venerdì 16 febbraio 2018
mercoledì 14 febbraio 2018
"Ipotetico approdo": la raccolta poetica di Claudia Piccinno, "nomade in viaggio senza soste" alla ricerca dell’invisibile speranza
Una poesia in crescendo, sempre più radicata nei vissuti problematici dell’esistenza umana e capace di farsi "ermeneutica" del sentire collettivo e del bisogno di socialità quale orizzonte di neo-umanesimo profondamente necessario nel nostro tempo, ci pare quella contenuta nell’ ultima silloge poetica " Ipotetico approdo", bilingue, italiano-inglese, Mediagraf Edizioni, 2017, di Claudia Piccinno, poetessa di origine pugliese che vive e insegna in Emilia Romagna.
L’autrice, "nomade in viaggio senza soste", cammina sui sentieri della vita con la consapevolezza di non avere certezze ma di poter dire, quasi mutuando il detto cartesiano, "dubito ergo sum", e , così, continuare a credere nel sogno della vita, inerpicandosi "a nuvole mai dome / per afferrare l’invisibile speranza".
Ed è proprio questa "invisibile speranza" che alimenta nell’autrice, mentre si specchia nel vetro della sua coscienza, la necessità di combattere la battaglia della vita, ove spesso tutto è di plastica e costringe a barcamenarsi tra "sorrisi mediatici":
"Residuo di petrolio
nel cuore di un’ameba
si fa plastica nelle strette di mano,
nelle rivalse di comari ignoranti.
Plastica nei sorrisi mediatici
Collaudati per pedrigree.
Plastica nelle strettoie verbali
Per saggiare
L’ingenua di turno.
Plastica, plastica ovunque.
Ed io…resto vetro".
(Nei sorrisi mediatici)
E la Piccinno si affida al verso per ritrovare se stessa e per incamminarsi con una meditazione dolente verso l’"approdo ipotetico" possibile, quello dell’ "humanitas, dell’ "honestas", termine, quest’ultimo, che indica anche bellezza: la bellezza della verità, dell’accoglienza e dell’amore; la bellezza che sa "divulgare /multipli d’amore" e che mantiene la trasparenza della relazione: "…Sono mesi che ho perso il tuo sguardo / l’ho barattato ormai / con una lista interminabile di ciao, come stai, /sei bellissima, sei fantastica, / e via dicendo…"; ed ancora, la bellezza della discrezione che non invade ma sa mettersi in ascolto; la bellezza della pace che ha il nome della giustizia: "Sui fogli bianchi / che mi hai donato, /inchiostro di pace / ho seminato, perché germogli la Provvidenza /proprio per chi / non sa stare senza(…) Rinchiusi nelle celle / del pregiudizio, /muoiono piano / come all’ospizio,/ valori gravidi / di pace e amore, / che della guerra /annullerebbero il vizio (da: "Inchiostro di pace").
"Ipotetico approdo" è una raccolta che conosce le modulazioni di un cuore aperto alla Trascendenza, alla voce di Dio; non il Dio dei filosofi, ma il Dio chiamato "Abbà", Padre, che la poetessa invoca come luce sul sul cammino ("Sia lampada ai miei passi / la tua parola, perché io scopra / nella preghiera / il vero antidoto / all’altrui indifferenza …") e al quale pone i suoi dubbi nel quadro di un rapporto tensionale tra fede e ragione:
"… S’interroga mesta
la mia ragione
consapevole che la tenzone
resterà desta
e senza risposta
finché la mia fede
non verrà ben riposta".
C’è in questi versi la dialettica tra bene e male di un’anima che vive una sofferenza interiore nell’interrogarsi sul perché del male mentre porta i suoi studenti "al cippo di Sabbiuno di Piano / a leggere quei 34 nomi tenendosi(ci) per mano", che ricordano " i caduti in quel 14 ottobre del ’44"; c’è il dolore nel rievocare il tempo sulla "rotaia pigra / tra quesiti esistenziali / e indomiti perché / senza soffocare / irrazionali voglie / e immotivati sguardi, / curiosità remote / e intuizioni accidentali.."; c’è, ancora, la parabola di un crudo realismo che vede i tratti della sofferenza nella poesia dedicata ad un bambino affetto da autismo, nell’urlo silente di una madre che si duole nell’animo del bruciore di un atavico ed immeritato male, e nella desolazione delle Lande che "invocano l’oblio" e delle "distese provate / dalla bufera della follia, / dall’ignavia della razionalità / dall’invidia dei perdenti.." (in "Lande desolate").
Sullo spartito di questa dolente riflessione, Claudia Piccino si dibatte "sul dubbio / alla ricerca del vero", sul perché dell’ingiustizia, delle divisioni, delle menzogne, non piegandosi, tuttavia, a "rancori malcelati", a "bugiardi di turno", a "comode opinioni", a "sorrisi mediatici", ma affidandosi alla compagnia della fede: "…Mi fu compagno / solo l’incauto verbo / e un dì trionfai / specchiandomi nel vetro".
