- RILETTURA DE “LO STEDDAZZU” DI CESARE PAVESEIN OCCASIONE DEL SETTENTESIMO DELLA SUA SCOMAPRSASettant’anni fa moriva a Torino Cesare Pavese (1908 – 1950). In occasione della suascomparsa, abbiamo ripercorso la carriera letteraria del grande scrittore piemontese, soffermando lanostra attenzione, ancora una volta, sul componimento intitolato “Lo steddazzu”, incluso nellaraccolta Lavorare stanca (Einaudi, Torino 1963). In questi versi Pavese evoca gli aspetti delpaesaggio che conobbe di persona durante i tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Sono versidettati da una profonda, severa meditazione sulla “solitudine fisica” che l’uomo è costretto a soffriredal momento che «non riesce in nessun modo a comunicare, a instaurare rapporti umani, e sitormenta fino alla disperazione, al senso dell’inutilità senza scampo della vita».L’uomo solo si leva che il mare è ancor buioe le stelle vacillano. Un tepore di fiatosale su dalla riva, dov’è il letto del mare,e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nullapuò accadere. Perfino la pipa tra i dentipende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di ramie lo guarda arrossare il terreno. Anche il maretra non molto sarà come il fuoco, avvampante.Non c’è cosa più amara che l’alba di un giornoin cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amarache l’inutilità. Pende stanca nel cielouna stella verdognola, sorpresa dall’alba.Vede il mare ancor buio e lo macchia di fuocoa cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;vede, e cade dal sonno tra le fosche montagnedov’è un letto di neve. La lentezza dell’oraè spietata, per chi non aspetta più nulla.Val la pena che il sole si levi dal maree la lunga giornata cominci? Domanitornerà l’alba tiepida con la diafana lucee sarà come ieri e mai nulla accadrà.L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.La solitudine che caratterizza tante pagine di Cesare Pavese, trova in questi versi “narrativi”,tipici della produzione poetica pavesiana, la sua naturale espressione. L’elemento antropologico equello naturale convivono con uguale intensità la medesima angoscia, connessi strettamente tantoda riuscire a sbiadire qualsiasi altro sentimento, ogni altra sollecitazione.La lirica è percorsa da un silenzio quasi irreale, da un’immobilità esasperata ed esasperante,amplificati ulteriormente dallo scandire di gesti, lenti e misurati, che valgono a rendere ancora piùincisiva e insopprimibile l’inutilità del vivere, del respirare in luoghi e momenti in cui nulla accadee nulla accadrà mai. Inutilità, che si accentua nell’ora che precede l’alba, sospesa com’è tra il buio ela luce, tra la negazione dell’apparenza e la tentazione di scoprire in essa elementi meno foschi esconcertanti. È «l’ora in cui nulla/ può accadere»: lo si evince dal vacillare delle stelle perdute nel
- loro sgomento, dal “sommesso sciacquio” del mare, che si risolve in “un tepore di fiato”, prestodisperso nell’aria senza indizio alcuno.L’uomo, curvo sotto il peso del suo errare fuori e dentro di sé, ripete passivamente i suoi gesti,privo di ogni entusiasmo: conosce, ora più che mai, i confini del suo essere e sa che essi non vannodi là dal cerchio del suo sguardo, oltre l’area angusta delle pareti del suo esilio, oltre il calore delfuoco che «guarda arrossare il terreno», di là dallo sconfinato silenzio del mare che, al pari delpoeta, invoca fremiti di vita, voci e presenze.Nella seconda strofa la disperazione dell’uomo si identifica nella consapevolezza che neppure ilsorgere del giorno potrà apportare cambiamenti al monotono vivere del poeta. La ricerca di sussulti,vanamente inseguita, affronta, per naturale disegno, l’arco discendente della parabola, puntandodecisa verso la negazione della vita, verso quell’inutilità in cui si annidano e germinano propositi diestrema determinazione, che un paesaggio monotono e indifferente accentua ed esaspera.