, Rosa prediletta
Virgo virginum
Madre di pazienza, Figlia del tuo Figlio
presto tu godrai la luce del Paradiso
e tutti i popoli ti chiameranno beata
Proteggi le mamme addolorate

E i figli crocifissi
Sui pali del dolore
Mater lacrimosa volgi il tuo sguardo agli umili
Disperdi i superbi, brucia la loro perfidia
Rimanda i ricchi a mani vuote

mercoledì 18 aprile 2012

Amerigo Iannacone, "Pensieri della sera", Edizioni Eva



Parole nuove

Sarai con me
così semplicemente
ed io saprò inventare
parole nuove
per sentimenti antichi.
Saranno poesia
le mie parole
perché  tu sarai
la mia musa.


Ripenso

Ripenso
e il tuo sorriso
mi sfiora il pensiero.
Ripenso
e la mente si adagia
sul soffice ricordo di te.
Rivivo
e la vita che vivo
lentamente si sfa.


domenica 29 gennaio 2012

Omaggio a Ugo Piscopo - "Presenze preesistenti", di Angelo Mundula


Pagg. 86-87

A leggere le innumerevoli quantità (è di questa che bisogna ormai parlare) di libri di poesia, che affollano le nostre giornate, si dovrebbe avere almeno l’impressione di un’estrema varietà di temi e di motivi oltre che di stili diversi e invece l’impressione dominante è sempre più quella di una sorta di generale appiattimento, di generale omologazione. Questo per dire che è davvero raro leggere un testo di poesia che abbia il pregio dell’originalità e che impegni il lettore alla scoperta di un mondo (poetico) veramente prodotto (ma stavo per dire creato) da un’alta fantasia, ossia da quella capacità di invenzione poetica che sembra troppo spesso bandita dai libri di poesia. Con qualche eccezione, per fortuna nostra e dell’autore. Che, questa volta, si chiama Ugo Piscopo, poeta ormai laureato oltre che narratore e autore teatrale, ma anche finissimo critico e studioso di vasti interessi. Piscopo, ancor prima che di un’originale capacità d’invenzione, ha dato prova, nella sua opera poetica, soprattutto in questa, crediamo, di una raffinata capacità di ascolto: del mondo animale, di cui è ben viva espressione quel Quaderno a Ulpia la ragazza in mantello di cane e di quello vegetale che ha trovato espressione in quei fulminanti Haiku del loglio e d’altra selvatica verzura, di cui non s’è persa la memoria, e ora, perfino quel mondo delle pietre, di quelle Presenze preesistenti (Guida Editore, anno 2007) che denunciano, fin dal titolo, una sorta di inquietanti, ma subito anche invoglianti “corrispondenze”. E, del resto, come non avvertirne “il movimento”, se quelle pietre parlano, innanzi tutto, il linguaggio antico dell’Irpinia, ne sono la sua voce più resistente, più familiare (“La pietra è radice / perduta e trovata”) e stanno, mallarmeanamente, non solo “dove un colpo di dadi le ha gettate”, ma fin dove il loro costituirsi in paese, ne perde, nello stesso tempo, l’identità, vivendo di vita autonoma, che non ha più un nome o l’ha avuto o l’avrà o non l’avrà mai più. Più di ogni altro ne è consapevole il poeta che ne parla e ne è a tal punto coinvolto da sentirsi partecipe della stessa storia, anzi, si direbbe, dello stesso destino. Sono infiniti i fili che sapientemente si legano (o si slegano) in questa poesia coltissima: e Piscopo ne tiene in mano i capi, li unisce e li separa, con la sua sapienza, prima di tutto linguistica, plurilinguistica e sarebbe il caso di aggiungere, sull’esempio alto di Zanzotto, prelinguistica. Piscopo ne segue, con occhio attento le sorti, i movimenti, le direzioni, le origini, ma per trasformarli poi in qualcosa d’altro, come infinite linfe che alimentino la sua vena poetica, come tessitura da cui, appunto, nasce il testo. Così si compie la vera funzione del poeta: nelle sue mani (nella sua mente, nel suo cuore e, ancor di più, nelle sue parole) anche le pietre si trasformano, diventano altro da sé, partecipano di un altro, grande destino che, a sua volta, si compie e si celebra in interiore homine. Lo sguardo lungo di Piscopo (la sua doppia vista di poeta) vede, infine, dentro di sé, la vita che nasce, ancora una volta dove la vita sembra naturaliter impossibile, perduta per sempre. Ed è la vita delle pietre e nello stesso tempo la vita del poeta, di cui la pietra, come ben dice Marcello Carlino, è l’allegoria. E il poeta rilegge, nelle “sue” pietre la sua stessa direzione di marcia, il senso della propria vita, la via di una possibile salvezza: e la poesia gli nasce proprio nel luogo dove tutto ciò che si potrebbe dire non può più essere detto o deve cercare sempre nuove vie, nuove faglie tra pietre e pietre.