E’ la pace ciò che sta a cuore alla poetessa, non solo quella sua personale, ma dell’umanità, di ogni uomo ( "…Pace in primis nello sguardo di ogni uomo, / nei rapporti interpersonali /, nella convivenza sul pianeta / tra i regni naturali…"; è una pace universale che viene invocata per tutti: le persone, la natura, gli animali, governanti, ospedali, associazioni, perfino per " chi ne parla senza esercitarla".
Quel che caratterizza la versificazione di Claudia Piccino è quella impronta vitalistica che la lega ai fatti, ai ricordi, a figure, analisi, paesaggi, memorie, con una compresenza di livelli di significato che rendono la sua parola polisemica, ricca di grazia musicale e modulata da un ritmo che crea e si fa immagine. E le immagini che scorrono in questa silloge sono spesso taglienti, svelano verità nascoste nel silenzio delle parole, aprono orizzonti ove la costante tensione dialettica tra fede e ragione, finito e infinito, bene e male, luce e buio,
si fa – diremmo con Paul Claudel – "connaissance", cioè "conoscenza" nel senso etimologico francese di "co-naissance", che significa "nascere insieme al mondo", prendere consapevolezza della solidarietà che lega gli uomini gli uni agli altri e al mondo.
E le poesie di Claudio Piccino mirano proprio a sollecitare questa "co-naissance", e a determinare, pur se a livello embrionale, una gnoseologia incarnata nelle contraddizioni dell’esistenza con l’intento di svegliare coscienze assopite e indifferenti di fronte a profughi, emigrati, naufraghi, guerre, ingiustizie, povertà, solitudine.
Quando nella lirica "Parlami Padre", la poetessa chiede a Dio di spiegarle "il peccato / senza veli", di risponderle "di Eva e le sue colpe", essa si fa voce di una domanda collettiva, di un bisogno di conoscenza del mistero del male, del quale l’uomo è stato toccato sin dalle origini del mondo. Quel male che la poetessa stigmatizza nei suoi versi e dal quale auspica la liberazione per tutti nell’ "ipotetico approdo", ove – come dice bene Nazario Pardini – possa essere possibile "rompere con le aporie del contingente".
Ciò che piace di questa silloge poetica è l’armonioso connubio tra ontologia e sensibilità sociale dell’autrice, la quale riesce a " fare approdare" sulla pagina, questa volta non in modo ipotetico, la sua esperienza umana e culturale con versi che, pur connotandosi, in alcuni casi, come rappresentazione diegetica di un realismo interpretato con l’occhio antropologico, sono immediati, agili e capaci di affabulare. La resa poetica non ci sembra omogenea, ma si muove sempre con piglio di forte impatto semantico; a volte prevale la componente descrittivo – allusiva, altre volte quella memoriale, in altri casi si fa spazio il tono lirico-meditativo, ricco di tenerezza e carico di simbolismi.
Certo è, in ogni caso, che Claudia Piccino rifugge dai costrutti retorici abbelliti da preziosismi stilistici, per puntare, volutamente, ad un poetare ove la parola affonda le radici nella quotidianità fatta di incontri, di iniziative, di luci e di ombre, di "fiducia mal riposta", di rinnegamenti e smarrimenti; una quotidianità trasfigurata nei suoi significati e affrontata con coraggio, con forza d’’animo e coerenza interiore:
"Ho spalle grandi che si piegano
pei colpi d’inconcludenza altrui,
ho gambe forti
che percorrono sentieri solitari,
ho cuore lacero cucito e rattoppato
mille volte,
ho mente acuta che s’infervora
di rabbia al tuo cospetto.
Odio l’ignavia,
l’ambiguità latente e la evidente,
odio il silenzio galeotto
e complice del tornaconto.
Ho questi limiti
che gemmano stupore,
io non mi adeguo
a questo mio livore".
( Cuore cucito)
Questi versi si dispiegano quasi come confessioni autobiografiche e non sono, certo, un giuoco di parole, un’alchimia sistemico-razionale, ma l’espressione di un sentire che si fa "parola", linguaggio, sostanza poetica nella quale – direbbe Ungaretti – "l’esperienza individuale diventa verità universale in cui tutti possono riconoscersi".
E, in effetti, in ogni verso della Piccinno c’è la traduzione della realtà in sensazioni che si fanno messaggio, dialogo con se stessa, dibattuta tra il "qui ed ora" e l’oltre , ma anche colloquio con coloro ai quali la sua voce arriva come canto del "nostos", cioè del ritorno, in senso metaforico, nella terra e nell’anima delle proprie origini edeniche.
Per concludere, ci pare di poter dire che "Ipotetico approdo" sia una "silloge in situazione", atteso che i temi che essa affronta si incarnano fortemente nella situazione di malessere della nostra contemporaneità, scavando nella coscienza etica collettiva al fine di invitarla al riscatto della sofferenza e prospettandole una possibilità di ormeggio; ormeggio che l’autrice offre non con intenti gnomici, ma come "urlo" di una creatura consapevole della "propria imperfetta umanità" e che vive "in bilico tra sogno e concretezza".