È inutile guardare in alto: le stelle brillano di luce sinistra, poco rassicurante, prima didileguarsi nel pallore dell’alba. Ed è altrettanto vano attendere di poter dialogare con il mare, buio,sempre più buio; né è una cifra di conforto “la macchia di fuoco” che rimanda, inutilmente, ad altreplaghe, ad altri attimi, sepolti anch’essi nella stretta dell’immobilità e del silenzio.Sono versi espliciti nella forma e nel contenuto, indicativi di una condizione esistenziale con laquale il poeta convisse per un segmento di tempo molto prolungato, se si considera a qualeinterminabile sofferenza va incontro chi “non aspetta più nulla” ed è costretto a toccare con mani lalentezza dell’ora.Lontano dalla propria terra, dalle Langhe in particolare – presenza costante nella memoria enell’opera di Pavese – il poeta sperimenta sotto altri cieli l’uguale cadenza del destino umano, la suaprecarietà, la fragilità dei suoi equilibri, il ripetersi ossessivo di gesti e di atti privi, di frequente, divolontà e di partecipazione.Tutto è inutile o almeno solito e ripetitivo. Ne costituiscono una riprova i due versi che apronola strofa finale: «Val la pena che il sole si levi dal mare/ e la lunga giornata cominci?». Domandache ha già in sé la denuncia dell’incertezza e della solitudine, cui è esposto l’uomo «in un mondodove non accade nulla perché nulla può spezzare il muro di silenzio e di incomunicabilità che lochiude». L’uomo è destinato a restare solo con i suoi affanni, con i suoi pensieri, lontano dalconforto della solidarietà, con l’unica certezza che “Domani/ tornerà l’alba tiepida con la diafanaluce/ e sarà come ieri e mai nulla accadrà”.Per superare almeno in parte questa impasse, all’uomo non rimane che dissolvere nellaimmobilità del tempo il proprio tempo, dormire o, più propriamente, cedere alla tentazione dellafine: drammatica ipotesi che il poeta sconterà in una afosa camera d’albergo.Ma, se pur lentamente, gli attimi seguono il loro corso e nella luce dell’alba trascolora escompare “l’ultima stella”. Il giorno ritorna. Anche se sarà l’inizio di un nuovo periodo di noia e disolitudine, l’inizio di una lunga interminabile agonia, accentuato da un gesto semplice, naturale,«l’uomo prepara la pipa e l’accende”. Un gesto che sintetizza l’intero significato delcomponimento, ma anche la vera essenza dell’esistenza umana: il dissolversi, al pari del fumo, deirari entusiasmi che baluginano, esili e incerti, nel labirinto della nostra solitudine.Michele Urrasio
venerdì 16 ottobre 2020
Dante Maffia: " Il suicidio, lo stupro e altre storie"
Dante Maffia “Il
suicidio, lo stupro e altre Notizie”
La gemma nera
Non si tratta solo di una raccolta di poesie, questa volta
Maffia ha sfidato il mondo intero, ha urlato a pieni polmoni, per chi non
l’avesse ancora inteso, la sua libertà, la sua dignità, il suo orgoglio poetico
che non cede a schiamazzi televisivi o
giornalistici: La poesia non ha bisogno
della prima pagina dei quotidiani, né di battiti di mani; non è il sogno della
cronaca. Preferisce radure, vecchi campanili e marine. La poesia è una
baraccopoli nella quale cadono le stelle e nessuno ci fa caso[1]. Bisogna
dargli atto che per la sua intera vita mai ha rinunziato a se stesso, mai ha piegato il suo ginocchio se non
davanti all’amore.
“Sono grata a Maffia per non aver ceduto, in decenni di
poesia, prosa teatro e critica, alla tentazione di darsi in pasto ai grandi
gruppi editoriali…. Il suo agire da lupo sciolto insofferente alle dinamiche
del branco e restio a leccare la mano ai padroni delle più prestigiose collane
, ha nutrito la sua sensibilità e la sua poesia con la rabbia salvifica di chi continua a
combattere una guerra che tutti considerano già finita da tempo” [2].