"Oltranza" e "inquieto sentire" nella produzione poetica di Ugo Piscopo



La produzione poetica di Ugo Piscopo, infaticabile intellettuale del nostro tempo, comprende un cinquantennio di vera poesia (1957-2008). Saggista, giornalista, critico d’arte, pedagogista, autore di pièces teatrali, traduttore: la poesia è sempre stata per lui, in primo piano, e viene intesa coma una “sfida” all’interno della sua vasta produzione. […]
Piscopo parte dalla sua terra d’origine con la prima raccolta Catalepta (Napoli, 1963), dal titolo vistosamente virgiliano, raccogliendo poesie scritte tra il 1957 e il 1963, con un’intonazione “fortemente elegiaco-intimista”. Lo stile richiama quello di Ungaretti e Quasimodo e la poesia-racconto di Pavese. Il mondo incantato dell’infanzia è sempre nella sua memoria, ma è visto in una lontana dissolvenza di immagini, perché comprende una stagione della vita, perduta irrimediabilmente. L’Irpinia con la fatica delle “nonne ancor vaghe fanciulle” rappresenta lo sradicamento dell’ “arcade” che incarna attese e paure. Queste nuage costituiscono un punto di partenza, prima della stagione sperimentale e della “linea meridionalista”. Serra è nella mente di chi avverte l’inconciliabilità tra civiltà contadina e società dei consumi: una poesia che disvela, sin dagli esordi, “associazioni analogiche di idee” e “libero flusso di coscienza”, calamitando la nostra attenzione per alcune peculiarità di rilievo: l’originale figuratività delle immagini, la musicalità del verso, la palpabile evocazione delle cose. […]

Estratto dalle pagg. 407-442

Raccolte di poesie


Opere di Ugo Piscopo






mercoledì 11 gennaio 2012

La poesia di Giuseppe Napolitano

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 
Il poeta, se è vero poeta, conosce bene la formula personale con cui presentarsi, a cui improntare i suoi versi, come ad una sorta di identificazione all'io più profondo, deputato a dare immagini di sé al mondo.

Non fa eccezione Giuseppe Napolitano. Un poeta che ha saputo imprimere al suo percorso lirico una trama d'ineludibili aperture verso l'esterno, in una più complessa vicenda letteraria che s'innesca nel solco della moderna poesia e tutta l'attraversa.

Il filo conduttore di Giuseppe Napolitano spesso non è nuovo a tendenze neorealistiche del paesaggio d'anima, reso in un contorno di colori e di abissi, di chiaroscuri e di luci spesso ineludibili dalla sua personalissima identità.

Vi è nel sottofondo di questa poetica, e si evince dal riverberato nucleo interpretativo, un forte spessore classico, ma volutamente sfumato e interpretato in tono mai elegiaco, di forte impronta moderna, attraverso un diluvio di immagini, di impasti quasi sonori o insonorizzati da parole -chiave: Prendi la mia voce/ portami nell'eco/ prendi la mia immagine/ portami nella tua ombra/ Sul paese del sogno io/ sono una nube solitaria/ là dove tu sei un luogo per ritrovarsi."

Versi che ti lasciano all'intensa emozione che suscitano.

La lucida analisi dei fonemi lascia dietro di sé un'indagine che scaturisce dalla commozione o emozione.

Da una composizione all'altra e sotto diversi titoli, assistiamo ad un procedimento di postmodernità della poesia, ad un realismo mai asfittico o insincero, che contiene quasi sempre un palpito nuovo, mai banalizzato o sterile. Ma, seppure scostata dal solco della tradizione, e non allineata a criteri di ordine classicheggiante, questa poetica sa dare lauti frutti, sa planare alla caduta negli abissi, sa rinnovarsi nel solco di un tirocinio verbale tra i più alti. 

