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venerdì 10 agosto 2012

Saggi critici - "Non è ancora l'addio", opera poetica di Leone D'Ambrosio

di Carmen Moscariello

Leggendo l’opera poetica di Leone D’Ambrosio, batte nel cuore la voce della Callas che canta “Che farò senza Euridice”, fiati di nostalgia struggente che avvolgono ogni alba, ogni domani.
La tunica di fuoco del Poeta rende inimmaginabile, quanto la morte, appartenga alla vita. Infatti, in questo testo fascinoso, non c’è solo una Poesia in memoria, il messaggio è ben più grande.
Si apre a ventaglio, come se nessuno spazio bastasse, per una consegna d’affetti che ha suoni gutturali, placati da una forza misteriosa che avanza in silenzio; un  passo d’addio intessuto di crepuscoli, di una natura contadina che col suo richiamo al quotidiano riporta di nuovo ordine, ricompone ciò che la morte voleva frantumare. La presenza di Dio è consapevolezza di una promessa sicura, è la corsa del tempo per ritrovarsi per mano. Pur se la fede non è mai apertamente dichiarata, rimane la tela filata che congiunge il primo all’ultimo verso.
La poesia di Leone D’ambrosio ha temperamento, sgorga come olio da un frantoio a goccia a goccia, mentre la formidabile concretezza del linguaggio crea muri di pietra che consolidano speranze, pietre di sogno che proteggono dalla rovinosa tempesta.
Nei suoi versi si avverte una consacrazione del pane all’altare, mentre si circoscrive un altrove  dominato da un unico stilema: La devozione per il padre che come letto di un fiume abbraccia la casa e la famiglia.
Devozione che comprende anche la malattia, cucita alla sofferenza, intessuta di pareti bianche, di canti di rondinelle, dove il freddo è lodato e la luce neutra non ha voce per interrogarsi sul perché un uomo muore.
La grandezza del Poeta è nella bellezza trasfigurante del dolore e della malattia, trasformando così il nero della morte in canto. Come Orfeo, nelle notti  illune Egli compone per lodare il freddo e la vita per poter morire senza timore. L’alto brulicare del tempo senza storia, si allunga infinito, spazia in galassie sconosciute alla ricerca di Dio che congiunge, non lacera. Quella notte chiara dà ai versi compostezza; le finestre in attesa, statiche si aprono su un nuovo mondo, tracciano un nuovo incontro.
Dalla rupe furono gettati i tormenti, da seppellire sotto erba leggera, ma quante lacrime per farla leggera e levigare il passo d’addio.

Saggi critici - Il Dio ignoto nella poesia di Renato Filippelli

di Carmen Moscariello

Se un cristiano si sofferma sulla passione di Cristo non può che piangere per i tormenti che gli inflissero.
Il percorso al Golgota fu lento e doloroso.
Leggere quest’ultima preziosa raccolta del Poeta Renato Filippelli è stato come la cerva del salmo/fiutando sorgenti lontane mi ha stretto il cuore in una morsa  di dolore purificante, strenuo Cche mi diede  conferma ,come dissi in una conferenza a Minturno, che per me la poesia di Filippelli è come il vangelo di Luca.
A ragion veduta, poiché mai come in questi versi si ha   la constatazione di una grande estenuante ricerca dell’uomo nella sua crisi più distruttiva, nella sua luce più fiammeggiante; pur essendo stato Egli sempre sostenitore della Poesia come anima, anche quando il gioco del verseggiare e l’alchimia  della parola approdava ad un prato brinato, Egli  sempre dilaniato,cantava i gemiti della gente del Sud (la sua gente protetta dal manto della Poesia che denunzia).
Ma, qui a guidarci è l’esperienza di Dio , imponderabile soffio, estenuante sussurro, rabbioso urlo: diviene ora un mezzo per dare alla parola un senso divino  che mentre approccia al nulla, tra le nebbie del mare si innalza come croce del firmamento a sottolineare che l’essenza dell’uomo è solo in Dio nel suo splendido annientante desiderio di vivere e morire.
Morire per attraversare il dolore, per lasciarsi indietro quell’esperienza di “figlio” che è  del Poeta che affronta l’ oceano sulla fragile foglia, baciata dalla  rugiada della carità, dall’urgenza del bene che nella Poesia e nella vita di Filippelli si è tradotta nella sua grande opera di educatore, di guida ed aiuto agli artisti  gemmanti,  di sdegnoso giudizio contro la corruzione e la malvagità . Egli ha donato alla nostra terra e al mondo un flusso di civiltà, di mansuetudini, di rispetto per ogni creatura dell’universo, non a caso nella sua poesia anche il suo cane ha una centralità catartica  di struggente solitudine e di amore.
Il Dio di  Filippelli non più creatore, ma soglia agognata, liberazione , preghiera, abbandono, approdo di un uomo non acquietato, ciò che Egli contiene  esplode come lance conficcate nel costato e al padre non implora, ma urla, protesta.
L’altare del dio ignoto non ha fiori  da offrire al divino , ma le infinite tribolazioni di noi sofferenti, dubbiosi, smarriti.
Il vincolo vita-morte diviene così approdo a un ampio e delicato dibattito che si muove in versi modulati al canto della vita, alla disperazione dei giorni , al candido scoprirsi implume come pettirosso appena nato , ma il canto è della buona novella, di un uomo che non si arrende e ricerca e costruisce ciò che rende l’uomo simile a Dio.
 
Sulla mia strada di Damasco
mancò la segnaletica
verso Gerusalemme.Quando
cadevo all’urto
dei Tuoi cavalli un altro si torceva
in me, Ti domandava
aspro e gemente: “Perché mi perseguiti?”
 
Figli che mi portate sulle spalle
come pietoso Enea portò suo padre,
se voi non foste il filo che ricuce
brandelli alla speranza della vita,
mi getterei nel vuoto della valle
come un fantasma in fuga dalla luce

Saggi critici - Giuseppe Cassieri "Esame di coscienza di un candidato"

di Carmen Moscariello

Non sai mai leggendo un romanzo di Cassieri, se ti troverai di fronte all’assurdo, alla bizzarria o alla fantasia più sfrenata, oppure se ti trovi di fronte a situazioni che trovano radici profonde nella realtà.
E’ questo strano arcolaio che prende l’animo del lettore: ora in modo ilare e leggero, ora per impigliarlo in situazioni umane e di pensiero dolorosamente vive e vere.
Il sempre nuovo che scandisce la sua genialità e fantasia, inesauribile, costipato per volontà dell’autore in personaggi tormentosi, incerti, dilavanti di fisime e paranoia, che tentano appena di affacciarsi alla vita per essere immediatamente assorbiti nel gragnuolo di sconfitte e di paure.
I personaggi dei suoi ultimi tre romanzi Tommaso Redi (I festeggiamenti, 1983), Giovanni Cermenati (Colombina, 1991), e Ciro Medina (Esame di coscienza, 1993) ai quali Cassieri ha dato vita in uno spazio brevissimo di tempo, ti lasciano a fiato sospeso, un po’ per le condizioni più strane che riguardano la loro professione e le afflizioni paranoiche che ciascuno ha, un po’ per quella dimensione di sogno e di sensualità fortemente presente soprattutto nell’ultimo romanzo.
Vorremmo far notare al di là di quello che i critici da più di trent’anni hanno detto del suo genio e della sua arte e cioè dell’elegante ironia, della sorridente indulgenza con cui rappresenta i vizi del mondo, della sua disponibilità all’avventura, dell’uso straordinario che fa della satira, la sua spasmodica irrequietudine. Questo lo ha portato a cercare, a scavare e ad esplorare, servendosi della sua prosa raffinata e ricca di neologismi e di parole inusitate all’uomo comune, al quale pure egli sa rendere i termini familiari.
“Ottimizza” gli eventi, si muove e si sbraccia in situazioni apparentemente atipiche.
Nell’ultimo suo romanzo titolato Esame di coscienza di un candidato, Cassieri narra la storia di un professore, storico delle tradizioni popolari dell’Università di Roma esperto e patito dell’ex-voto (la stessa copertina è rappresentata da un significativo ex-voto del 1836).
Sicuramente nell’opera c’è qualcosa di autobiografico. Possiamo dire, senza ombra di dubbio che ci sono tutte le bellissime cittadine e frazioni che si affacciano sul Golfo di Gaeta, dei quali posti l’autore è attento conoscitore visto che qui passa una parte della sua vita. Così tra Scauri, Minturno, Gaeta, Formia e Tremensuoli si snoda anche una storia intrisa di eros, irruenta, dettata da una passione tutta cerebrale, combattuta e infine distrutta dalle mille incertezze e dalla insipienza del personaggio principale.
Quello che ci sorprende non poco nell’esame di quest’opera è che mentre constatiamo la straordinaria fantasia dell’autore che si muove senza lacci ed è in grado di raccontarci e di coinvolgerci nelle cose più inverosimili, in contemporanea ci rendiamo conto dello straordinario radicamento dell’opera nei nostri tempi.
Il rapporto personale e di comodo che il professore ha con la moglie, personaggio, questo sempre teso a “ottimizzare” ogni aspetto dell’esistenza, fino a distruggere in questo modo ogni impulso creativo e libero che pur esiste nel Medina.
Dall’altra parte la passione che lo rode per Marica, la ninfa minturnese impegnata nella lotta con la centrale nucleare del Garigliano e coordinatrice de “Il cerchio” fresco e ambizioso movimento politico, è alimentata dal fatto che Ella va alla ricerca di un candidato al di sopra di ogni sospetto per le prossime elezioni politiche e scopre proprio in Medina la persona giusta per lo scopo.
Quest’ultimo punto rende straordinariamente attuale l’opera che si articola sull’esame di coscienza che Medina fa isolandosi a Villa Flacca che, appunto si affaccia sul Golfo di Gaeta. Qui è dibattuto tra le sue fisime che si acutizzano e le esigenze della moglie che tende ad ottimizzare persino il suo seno facendoselo rifare e ancora tra gli ex-voto che appaiono e scompaiono per dar ragione alle sue meditazioni.
Intanto l’eros divampa nel povero Professore che ne resta annichilito e aperto, solo nel sogno ad ogni esperienza.
Così egli rammenta che Marica Delfi è una figura emergente, il nome circola per così dire negli interstizi dei giornalisti parlamentari, i quali la puntano più che l’appuntano, non sfuggendo a nessuno che la coordinatrice minturnese è arcanamente bella.
A bloccarlo nella sua torrentizia vitalità è l’attacco casualgico, una misteriosa somatizzazione, che è campanello d’allarme della gravissima crisi esistenziale che il Professor Medina sta vivendo.
Sottolineiamo anche una contrapposizione tra l’irruente ardito fraseggio e il linguaggio agile come una punta di fioretto contro le mille incertezze del personaggio: anche queste ultime cose rendono l’opera di immediata leggibilità, senza pause accompagna il lettore al riso, alla sorpresa e alla riflessione.
Se poi pensiamo alla documentazione, fin nelle minuzie, alla voglia e alla mille mosse tattiche per attirare Marina nella sua tana, e ancora alla descrizione succosa delle località del Golfo, nonché alla miriade di personaggi che si muovono nel burrascoso e tedioso quotidiano, ebbene tutto questo rende l’opera di inusitato movimento, attraversata dall’inizio alla fine dalla Ninfa tellurica e acquatica. Il fatto giustificato dalle riflessioni del sociologo Edward Morris che compare e scompare continuamente nell’opera come il tic nervoso del Professore, gli ex-voto o la passione sempre rincorsa e mai realizzata di possedere Marica.
 