Egli ci presenta un
mare marcio con rigagnoli in cancrena, e cieli anemici che fluttuano in un
universo che da tempo, da troppo tempo ormai , ha perso la sua méta. La violenza è furiosa , le sue onde in
tempesta devastano senza pietà. L’unica certezza è la Sua poesia. Gli intrugli
ai quali anche molti poeti sono abituati non interessano Maffia. Questa
volte ha scardinato , anche sul piano
formale, tutto quello che la poesia ci
ha dato da Dante Alighieri a Montale, qui non c’è il turbamento o la rabbia,
qui c’è un’ indomabile Zebra rossa che rincorre invano un’alba chiara nel deserto
degli uomini.
Il dolore domina
tutto, ma il Poeta non può morire: Rifugiarmi nella Città del Sole/nelle parole
di Cartesio, di Montaigne, d’Epicuro e di Seneca….oscillare, ritornare sui
testi /imbrattarsi il cuore di refusi, condannare e assolvere me stesso, e non
riuscire mai a sentire la musica / che genera il fiorire di una foglia/, di
quella foglia ch’ ho tenuto/fra le mie mani accarezzandola ,/ facendola sentire
umana creatura,/ benedizione del sole, respiro del Concerto/.[3]
Anche solo questi
pochi versi, rendono la Sua Poesia degna del Nobel.
L’opera denunzia una società dove domina il lupus
est homo homini,[4]
racconta un progredire della morte,
il cui fetore ammorba tutto; mentre il
mondo governato da Caino ha dato vita a una
cacocrazia[5] dove i
peggiori comandano e il suicidio e lo stupro sono divenuti pane quotidiano; a questo, la Sua Anima si ribella, non vuole
nemmeno essere sfiorata dalla putrida cancrena. Intanto, il posto dell’
anima è stato preso dai “codicilli” dei peggiori che sono esaltati e occupano i posti
più alti. Non c’è solo il coronavirus a portare la morte, molti si industriano beatamente
da tempo ad uccidere il Bello, ad annientare la Poesia e l’Onestà con versucoli
che fanno inorridire.
Siamo di fronte al
potentato dell’orrido. Come dare torto al Poeta?
Questa antologia ricca di ben 214
pagine è fantasmagorica, plurima,
inusitata, rivoluzionaria; è visionaria, seppur, fatti oggettivi, la
popolano dall’inizio alla fine. Mi è sembrato di incontrare nei suoi versi il
Figlio del Demo di Peonia, come il grande accusatore, la sua parola è tagliente
non fa sconti a nessuno. Maffia interpreta da attore e scrittore di tragedie la
parte di” Démosthène s’exercant à la parole”[6],
scapigliato, irato col suo mantello squarciato da un vento furioso su una delle
falesie del mare di Calabria. Qui urla al suo popolo con la stessa rabbia che
mise Demostene nel pronunciare le tre orazioni contro Afobo[7],
essendo stato derubato da costui del patrimonio del padre, morto quando egli era solo un fanciullo, così per
Dante Maffia, derubato del bene di vivere, si ribella e uccide la malasorte che
uncina la vita dei Poveri e quella dei Grandi, egli l’ha crocifissa ad un palo
e contro di lui non può più nuocere. E’ forte, è coraggioso, non vuole l’aiuto
di nessuno, feroce incalza i lupi per non lasciargli scampo. Le tensioni che
irrigano l’opera vanno man mano crescendo, né trovano approdo in nessun letto
di fiume. Crea irripetibili atmosfere con dialoghi tra i carnefici e le vittime: Verso dove è caduta?/Nei fondi dei bicchieri caleidoscopi
funesti/il ruotante ruinare assassino/ delle foglie che ansimano/ sul cuscino/
i feti prodotti dalla polvere/le beatitudini delle ferite/le coltellate
infinite della lussuria/ e quel colare della luce che s’attorciglia/m’avverte
di arrivi nuovi/di fili spinati per recintare le emozioni.[8] Plana
egli stesso come uno sparviero sul male per estirparlo, per urlare al mondo che
si è raggiunto ogni villania. Se dovessi paragonare quest’opera d’arte ad un
capolavoro della pittura, che ancora più sinteticamente della poesia, possa
esprimere la catastrofe raccontata, mi viene da pensare a Guernica.
