venerdì 16 ottobre 2020

Il Poeta Michele Urrasio : RILETTURA DE “LO STEDDAZZU” DI CESARE PAVESEIN OCCASIONE DEL SETTENTESIMO DELLA SUA SCOMAPRSA


 

  • RILETTURA DE “LO STEDDAZZU” DI CESARE PAVESE
    IN OCCASIONE DEL SETTENTESIMO DELLA SUA SCOMAPRSA
    Settant’anni fa moriva a Torino Cesare Pavese (1908 – 1950). In occasione della sua
    scomparsa, abbiamo ripercorso la carriera letteraria del grande scrittore piemontese, soffermando la
    nostra attenzione, ancora una volta, sul componimento intitolato “Lo steddazzu”, incluso nella
    raccolta Lavorare stanca (Einaudi, Torino 1963). In questi versi Pavese evoca gli aspetti del
    paesaggio che conobbe di persona durante i tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Sono versi
    dettati da una profonda, severa meditazione sulla “solitudine fisica” che l’uomo è costretto a soffrire
    dal momento che «non riesce in nessun modo a comunicare, a instaurare rapporti umani, e si
    tormenta fino alla disperazione, al senso dell’inutilità senza scampo della vita».
    L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
    e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
    sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
    e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
    può accadere. Perfino la pipa tra i denti
    pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.
    L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
    e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
    tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
    Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
    in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
    che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
    una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
    Vede il mare ancor buio e lo macchia di fuoco
    a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
    vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
    dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
    è spietata, per chi non aspetta più nulla.
    Val la pena che il sole si levi dal mare
    e la lunga giornata cominci? Domani
    tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
    e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
    L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
    Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
    l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
    La solitudine che caratterizza tante pagine di Cesare Pavese, trova in questi versi “narrativi”,
    tipici della produzione poetica pavesiana, la sua naturale espressione. L’elemento antropologico e
    quello naturale convivono con uguale intensità la medesima angoscia, connessi strettamente tanto
    da riuscire a sbiadire qualsiasi altro sentimento, ogni altra sollecitazione.
    La lirica è percorsa da un silenzio quasi irreale, da un’immobilità esasperata ed esasperante,
    amplificati ulteriormente dallo scandire di gesti, lenti e misurati, che valgono a rendere ancora più
    incisiva e insopprimibile l’inutilità del vivere, del respirare in luoghi e momenti in cui nulla accade
    e nulla accadrà mai. Inutilità, che si accentua nell’ora che precede l’alba, sospesa com’è tra il buio e
    la luce, tra la negazione dell’apparenza e la tentazione di scoprire in essa elementi meno foschi e
    sconcertanti. È «l’ora in cui nulla/ può accadere»: lo si evince dal vacillare delle stelle perdute nel
  • loro sgomento, dal “sommesso sciacquio” del mare, che si risolve in “un tepore di fiato”, presto
    disperso nell’aria senza indizio alcuno.
    L’uomo, curvo sotto il peso del suo errare fuori e dentro di sé, ripete passivamente i suoi gesti,
    privo di ogni entusiasmo: conosce, ora più che mai, i confini del suo essere e sa che essi non vanno
    di là dal cerchio del suo sguardo, oltre l’area angusta delle pareti del suo esilio, oltre il calore del
    fuoco che «guarda arrossare il terreno», di là dallo sconfinato silenzio del mare che, al pari del
    poeta, invoca fremiti di vita, voci e presenze.
    Nella seconda strofa la disperazione dell’uomo si identifica nella consapevolezza che neppure il
    sorgere del giorno potrà apportare cambiamenti al monotono vivere del poeta. La ricerca di sussulti,
    vanamente inseguita, affronta, per naturale disegno, l’arco discendente della parabola, puntando
    decisa verso la negazione della vita, verso quell’inutilità in cui si annidano e germinano propositi di
    estrema determinazione, che un paesaggio monotono e indifferente accentua ed esaspera.
    È inutile guardare in alto: le stelle brillano di luce sinistra, poco rassicurante, prima di
    dileguarsi nel pallore dell’alba. Ed è altrettanto vano attendere di poter dialogare con il mare, buio,
    sempre più buio; né è una cifra di conforto “la macchia di fuoco” che rimanda, inutilmente, ad altre
    plaghe, ad altri attimi, sepolti anch’essi nella stretta dell’immobilità e del silenzio.
    Sono versi espliciti nella forma e nel contenuto, indicativi di una condizione esistenziale con la
    quale il poeta convisse per un segmento di tempo molto prolungato, se si considera a quale
    interminabile sofferenza va incontro chi “non aspetta più nulla” ed è costretto a toccare con mani la
    lentezza dell’ora.
    Lontano dalla propria terra, dalle Langhe in particolare – presenza costante nella memoria e
    nell’opera di Pavese – il poeta sperimenta sotto altri cieli l’uguale cadenza del destino umano, la sua
    precarietà, la fragilità dei suoi equilibri, il ripetersi ossessivo di gesti e di atti privi, di frequente, di
    volontà e di partecipazione.
    Tutto è inutile o almeno solito e ripetitivo. Ne costituiscono una riprova i due versi che aprono
    la strofa finale: «Val la pena che il sole si levi dal mare/ e la lunga giornata cominci?». Domanda
    che ha già in sé la denuncia dell’incertezza e della solitudine, cui è esposto l’uomo «in un mondo
    dove non accade nulla perché nulla può spezzare il muro di silenzio e di incomunicabilità che lo
    chiude». L’uomo è destinato a restare solo con i suoi affanni, con i suoi pensieri, lontano dal
    conforto della solidarietà, con l’unica certezza che “Domani/ tornerà l’alba tiepida con la diafana
    luce/ e sarà come ieri e mai nulla accadrà”.
    Per superare almeno in parte questa impasse, all’uomo non rimane che dissolvere nella
    immobilità del tempo il proprio tempo, dormire o, più propriamente, cedere alla tentazione della
    fine: drammatica ipotesi che il poeta sconterà in una afosa camera d’albergo.
    Ma, se pur lentamente, gli attimi seguono il loro corso e nella luce dell’alba trascolora e
    scompare “l’ultima stella”. Il giorno ritorna. Anche se sarà l’inizio di un nuovo periodo di noia e di
    solitudine, l’inizio di una lunga interminabile agonia, accentuato da un gesto semplice, naturale,
    «l’uomo prepara la pipa e l’accende”. Un gesto che sintetizza l’intero significato del
    componimento, ma anche la vera essenza dell’esistenza umana: il dissolversi, al pari del fumo, dei
    rari entusiasmi che baluginano, esili e incerti, nel labirinto della nostra solitudine.
    Michele Urrasio