tratto da “Oggi e Domani” – rivista mensile di cultura e attualità, anno XXI, n.9, settembre 1993, pag. 57-58

martedì 7 agosto 2012

Saggi critici - Francesco D'Episcopo, Enzo Striano

di Carmen Moscariello

La città dei Lazzari, di Lenor, di Enzo Striano, di Michele Prisco, di Domenico Rea, di Mario Alberto Morioni. Napoli nella sua bellezza stravaganza, bizzarria e genio è colta tutta nella sua unicità mitica e umana da Francesco D’Episcopo nella monografia su Enzo Striano apparsa recentemente nei tipi della Liguori.
Non è nuovo questo saggista alle interpretazioni quasi carnali (tanto sono profonde e precise le sue analisi) di poeti e scrittori contemporanei. Resta un punto fermo nella nostra letteratura quella sua opera dedicata ad Alfonso Gatto “Picaro e Poeta” “un bel saggio di critica totale, nel senso che non trascura nessuno degli aspetti” (Vittoriano Esposito, Poesia del 900 italiano, Bastogi, pp. 660). E ancora sono da ricordare i suoi recentissimi studi su Sinisgalli e la sua attenta analisi su Francesco Iovine. E, non ultimo, il merito grande di questa monografia su Striano che rende giustizia a uno scrittore troppo presto dimenticato e certamente trascurato in vita.
Il discorso circolare sulle opere edite e inedite di Striano, senza sottovalutare la sua attività di saggista e giornalista, si innerva anche nella conoscenza chiara del critico di tutto ciò che è napoletaneità. Picaresca, umana, intellettuale e bambina, Napoli nei romanzi di Striano vive la sua storia intessuta di miti, di entusiasmi fanciulli, di cadute fatalmente connaturate all’esistenza dei personaggi (vedi soprattutto “Il resto di niente”).
Il raggio di verità non circoscrive o isola la traiettoria futurista, di chiara analisi su problematiche economiche e politiche, come ad esempio il riesame critico del marxismo fatto molti anni prima della sua caduta.
Ma, l’irripetibile impronta che Napoli ha dato a grandi scrittori e, dunque allo stesso Striano, è colta da D’Episcopo con un gusto capace di catturare l’impalpabile. Così, in una sintonia simpatetica di umori, emozioni, intese culturali che vanno molto al di là di un esame attento e scrupoloso, si provvede a scavare nelle pieghe e a quel sapere afferrare con fermezza le luci e le ombre.
Senza iato “il tutto sfiora la soglia del niente” (Enzo Striano, p. 159) e soprattutto nell’ultimo romanzo di Striano, “Il resto di niente” il furore delle sensazioni non impedisce il naufragio delle idee e dell’amore, anche se infine la città ingloba bonariamente nella sua stoica melanconia la vita stessa dei personaggi.
Il saggio ha cura anche della biografia di Striano e offre curiosità e scoperta di fatti, interessanti non solo per meglio comprendere l’opera, ma anche per visionare il mondo culturale che si muove intorno al romanziere, così non mancano riferimenti a Giorgio Saviane, a Mario Alberto Morioni, a Domenico Rea.
E, ancora il critico dopo aver puntigliosamente tracciato “le stagioni della storia di Striano” esamina i quattro romanzi editi: I giochi degli eroi, Il delizioso giardiniere, Indecenze di Sorcier e Il resto di niente. Né vengono trascurate le opere inedite, che spesso servono all’autore da supporto per meglio capire e interpretare il pensiero, vedi per esempio le continue citazioni di “Un’etica per Narciso” (Napoli 1969) e di articoli apparsi sul Corriere di Napoli, La Provincia, La Repubblica.
In tutto il percorso, dunque affiora continuo ciò che il critico aveva precisato nell’ “Antilla”: “Questo libro nasce dall’esigenza di meglio capire, attraverso la biografia intellettuale di uno scrittore napoletano, le ragioni-non ragioni del nostro problematico destino di uomini e di studiosi”. Su questo principio si innesta il procedere attento dello studioso, emergono così le affinità geografiche (Napoli li accomuna), di emozioni, di formazione culturale e umana. Questi presupposti hanno reso più facile al critico la lettura nel profondo, permettendogli di intuire ogni lacerto di pensiero e tutte le cause dalle quali l’opera è germinata.
 
tratto da “Oggi e Domani” – rivista mensile di cultura e attualità, anno XX, n.6, giugno 1992, pag. 28

Saggi critici - Il mare caraibico nel cuore di Hemingway

di Carmen Moscariello

“Siete una generazione perduta”: così la signoria Gertrude Stein disse in The Sun Also Rises (Fiesta 1926). E, fu questo il cardine di tutta l’opera di Hemingway e di altri scrittori suoi contemporanei. Pound, Fitzgerald, Hemingway appartennero a questo buio senza stelle dell’epoca nuova che oltre al male e alla guerra sembra non regalasse e non regali più niente all’uomo. Eppure, Hemingway, sperduto nel buio, andò alla ricerca esaltante della vita in quei paesi dove il mare, il cielo e le stelle potessero ancora parlare al suo animo ormai sull’orlo dell’abisso.
Ed ecco perché alla sua grinta di inviato di guerra, a seguito della prima e della terza armata (1944-45) incorpora la voglia di conoscere luoghi incontaminati, lontani dalla civiltà del business, con nel sangue un flusso che rompeva le vene: la Cina, l’Africa, l’India, Cuba diventano i luoghi dove la sua irrequietudine trova sfogo e la sua vena poetica esplode nelle sue forme più alte, fino a portarlo, dopo l’incidente aereo in Africa (1954), al premio Nobel per la letteratura (1954) che non potrà ritirare personalmente proprio per i postumi dell’incidente.
Noi in un nostro soggiorno a Cuba abbiamo voluto seguire i luoghi e le tracce di Hemingway e molto è rimasto di lui: tra le onde coralline il mito ha preso il posto della ricerca e dello studio attento del suo pensiero. Nella “Rivista de Avance”, che accoglie la critica togata dell’isola, il pensiero di Hemingway segue i ritmi afro-cubani, come se lo scrittore avesse avuto come impostazione artistica solo i luoghi caraibici. E la casa di Finca Viga è divenuta un museo da mostrare con orgoglio ai visitatori. Va riconosciuto a Castro che nell’antiamericanismo fortemente propagandato ha salvato la figura di Hemingway e quella di straordinari pittori futuristi, impressionisti e surrealisti che risentono fortemente della cultura occidentale, come Wilfredo Lam, o Raul Martinez  e Pedro Mariano Rodriguez.
Nella casa di Finca Viga l’autore dimorò per quasi venti anni, qui sotto il cielo dell’Havana bevve fiumi di cocktail, poi descritti nella loro composizione d’arcobaleno in molte sue opere e articoli: il ron carta blanca con mentuccia (hierbabuena), limone soda e ghiaccio, il cuba libra, il mojito, il daiquiri, l’emingway si possono gustare in tutte le taverne dell’Havana, di Camaguey e di Santiago de Cuba e sentire nel cuore il gusto raccontatoci del grande demone, e di come la malinconia allentava i suoi lacci e lo faceva convolare a nozze per la terza volta con la giornalista Martha Gelhourn.
Qui tutto è rimasto intatto. Anche Gregorio Fuentes, il protagonista de “Il vecchio e il mare”, grande amico dello scrittore, con il suo sigaro e le rughe profonde fiuta il vento che viene dal mare. Chiediamo, vogliamo sapere di quando usciva con lui sulla Pilar e lo portava oltre la barriera corallina a vedere gli squali e i “curiosi” barracuda. La Pilar è ancora ormeggiata sulla spiaggia e sembra aspetti il suo padrone per rimettersi in mare, e di fronte c’è l’oceano: immenso, inghiotte il cielo e la sabbia morbida come talco leggero fumo di pensieri e di attese. Ci incamminiamo verso il centro del villaggio, abitato da pochi pescatori e da tanti bambini tutti scalzi, ma allegri e disegnano gli aironi rosa – immobili corolle sul canalone, con la penna regalatagli dal visitatore e che loro trattano come un oggetto prezioso. Ci incamminiamo verso una piazzetta che al centro ha un busto severo di Hemingway con i baffi spazzolati. Di fronte si erge la nera fortezza di Cojamar. Da qui Hemingway scriveva i suoi pezzi, curava il divorzio con la sua seconda moglie, si sposava con Martha per divorziare subito dopo e sposare Mary Velsh. Nelle cinque camere del cottage senza vetri alle finestre (come tutte le case a Cuba) e l’ingresso senza porta si sente solo il rumore dei nostri passi sul legno del pavimento e il fruscio di microscopici pappagallini che spiano il silenzio dal soffitto. Alle pareti decine di manifesti di corride e tra i suoi libri, a centinaia, ne scopriamo uno di Palazzeschi nella edizione della Villardi e una vecchia cartina dell’Italia insieme a fotografie che ritraggono l’artista a Venezia e in Spagna. poi negli angoli della casa la lenza e le reti; appoggiato in un armadio di frassino, un vecchio fucile a due canne...!
Ci avviamo, infine, alla sommità della torre che affianca la casa con ancora impiantato il suo telescopio: da qui Hemingway esplorava l’incanto di Cuba e l’avvicinarsi dei tifoni nella stagione autunnale. Pensiamo a quanto furono esaltanti questi luoghi per l’animo, pensiamo ai riflessi del sole sul mare tropicale alle rughe di Fuentes “antiche come erosioni di un deserto senza pesci” alle piogge tropicali che puntuali alle cinque della sera lavano i pensieri, ai bambini cubani scalzi e affamati con negli occhi lo stesso colore del mare.
 