Quest’opera di Maffia si offre tutta per un grande spettacolo di
drammaturgia, per rappresentarla nella sua visionarietà, adotterei
l’opera del grande Picasso per le scenografie e lì farei troneggiare i Suoi versi. Come questa
immensa opera d’arte pittorica, così le parole
visionarie e furenti irromperebbero
con tutta la loro ferocia, come un bombardamento, contro la
perversione di questo tempo. I suoi
frammentari ottagoni di ossari
denunziano come la guerra immane dell’indifferenza, dell’odio e dell’invidia ha
debordato gli argini, invadendo le nostre vite e il nostro secolo sfortunato. L’immagine ultima del piego di copertina del libro rappresenta il viso di
Maffia come una maschera tragica del teatro greco-romano ( ci sono, invece, nel
libro altre fotografie bellissime che lo ritraggono con i più grandi del nostro
tempo) ; sono stata attratta da questa immagine; mi sono chiesta perché Maffia a conclusione di questo capolavoro ha
voluto trasformare il suo volto in una maschera ? Cosa vuole dirci? Dove vuole
arrivare? Quali armature nuove sta creando per la sua vita e per la sua Poesia?
Sconvolge questa maschera di dolore. E viene ancora da domandarsi quanto è duro
per il Poeta generoso e onesto vivere in una società di mascalzoni. Quanto è
grande nella sua coscienza e sapienza “convivere” con quanto ci sta accadendo,
sopportare nel dolore e nella solitudine quello che succede alla stessa Poesia, lordata
da poetucoli padroni delle pagine dei giornali, della televisione e dei luoghi,
che ignorano che Dio è molto avaro, concede solo ai suoi prescelti il dono della
Poesia.
Si srotola l’Opera di Maffia, come il rotolo di “ Pittura industriale” di 74 metri di Pinot Gallizio [9] e lo sguardo e le lacrime cadono anche sull’altro capolavoro di Gallizio de “L’anticamera della morte”[10].
Pinot Gallizio e le sue opere
Ma ciò che rende ancora più grande questo contenuto è l’uso di una parola d’ardesia, parola d’ardore, parola del silenzio, della condanna. Quando anche il mito rischia di essere distrutto da forze insensate, dalla selce che non smette di colpire, allora il Poeta non vede più la strada per salvare il mondo, tutto si confonde e la mestizia del silenzio ha il sopravvento; la pietra del cuore che ha battiti di parola si innalza sull’altare del deserto. La rottura col mondo non lascia speranza al domani, la fenditura è grande e la ricerca dell’anima è un calvario simile a quello di Cristo. E’ un’opera insolita questa del grande Maffia, ha innestato una lotta senza fine, una sfida sanguinaria contro la corruttela, la volgarità, le scritture approssimative e vaghe, contro i soggetti mitizzati oggi che ben poco hanno da dire, poiché la loro anima si è spenta da millenni nei burroni, nei valloni , nella melma dell’ipocrisia e del nulla.