Es. in "Apparenza di certezza"

 
Solo se riesci a toglierla poi scopri

di avere un'altra maschera sul volto:

il tuo che più non ricordavi fosse

somigliante così tanto a quel che sei.

 
Magnifico esempio di esclusione metrica, che pure sa imprimere con assoluto nitore un verso che lascia il segno.

Nella poesia di G. Napolitano emergono i segnali di due momenti a confronto: l'uno nel solco della tradizione, che si sforza di rimanere in limine, l'altro che puntualmente verifica e cerca un modulo linguistico e l'orientamento ad un verso nuovo, asciutto, scarno, conformato al quotidiano, guidato da una sapienza scrittoria che vuole imporsi ai tempi, alle logiche demodé, a forme liriche obsolete.

G. Napolitano è se stesso fin nelle più intime fibre e nel testo "Quanto di te" datomi in omaggio a Formia nella circostanza di un occasionale incontro al Premio Tulliola, lo dimostra:

Non ho più rifugio

Mi rifugiavo

in me

quando non essere

con te

volevo.

Nudo senza più questo

bisogno

non so rifugi

di cui parlarti ancora.

C'è da chiedersi se il testo è rivolto al dono della poesia o se vi è una figura femminile in sottofondo ad ispirarlo.
L'ambiguità di cui accennavo, resta, poiché tutta o quasi la produzione di Napolitano è improntata a quest'atmosfera rarefatta, quasi una sorta di fedeltà alla precarietà del dire, al doppio significato dell'essere, che si mostrano in tutta la loro splendida ambiguità, come si addice alla vera, alta poesia di tutti i tempi. 

lunedì 9 gennaio 2012

Recensione all’opera: “L’Assoluto Perfetto” - Il pentagramma triplo nella Poesia di Ninnj Di Stefano Busà

Di

Carmen Moscariello

Non si smorza il fuoco, la cenere non prevale su una scarnificazione lucida del dolore, non inciampa il Poeta nel lento canto gutturale che a goccia a goccia penetra l’incanto, bussa alla porta di Dio il verbum affinché gli sia aperto.
Sono cento i componimenti della raccolta, canti danteschi nella loro perfetta simmetria; passi lenti avanzano con lucida mente, battono la strada della vita che è percorso nel Silenzio . Ostinata nella ricerca dell’armatura di chiave per dare corda a un orologio di battiti umili , ma perseveranti . Si procede nell’ascesi in chiave in “re” e il deserto si presenta con la sua flebile sabbia, il vento è silente e la neve avanza nel lento canto di gigli.

Dove va il Poeta?

Nel mercato dei giorni, nel lungo filo della memoria, nelle stimmate di una processione solitaria, nel solitario ripetersi dell’atto doloroso della via crucis dell’esistenza confusa con quella di Cristo. Il Poeta può innalzarsi a un colloquio preferenziale, può chiedere a Cristo ragione del dolore, esaminare la cancrena del male e rimanere in attesa della salvezza.

La parola poetica si muove sulle note di un pentagramma triplo su un rigo musicale adiastematico, capace di contenere il singhiozzo. Lei parla a Cristo con voce bassa, ma alla pari il “Tu”  nasce dalla comune croce portata con grande fatica.

E’ un pentagramma per archi e fiati che nella notte riporta la strada del nulla per poi fiorire in neve candida in note semplici per voce umana.

Il Poeta centellina, ma avanza, c’è un fine preciso: l’incontro con Dio.

Tutta la raccolta vive questa meta, la racconta giorno dopo notte e vulnera i cieli stellati e le notti senza luna, le appaia in percorsi di silenzi che sono l’unica strada che La porta all’altare di Dio.

La morte lucida osserva implacabile anche lei il percorso e sembra procedere di pari lena verso l’attesa del compenso. Finalmente: sudato meritato, lavato di dolore.
Ed ecco le noti gravi della pedana, l’organo ha musica d’accompagno, si aprono in chiesa gotica i canti del Poeta e dell’uomo che chiede a Dio la casa della luce e il distacco non fa più male.

lunedì 12 dicembre 2011

Giuseppe Napolitano


"Non ho più rifugio"

Mi rifugiavo
in me
quando non essere
con te
volevo

Nudo senza più questo
bisogno
non so rifugi in cui
parlarti
ancora


Nuage

Prends ma voix
amène-moi à l'écho.
Prends mon image
amène moi dans ton ombre.
Sur le pays du rȇve
je suis un nuage solitaire.
Là où tu es est un lieu de retrouvailles.