Domenico Pisana
8 febbraio 2018
Pubblicata sul blog
N. PARDINI LEGGE: "IPOTETICO APPRODO" DI CLAUDIA PICCINNO
N. PARDINI LEGGE: "IPOTETICO APPRODO" DI CLAUDIA PICCINNO
Claudia Piccinno. Ipotetico
approdo. Mediagraf Edizioni. Noventa Padovana (PD). 2017
Claudia
Piccinno si presenta alla scena letteraria con questa nuova silloge
editata per i caratteri di Mediagraf Edizioni nel mese di ottobre dell’anno
2017. Una silloge intensa, vissuta con urgente emozione, dove la vita, con
tutti i suoi risvolti, fa da interprete nel percorso vario e articolato di un
poema che tocca le magagne e le incongruenze dell’esser-ci: profughi di guerre,
emigrati, malati e indifesi, residui di petrolio, guerra, pace, Provvidenza,
fede, serenità, tunnel senza sbocchi, cuori rattoppati, amore, solitudine,
silenzi sconfinati:
Ho
sillabato silenzi sconfinati
nell’azzurro
dei tuoi occhi
e
ogni parola era un di più
in
tanta magia…,
ma
soprattutto un viaggio, un nostos alla ricerca di un’isola che appaghi le
irrequietezze del vivere, che ci svincoli dalle ristrettezze della terrenità:
Marmo
di lucide fattezze
negava
indomite bellezze,
geometrico
pensiero
circoscriveva
i sogni
in
un unico sentiero.
Angusto
diventava
quel
villaggio
per
chi osasse intraprendere
altro
viaggio.
Un
libro arricchito e reso più ancora prezioso dalle traduzioni a fronte in
inglese. Le rime a fine verso e le assonanze danno un senso di piacevole
eufonicità alla lettura, che, sostanziata da metaforici simbolismi di esperita
connotazione verbale, si distende con plurale e proteiforme simbolismo.
Si inizia dalla poesia eponima Ipotetico
approdo con il sottotitolo indicativo pensando al Titanic.
(…)
Jack
e Rose non si ritroveranno
nel
quotidiano incedere
di
pianeti distanti,
ma
le loro anime pellegrine
si
riconoscono in un ipotetico approdo
al
margine di lustrini e vetrine,
sconosciuto
ai naufraghi
e
a tutti i naviganti.
Naufraghi,
naviganti, mare, orizzonti, fari, porti, voglia di andare… tanti termini che ci
avvicinano agli intenti di ossimorico abbrivo insediati in un linguismo di
euritmica sonorità. Si sa che è umano, fortemente umano il desiderio del
viaggio nell’uomo: un viaggio senza posa, senza tregua alla ricerca di un porto
difficilmente raggiungibile. Ipotetico approdo, appunto. Forse perché
ognuno di noi ha bisogno di staccare, di rompere con la routine quotidiana, con
le aporie del contingente. Ma anche perché la Piccinno vede lontano il
traguardo della pace e della serenità in un mondo votato all’ingiustizia e alla
guerra. E tante sono le inquietudini che tormentano il nostro soggiorno
terreno. E’ là, in un’isola lontana, che la navigazione è diretta, anche senza
volere, per natura; ma quanto periglioso il cammino di tale navigazione! Si
incontrano trabucchi, tempeste, bonacce, burrasche, e il nostro andare rischia
spesso di cozzare in scogli appuntiti e devastanti. Anche se pronti per
continuare con i resti del naufragio, anche se con l’occhio e il cuore fissi
all’orizzonte, anche se disposti all’azzardo, il nostro cammino si invischia in
dubbi e incertezze che ne ritardano l’approdo; una ricerca di luce, di spazi,
di aperture verso un faro che illumini una minima parte di un mare senza
confini; di un oceano dove è facile smarrire le nostre misure. Quale metafora
più appropriata alla vita di quella di una luce spersa nella vastità del mare.
Sì, noi continueremo a navigare verso questo ipotetico approdo; impavidi
volgeremo lo sguardo a traguardi difficilmente raggiungibili, ma quello
che conta è avere in noi la voglia di andare, di proseguire, di non rinunciare
al viaggio. D’altronde essere incerti, essere dubbiosi di fronte al tutto è
cosa naturale; ma è già tanto impiegare le forze, tutto il nostro ardire nella
ricerca di noi; di quella parte che ci è sconosciuta. Il linguaggio mette
bene in evidenza il supporto iperbolico allusivo che tanto gioca nella
significanza dei temi trattati. Una verbalità che si fa corpo, volume,
contenitore di un’anima vòlta a tramutarsi in una poesia di intrusioni
sociali, umane, esistenziali. Tutto scorre su un piano dialettico di ampio
respiro. I versi si ampliano, si scorciano, si allungano, si fanno ora
narrativi ora secchi, brevi, per seguire i diversi momenti dell’ispirazione. E
quello che emerge, alla fine, è uno spartito che abbraccia con la sua
sinfonicità il bene e il male della vita, ma soprattutto l’inquietudine di
sentirci atomi spersi fra cielo e terra: sì, umani con i piedi piantati al
suolo e l’anima vòlta ad un azzurro troppo lontano:
(...)
E
siamo qui
nel
cono d’ombra
delle
mie paure,
nella
scia luminosa
di
una nuova aurora…
ad
aspettare
che
si esprima il giorno.
Nazario Pardini
Intervista di Fiorella Franchini a Carmen Moscariello : Perchè rieditare "Figli difficili"?