L’opera ha tracciati molto
chiari, non c’è niente di enigmatico, anche la fosforescenza dell’allucinazione
si pone oggettivamente potente. Emerge in qualche punto, come un fiore nel
deserto, il suo candore, la sua purezza di Poeta che si commuove di fronte a
una foglia, pronto ad amarla ancora e a
proteggerla fino alla morte. Né si può negare il magnetismo della sua
scrittura, si legge e si rilegge e ogni volta il verso appare nuovo, ancora più
incisivo; la parola che ci racconta l’obbrobrio di questo mondo, la sentiamo
viva dentro di noi, scava analisi profonde sulle strade che stiamo seguendo, proteggendoci dall’arroganza di questo tempo più oscuro: la
sua è voce di vita; il rifiuto del male,
il coraggio di allontanarlo da Sé, non lo ha mai fermato: andare avanti da solo con i suoi furiosi
vessilli , mossi dal vento di Calabria, per poter essere altro dalla lordura; non
lasciarsi convincere mai da prebende ed onori. Si rigenera in quest’opera il
grande fascino della Poesia di Dante
Maffia, ha fatto compiere alla cometa
del verso una sterzata, un desiderio di cambiamento, affinché tutto il male
venga abbandonato; non l’ha portato al Capo di Buona Speranza, ma ci ha
regalato un libro per riflettere e forse salvarci.
L’”Inferno” di Maffia non ha niente da invidiare alla Prima
Cantica della Divina Commedia.
Di Carmen Moscariello
[1] Dante ;Maffia , Il suicidio, lo stupro e altre notizie, Dalla
mano di Dante Maffia… La poesia Pg209-211;
[2] Pensieri
e parole di Gabriella Montanari, pagina 7;
[3] opera
citata, pagina 120;
[4] Plauto,
Asinaria , (495);
[5] Michele
Sgro, Cacocrazia, malapolitica italiana e legge di prevalenza dei peggiori,
formato Kindle;
[6] Opera di
Lecomte du Nouy del 1870;
[7] Fu citato
in giudizio da Demostene, poiché lo
aveva derubato dell’enorme patrimonio che il padre gli aveva lasciato, quando
il grande oratore era ancora bambino; .
[8] Opera
citata, pagina21, prima parte
dell’opera: Il suicidio, spartito n.3;
[9] La dipinse
nel 1958, esposta ad Alba per la prima volta nel giugno 2012 ;
[10]
Installazione permanente ad Alba del 1964;
lunedì 12 ottobre 2020
La Poetessa Louise Bruch Premio Nobel per la Letteratura
Aprile
Nessuna disperazione è come la mia disperazione…
Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.
Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.
domenica 11 ottobre 2020
La poetessa Carmen Moscariello premiata a Sanremo. Nella Giuria grandi poeti.
L’Associazione Culturale MONDO FLUTTUANTE (c. f. 90083940081) con sede legale in Sanremo (Piazza Eroi Sanremesi, 26), che può vantare tra i suoi soci sostenitori/fondatori/onorari nomi importanti del mondo della cultura italiana (Giuseppe Conte, Milo De Angelis, Claudio Damiani, Giancarlo Pontiggia, Massimo Maggiari, Mario Baudino, Stefano Zecchi, Renzo Paris, Alessandro Ceni, Davide Rondoni, Andrea Caterini eccetera),ha premiato con una menzione speciale della Giuria la raccolta
"I colori dell'anima" di Carmen Moscariello
Tu lo sai quando la mente è ombra e
le storie raspano nel
la loro agonia
nel cerchio d’addio i laceri gridi delle le rondini
stampano l’ evanescente tempo
e la tua mano ha
stretto la mia
in un saluto nemmeno cordiale
sconosciuto grecale
anch’egli straniero
solo ha sentito le secche ossa
fredde come quelle d’un morto
negli archi frastuono
di ombre
intimorite
dall’immensità
del passato, rimpiangi il cuore
generoso e onesto-una
donna come te
non l’ho più incontrata-la sorte rastrella
nei calcinacci
dei sogni perduti
non ci saranno più terremoti
il filo dell’ago ha cucito ogni dolore
A Lara
ci attrasse la quercia che
or sé spande morta
e ripetemmo insieme i versi amati al singhiozzo
verde dello strapiombo di cielo e mare
tra i funghi colorati e allegri dell’autunno luminoso
estranee noi al
veleno che uccise- uccide seguivo
il passo dei venti ,
il furore dei gabbiani a picco
sulle rocce gineprine
che brindavano al buon mattino ;
il ricordo andava e
veniva a madie profumate
le falesie si ergevano tra polveriere che sudano morte
i cannoni sparavano al sole inerme
dolorosi tradimenti, anche quella mattina
le ore dal
tronco torto parlavano
alle militanti formiche nel verde lieve delle misteriche
ombre ai fiati che
stringevano questi miei ultimi anni
anch’essi trafelati nel viale delle falesie.