Dante Maffia: " Il suicidio, lo stupro e altre storie"

 

Dante Maffia “Il suicidio, lo  stupro  e altre Notizie”

 

 


 

La gemma nera

Non si tratta solo di una raccolta di poesie, questa volta Maffia ha sfidato il mondo intero, ha urlato a pieni polmoni, per chi non l’avesse ancora inteso, la sua libertà, la sua dignità, il suo orgoglio poetico che non cede  a schiamazzi televisivi o giornalistici: La poesia non ha bisogno della prima pagina dei quotidiani, né di battiti di mani; non è il sogno della cronaca. Preferisce radure, vecchi campanili e marine. La poesia è una baraccopoli nella quale cadono le stelle e nessuno ci fa caso[1]. Bisogna dargli atto che per la sua intera vita mai ha rinunziato a se stesso, mai ha piegato il suo ginocchio se non davanti all’amore.

“Sono grata a Maffia per non aver ceduto, in decenni di poesia, prosa teatro e critica, alla tentazione di darsi in pasto ai grandi gruppi editoriali…. Il suo agire da lupo sciolto insofferente alle dinamiche del branco e restio a leccare la mano ai padroni delle più prestigiose collane , ha nutrito la sua sensibilità e la sua poesia  con la rabbia salvifica di chi continua a combattere una guerra che tutti considerano già finita da tempo” [2].