tratto da “Oggi e Domani” – rivista mensile di cultura e attualità, anno XXIII, n.12, dicembre 1995, pag.14

Saggi critici - Domenico Purificato

di Carmen Moscariello

Quella generazione del 15 e del 17 ebbe del divino! La terra fondana partorì miti che dureranno nel tempo, anzi il tempo gli sarà più forza e vigore. “Che cosa felice – scriveva De Libero a Guido Ruggiero – il bel quadro Degli amici nello studio che Menico ha impiantato”. Nel quadro, sublimato dalla staticità, si vedono chiari: Domenico Purificato, Libero De Libero, Peppe De Santis, Pietro Ingrao, Guido Ruggiero, Nino Peppe, Leopoldo Savona, Dan Danino Di Sarra, Marcello De Vito e i fratelli del Maestro, Adelmo e Oddino – quasi a fondere amicizia e parentela di sangue -.
E’ questa la generazione dei grandi che Fondi ha partorito in un’età felice che fece dire al filosofo Franco Lombardi che ci troviamo di fronte a una cultura della “fondanità”.
Ebbene, sicuramente il caposcuola fu Libero de Libero e si tirò indietro tutti gli altri. Lì, a Roma nella galleria “La cometa” trovarono il loro giusto spazio il pittore, il poeta, lo scrittore, il regista, il grande politico.
Lì, Purificato si confrontò con Valery, Strawinski, Coeteau, con Cagli e Mafai, si appassionò al cinema e diede sfogo alla sua vena di scrittore, la sua delineata umanità trovò i suoi spazi e la giusta comprensione.
Comunque, il cenacolo, che si formò nella galleria La cometa doveva dare vita a cose grandiose che hanno riportato Fondi agli splendori dei Gonzaga.
Felice chi questi personaggi li ha conosciuti tutti. Quest’anno è stato funesto (1993), un altro ramo rigoglioso è stato strappato via: Giudo Ruggiero se n’è andato con i suoi ricordi: era straordinario ascoltarlo, quando ci parlava di Libero, della sua scontrosità, ma anche della gracilità di cuore del poeta, generoso e triste, eppure anch’egli stregato dal mito di Fondi: quando ci parlava di Menico, della sua gioia di vivere dell’amore profondo che aveva per gli amici.
Anche questo c’è nei quadri del Maestro, gli amici, la gente di Fondi, le sue contadine con gli zigomi sagomati, il mistero dei luoghi, l’attesa di qualcosa di umanamente grande.
L’arte di Purificato vibra di compostezza, nei visi dei suoi personaggi brucia uno spirito tessuto nello spazio dei campi, degli aranceti, nelle braccia abituate alla fatica, eppure morbide, pronte all’abbraccio, comunque all’estasi.
Le immagini raffigurate nei diversi capolavori sono come il ricordo di qualcosa di straordinario, accaduto nel passato e che potrebbe da un momento all’altro concretizzarsi.
I suoi personaggi conoscono la paziente attesa: anche le nature morte, tutte tondeggianti quasi si accomodano nello spazio che il Maestro gli ha riservato e anche il loro sapore è quello della vita, di un’umanità sensibile, semplice, senza orpelli e straordinariamente vera.
Purificato non voleva sbalordire con le sue opere, eppure è proprio questa infinita mitezza che lascia l’osservatore incantato. Senza aver mai creato il nuovo per il nuovo, ha saputo scavare nella sua sensibilità di uomo e di artista consegnandoci opere come la morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta. E’ questa, come molte altre opere, un lavoro complesso di difficilissima realizzazione, eppure Menico ce la rende nella sua immensità con immediatezza. I molti personaggi in essa raffigurati catturano il nostro sguardo, sgomentano per l’armonia, lo stupore e anche una sconvolgente malinconia che apre le porte a tutto ciò che la vita riserva all’uomo, agli animali e alle cose, accomunati insieme, sempre dalla morte, anch’essa trasformatasi in dolce attesa. Le spade, il Cristo, i colori arlecchineschi, il povero e il ricco hanno perduto ogni sostanziale differenza, quasi un coro pronto a creare dolce armonia. La guerra e la morte, pur se messe in primo piano, appaiono sostanzialmente dimenticate per dare spazio, unico spazio, a ciò che è umano, a quello che la vita crea e distrugge, in una curiosità senza tempo, senza storia. Altre opere di straordinaria bellezza sono I Gabbiani (1971) e Fidanzati e gabbiani (1983), questi due capolavori sono il segno chiaro che al di là dell’apparente staticità, pur esse misteriosa e grande, si muove nell’opera di Purificato un desiderio atavico di cogliere il divino anche nel volo di un gabbiano o nella fredda luna che adocchia e sospira come tutti gli uomini. Abbiamo trovato una situazione simile anche il alcuni lavori di Giuseppe Supino, in un’opera titolata anch’essa “I gabbiani”, lì si respira la stessa grandezza, con l’aggiunta di un’inquietudine, provocata anch’essa dal grandioso mistero della vita.
Un cenno vorremmo dedicare ai volti e alle mani dei personaggi di alcuni grandi quadri di Purificato: ebbe un esempio straordinario dell’uso della gestualità è nella Ragazza di Fondi (1969), in questo quadro la mano poggiata sul petto ha la delicatezza di una preghiera e quasi eterea, lunare, il gesto è esaltato dalla scollatura tondeggiante della fanciulla. Tutto si sposa, dalle labbra ai capelli raccolti dietro la nuca, con un qualcosa di profondamente conosciuto, amato, studiato, una madonna, sembra di Raffaello. Ma, Purificato, insistiamo ha saputo rendere nei personaggi dei suoi quadri insieme all’aureola divina qualcosa di profondamente umano, terrestre, primitivo, mitico che nasce dalle viscere della terra per ridestarsi dall’età dell’oro per ridarci orgoglio, desiderio, gioia. Tutto questo è anche nei versi, Menico ne ha disegnati tanti, da quelli familiari (ritratto del padre (1945), della madre (1945) di ODDINO (1948), a quelli di straordinaria bellezza delle fanciulle fondane, di ragazzi e di contadini, in queste opere meritano un discorso particolare i capelli, gli occhi e il collo: questi tre aspetti hanno sempre un’eleganza discreta, danno al personaggio una dignità che li pone al di sopra di tutte le cose belle. La mestizia del taglio degli occhi dà all’uomo quella dimensione che il cristo gli riconobbe, è la sintesi del sacrificio, dell’umile lavoro, del rispetto per il prossimo. Non c’è mai in questi volti aggressività, trasgressione, tutto è straordinariamente misurato per dar vita a una musicalità d’organo le cui canne più alte e più basse sanno raggiungere il cielo.