Nuvola

Prendi la mia voce
portami all'eco
prendi la mia immagine
portami nella tua ombra
Sul paese del sogno io
sono una nube solitaria
là dove tu sei un luogo per ritrovarsi




Apparenza di certezza

Solo se riesci a toglierla poi scopri
di avere un'altra maschera sul volto:
il tuo che più non ricordavi fosse
somigliante così tanto a quel che sei

Solo nell'inespresso cui donavi
frequente l'apparenza di certezza
hai finalmente chiaro un sentimento:
dentro abitava in te il burattinaio

Leone D'Ambrosio




Per questa ragione

Non ora, ti spiegherei
il possibile che ingombra,
ciò che mi è più caro
alla finestra sopravvive.
La verità è comunque
in terra più che in cielo,
è un fuscello d'eternità
per non morire altrove.
Per questa ragione
rimando ogni festa breve
ché non sia scarto
di foglia per il ramo.

domenica 11 dicembre 2011

Intervista di Carmen Moscariello alla Poetessa Ninnj Di Stefano Busà

D. cosa trovano nella Poesia i giovani di oggi? in un'epoca così martoriata e incurante della poesia, come e perché, secondo Lei si avvicinano al mondo un po' astratto come quello dei versi?

 

R. proprio nella tipologia del dire, del dialogo o del suo allontanamento in termini concreti dalla cultura  sta la sua risposta. La gioventù di oggi, è vero, non è affatto aliena alla Poesia, come si potrebbe supporre. Proprio in una situazione che incombe drammaticamente sulle spalle della loro generazione, il fattore poesia ne rappresenta antropologicamente il transito difficile e spesso ingrato. I giovani forse, più degli adulti, sanno bene che vi è un divario tra il passato e il presente, e vi sarà un ulteriore scollamento anche nel futuro, perciò si avvicinano alla Poesia come a qualcosa che intimamente assolve e momentaneamente lenisce senza ulteriori afflizioni. La parola scritta è <Verbo>, ma è un linguaggio che sta nella prontezza della sua vocazione, della sua emotività, ne rappresenta i nuovi momenti, la nuova ironia, i simboli, le passioni, la fede nel futuro. Forse perciò la Poesia non li coglie impreparati, non ha bisogno di interloquire con altri, solo con se stessa. La poesia è il valore stesso del loro linguaggio che non si rivolge a nessun'altro, se non al rischio dell'emozione, dell'ispirazione. Perciò al momento attuale è un valore aggiunto: un simbolo che vuole transitare alla Storia

 

D: cosa ritiene che il poeta di oggi debba fare per introdursi in un mondo astratto e tendenzioso e conflittuale e incoerente come quello dell'oggi.

 

R: il poeta è una via di mezzo tra il suo ego più permissivo e il suo riscatto dalla solitudine e dal dubbio. All'uno si rivolge perché è tendenzialmente portato a intravedere i contorni dell'io narcisistico e più egoista, all'altro proprio nella funzione di un riscatto liberatorio e lenitorio.

In entrambi i casi il poeta è condannato alla solitudine e alla full immersion nel mondo, proprio perché avvertito e reso  -testimonial-  di un diverso modo di interpretare la vita, il poeta ne assorbe le asperità e attraverso la poesia induce le sue potenzialità espressive a rigenerasi e ad ossigenarsi.

 

D: in che modo il poeta si colloca nel mondo di oggi?

 

R: è una domanda difficile. Credo che, come la musica ha bisogno di armonia, il poeta ha bisogno di versi per sintonizzarsi col mondo. La sua matrice è sempre spiccatamente subliminale, quando scrive o si fa interprete di un'aspettativa molto precoce quale è l'occasione di esser(ci), qui e dove lo stabilisce l'avventura del poiein, spesso il luogo o il modo non sono necessariamente avvertiti. Quello che il poeta avverte nel profondo è il suo <io>, il suo fine soggettivo, ineludibile  e sorprendentemente misterioso, un richiamo quasi all'altrove, infatti per il poeta la poesia non à mai nei paraggi è sempre oltre il recinto, oltre l'ostacolo, lontano da se stesso.