 Egli ci presenta un mare marcio con rigagnoli in cancrena, e cieli anemici che fluttuano in un universo che da tempo, da troppo tempo ormai , ha perso la sua méta.  La violenza è furiosa , le sue onde in tempesta devastano senza pietà. L’unica certezza è la Sua poesia. Gli intrugli ai quali anche molti poeti sono abituati non interessano Maffia. Questa volte  ha scardinato , anche sul piano formale,  tutto quello che la poesia ci ha dato da Dante Alighieri a Montale, qui non c’è il turbamento o la rabbia, qui  c’è un’ indomabile Zebra rossa  che rincorre invano un’alba chiara nel deserto degli uomini.

Il dolore  domina tutto, ma il Poeta non può morire: Rifugiarmi nella Città del Sole/nelle parole di Cartesio, di Montaigne, d’Epicuro e di Seneca….oscillare, ritornare sui testi /imbrattarsi il cuore di refusi, condannare e assolvere me stesso, e non riuscire mai a sentire la musica / che genera il fiorire di una foglia/, di quella foglia ch’ ho tenuto/fra le mie mani accarezzandola ,/ facendola sentire umana creatura,/ benedizione del sole, respiro del Concerto/.[3]

 Anche solo questi pochi versi, rendono la Sua Poesia degna del Nobel.

 L’opera denunzia  una società dove domina il  lupus est homo homini,[4] racconta un  progredire della morte, il cui fetore  ammorba tutto; mentre il mondo governato da Caino ha dato vita a una  cacocrazia[5] dove i peggiori comandano e il suicidio e lo stupro sono divenuti pane quotidiano; a   questo, la Sua Anima si ribella, non vuole nemmeno essere sfiorata dalla putrida cancrena. Intanto, il posto dell’ anima  è stato preso dai “codicilli”  dei  peggiori che sono esaltati e occupano i posti più alti. Non c’è solo il coronavirus a portare la morte, molti si industriano beatamente da tempo ad uccidere il Bello, ad annientare la Poesia e l’Onestà con versucoli che  fanno inorridire.

 Siamo di fronte al potentato dell’orrido. Come dare torto al Poeta?




Questa antologia ricca di ben  214  pagine  è fantasmagorica, plurima, inusitata, rivoluzionaria;   è   visionaria, seppur, fatti oggettivi, la popolano dall’inizio alla fine. Mi è sembrato di incontrare nei suoi versi il Figlio del Demo di Peonia, come il grande accusatore, la sua parola è tagliente non fa sconti a nessuno. Maffia interpreta da attore e scrittore di tragedie la parte di” Démosthène s’exercant à la parole”[6], scapigliato, irato col suo mantello squarciato da un vento furioso su una delle falesie del mare di Calabria. Qui urla al suo popolo con la stessa rabbia che mise Demostene nel pronunciare le tre orazioni contro Afobo[7], essendo stato derubato da costui del patrimonio del padre, morto  quando egli era solo un fanciullo, così per Dante Maffia, derubato del bene di vivere, si ribella e uccide la malasorte che uncina la vita dei Poveri e quella dei Grandi, egli l’ha crocifissa ad un palo e contro di lui non può più nuocere. E’ forte, è coraggioso, non vuole l’aiuto di nessuno, feroce incalza i lupi per non lasciargli scampo. Le tensioni che irrigano l’opera vanno man mano crescendo, né trovano approdo in nessun letto di fiume. Crea irripetibili atmosfere con dialoghi tra i carnefici e le vittime: Verso dove è caduta?/Nei fondi dei bicchieri caleidoscopi funesti/il ruotante ruinare assassino/ delle foglie che ansimano/ sul cuscino/ i feti prodotti dalla polvere/le beatitudini delle ferite/le coltellate infinite della lussuria/ e quel colare della luce che s’attorciglia/m’avverte di arrivi nuovi/di fili spinati per recintare le emozioni.[8] Plana egli stesso come uno sparviero sul male per estirparlo, per urlare al mondo che si è raggiunto ogni villania. Se dovessi paragonare quest’opera d’arte ad un capolavoro della pittura, che ancora più sinteticamente della poesia, possa esprimere la catastrofe raccontata, mi viene da pensare a Guernica.