Saggi critici - Turi Vasile

di Carmen Moscariello

Nella grande serata dedicata a De Sica, a testimoniare l’antico sodalizio con il grande artista c’era Turi Vasile, il regista che per la prima volta diresse come attore e che fu anche produttore dell’ultimo film girato come regista da De Sica.
Turi Vasile è stato produttore di ben 130 film, ha lavorato con registi di fama mondiale, quali Rossellini, Risi, De Sica appunto e tantissimi latri che hanno segnato la storia del cinema.
Ha diretto e prodotto film con protagonisti quali Totò, Sofia Loren, Manfredi, Panelli, ecc., ed ha anticipato tematiche politiche e sociali oggi di grande attualità.
Infatti, fu produttore di Musica nelle vene, film che aveva come tematica la droga e la cui rappresentazione si ebbe in anni in cui il problema iniziava appena a comparire e ne denunziava già allora tutti i pericoli e le conseguenze sulla società e in particolar modo sui giovani.
Ritornando al rapporto di Turi Vasile con De Sica, egli ci fornisce una testimonianza simpatica e briosa di questo personaggio: “Il primo film che io ho diretto ha avuto come protagonista De Sica, il fatto volle che io fossi produttore anche del suo ultimo film Il viaggio con Sofia Loren e Richard Burton”.
-         Egli era già appannato dall’ala della morte
-     Quali erano i rapporti di lavoro con De Sica?
-     Era un uomo estremamente ricco d’ironia
-     Dei suoi film quale ama di più?
-     Il tulipano di Arlams, diretto da F. Brusati; non mi rese una lira anzi fu un grande fallimento. Un altro film che amo molto è Lo scialo di Pratolini, diretto da Francio Risi.
-     Alla sua età che cosa può dirci della vita?
-    La vita mi è sembrata un inganno. Sono nato nel 1922: mi hanno ingannato tutti da Mussolini a     Stalin. Questo secolo è il più sanguinario della storia. Si parla tanto di diritti, ma mai diritti umani sono stati così violentemente calpestati.
-    Crede di più nel valore della parole o dell’immagine?
     -    Ormai si è verificato il graduale passaggio dalla parola all’immagine. L’elettronica darà all’uomo          l’era del secondo Prometeo.

lunedì 6 agosto 2012

Saggi critici - Domenico Rea

di Carmen Moscariello

All’impronta della trasgressione l’incontro organizzato dai Lions di Formia con Domenico Rea presso l’Hotel Ariston. Sconcertante perché oggi è sempre più difficile trovare persone vere e soprattutto, persone libere da qualsivoglia schematismo – lo scrittore napoletano ha portato gioia e grinta, dimostrando di essere sempre grande e che la sua vena artistica è rimasta intatta nonostante gli anni. Rea ha sorpreso molti, o perlomeno, coloro che non lo conoscono nella vitalità e negli effetti sensazionali, che molto spesso fanno parte anche delle sue opere. Difficile raccontare i fatti, poiché nella negazione di ogni norma, le cose dette da Rea sono, forse, rimaste confuse nella mente di molti, ma per chi è stato capace di seguirlo al di là della parola, il messaggio trasmesso è stato della coscienza, nonostante il lungo silenzio letterario, di continuare a rimanere un protagonista non solo della letteratura contemporanea, ma anche di uno spartito di storia sintetizzato nelle esperienze della sua vita. L’immagine di un uomo fuggiasco, ironico, giocoliere di un’esistenza che va al di là del reale dell’uomo contemporaneo, singolare e forse indecifrabile personaggio. Qualcuno ha detto è espressione della “napoletanità”, ma il folklore e il parossismo apparente del gesto e della parola, nascondono, a nostro parere, aspetti rarissimi di emozioni e di autenticità che lo rendono straordinario ed esuberante. I suoi settant’anni, (nato nel 1921 a Nocera Inferiore) non gli hanno tolto il gusto per le cose belle della vita: veste abiti firmati e se ne vanta, corteggia con disinvoltura le belle signore e mentre sembra che sia perso in cose futili, ti sorprende con una riflessione che solo una mente geniale poteva pensare.
E’ Rea un uomo nato e cresciuto nel disastro del dopo guerra (è in questo periodo che conosce Michele Prisco) si è autonomamente costruito, rinnovandosi, ma senza adattarsi alle mode e al tempo. I Lions hanno assommato all’incontro con Rea anche la mostra di pittura di tre importanti artisti: SOSCIA, BARTOLOMEO e SIMIONE. Rea ha sottolineato che questi artisti fanno parte di quel gruppo sparuto di uomini che ancora crede all’arte e al bello. Numerosi i quadri esposti da Soscia, che partono da pennellate di affreschi pompeiani e forse etruschi (soprattutto le figure femminee) per rarefarsi verso un simbolismo elegante. Simione e Bartolomeo giocano tra colori ed echi dell’inconscio, aprendo squarci all’incredibile e all’assurdo. Mostra, a nostro parere, da ammirare.
 
(*) Apprendiamo con dolore, durante la correzione delle bozze, che DOMENICO REA è morto.

Saggi critici - Alessandro Petruccelli

di Carmen Moscariello

In una società malata di formalismi nasce un libro autentico, libero da condizionamenti e avvolto da serenità ineguagliabile. Un’altra opera di Alessandro Petruccelli, che come le altre che l’hanno preceduta (Un giovane di campagna; premio Rapallo e premio Monza, Editori Riuniti 1976 e Due compleanni e una città, Editrice Le Stelle, 1985) resterà riferimento sicuro per la cultura.
“Una cartella piena di fogli”, così è il titolo, edito da Editori Riuniti, con prefazione di Geno Pampaloni, narra la storia di due giovani di paese, Mario e Francesco, chiamati nella capitale per un impiego all’ufficio di censimento.
La storia si snoda in tanti momenti, in tante storie di uomini, che si affacciano per un attimo nella vita del protagonista. Le situazioni chiare sicure si susseguono, umanizzate dal sorriso saggio di chi non giudica mai il prossimo. E Mario, protagonista del romanzo, riesce con semplicità e con timidezza ad accattivare e coinvolgere.
Rivivono in una luce, da troppi dimenticata, Ventosa, Minturno, Scauri e la stessa Roma: spettatrici e protagoniste nello stesso tempo, accompagnano i due amici nel loro nuovo ed imprevedibile cammino. Consegnano fogli per il censimento e bussano ad ogni porta per catalogare e registrare. Dallo spiraglio di ogni casa che si apre, il protagonista si sente coinvolto e facente parte di quegli amici nuovi. Anche l’arroganza di qualche romano sa di familiare e così il robusto macellaio con i baffi viene accostato nel suo modo di fare ad una donna della sua campagna: “Elisa, questo era il suo nome. Poiché non poteva lavorare, né aveva rendite di alcun genere, viveva con quello che i vicini le davano. Però, quando qualcuno le portava il paniere con un piatto caldo o con una frittata di formaggio, frutta o altro, lei se lo prendeva dicendo: Se ti fa piacere lascia poi vedrò se il maiale lo vuole”.
Questa e tante altre situazioni, che all’occhio non smaliziato, ma intelligente di Mario si presentano. Così egli incontra chi si illude di essere un grande scrittore, o il vecchio “con la barba e i capelli bianchi, come i vecchi di una volta”, un signore adirato “con una calvizia luccicante”. Tante storie che trovano sintesi rassicurante nell’animo di chi le osserva e in un linguaggio chiaro preciso, che pur essendo senza pretese, stupisce poi per la sua intensità. E dominano, anche se citati nel romanzo in modo esplicito una sola volta, Dio, la coscienza, il prossimo e la ragione. Un libro che molti uomini dovrebbero leggere e in particolare perché racchiude messaggi di speranza e grande umanità per i giovani.
Vorremmo infine sottolineare il grande miracolo che questo scrittore possiede, rarissimo soprattutto nei tempi attuali: ci riferiamo alla mitezza, alla discrezione, alla sensibilità, presenze preziose nella sua opera, ma ancor più sacre perché effettivamente presenti nell’uomo, nel suo modo di essere, nella sua attività di docente e in generale in tutti i rapporti umani che lo riguardano.