Perché rieditare
questo libro di Michele Prisco?
Luigi Pellegrini, nel ripubblicare a distanza di sessantadue
anni dalla sua prima Edizione della Rizzoli(1954) quest’opera di eccezionale
bellezza ed eleganza, ha sicuramente fatta una scelta editoriale vincente.
Nella serata di presentazione a Castellammare sono state vendute in pochi
istanti tutte le copie disponibili (ne erano parecchie) . Inoltre, molte
importanti case Editrici, come per esempio la Bompiani, hanno di nuovo un
occhio attento sui classici-moderni, non a caso negli scaffali della
Feltrinelli di Napoli a piazza dei Martiri, venerdì scorso, ho notato negli scaffali in bella mostra e ho ricomprato la nuovissima edizione de”Gli
indifferenti “di Moravia. Sembra che gli editori abbiano la memoria corta , ma in verità non
rinunciano alla ripubblicazione di libri che segnano la storia della
letteratura italiana. Non dimentichiamo che pochi mesi fa è anche uscito
l’interessante testo di Simone Gambacorta, sempre dedicato a Michele Prisco, ”Appartenere
alle parole” Galaad edizioni, e, non
voglio dimenticare, anche il testo “Destini Sincronici Amelia Rosselli e Rocco
Scotellara con lettere inedite di Michele Prisco a Rocco Scotellaro edito da Guida Editori. Naturalmente gli
estimatori di Prisco e gli amanti della bella scrittura e di quei romanzi
fascinosi del Nostro che non si limitano a raccontare storie, ma vanno ben
oltre, nello scandaglio delle
situazioni, non solo reali, si aspettano, ormai è ora, un “Meridiano” dedicato
al grande Maestro.
Perché rieditarlo? L’opera ha al centro una sfera
d’ossidiana memoria, ha i profumi e le alchimie del Vesuvio che affonda le sue
radici nelle vite delle cittadine che Prisco vorrebbe attraversare come l’acqua
sorgiva che penetra la roccia. Il silicio, la polvere della memoria può
provocare improvvisi sussulti, non controllabili da alcuno.
E’ un romanzo
psicologico o sociologico?
La critica togata ha molto abusato di questi steccati,
rigidi ,inautentici. Dare l’una o l’altra di queste definizioni è limitativo.
Prisco è nato con la stoffa del grande scrittore, perciò il suo pensiero è
dinamico, nessuna rete può contenerlo, anche definirlo scrittore del
neorealismo o ancor peggio scrittore napoletano, significa mortificare la sua
grandezza e originalità. Certamente la sua arte è astorica come per tutti i
grandi, perciò riprendere in mano i suoi libri e leggerli significa coccolare
la propria anima e anche imparare a scrivere, poiché il suo logos è un'orchestra di suoni e fiati.
Qual è la modernità di questo test?
Sicuramente è nella la sua forza di fascinazione , nella capacità
di raccontare l’imprevedibile sussulto della natura umana. Il romanzo mi fa
molto pensare al Vesuvio, d’altronde nell’opera è sempre presente, anche quando
non viene nominato. Ciò che apparentemente sembra pacifico può pronunciarsi
improvvisamente in terremoto e si sa che i terremoti possono radere al suolo molte
cose, soprattutto ciò che la mano dell’uomo ha devastato con le sue
incongruenze. Ebbene, Prisco, su queste cose ha giustamente poggiato il piede,
senza fare sconti a nessuno. L’opera è modernissima, sembra scritta ieri: con
occhi smagati, l’Autore ci mette in guardia dal non causare altri disastri,
l’incursione della memoria nella vita di ciascun protagonista provoca lacerazioni profonde che nemmeno
l’apparente chiusura “felice” fa dimenticare ciò che l’opera è effettivamente,
a mio parere, una forte denunzia delle debolezze umane che sono causa di molte
vite non vissute.
lunedì 12 febbraio 2018
Sfere d’ossidiana memoria Di Carmen
Moscariello Articolo pubblicato da "Il Convivio", n 71, pg 4, ottobre dicembre 2017.