Quest’opera di Maffia  si offre tutta per un grande spettacolo di drammaturgia, per rappresentarla nella sua visionarietà,    adotterei  l’opera del grande  Picasso per le  scenografie  e lì    farei troneggiare i Suoi versi. Come questa immensa opera d’arte pittorica, così le parole  visionarie e furenti  irromperebbero  con tutta la loro ferocia, come un bombardamento,  contro la  perversione di questo tempo. I suoi   frammentari ottagoni di ossari denunziano come la guerra immane dell’indifferenza, dell’odio e dell’invidia ha debordato gli argini, invadendo le nostre vite e il nostro secolo sfortunato.     L’immagine ultima del piego di copertina del libro rappresenta il viso di Maffia come una maschera tragica del teatro greco-romano ( ci sono, invece, nel libro altre fotografie bellissime che lo ritraggono con i più grandi del nostro tempo) ; sono stata attratta da questa immagine; mi sono chiesta perché  Maffia a conclusione di questo capolavoro ha voluto trasformare il suo volto in una maschera ? Cosa vuole dirci? Dove vuole arrivare? Quali armature nuove sta creando per la sua vita e per la sua Poesia? Sconvolge questa maschera di dolore. E viene ancora da domandarsi quanto è duro per il Poeta generoso e onesto vivere in una società di mascalzoni. Quanto è grande nella sua coscienza e sapienza “convivere” con quanto ci sta accadendo, sopportare nel dolore e nella solitudine     quello che succede alla stessa Poesia, lordata da poetucoli padroni delle pagine dei giornali, della televisione e dei luoghi, che ignorano che Dio è molto avaro,  concede solo ai suoi prescelti il dono della Poesia.

 Si srotola l’Opera di Maffia, come il rotolo di “ Pittura industriale” di 74 metri di Pinot Gallizio [9]  e  lo sguardo e le lacrime cadono anche sull’altro capolavoro di Gallizio  de   “L’anticamera della morte”[10].








Pinot Gallizio e le sue opere

Ma ciò che rende ancora più grande questo contenuto è l’uso di una parola d’ardesia,  parola d’ardore, parola del silenzio, della condanna. Quando anche il mito rischia di essere distrutto da forze insensate, dalla selce che non smette di colpire, allora il Poeta non vede più la strada per salvare il mondo, tutto si confonde e la mestizia del silenzio ha il sopravvento; la pietra del cuore che ha battiti di parola si innalza sull’altare del deserto. La rottura col mondo non lascia speranza al domani, la fenditura è grande  e la ricerca dell’anima è un calvario simile a quello di Cristo. E’ un’opera insolita questa del grande Maffia, ha innestato una lotta senza fine, una sfida sanguinaria  contro la corruttela, la volgarità, le scritture approssimative e vaghe, contro i soggetti mitizzati oggi  che ben poco hanno da dire, poiché la loro anima si è spenta da millenni nei burroni, nei valloni , nella melma dell’ipocrisia e del nulla.






 L’opera ha tracciati molto chiari, non c’è niente di enigmatico, anche la fosforescenza dell’allucinazione si pone oggettivamente potente. Emerge in qualche punto, come un fiore nel deserto, il suo candore, la sua purezza di Poeta che si commuove di fronte a una  foglia, pronto ad amarla ancora e a proteggerla fino alla morte. Né si può negare il magnetismo della sua scrittura, si legge e si rilegge e ogni volta il verso appare nuovo, ancora più incisivo; la parola che ci racconta l’obbrobrio di questo mondo, la sentiamo viva dentro di noi, scava analisi profonde sulle strade che stiamo seguendo, proteggendoci  dall’arroganza di questo tempo più oscuro: la sua  è voce di vita; il rifiuto del male, il coraggio di allontanarlo da Sé, non lo ha mai fermato:  andare avanti da solo con i suoi furiosi vessilli , mossi dal vento di Calabria, per  poter essere altro dalla lordura; non lasciarsi convincere mai da prebende ed onori. Si rigenera in quest’opera il grande fascino della  Poesia di Dante Maffia, ha  fatto compiere alla cometa del verso una sterzata, un desiderio di cambiamento, affinché tutto il male venga abbandonato; non l’ha portato al Capo di Buona Speranza, ma ci ha regalato un libro per riflettere e forse salvarci.