Saggi critici - Pier Paolo Pasolini

di Carmen Moscariello

Una xilografia polacca a cura di Alina Kalczjnscka sul lillà della copertina: l’incisione rupestre di Oughtasar, dell’Armenia del V-II millennio inaugura la preziosa collana “Poesia” di Vanni Scheiwiller. Non a caso il libro si apre con un’antilla a firma dell’Editore che presenta personalmente la nuova grafica della collana che “vuole un invito al lettore, seducendo l’occhio per catturare poi l’intelletto”.
Speciale, dunque anche nella copertina questa raccolta di poesie di Alda Merini, che porta il titolo di un suo libro in versi, “La presenza di Orfeo”, uscito nei tipi della Schwarz nel 1953.
D’altronde la poetessa ci ha abituato alle sue raccolte a tiratura limitata, fin dal suo esordio, a soli sedici anni, e già con l’ammirazione di Angelo Romanò, Silvana Rovelli e Giacinto Spagnoletti (Poesia italiana contemporanea, 1909-1959, Guanda). Ripropone in questa recentissima pubblicazione il meglio della sua poesia: i suoi versi “fanciulli”, appunto, e insieme ad alcune poesie della raccolta “La presenza di Orfeo”, troviamo versi appartenenti alle successive pubblicazioni come: Paura di Dio (Scheiwiller, 1955), Nozze Romane (Schwarz, 1955) e Tu sei Pietro (Scheiwiller, 1962).
Queste opere giovanili testimoniano che poeti si nasce. Il miracolo già appartenuto a Leopardi e Saffo è anche di Ada. Sarebbe, infatti, inspiegabile l’immensità dei cieli e della parola del suo canto. Esso viene già dall’Olimpo e dalla rupe di Leucade e nello stesso tempo è spregiudicato ed amaro, afrodisiaco, con tutti i risvolti moderni e nichilistici del nostro secolo. I suoi sono fogli di speranza, che si annidano lungo i fiumi, spesso tormentati dall’ago della disperazione che recide i colori, i sentimenti, gli odori, la vita stessa.
Questa poesia è tutta al femminile, immediatamente decifrabile, qualunque pagina si apra. Smuovono e vibrano i sentimenti dell’alternarsi delle vicende, non muoiono mai nemmeno quando l’invocazione alla Morte si estende al palmo della mano.
Il tiaso ha un cuore di donna, dove è cantato l’uomo con la sua delicatezza, la luna buia del suo egoismo, il potere delle sue mani, il dolce soffocante della sua parola.
Con la donna e l’uomo vivono i Santi che sono “ronzio di spine ad ogni polpastrello/ delle morbide dita/ e, dopo, rose, rose di stupore/ placide nevicate di innocenza...” Vivono anch’essi la favola della vita ornata di spine e di rose, di odori e di pianti, di fughe e di ritrovamenti insperati. La fiaba antica della donna che vive di sogni e in essi si muove come farfalla, inerpica invece il reale, storpia le cose o dalle cose è storpiata. I versi mistici hanno il sapore di quelli del Petrarca, inesauribili nel desiderio di Dio, ma anche della vita. Le illusioni non si trasformano in inganno, vivono di armonie sconosciute, vibrano di delicatezza, coprono il sasso con viole profumate, confondono il canto degli uccelli con l’odore dei fiori. La poesia della Merini è un sogno. Tutto ancora da ricercare, ma vivo e forte, crudele e dolce, ferito ma sempre pronto a un nuovo cammino.
E, così nei suoi versi c’è il sole con i “suoi giubili pieni”, ci sono i fiori “fedeli sorrisi dei fanciulli”, c’è la musica e la danza, ma anche le tenebre feroci.
Si muove questa poesia quasi in sussulti che pure formano un canto privilegiato, mosso dall’odore della ginestra, arrogante a volte come la lava del Vesuvio.
La luce è sempre intensa, nonostante gli occhi siano cerchiati dal dolore “che ancora non ti vedono/ Signore, riflesso dentro il mondo/ Salvami tu/”. Emerge chiaro dai versi la straordinaria fortuna di nascere donna, ma anche la tragedia di essere donna: la capacità di camminare con la stessa disinvoltura tra le stelle e sull’orlo di un precipizio.
Si dilatano gli stati d’animo nei versi, si confondono con le forze della natura, con la sacralità di Dio e dei Santi e avanzano imperturbati coinvolgendo miti e vergini. Rivive l’Ellade, la dolce Mytilinii, la mistica di Saffo, l’amore romantico e antico di Hölderlin per Diotima, che tuttavia non fanno dimenticare il dolore della vita.
A questa donna, alla quale Quasimodo diede la palma di grande poetessa e la introdusse anch’egli, come Spagnoletti, nella sua antologia (Poeti italiani del dopoguerra, Schwarz 1958) e a cui recentemente (1993) è stato attribuito il premio Librex-Guggenheim “E. Montale”, la poesia italiana del 900 deve molto: ha saputo ricreare il tormento per l’Infinito, senza discostarsi dai canoni classici e dando vita al massimo della modernita.
 
tratto da “Oggi e Domani” – rivista mensile di cultura e attualità, anno XXII, n.6, giugno 1994, pag.111-112

Saggi critici - Vittorio Foa

di Carmen Moscariello

Ci è difficile pensare a Vittorio Foa che rievoca il passato, come avviene nella sua pubblicazione “Il cavallo e la torre, (Einaudi, pag.350, 1992).
I suoi ottant’anni sono stati sempre una proiezione verso il futuro: ultima sorpresa la riservò a Formia solo qualche mese fa’ quando si accompagnò a Leoluca Orlando per discutere di mafia e camorra e di progetti (appunto) per il futuro.
Un’ideologia che non ha conosciuto schemi, ma si è sempre rigenerata sui principi etici e la cui militanza politica è stata solo il mezzo di collegamento con la realtà.
Curioso dell’uomo, soffre di certo in questa fase storica chiusa nell’imbuto infernale della corruzione e della partitocrazia.
Alla recherche du temps, come Proust ha ancora molto da dire e alla sua recente opera è testimonianza di libertà, non nel senso astratto del termine, ma come volontà di attuazione del bene (tutta la sua vita è stata vissuta all’impronta della libertà).
Mossa frontale ancora una volta per rimuovere e ricostruire ciò che l’errore e la mancata lungimiranza dell’uomo ha deturpato o distrutto. Ma, il libro è anche testimonianza di pazienza, di tenacia per ammorbidire gli ostacoli e convincere l’animo a lottare con più forza.
Queste le strategie indicate nell’opera dove i ricordi personali si mescolano alla storia: mezzo secolo raccontato e ricostruito in una freschezza di immagini mai disgiunte dall’umanità profonda e palpitante.

Parlare con Foa, nonostante la semplicità e la disponibilità dell’uomo, è sempre una grande emozione.
Più gli anni passano e più aumenta la sua vitalità e il suo impegno sociale. Sorprendente per la sua fiducia nella vita e nella storia, ci traccia in questa intervista un quadro chiaro della situazione attuale sia riguardo ai recenti episodi di razzismo, sia per tutto ciò che attiene alla vita politica ed economica del nostro paese.
Vittorio Foa condannato dal tribunale speciale del fascismo a quindici anni di reclusione per cospirazione contro il partito fascista, rimase in carcere ininterrottamente per nove anni. Fu amico di Leone Ginzburg, che lo introdusse nella cospirazione del gruppo torinese di “Giustizia e Libertà”.
E’ stato uno dei padri della nostra Costituzione e ha ricoperto importanti incarichi sindacali e politici. Ricordiamo anche la sua recente pubblicazione “Il cavallo e la torre” che ha ricevuto ampi consensi di critica e che è una delle massime testimonianze sulla Resistenza, sul Fronte Popolare, sul Sessantotto e sulla storia della sinistra italiana.
 
-         Le sue origini ebree le fanno sentire certamente sulla pelle i recenti atti di razzismo e di intolleranza semitica. Come pensa si debba arginare questo fenomeno?
  “Bisogna stare attenti a non fraintendere questi fatti. Gli episodi più tragici del razzismo si sono verificati con una volontà politica dello Stato e della Chiesa, in questo momento questa raccordo verticale o un’organizzazione persecutoria non esiste. In Germania non c’è una volontà politica, ho una certa fiducia, anzi ne sono sicuro che la Germania moderna non è quella di ieri. Dopo cinquant’anni di sviluppo credo che la Germania abbia la possibilità di controllare le forze negative. Comunque ritengo che quelle forme di intolleranza razzista vadano represse con forza, non si deve essere possibilisti o indulgenti verso di esse. Bisogna colpirle duramente”.
 
-         Usciremo dalla crisi economica che attanaglia il Paese e quali speranze ci sono per i lavoratori?
  “Questo è un momento molto difficile per i lavoratori, però io penso che le nostre risorse sono di gran lunga superiori alle esigenze necessarie per uscire da questa crisi. Noi siamo in realtà uno dei paesi più ricchi del mondo: dobbiamo fare dei sacrifici per un certo periodo, ma io penso che in un anno e mezzo o due potremmo uscirne. Non sono catastrofico, credo che la politica di governo è stata una politica di spreco, purtroppo a pagare sono sempre i più deboli”.
 
-         Come interpreta il caso Ligato?
  “Vorrei fare osservare che le cose che succedono oggi, bene o male le sapevamo: erano a livello di una conoscenza imperfetta, tenue. Quando vengono fuori, noi diciamo: chi non immaginava che Ligato era legato alla malavita calabrese, chi non immaginava che tra la politica e la ndrangheta c’erano molti rapporti? In fondo la magistratura di Palmi aveva già individuato una serie di cose. Io do preferenza al fatto che i politici possono finalmente andare in galera. Fino a poco tempo fa era come una legge scientifica che il politico che rubava non andava in galera. Da qualche tempo a questa parte il politico può andare in galera e questo è da ritenere e certamente un fatto positivo”.
 
-         Come mai la Magistratura si sta muovendo solo adesso? Anche a Formia e nella provincia di Latina sta creando non pochi problemi ai politici.
  “E’ così. Tutti sapevamo e nessuno si muoveva. A mio avviso ciò è dovuto al fatto che i partiti si sono indeboliti, è venuta  meno quella certa capacità di bloccare i processi, questa capacità è indebolita ed è una cosa che dobbiamo salutare con speranza”.
 
-         Quindi questo momento che il Paese sta attraversando non è di crisi negativa?
  “No. E’ una crisi che può portare cose positive e giuste”.