Vorremmo attuare, nell’interpretazione dell’opera di
Michele Prisco “Figli Difficili” , l’insegnamento di Luigi Pareyson
nell’”Estetica Teoria della formatività
“ e, quella dell’emerito italianista Emerico Giachery,
quest’ultimo facendo espresso riferimento a
Payson nel capitolo de “la Lettura, interpretazione critica “,ci
insegna a “eseguire” un testo per conferirgli vita attuale e presenza , ciò si
ottiene sia col farne emergere l’anima riposta e” il senso” inteso come sintesi
di significato e significante, sia col promuovere “l’epifania vocale”, nell’interpretazione
a voce alta.[1]
La vita anche potenziale del testo, il
suo porsi, il suo “esserci”, la sua ricchezza di sensi e di senso è centro e
motore, alfa e omega di ogni analisi letteraria. [2]Partendo
da questo imput abbiamo percorso una strada intima, evitando secche e frustranti analisi tecniche. Ebbene,
ci avviciniamo allo studio di “Figli difficili” con ancora più amore e
dedizione, poiché abbiamo avuto il piacere, seppur marginalmente, di conoscere
di persona Michele Prisco che spesso era nostro ospite a Formia e a Gaeta; il ricordo vivissimo che serbiamo, oltre,
naturalmente quello di raffinato scrittore, è di un
gran signore, un nobiluomo rispettoso e amabile con tutti. Prima del nostro esprimerci vogliamo anche
attingere dai testi dedicati a Prisco da un grande poeta, quale è stato Renato
Filippelli, amico del nostro, egli lo
ebbe più volte ospite a casa sua; questi fatti ce li ricorda anche un bel testo
“Appartenere alle parole” di Simone Gambacorta[3],
che presenta una serie di interviste fatte a nomi importanti del panorama
letterario italiano sull’opera di Prisco; il libro è uscito quest’anno ed è stato presentato da Francesco D’Episcopo nella
Saletta Guida alla presenza di illustre personalità. Filippelli ebbe molta
stima dei due grandi romanzieri
napoletani, di Rea e di Prisco,
aveva grandi foto nel suo studio. Di Michele Prisco scrive nella
splendida Enciclopedia Letteraria che ci ha lasciato[4]:
“Nato nel 1920 a Torre Annunziata (Napoli) e morto nel 2003. Egli esordì in
pieno Neorealismo, con una raccolta di racconti ambientati nell’entroterra
vesuviano. La provincia addormentata
(1949) . Il suo intento era la denuncia sociologica, secondo i canoni
veristici; ma i risultati portarono allo scoperto , un temperamento di
narratore che attuava l’istintiva ricerca del vero, non tanto nell’analisi
ideologica delle strutture sociali, quanto nello studio sottile delle atmosfere
psicologiche e nelle ricostruzioni Della vita interiore dei personaggi, specialmente femminili. Pagato
, con “Gli eredi del vento” l’ultimo scotto al Neorealismo, Prisco assecondò la
sua autentica vocazione all’inchiesta meticolosa sui drammi interiori nel
romanzo “fIgli difficili”(1954)dove narrò di una famiglia borghese i cui membri
soffrono il contrasto fra l’urgenza delle loro passioni e l’obbligo di
conformarsi al gretto convenzionalismo dell’ambiente . La capacità di tradurre
in un linguaggio narrativo moderno , assai ricco di sfumature e risonanze
poetiche , la lezione del romanzo psicologico ottocentesco, ha consentito a
Prisco la realizzazione di prove narrative che sono tra le più interessanti del
secondo Novecento…
Noi
continuiamo dicendo che si può entrare
nel romanzo” Figli difficili” e rimanerci per mesi. Leggerlo, significa inseguire i mille cunicoli del labirinto della
vita, e, poi, riprenderne la lettura per
perdersi nei percorsi nostalgici dei
ricordi che non hanno per i personaggi del libro alcun effetto di catarsi, anzi
ricordare, molto spesso, significherà, non altro, che mettere a nudo e
rinfacciare le proprie e le altrui miserie. Il lungo romanzo (più di 400
pagine) si popola di personaggi delusi, amareggiati, sconfitti in partenza,
poiché nulla fecero affinché i rivoli secchi delle loro esistenze potessero
attingere a qualche sorgente, nessun affluente corre parallelo ad essi, attorno
è il deserto dell’Essere: è un non
chiedere e un non avere! Compaiono aspetti che, purtroppo, sono propri di certi esseri umani, l’arroganza
di Giuditta, per esempio, che non si è
mai posta il problema di cosa fosse davvero necessario per la felicità dei
figli. Questo rigido personaggio si erge sugli altri per il suo materialismo,
per l’assenza di ogni ideale, quel che si può immaginare di una donna “pratica”,
ma anche priva di un qualsivoglia sentimento,
Il suo cuore batte solo a difesa di un’ immagine patinata esterna, quella da mostrare
agli occhi della Provincia. Questa figura materna tratteggiata meticolosamente dal
Grande Scrittore è la meno poetica della nostra letteratura, la più
parsimoniosa di gesti e di parole per i figli, ma anche per il marito che
Prisco fa comparire come un’ ombra, già morto ormai, ma che in vita fu, come se
fosse morto. E’ questo un romanzo, in certo modo, crepuscolare, di un certo verismo
decadente che si regge su uno stato d’animo terribile che impera sui personaggi: la delusione, la
vita che prende altre strade da quelle che sono le attese e le speranze dei
personaggi, con le sue aspettative
negate, che lasciano al lettore una tristezza senza lacrime, ma, anche, senza
alcuna pietà (la pietas virgiliana è solo
dell’autore)per nessuno dei personaggi del libro. In
parte si colloca quest’opera nell’ Italia del Novecento, non estraneo al
racconto, dove sono narrate forme di
vita dimesse, provinciali, borghesi, sono i sentimenti di malinconia, o ,di
amore, di tristezza, di gioia, mai troppo intensi o sofferti in modo acceso, ma
sempre distaccati e sentiti attraverso il velo del ricordo nostalgico, della
melanconia ironica o del giuoco letterari o , anche quando sono più dolorosi, sono espressi in una forma , che viene adottata
quasi a voler coprire , un abito, anche
esso dimesso e usuale, stati d’animo
comuni del vivere quotidiano in un salotto borghese.[5] Il salotto di Prisco è depositario di mestizia,
qui gli ospiti e gli abitanti della casa
sfilano i loro ricordi e le loro amarezze che hanno preso dimora stabile nei
luoghi e nei cuori delle persone. A quest’opera la critica ha rimproverato la troppa lunghezza,
il rimestare con insistenza in certe malinconie, ma come giustamente asserisce
Salvatore Francesco Romano sugli scrittori crepuscolari, l’insistenza fa parte
del gioco della parola e della capacità straordinaria di Prisco di saper intrattenere il lettore oltre ogni misura,
coinvolgendolo e immergendolo in quelle vite amare, in quei percorsi enigmatici
che non trovano svelamenti certi neanche alla fine del romanzo. Mario Fubini ci
insegna che nella critica “tanti e tutti parimenti
legittimi sono i punti di vista”.