L’”Inferno” di Maffia non ha niente da invidiare alla  Prima  Cantica della Divina Commedia.

Di Carmen Moscariello






Dante Maffia, Il suicidio, Lo stupro e altre notizie, Pagine 214 ; Pensieri e parole di Gabriella Montanari; in piego di copertina interventi di: M. Martena; Anila Darhiu, poetessa; F Sicari, Università di Salerno; F. Perri, storico; R. Paternostro, Università di Roma; L. Odoguardi, cardiologo; c.Nicodemi, ingegnere. Foto bandella:  Serena Maffia, progetto grafico Andrea Magno, Crediti fotografici di Dante Maffia, Edito da WHITEFLY PRESS- The Raven –Collana di Poesia . Prima Edizione luglio 2


[1]  Dante ;Maffia ,  Il suicidio, lo stupro e altre notizie, Dalla mano di Dante Maffia… La poesia Pg209-211;

[2] Pensieri e parole di Gabriella Montanari, pagina 7;

[3] opera citata, pagina 120;

[4] Plauto, Asinaria , (495);

[5] Michele Sgro, Cacocrazia, malapolitica italiana e legge di prevalenza dei peggiori, formato Kindle;

[6] Opera di Lecomte du Nouy  del 1870;

[7] Fu citato in giudizio da Demostene,  poiché lo aveva derubato dell’enorme patrimonio che il padre gli aveva lasciato, quando il grande oratore era ancora bambino; .

[8] Opera citata, pagina21,  prima parte dell’opera: Il suicidio, spartito n.3;

[9] La dipinse nel 1958, esposta ad Alba per la prima volta nel  giugno 2012 ;

[10] Installazione permanente ad Alba del 1964;

lunedì 12 ottobre 2020

La Poetessa Louise Bruch Premio Nobel per la Letteratura

 





Aprile

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.

domenica 11 ottobre 2020

La poetessa Carmen Moscariello premiata a Sanremo. Nella Giuria grandi poeti.

 L’Associazione Culturale MONDO FLUTTUANTE (c. f. 90083940081) con sede legale in Sanremo (Piazza Eroi Sanremesi, 26), che può vantare tra i suoi soci sostenitori/fondatori/onorari nomi importanti del mondo della cultura italiana (Giuseppe Conte, Milo De Angelis, Claudio Damiani, Giancarlo Pontiggia, Massimo Maggiari, Mario Baudino, Stefano Zecchi, Renzo Paris, Alessandro Ceni, Davide Rondoni, Andrea Caterini eccetera),ha premiato con una menzione speciale della Giuria la raccolta


"I colori dell'anima" di Carmen Moscariello



Tu lo sai quando la  mente è ombra e

le  storie raspano nel la loro agonia

nel  cerchio  d’addio i laceri gridi delle le rondini

stampano l’ evanescente tempo

 

e  la tua mano ha stretto la mia

in un saluto nemmeno cordiale

sconosciuto  grecale anch’egli  straniero

solo ha sentito le secche ossa

 

 fredde  come quelle d’un morto

 negli archi frastuono di  ombre

 intimorite dall’immensità

del passato, rimpiangi il cuore

 

generoso e onesto-una donna come te

non l’ho  più incontrata-la sorte rastrella 

nei  calcinacci dei  sogni perduti

non ci saranno più terremoti

il filo dell’ago ha cucito ogni  dolore

 