Saggi critici - Marguerite Duras

di Carmen Moscariello

L’Indocina ha indubbiamente segnato la vita di Marguerite Duras, pseudonimo della scrittrice francese Marguerite Donnadieu, nata per l’appunto a Gia Dinh presso Saigon nel 1914. Quei primi diciotto anni di vita coloniale, trascorsi nei quartieri degradati e violenti di Saigon hanno segnato in modo eterno anche la sua vita di scrittrice. Già, infatti il suo romanzo L’Amant (Feltrinelli, 1985) era il sincero, appassionato, nostalgico ricordo di quegli anni lontani.
Così adesso con questo nuovo libro titolato L’Amante della Cina del Nord, animato dagli stessi personaggi raccontati nell’opera citata sopra, la scrittrice ripropone la stessa storia. La scava, però nei particolari, come se un’ansia irrefrenabile la obbligasse a meglio precisare e custodire nell’eterno della memoria i fatti e le emozioni, quasi esse rappresentino ancora un urlo lacerante della carne. Dal profondo insomma, rivivono tutti gli attimi di quella passione e il languore ancora invade le cose e i ricordi.
La stessa Marguerite Duras precisa nella prefazione al libro che è stata proprio la morte del suo amante cinese (“Ho saputo che era morto da tempo, l’ho saputo nel maggio del 1990”) a provocarle il bisogno di ripercorrere le strade di Saigon, la casa color azzurro pallido di Cina, l’attraversamento del Mekong sul traghetto di Vinh Long.
La storia è quella di una povera fanciulla, orfana di padre che vive la sua straziante passione d’amore per un cinese ricco e obbligato dalla volontà paterna ad osservare le leggi e le tradizioni della sua terra. Accanto al personaggio principale: la Bambina (così la scrittrice si definisce in tutto il romanzo) vive il fratello maggiore violento e dedito all’oppio, e ancora un personaggio interessante è la madre, confusa anch’essa dagli strani sapori che s’insinuano come la nebbia nella vita della figlia e quasi spinge la giovane alla prostituzione. Non meno importante la storia del “Fratello Minore” per il quale la protagonista prova un amore puro di madre e nello stesso tempo incestuoso e l’apparentemente distratto casuale sentimento che la lega a Thanh, protagonista anch’egli, eroe sconfitto, al quale il romanzo è dedicato.
Le maschere fragili dei personaggi citati si muovono in un’atmosfera allucinogena: tutto precipita di fronte al destino; irrefrenabili verso la rovina camminano le cose e gli uomini.
La pioggia portata dai Monsoni e i canti vietnamiti formano un guscio aleatorio, dove le vicende umane si snodano senza volontà. La musica, i profumi orientali, lo stesso oppio nutrono nel romanzo quasi rarefatte occasioni per generare l’odio e la cattiveria.
Il languore e l’angoscia impregnano le parole e da esse come un singhiozzo nasce l’amore tra il Cinese e la Bambina.
La commedia umana è immersa in una sensualità estenuante, sempre più dirompente: la situazione appare al lettore come un orologio rotto, un qualcosa che porta rovina fin dall’inizio. I personaggi con il loro riso largo ne sono consapevoli e se ne lasciano sopraffare come da un fiume di fango giallo.

Saggi critici - Giuseppe Cassieri

di Carmen Moscariello

L’azzurro cresposo del mare di Serapo ha fatto da sfondo al Balletto di Mino Maccari che tra l’azzurro e il grigio di maniacali folletti fa da copertina ai “Festeggiamenti”, opera di Giuseppe Cassieri edita dalla Rizzoli.
Giuseppe Cassieri è indiscusso protagonista del romanzo italiano contemporaneo, figura singolare di uomo aristocraticamente libero, vigoroso e accattivante pensatore, muove il suo spirito tra interessi molteplici che vanno dall’amore per la letteratura spagnola al Classicismo.
Tommaso Redi, di professione chirografo, ossia esperto di scrittura manuale, è il personaggio principale dell’opera. Viene invitato dal Centro Studi che si è installato nella reggia di Caserta, per verificare insieme ad altri esperti di ogni settore culturale, i risultati ai quali è giunta la società del secondo millennio e per approntare i preparativi e i festeggiamenti per l’evento del  terzo millennio.
Cosmologi, stilisti, antropologi, pubblicisti, storici e liberi auditori, dibattono, propongono, si scontrano in maniera assurda e grottesca per accaparrarsi vecchi centenari. Questi sono raccolti in tre “serre” dislocate rispettivamente  Nervi, Piancastagnaio e Campodimele. Quest’ultima “serra” ne annovera ottantasei alloggiati in ridenti villini alle falde della collina. I tre centri si contendono una donna di novantacinque anni, Adelina R., dal busto ancora eretto, i fianchi ancora morbidi, le rughine a tela di ragno ancora prive di solchi incolmabili… che sogna animali compiacenti e ieratici.
Un sorriso strappato da situazioni grottesche, create dall’autore in una realtà illogica, dove la morale, gli interessi, le gioie, l’anima si sbriciolano, ridotte ad un’esistenza larvale, che solo per miracolo potrebbero creare il brivido della vita.
Così Rita, amazzone del colle Solario, è a volte rifugio sensuale momentaneo ed etereo che per uno spazio brevissimo scuote l’attonito Tommaso Redi.
L’opera è una fine metafora dell’esistere che, nonostante l’ironia e il taglio umoroso di episodi e personaggi, non può nascondere la posizione astorica dell’infelicità.

Non sai mai leggendo un romanzo di Cassieri, se ti trovi di fronte all’assurdo, alla bizzarria o alla fantasia più sfrenata, o al contrario di fronte a situazioni che trovano radici profonde nella realtà.
E’ questo strano arcolaio che prende l’animo del lettore: ora in modo ilare e leggero, ora per impigliarlo in situazioni umane e di pensiero dolorosamente vive e vere.
Il sempre nuovo che scandisce la sua genialità e fantasia, inesauribile, costipata per volontà dell’autore in personaggi tormentosi, incerti, dilavanti di fisime e paranoia, che tentano appena di affacciarsi alla vita per essere immediatamente assorbiti nel gragnuolo di sconfitte e di paure.
I personaggi dei suoi ultime tre romanzi Tommaso Redi, (I festeggiamenti, 1983), Giovanni Carmenati (Colombina, 1991) e Ciro Medina (Esame di coscienza, 1993) ai quali Cassieri ha dato vita in uno spazio brevissimo di tempo, ti lasciano a fiato sospeso, un po’ per le condizioni più strane che riguardano la loro professione e le afflizioni paranoiche che ciascuno ha, un po’ per quella dimensione di sogno e di sensualità fortemente presente soprattutto nell’ultimo romanzo.
Vorremmo far notare al di là di quello che i critici da più di trent’anni hanno detto del suo genio e della sua arte e cioè dell’elegante ironia, della sorridente indulgenza con cui rappresenta i vizi del mondo, della sua disponibilità all’avventura, dell’uso straordinario che fa della satira, la sua spasmodica irrequietudine. Questa lo ha portato a cercare, a scavare e ad esplorare, servendosi della sua prosa raffinata e ricca di neologismi e di parole inusitate all’uomo comune, al quale pure egli stesso sa rendere i termini familiari.
“Stravolge” gli eventi, si muove e si sbraccia in situazioni apparentemente apatiche.
Nell’ultimo suo romanzo titolato Esame di coscienza di un candidato, (Loganesi, 1993) Cassieri narra la storia di un professore, storico delle tradizioni popolari dell’Università di Roma esperto o patito di ex-voto (la stessa copertina è rappresentata da un significativo ex-voto del 1836).
Sicuramente nell’opera c’è qualcosa di autobiografico. Possiamo dire, senza ombra di dubbio che ci sono tutte le bellissime cittadine e frazioni che si affacciano sul golfo di Gaeta, dei quali posti l’autore è attento conoscitore visto che qui passa una parte della sua vita. Così tra Scauri, Minturno, Formia, Gaeta e Tremensuoli si snoda anche una storia intrisa di eros, irruenta, dettata da una passione tutta cerebrale, combattuta e infine distrutta dalle mille incertezze e dalla insipienza del personaggio principale.
Quello che ci sorprende non poco nell’esame di quest’opera è che mentre constatiamo la straordinaria fantasia dell’autore che si muove senza lacci ed è in grado di raccontarci e coinvolgerci nelle cose più verosimili, in contemporanea ci rendiamo conto dello straordinario radicamento dell’opera dei nostri tempi.
Il rapporto personale e di comodo che il Professore ha con la moglie, personaggio, questo sempre teso a “ottimizzare” ogni aspetto dell’esistenza, fino a distruggere in questo modo ogni impulso creativo e libero che pur esiste nel Medina.
Dall’altra parte la passione che lo rode dentro per Marica, la ninfa minturnese impegnata nella lotta contro la centrale nucleare del Garigliano e coordinatrice de “Il cerchio” fresco ed ambizioso movimento politico, è favorita dal fatto che Ella va alla ricerca di un candidato al di sopra di ogni sospetto per le prossime elezioni politiche e scopre proprio in Medina la persona giusta per lo scopo.
Quest’ultimo punto rende straordinariamente attuale l’opera che si articola sull’esame di coscienza che Medina fa isolandosi a Villa Flacca che, appunto, si affaccia sul golfo di Gaeta. Qui è dibattuto tra le sue fisime che si acutizzano e le esigenze della moglie che tende ad ottimizzare persino il suo seno facendoselo rifare e ancora tra gli ex-voto che appaiono e scompaiono per dar ragione alle sue meditazioni.
Intanto l’eros divampa nel povero Professore che ne resta annichilito e aperto, solo nel sogno ad ogni esperienza.
Così egli rammenta che Marica Delfi è una figura emergente, il nome circola per così dire negli interstizi dei giornalisti parlamentari, i quali la puntanto più che l’appuntano, non sfuggendo a nessuno che la coordinatrice minturnese è arcanamente bella.
A bloccarlo nella sua torrentizia vitalità è l’attacco casualogico, una misteriosa somatizzazione, che è campanello d’allarme della gravissima crisi esistenziale che il professor Medina sta vivendo.
Sottolineiamo anche una contrapposizione tra l’irruente ardito fraseggio, e il linguaggio agile come una punta di fioretto contro le mille incertezze del personaggio: anche quest’ultime cose rendono l’opera di immediata leggibilità, senza pause accompagna il lettore al riso, alla sorpresa e alla riflessione.
Se poi pensiamo alla documentazione, fin nelle minuzie, alla voglia e alle mille mosse tattiche per attirare Marica nella sua tana, e ancora alla descrizione succosa delle località del Golfo nonché alla miriade di personaggi che si muovono nel burrascoso o tedioso quotidiano, ebbene tutto questo rende l’opera di inusitato movimento, attraversata dall’inizio alla fine dalla Ninfa tellurica e acquatica. Il fatto giustificato dalle riflessioni del sociologo Edward Morris che compare e scompare continuamente nell’opera come il tic nervoso del Professore, gli ex-voto o la passione sempre rincorsa e mai realizzata di possedere Marica.