Così la strada tracciata dall’opportunismo e
dalle opportunità mancate è travolta dal fango, da un’irrisione truculenta del
male che è il solo a incidere segni eterni . Sono le ferite sulla carne gli
unici atti eroici che i personaggi possono vantare. Poi, un soffuso eros,
sempre schermato dalla finzioni, affinché gli altri non possano sparlare e
intromettersi in situazioni davvero larvali. A nostro avviso la lunga scrittura
determina, al fine, il fascino di questo
capolavoro che noi interpretiamo come un’orbita misteriosa della vita, un
gomitolo grigio, a volte, dolorosamente sfilacciato , un procedere nelle dimesse vite
dei personaggi, naufraghi senza apparente tempesta. Qui, il destino lo si può
guardare solo dal di fuori , è una sfera intricata e intrigante di umori,
stanchezze, infelicità, dove, il
percorso è segnato da una noluntas lacerante. Un portarsi dietro il sacco della
vita, apparentemente senza sforzo, ma invece pesa di sofferenze e l’affanno è
un respiro impercepibile, le labbra semichiuse raccontano di singhiozzi
strozzati nella gola, il fil di voce si rompe, diviene impercepibile; il
dolore, le assenze sono statue con orbite levigate, enormi che ci fissano da
ogni lato , pietrificano l’osservatore. Un universo piccolo, piccolo di
borghesucci, nelle loro vite con piccoli orizzonti, quello che impressiona è
l’assenza di ricerca del bene e dell’amore. E’ un romanzo che ti lascia con la bocca secca al pari dell’Etre et le Néant (1943)di Sartre .Questa pietra carnivora che è
la vita e che qui ci appare, invece,
come una pietra dura attraversata da mille vene è una vita solo falsamente apparentata a un vetro
vulcanico, ma che invece sembra possedere solo l’ardore di una lava. Prisco fa vivere i suoi
personaggi sotto il Vesuvio, lo si intravvede, “lo Sterminator Vesevo” mentre descrive il corso della cittadina in
cui i personaggi del libro amano passeggiare e in cui molti fatti si raccontano, e dove la gente che vi
abita ha smarrito tutta la forza del fuoco e peregrina vive solo della
polverosa, amara silice. Nessun shock
termico, nemmeno il logos perfetto di Prisco è in grado di rianimare la
vita. I giorni si snocciolano in traiettorie obbligate, la guerra scuote quella struggente
stanchezza, ma anch’ essa si traduce in un ripetersi di gesti legati alle case, ai
giardini, alle stesse facce, agli stessi umori. Anche chi, come la signora
Giuditta , dovrebbe dettar le carte, gestendo arrogantemente la vita dei suoi
figli, appare, al fine, una mamma a rebours, anche il suo affetto per i figli
sfinisce nelle convenienze, nell’urgenza di cogliere il meglio economicamente.
Prisco al pari di Pirandello ci descrive che cos’ è la maschera, qui in una
città di provincia, ma ci fa comprendere anche che l’uomo incapace di essere,
si affeziona per sempre alla sua maschera e anche quando appare in cenere, non
si rassegna, tenta di reimporsela, né il
bruciore della vergogna o della falsità lo condiziona, tutto deve proseguire
negli argini convenzionali, né ha importanza l’amore, sia esso filiale, sia
quello che lega le persone per sempre. Così la signora Giuditta, deus ex
macchina della sua famiglia, stabilisce
chi deve sposare la figlia Giulia e chi
deve sposare il figlio Roberto. La storia è condotta dall’esterno con una macchina da presa dei ricordi, focalizzata
da Andrea, l’ex fidanzato di Giulia, lavorante nella fabbrica della signora
Giuditta, innamorato della figlia della padrona, ma non all’altezza del
matrimonio, in quanto povero. Nella sfera ossidiana si vanno così a creare delle bolle , le
macchie prima bianche diventano tutte grigie e voler riproporre ciò che è stato
impedito dalle convenzioni sociali, si trasforma in un urlo di dolore, nessuno
si salva dal tedio, da una malinconia che uccide, da quegli alberi del viale
che immette alla casa e al “salotto”, alberi che sembrano gravati da pece, la sfera
d’ ossidiana diventa nera, ma non esplode, come, invece, il lettore si aspetta.