 

D. Lei è scrittrice bene affermata, conosciuta. In quale ruolo si ritrova a collegarsi, sono state le occasioni a  renderla interessante? oppure, ha determinato la sua pagina poetica una sorta di significazione interiore che l'ha spinta alla ricerca di sé?

 
R: come soggetto del mondo che mi circonda, la Poesia ha rappresentato, fin da subito, la rappresentazione di un ordine dentro la realtà del caos. In giovane età, mi sono prefigurato un mondo forse migliore, vi ho creduto, ho cercato di rifletterlo nella bellezza e ricchezza di una prospettiva che mi dava lenimento: immaginarsi il bello, a volte, è come possederlo, trascriverne vuol dire, assaporarlo, raggiungerlo anche attraverso la sofferenza e il distacco. Oggi, sono in uno stato di atarassia, ovvero la funzione della Bellezza in sé è andata scemando e nella poesia ritrovo i presupposti di una dimensione oggettiva che progetta la forma espressiva, senza più appropriarsene, come se la Poesia fosse compagna di vita, nicchia refrigerante di un piacere sempre nuovo, il ritrovamento di una misura d'ispirazione autoreferenziale, di coscienza e di vita.

Poesia del Poeta Virginio Gambone dedicata a Carmen Moscariello

Ho letto le tue poesie:

 Parole che vanno dritte al cuore:

pelle d'oca sul mio corpo

grumi di lacrime non pianti

sullo schermo

Un mare d'amore donato

a volte solo atteso

mai prosciugato.



C'è Nazarin

che porta la croce con noi

e noi con lui:

la necessità d'amare

nonostante tutto

nostalgia del bello

nonostante tutto

speranza di salvezza

nonostante tutto:

l'amore esiste

il bello esiste

la salvezza esiste

altrimenti

non ne avremmo nostalgia.



Ed è gioia

nei tuoi versi

e luce nei tuoi pensieri,

amica ritrovata.



La tristezza  può attendere

se si incontra

Carmen
tra gli “spinali nvrattusi" della vita.

martedì 14 giugno 2011

Renato Filippelli - 20 maggio, la stanza del poeta, di Giuseppe Napolitano

Dai fatti alle parole è una delle ultime pubblicazioni di Renato Filippelli, uno scrittore totale, che ha dedicato la vita alla parola scritta, non solo scrivendola, ma curandola, raccontandola, promuovendola, insegnandola… Sempre. E’ stato fra i primi poeti che ho conosciuto, poiché frequentava mio padre quando ero ancora un bambino. E ho sempre seguito le sue vicende letterarie, fin quando ho adottato il suo ultimo imponente lavoro scolastico, la Letteratura in sette tomi pubblicata da Simone.
Lo ricorderò per l’ampia capacità di affabulazione lirica, la maestria di un letterato che fa della poesia un cammino – il suo cammino naturale nell’uso della lingua (che peraltro ha insegnato per decenni: è stato un professore-poeta che sa bene come si scrive, come conviene dire quel che detta dentro e va comunicato perché altri si possa sedere al banchetto della parola capace e consapevole di potersene servire).
Dai fatti alle parole è un titolo emblema, un manifesto di poetica: per uno che ha esordito e ha continuato sempre con la stessa attenzione alle cose e alla natura, all’uomo… che si è affidato anche al soprannaturale ma ha sempre fatto professione di fede nei valori dell’umanità figlia della terra, della famiglia e dei suoi affetti più veri. E alla parola ha dato il giusto valore di veicolo dei sentimenti e la ha custodita pertanto pura malgrado il rischio – da studioso e frequentatore delle più diverse forme espressive – di cadere nel cerebrale, nel gratuito sperimentare.
Infine, le parole “Di un tardivo cultore del silenzio” si rivolgono a Dio: “Tu che sai quasi adempiuta la mia storia, svezzami dalle parole, futile mia gloria; dammi il silenzio che precede e segue la vita, e veste di mistero lene gli approdi all’ultima deriva”.
Voglio augurare al Poeta Renato Filippelli – che muore a due giorni di distanza da Edoardo Sanguineti (uno di quelli che più non poteva sopportare) – voglio augurare al vecchio compagno di viaggio un “dopo”  nella memoria più viva dei tanti lettori che ha meritato e meriterà ancora di trovare.