sabato 4 agosto 2012

Saggi critici "David Maria Turoldo"

di Carmen Moscariello

Quasi un testamento, i Canti ultimi di David Maria Turoldo non hanno interrotto il colloquio intenso e inquieto del Salmista con il suo interlocutore preferito.
Nei versi Dio è inseguito e amato, penetra ogni respiro, eclissando talvolta nel Nulla, per riaffiorare più forte nella speranza e nella instancabile ricerca.
Sapere, conoscere, indagare, scoprire il divino nella delicatezza dei fiori, nella voce dei fiumi, nel silenzio dell’anima è per il “servo di Maria” (Padre David appartenne alla congregazione dei Servi di Maria e più tardi fondò insieme a Padre Camillo de Diaz “La Corsia dei Servi”) fine principale della sua poesia e dell’impegno sociale e religioso che animò la sua esistenza.
La precisa essenzialità del verso racchiude la realizzazione catartica del Bene in quella “vita che non finisce mai” (Ultima Omelia di Padre David) e come un fiume si congiunge pur sempre al mare. A partire dalle sue prime pubblicazioni da Una casa di fango (1951), Tempo dello spirito (1966) e più tardi Il diavolo sul pennacolo (1968), fino a O sensi miei (1990), opera che racchiude il meglio delle sue poesie, si coglie un misticismo che ha dello sconvolgente, in quanto conserva in sé una tempesta d’amore che invade ogni cosa al suo contatto e in contemporanea una temerarietà di ricerca, un tormentato porsi del suo Essere di fronte al mondo e alla Deità.
Padre David, negli ultimi due anni di vita (1990-1992), nonostante il suo corpo fosse divorato dal cancro, ha donato alla poesia una scrittura escatologica che è emersa chiara, quasi un miracolo, nelle sue due ultime pubblicazioni: Anche Dio è infelice e Canti ultimi.
Quest’ultima opera è un testamento di fede e di vita partecipata: le due voci senza contrapporsi generano un’ansiosa purificata sofferenza, un dilagare del Nulla, che non riveste più i segni del “Dio Negativo”, ma il semplice scorrere del verso che permette il coinvolgimento non solo degli addetti ai lavori, ma “in primo luogo alla sete di anime disposte a trarne illuminazione e conforto. Per questo possiamo dire che la sua opera sia destinata oggettivamente a un pubblico assai più vasto che il pur eletto pubblico della poesia” (Giovanni Giudici, prefazione a Canti ultimi).
Così la densità dell’amore è attraversata da un’inquietudine vogliosa di abbracciare il suo Dio: “…da tutta una vita:/ solo silenzio/ e ancora di più/ a cercar di immaginarlo/ per dispormi/ all’atteso incontro” (così da tutta una vita pag.64)
Il tono pacato diaristico dei versi non attenua la bramosia di Dio: il lettore se ne sente partecipe, quasi nutrito da un cordone ombelicale, senza che la paura per l’oceano nero del Nulla scompaia: “Non un nome non un volto/ gli conviene; e il salmista/ si strazia e grida “mostrami il tuo volto/ il tuo volto io cerco signore” (E lui che incombe pag 62).
Ma non solo il cuore del Santo delira la deità, anche il corpo s’inebria nella ricerca di Dio. Questi Canti di congedo dal mondo determinano una prospettiva nuova che il poeta, il saggista, il commentatore di testi sacri Turoldo consegna temporaneamente al lettore e al suo Dio.
Il salmista “sopra il tumulto mentale” canta con il fervore dei grandi mistici, ma il canto e troppo spesso rotto da singhiozzi e il dolore si fa così grande che investe anche il divino: “Tu non sei quello che noi crediamo: insieme, Tu e noi infelici, (Salmodia prima, pag 67).
E a questo punto è giusto chiedersi “…se l’angelo di questa appassionata teomachia turoldiana sia veramente l’alata presenza del Divino o al contrario e in definitiva l’inquietante (e il meno che si possa dire) aleggiare del Nulla” (Luciano Erba, in Poesia, Crocetti, marzo 1992, pag 61).
L’interrogativo si fa più interessante nel poemetto eretico Prorsus et versus (Canti ultimi, pag 67), che in un misto di prosa e versi pone l’accento sul terrestre spirito euclideo, nel disperato sforzo di rigenerare il creato “dal Caos al mondo delle forme”.

Saggi critici "Amelia Rosselli"

di Carmen Moscariello

Carlo Rosselli, Rocco Scotellaro, il poeta pittore Scipione, Pier Paolo Pasolini, Niccolò Gallo, sono nomi che entrano a far parte di diritto nella vita di Amelia Rosselli.

“Vivente leggenda di incarnazione della poesia come incontenibile e imprevedibile forza oracolare”, ebbe il padre, Carlo Rosselli, assassinato dai fascisti (1936).
Nata nel 1930 a Parigi dove la sua famiglia si era rifugiata per sfuggire alle persecuzioni politiche del fascismo, dovette, ben presto lasciare questa città per raggiungere prima l’Inghilterra e poi l’America (1940), qui, per sopravvivere svolse i lavori più umili.
Ha trascorso, poi lunghi periodi in Francia e in Inghilterra, ora risiede a Roma e insieme ad Attilio Bertolucci rappresenta una delle voci più interessanti della poesia italiana.
Un altro fatto importante della sua biografia è l’amicizia con Rocco Scotellaro (1923-1953), lo conobbe a Venezia nel 1950, durante il primo congresso partigiano.
L’incontro è ricordato in “Diario ottuso”, pubblicato dalla rivista “Braci”. La poetessa lo racconta ancora in un’intervista rilasciata qualche anno fa a Giancarlo Spagnoletti. Ella dice “quando conobbi Rocco avevo venti anni e lui morì tre anni dopo. La nostra fu un’amicizia intensa, molto ricca e naturale, priva di forzature.
Mi invitò al suo paese in Lucania (Tricarico) dove stetti una settimana sua ospite, e conobbi sua madre”.
A Pasolini deve la presentazione della sua poesia al grande pubblico (Menabò, 6, ospitò i suoi primi versi) e un’attenta analisi soprattutto della scrittura poetica e della sottolineatura del “Lapsus” (termine coniato da Pasolini) in riferimento all’uso speciale che la Rosselli fa della parola poetica e del singolare ruolo delle consonanti e vocali. Pasolini disse che il “Lapsus” ora finto, ora vero rappresentava una profonda liberazione.
Per la stessa poetessa la sua particolarissima grammatica poetica consiste “nelle varie possibili formulazioni metriche, mai abbastanza rigorose da potersi considerare come sistemi filosofico scientifici e storicamente necessari, inevitabili”. In merito a quest’ultimo punto, ricordiamo che Ella è musicista, e ciò ha influito molto sull’uso di una tecnica che seppur studiata nei particolari s’insedia di prepotenza in tutta la sua opera con vitalità, con un vigore, a volte con violenza, dando forma ad una poesia assolutamente vera e ispirata in ogni sua sillaba. Nulla di artificioso, dunque, ma un sacro fuoco che brucia e distrugge e quasi mai cerca gioia, assumendo ogni volta forme sorprendenti e assurde. I particolari usi sintattici, le sgrammaticature, il lapsus, il verso chiuso, la forma cupa sono dalla stessa poetessa spiegati nell’opera “Spazi metrici” (1962). Noi, aggiungiamo che all’uso estroso è incorporato un derèglement, una consapevole follia, una nevrosi studiata e catalogata, ma tutta ancora da scavare e scoprire.
Influì anche sulla sua formazione poetica e sullo studio delle strutture grammaticali l’essere pianista e violinista, il parlare correttamente il francese, l’italiano e l’inglese (la madre, Maria Cave era inglese).
Ella stessa dice: “Documento” (opera pubblicata nel 1976) ha significato per me ritrovare – pur basandomi sulla formulazione metrica definita nel 1958 – il coraggio e forse anche il misticismo di quegli anni adolescenziali: razionalizzandoli fino alle ultime conseguenze. Spesso i risultati sono violenti, i contenuti sono dei veri e propri gridi; ma credo che non vi sia più disperazione, e che lo scopo del libro (un equilibrio tra forma del tutto controllata e voluta, e contenuto indotto o dedotto mai automaticamente e tramite l’inconscio, o per provocazioni soltanto letterarie) sia nell’insieme raggiunto”.
Una poetica, dunque incomparabile in cui si possono leggere le voci di Rimbaud, Mallarmé, Kafka, Pound, Montale.
La sua freschezza nel dire le cose è tuttora viva e inattaccabile degli anni e della malattia. L’abbiamo costatato noi stessi in un recente incontro che esse ha avuto con gli alunni del magistrale “Cicerone” di Formia: la donna e la poetessa convivono nel senso profondo e misterioso di chi sente la vita fino al punto da lasciarsene annientare.
L’ironia, l’inconscio, la verità, la provocazione, la visionarietà e il fluire di un verso tanto studiato creano una poesia senza argini, travolgente e giovane, violenta e amara.
L’antologia poetica stampata dalla Garzanti con la pregevole introduzione di Giovanni Giudici e con l’intervista rilasciata dalla poetessa a Spagnoletti, è testimone di tutto questo perché contiene poesie tratte dalle sue opere migliori: “Variazioni belliche” (1964), “Serie Ospedaliera” (1969), “Documento”, “Primi Scritti” (1980), “Appunti sparsi e persi” e il poemetto “Impromptu” (1981).
Ricordiamo a parte due dei suoi più belli e famosi componimenti, “La Libellula” (1959) e “Impromptu” rappresentano il punto di inizio e il punto d’arrivo della sua poetica.