Tutto si fa appiccicaticcio: l’animo
umano con le sue piccole grettezze, nonostante qualche lieve ribellione,
si propone ai nostri occhi molto
vigliacco, molto incapace, anche di esistere. Nella prima lettura dell’opera,
nel leggere attentamente le pagine, ci si ritrova in uno stato d’ansia, come a
supporre, ad aspettarsi da un momento all’altro, un suicidio, posto in qualche anfratto del pensiero e del cuore
di qualcuno dei protagonisti. Meraviglioso è il logos che come in un pazle
sapiente ci descrive i luoghi e le persone affinché ci possano apparire chiare
nella loro mesta quotidianità. Gli incontri e i ritorni sono altre sconfitte
che si cerca di nascondere , l’ossidiana, che prima, apparentemente, poteva sembrare un arcobaleno,
divora ogni brillantezza e ci dice quanto sia difficile vivere, anche quando le
avversità esterne non sono preponderanti, la guerra è marginale, non fa che sancire questa astenia. Eppure il
romanzo di Michele Prisco ci avvolge, ci
invischia, vai a rivederlo a rileggerlo, affinché non ti sfugga alcun
particolare. La struttura dell’opera è solida, così come il logos, mentre tutto decade, esso è e rimane
metafisico. I feldespat ci consegnano alla fine un’opera di
fuoco su cui bisogna a lungo meditare, un lavoro che con gli anni, non ha perso
grinta e rimane, non solo una delle più
grandi testimonianze del Novecento, ma si ripropone, con tutto il suo vigore,
fortemente attuale, come d’altronde tutta l’opera di Michele Prisco. Walter Pellegrini, nel ripubblicare a
distanza di sessantadue anni dalla sua prima Edizione delle Rizzoli(1954)
quest’opera di eccezionale bellezza ed eleganza, ha sicuramente fatta una
scelta editoriale vincente. Nella serata di presentazione a Castellammare sono
state vendute in pochi istanti tutte le copie disponibili (ne erano moltissime)
. Inoltre, molte importanti case Editrici, come per esempio la Bompiani, hanno
di nuovo un occhio attento sui classici-moderni, non a caso negli scaffali
della Feltrinelli di Napoli a piazza dei Martiri ho notato in bella mostra e ho ricomprato la nuovissima edizione de ”Gli
indifferenti “di Moravia (Anche su di lui è caduto un colpevole silenzio).
Sembra che gli editori abbiano la
memoria corta , ma in verità non rinunciano alla ripubblicazione di libri che hanno
segnato la storia della letteratura italiana. Non dimentichiamo che pochi mesi
fa è anche uscito l’interessante testo
di Simone Gambacorta, sempre dedicato a Michele Prisco, ”Appartenere alle
parole” Galaad edizioni, e, non voglio
dimenticare, anche il testo “Destini Sincronici Amelia Rosselli e Rocco
Scotellara con lettere inedite di Michele Prisco a Rocco Scotellaro edito da Guida Editori. Naturalmente gli
estimatori di Prisco e gli amanti della bella scrittura e di quei romanzi
fascinosi del Nostro che non si limitano a raccontare storie, ma vanno ben
oltre, nello scandaglio delle
situazioni, non solo reali, si aspetta, ormai è ora, un “Meridiano” dedicato al
grande Maestro.
Perché
rieditarlo? L’opera ha al centro, come dicevo, una sfera d’ossidiana memoria, ha i profumi e
le alchimie del Vesuvio che affonda le sue radici nelle vite delle cittadine
che Prisco vorrebbe attraversare come l’acqua sorgiva che penetra la roccia. Il
silicio, la polvere della memoria può provocare improvvisi singhiozzi, non
controllabili da alcuno. In merito poi alle posizioni della critica togata che
ha definito questo romanzo a volte
un testo psicologico altre
sociologico o entrambe le cose, crediamo che si abbia molto abusato di questi
steccati, rigidi ,inautentici. Dare l’una o l’altra di queste definizioni è
limitativo. Prisco è nato con la stoffa del grande scrittore, perciò il suo
pensiero è dinamico, nessuna rete può contenerlo, anche definirlo scrittore solo
del tardo neorealismo o ancor peggio scrittore napoletano , significa
mortificare la sua grandezza e originalità. Certamente la sua arte è astorica
come per tutti i grandi, perciò riprendere in mano i suoi libri e leggerli
significa coccolare la propria anima e anche imparare a scrivere, poiché il suo
logos è l’assoluto.
La modernità
di quest’opera è nella la sua forza di
fascinazione , nella capacità di raccontare l’imprevedibile sussulto della
natura umana. Il romanzo mi fa molto pensare al Vesuvio, d’altronde nell’opera
è sempre presente, anche quando non viene nominato. Ciò che apparentemente sembra pacifico può pronunciarsi
improvvisamente in terremoto e si sa che
i terremoti possono radere al suolo molte cose, soprattutto ciò che la
mano dell’uomo ha devastato con le sue incongruenze. Ebbene, Prisco, su queste
cose ha giustamente poggiato il piede, senza fare sconti a nessuno.