A Lara

 

ci attrasse la quercia che or sé  spande morta

e ripetemmo insieme i versi amati al  singhiozzo 

verde  dello  strapiombo di cielo e mare

tra i funghi colorati e allegri dell’autunno luminoso

 

 estranee  noi al   veleno che uccise- uccide seguivo

  il passo dei venti , il furore dei  gabbiani  a picco

sulle rocce gineprine  che brindavano al buon mattino ;

 il ricordo andava e veniva a madie profumate

 

le falesie si ergevano tra polveriere che sudano  morte

i cannoni sparavano al sole inerme

dolorosi tradimenti, anche quella mattina

 le ore  dal  tronco  torto parlavano

 

alle militanti formiche nel verde lieve delle misteriche

ombre ai  fiati che stringevano questi miei ultimi anni

anch’essi trafelati nel viale delle falesie.

 

Gaeta, Monte Orlando,Viale delle Falesie, luogo in cui ancora si possono ammirare le polveriere costruite dai Borboni. 

 

 

Sei  il mio piccolo Budda

ti volgo dal sonno alla luce

disegno nel firmamento

 il  sogno di te

 

girasole di splendidi amori

Leonardo, piccolo Budda

ed io nonna felice

ballo con te fino all’alba

tumbalalaika

 

alle ore, tin tin tintan

da da-da-re Leonardo ta-ta-ta

balocco le tue dita d’argento

 su un piano  in cammeo

 le note migrano, corrono

galoppano vallate e fiumi

ed io  ancora bambina

 canto il dono di te.



l’attesa, lunga invasiva

incede  d’Avvento

è l’incanto della  nuova luce

 è  dal tempo traspare lo sguardo

 

Avvento  di storie lontane

di nuove tenerezze, di fluidi in silenzio

di pietre  nella magia del fogliame

attende sospeso l’avvento d’autunno e

 

il vento tace in braccio alle  fluide comete

 passiamo  sospesi viviamo l’attesa

nel grembo canta la vita

limpida sorgente il cuore batte l’attesa

 

vaporano odori antichi

ed io accarezzo la tenera gemma

verrà , verrà anch’egli a nutrire

 

quest’anno di gioie

e scartoccio nel fumo la luce

un brivido di scale , di anelli

in ricordo di un dove dimenticato

 

un fuso di streghe che allibra la vita

il cordone di lievi imperiosi  legami .

 

 

 

 

Se ti vengo a cercare

mio passato congiungerò le mani

perché  finalmente io  possa

 bere alla coppa del sole per mai più incontrarti

 

 perderti finalmente in edifici  vuoti

nella fitta nebbia mattutina

nell’occhio malato  del la pietra bianca

riposa il sogno misterico è  qualche dettaglio

 

essere antichissima figlia della vaghezza

per  un tempo che non è, né  mai  sarà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dietro l’ azzurro  nelle vene irrita il vento

occulta non si quieta la fame, il futuro è in traiettoria

congiunto è  con l’ ieri nei castelli longobardi

di ogni storia rivedo la mia infanzia

 

non mi appare tanto lontana ancora  prosegue

quel sogno delle querce, il passo d’addio

è nel dolore d ‘ogni tempo, d’ogni luogo.

sentieri non battuti le buone parole si stringono

alla lingua per paura di apparire retoriche

le strade  della speranze  hanno figure di santi

che non rilasciano grazie, si torcono  le lente

sillabate dal silenzio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Filastrocche

Andare nell’infinito prodigio della vita

attraversare gli orizzonti del mare del cielo e della terra

avvolgermi in tenera nube e rotolarmi

in prati fragolosi,  da uno scoglio all’altro fino

alla punta del molo sfidare la  gelida la luna

 che cede il passo al sole 

Flutti cocci  ruvidi sussurri

il mare mugghia mareggiate di sogni.

 

E’ percossa dal  vento  l’umile barca

tra infiniti mondi nel bagliore della vergine alba.

 

 Poesie di Carmen Moscariello

Vietata qualsiasi riproduzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cariello

lunedì 21 settembre 2020