Nell’ampio verso e nei ritmi dell’endecasillabo o dodecasillabo si muove il visionarismo e nello stesso tempo profetico senso della vita di Amelia Rosselli.
Un contorcersi di suoni e gridi che tendono a purificare l’animo.
“La Libellula” assetata di luce-amore, va alla ricerca, prima inconscia, poi affinata da un’analisi critica sempre più studiata e precisa, del ritrovamento e della volontà di rimettere insieme gli innumerevoli frammenti per superare la violenza che ha segnato la sua vita.
Si inerpica, il verso in corridoi bui, in voragini senza luce, nel derèglement amaro e ironico di una ricerca scarnificata nei nervi del suo essere.
Schiodare il verso, volgerlo ad una luce libera, che è anamnesi dell’assurdo o parto doloroso di una nuova parola, di un nuovo vocabolo che oltre al suono ha in sé la “sapientia vitae”.
Le è possibile fermare il labile suono, in “lapsus”: scrostano con unghie forti il male e il falso.
Cosmopolita sofferenza, torchiata dall’ironia perché nell’esplodere potrebbe distruggere, annientare per sempre.
Amelia, soprattutto nelle opere giovanili, si muove nel verso della passionalità di un romantico, con un furor amoris inappagabile e nutrito di troppi silenzi, da una lunga solitudine, per raggiungere poi un’analisi sociale che va ben oltre il proprio Io.
Diaspora tra divino, reale, o come alcuni dicono surreale, presenta il suo inconscio senza veli, analisi mozzafiato, con i suoi logorroici interrogativi, per aprirti all’improvviso la porta ad una nuova amara verità.
Provocatoria ancor più del suo amico Pasolini, fragile e coraggiosa, con nelle vene il sangue di Carlo Rosselli ha segnato non poco i crismi della poetica contemporanea. Ironica e insofferente anche delle Avanguardie, ha creato il nuovo più assoluto, senza nulla togliere all’ispirazione. Il “primitivo” sgrammaticato, turbolento verso insiste su una verifica puntuale sublimata spesso da lunghi silenzi.

Saggi critici "Ludovica Ripa di Meana"



di Carmen Moscariello

Un’esperienza, quella della poesia, completamente nuova per Ludovica Ripa Di Meana fino adesso giornalista apprezzata dall’Europeo e aiuto-regista di cinema e teatro. Bello anche il suo libro di intervista a Gianfranco Contini: Diligenza e voluttà (Mondadori 1989), libro che lo stesso Contini ha definito “la prima autobiografia”.

Nella sua recentissima pubblicazione La sorella dell’Ave, forse un romanzo in versi, ma che comunque non ha niente a che vedere con chi, come Bertolucci e Puskin, l’hanno preceduta, ci troviamo di fronte ad un antipoema intriso di magma irrazionale, per certi aspetti irritante, nell’ossessiva ricerca di chi è sempre fuggito.
“Una donna perde le tracce di un’altra donna. L’ama: è sua sorella. Bambine dormivano nella stessa stanza”. Tutto questo è espresso in una cascata di versi stralunati e vitali, tersi e confusi in una prosa inimitabile, dove il fallito, rincorso congiungimento è il tema dominante dell’opera.
L’ossessionante passione, la curiosità di conoscerla finalmente, riempiono pagine di un crudo realismo e nel contempo di delicato liberismo. La sorella dell’Ave, identificata in chi dormiva sotto l’immagine della Vergine, è un personaggio irrequieto e sfuggevole, eppure carico di fascino e di mistero, imprevedibile appunto. Viene qui raccontata con un furore giovanile accompagnato da un’ansia tormentosa, da un fuoco di sentimento e di odio determinato dall’impossibilità di possederla.
Scandito il libro in ventisei capitoli, è una mareggiata irriverente che lascia sulla spiaggia i resti di una tempesta: spulciata nei particolari la storia è un furore di cicli. Il ricordo palpita vivo, ancora di una scoperta non fatta, anzi di chi ha tutto da scoprire. I ritmi “mercuriali” scarnificano la violenza e passione carnale di innamorato. La voglia di scoprire l’altro risulta nel racconto-poesia, alla fin fine un traguardo rimandato, non c’è fine a questa furia, i ritmi forti sono congelanti per l’animo perché portano forse a una risposta: non aver mai conosciuto nella sua autenticità la Sorella dell’Ave.
Apparentemente strumentali le altre storie che s’intrecciano, anch’esse lasciano il segno: il rosso dell’amore, l’assurdo della malattia, il vuoto dell’abbandono.
Il futile scricchiolante è tracciato in toni accesi, mai in chiaroscuro. Nemmeno per l’urlo dolorante l’autrice usa il nero. Il tutto compreso nella spietata analisi (“nonni famosi e ricchi, una madre travolgente, detestata e adorata: i rituali di una famiglia di una grande borghesia nella Roma degli anni trenta”) che non perde di vista il delicato fiore sempre nuovo: pur sfiorando la follia, il racconto rimane delicato sogno, una purezza senza storia, l’opera è dunque disperata contemplazione di un amore dove la vita dell’una è congiunta a quella dell’altra, apparentemente agguantata, per perdersi di nuovo in una teca di silenzio, senza addii.

Saggi critici "Dacia Maraini - Viaggiando con passo di volpe"



di Carmen Moscariello

“Per cinque anni ho abitato con Marianna Ucria”, così, Dacia Maraini esordisce nell’introduzione alla raccolta di poesie “Viaggiando con passo di volpe” (poesie 1983-91). Ora però, sottolinea l’autrice, Marianna Ucria se n’è andata, incastonata nel passato, si è lasciata alle spalle. Una scia di nostalgia.
I versi della raccolta affondano le radici proprio in queste lontananze temporali e in spazi indecifrabili per consegnarci un involucro di vita misterioso e apocalittico.
Piano piano in un andamento leggero e nel contempo sinergico si snodano strade, luoghi, ricordi e soprattutto viaggi che vanno ben oltre l’esistenza della poetessa.
L’inquietudine malinconica del viaggio si concretizza nei versi in desiderio di partire e nell’ansia di ritornare. Una voglia atavica dove i geni familiari (il padre Fosco Maraini fu viaggiatore appassionato e autore di opere quali: Segreto Tibet (1950), Ore giapponesi (1957) ecc., e non meno avventurosa fu la nonna Joy Crosse Pawlosk) giocano un ruolo determinante.
Pensiamo che il “demone del vagabondaggio” che pervade tutta la raccolta, sia anche dovuto a un bisogno struggente di autenticità e a un divenire mutevole, ricco di merlettature: Dacia sa essere dolce con un “exenia” e amara più del fiele, razionale e irrazionale.
Nel contempo le poesie vibrano di una coerenza corposa e di una forza sapienziale – biblica capace di dominare il diluvio dei sentimenti e la desolazione degli abbandoni: bisognerà pur uscire sott’acqua/ bagnarsi fino alle ossa/ per riannodare quei fili di seta/ che non portano più a nessun dove/ bisognerà pure affrontare la notte/ con i suoi guanti felpati/ e chiedere ai piedi/ di andare dove non vogliono/ per dare un saluto alle proprie bassezze/
Ma nei suoi versi danza anche una femminilità gustosa, sensuale e sorprendente. Cesare Garboti, nella pregevole prefazione del libro, dice che le poesie della Maraini “descrivono una storia di donna fuori dallo standard femminile, con piste e tracce ritornanti: un istinto di vita intimo e predace (con passo di Volpe)”.
E’ da questo istinto di vita che scaturiscono toni improvvisamente cangianti: a volte le parole suonano come lame impietose, scorticano i ricordi, disseppeliscono i morti, bruciano desideri e trasformano “le notti al gelsomino dolce” in un dolore “appollaiato tra le costole”. Il dramma non è mai attuito, anzi è masticato e conservato come l’amore.
Presente è anche la solitudine che si confonde con l’ansia del sogno e si traduce in preghiera, ora nel ghigno di chi ha perso qualcosa di prezioso. Dacia, dunque, con questa sua opera poetica ci coinvolge in un mondo “succoso” di vita che sempre più vola verso lo straordinario.