L’opera sembra scritta ieri: con occhi
smagati, l’Autore ci mette in guardia dal non causare altri disastri,
l’incursione della memoria nella vita di ciascun protagonista provoca lacerazioni profonde che nemmeno
l’apparente chiusura “felice” fa dimenticare ciò che l’opera è effettivamente,
a mio parere, una forte denunzia delle debolezze umane che sono causa di molte
vite non vissute e di danni irreparabili al prossimo e alla società.
[1] Emerico
Giachery, Passione e sintonia. Saggi
ricordi di un italianista, Carocci Editore, Roma luglio 2015.
[2] Op. cit.
pg 13.
[3] Simone
Gambacorta, “Appartenere alle parole”, Gallad Edizione Teramo 2017
[4] [4]
Renato Filippelli e Fiammetta Filippelli,L’
Eeredità Letteraria,storia e testi della Letteratura Italiana, volume terzo
tomo B, Il Novecento, pagine 336- 337,Simone Editore, Napoli , ristampe:
2005, 2006,2007.
[5]
Salvatore Francesco Romano, L’Italia del Novecento,Biblioteca
di storia patria, Opera in tre volumi,L’Età giolittiana, pg 278-279
domenica 11 febbraio 2018
E'
seduto sull'oceano del cielo
il mio ricordo, quando le ore si stemperano nel dolce
fluire delle acque taumaturgiche
alle mie ferite
ha una lucentezza insolita, ora
riposa la sorgente di fuoco: si è persa nel firmamento del bene;
si tramuta in veste sacerdotale
di chi
ha votato la vita alla parola
il silenzio è corda di violino, è nettare per i fiori
assetati. Il deserto si muove doloroso
con i suoi venti polverosi che
tolgono
il respiro già corto. Il tempo della storia
conosce le ambasce. Nel naufragio affonderà il mondo?
Le sabbie desertificano e l’acqua è un amante traditore
lontano e distratto: non
disseta, non rianima, non dà la vita.
E’ un’immobilità inquieta con il fiore artico nodoso
di gelo gelato all’occhiello di
un bottone nero, rallentata la voce.
La chanson de l’eau ha perso il suo ritmo
le cose che doveva fare il
coraggio sono lontane.
L’ aspide entrato nel mistero del mondo
morderà la mano, né la sorte
ballerina assetata anch’essa, conosce più lo zampillo ardito e gioioso,
né serba rancore per chi ha devastato l’oceano.
La storia del mondo non può essere che la verità
che Apollo sacro donò alla
Pizia
per la durata dei giorni nel
bene o nel male!
Tutti ti temono con gli artigli vagabondi dei venti
non trovi pace. Assetati di acqua
nell’universo
del pensiero scandito, sbriciolato, ricostruito,
lanciato nel cielo come un
razzo di morte
anomalo ormai anch’egli privo di sostanza
rallenta nella malattia del mondo la linfa
né le acque che furono travolgenti vogliono ripetere
il miracolo della salvezza
Chi salirà sull’Arca?
Io non ho il potere di soffiare nella creta e il mondo
non riemerge dalle acque .
Il popolo degli esiliati attraversa il deserto, né le acque
coprono la fuga ai dannati.
(Dalla raccolta “ La pizia non dà più oracoli “di Carmen Moscariello, 2018) E' severamente vietata qualsiasi riproduzione. Le prime due foto appartengono a Franco De Luca.)
(Dalla raccolta “ La pizia non dà più oracoli “di Carmen Moscariello, 2018) E' severamente vietata qualsiasi riproduzione. Le prime due foto appartengono a Franco De Luca.)
sabato 3 febbraio 2018
Teatro in versi: Eleonora Duse di Carmen Moscariello
La piéce “Eleonora
Duse”
di ANNA GALISE FORMIA — Successo per l'opera teatrale
«Eleonora dalle belle mani» di Carmen Moscariello, di Formia.
Dalla Notte Bianca a Castellone giovedì scorso, dove alcuni
frammenti della pièce sono stati replicati per ben cinque volte. L'opera, in
tre atti, poi, sarà anche quest'anno al centro della rassegna teatrale
Cassinoarte, palcoscenico il Teatro romano di questa città. «Eleonora dalle
belle mani», in scena il 7 settembre prossimo alle ore 21:00, tornerà poi a
Formia nella Corte del Palazzo comunale il 22 settembre, sempre alle 21:00.
L'opera teatrale offre al pubblico una strada nuova di lettura non solo della
grande attrice Eleonora Duse, ma anche del pensiero e della vita di Gabriele
D'Annunzio, il Vate. L'opera della Moscariello mette quindi sullo stesso piano
la vita di D'Annunzio con quello delle donne da lui amate e abbandonate, anche
la dannazione finale delle loro vite fa parte del fascino erotico, della
passione della carne. Lo stesso D'Annunzio, nel terzo atto viene immaginato
solo e disperato che rinnega quello che nella vita aveva sempre inseguito,
arrivando a definire: «le donne, piccole, miserabili e vane». A tal punto
l'intreccio sessuale influisce sulla personalità degli artisti che lo stesso
D'Annunzio è interpretato da una donna, sconvolgendo così tutti i canoni e
dando vita a qualcosa di arcano e fascinoso, demoniaco, fatale, tutto da scoprire.
La regia dell'opera teatrale è della stessa Moscariello.(Anna galise, Il Messaggero)
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