Gaeta, Monte Orlando,Viale delle Falesie, luogo in cui
ancora si possono ammirare le polveriere costruite dai Borboni.
Sei il mio piccolo
Budda
ti volgo dal sonno alla luce
disegno nel firmamento
il sogno di te
girasole di splendidi amori
Leonardo, piccolo Budda
ed io nonna felice
ballo con te fino all’alba
tumbalalaika
alle ore, tin tin tintan
da da-da-re Leonardo ta-ta-ta
balocco le tue dita d’argento
su un piano in cammeo
le note migrano,
corrono
galoppano vallate e fiumi
ed io ancora bambina
canto il dono di te.
l’attesa, lunga invasiva
incede d’Avvento
è l’incanto della
nuova luce
è dal tempo traspare lo sguardo
Avvento di storie
lontane
di nuove tenerezze, di fluidi in silenzio
di pietre nella magia
del fogliame
attende sospeso l’avvento d’autunno e
il vento tace in braccio alle fluide comete
passiamo sospesi viviamo l’attesa
nel grembo canta la vita
limpida sorgente il cuore batte l’attesa
vaporano odori antichi
ed io accarezzo la tenera gemma
verrà , verrà anch’egli a nutrire
quest’anno di gioie
e scartoccio nel fumo la luce
un brivido di scale , di anelli
in ricordo di un dove dimenticato
un fuso di streghe che allibra la vita
il cordone di lievi imperiosi legami .
Se ti vengo a cercare
mio passato congiungerò le mani
perché finalmente
io possa
bere alla coppa del
sole per mai più incontrarti
perderti finalmente
in edifici vuoti
nella fitta nebbia mattutina
nell’occhio malato
del la pietra bianca
riposa il sogno misterico è
qualche dettaglio
essere antichissima figlia della vaghezza
per un tempo che non
è, né mai sarà.
Dietro l’ azzurro
nelle vene irrita il vento
occulta non si quieta la fame, il futuro è in traiettoria
congiunto è con l’
ieri nei castelli longobardi
di ogni storia rivedo la mia infanzia
non mi appare tanto lontana ancora prosegue
quel sogno delle querce, il passo d’addio
è nel dolore d ‘ogni tempo, d’ogni luogo.
sentieri non battuti le buone parole si stringono
alla lingua per paura di apparire retoriche
le strade della
speranze hanno figure di santi
che non rilasciano grazie, si torcono le lente
sillabate dal silenzio
Filastrocche
Andare nell’infinito prodigio della vita
attraversare gli orizzonti del mare del cielo e della terra
avvolgermi in tenera nube e rotolarmi
in prati fragolosi,
da uno scoglio all’altro fino
alla punta del molo sfidare la gelida la luna
che cede il passo al
sole
Flutti cocci ruvidi
sussurri
il mare mugghia mareggiate di sogni.
E’ percossa
dal vento l’umile barca
tra infiniti mondi nel bagliore della vergine alba.
cariello
lunedì 21 settembre 2020
Il Levriero: Il Poeta Michele Urrasio: Esita la fede.
Il Levriero: Il Poeta Michele Urrasio: Esita la fede.: ESITA LA FEDE E ora sappiamo che vano è inseguire il vortice dei pianeti che sfiorano le stelle e ne accendono il canto. ...
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