martedì 3 maggio 2022

Gèzanne - Van Gogh e il Post-Impressionismo. di Carmen Moscariello

 


Aix –en-Provence-  Fiumi di lavanda, oceani di colore, nei cieli   di  Van Gogh e Cèzanne.

 


Entriamo nel porto di Marsiglia alle 7 in punto, dopo una notte di navigazione tranquilla, il mare ci ha cullato dolcemente fin quando abbiamo aperto gli occhi. Pronti a sbarcare alle 8 del mattino, un cielo e un mare azzurrissimi non una sola nuvola  e il vento ci spiava cauto mentre attraversavamo in pullman la Provenza. La distanza tra Marsiglia e Aix en Provence la percorriamo in 24 minuti. Se ben mi sporgo dal pullman   posso vedere in lontananza Nizza, Saint Tropez, Cannes le colette selvagge della Comorgena gitana, a pochi metri da me  una mandria di cavalli bianchi che si rincorrono felici. Rivedo in prossimità del mare  gli amati fenicotteri per me portatori di bene, li accarezzo con lo sguardo e mi confondo nel loro cielo rosa. Se guardo a destra posso ammirare il mare cristallino della Costa Azzurra e le innumerevoli caloques che si dispongono come un abbraccio caldo, una carezza e poi dall’altro lato le vigne, gli oliveti, i  campi assorti appena bagnati dalla rugiada mattutina.

 Arriviamo ad Aix alle 8,30. La città è addormentata non c’è anima viva, tranne la statua del Re Renè che ci saluta piccolo e orgoglioso del suo grappolo d’uva, ben posizionato sul suo  corpo quasi insignificante, se non fosse per quel grappolo d’uva. Abbiamo a disposizione  in  Pullman la guida che ci accompagna, le chiedo dove e quando ci dobbiamo far trovare per raggiungere Parigi. Non amo le guide , mi distraggono dai luoghi e dall’arte, sono esigente debbono essere i luoghi e gli artisti a chiamarmi. Lo stesso Cèzanne,  lo sento vicino fin dal primo momento, quando mi fermo davanti al negozio di cappelli del padre del pittore, mi dà il suo benvenuto, ha un velo di tristezza negli occhi, ma è garbato e attento al mio sentire. Per tutto il viaggio comparirà e scomparirà a seconda dei momenti. Quando sente che sono in difficoltà o il mio pensiero si distrae e sta inseguendo i miei sogni, mi richiama con dolcezza e insieme a me gode della luce di Aix, una luce magnifica che appare e scompare sugli antichi e lussuosi palazzi. La mia prima meta è al suo Atelier,  conosco abbastanza le sue opere che ho ammirato al Museo D’Orsay, nell’ultimo Natale, ho fatto 7 ore di fila per entrare, con un freddo che mi aveva gelato anche gli occhi, ma lì la sosta è necessari ci sono tutti gli impressionisti e post impressionisti e anche tutta gli artisti della modernità. Egli mi richiama dolcemente e mi fa notare cose che altrimenti sarebbero passate inosservate. Questa è anche la terra che regalò un po’ di gioia di vivere a Van Gogh, egli si stabilì poco lontano da Aix esattamente ad Arles en Provence, quei luoghi, quella luce, quei colori diedero  all’Artista così tanta energia che diede  vita a ben 300 capolavori tra i suoi quadri più belli, che quest’anno ( già li avevo visti a Napoli e sui quali ho pubblicato) ho potuto ammirarli recentemente anche  a Roma. Ad Arles, Van Gogh nel 1888 creò capolavori immortali: La sedia di Vincent (1888), La camera di Vincent ad Arles (1888), Il caffè di notte (1888), Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles (1888),Notte stellata sul Rodano (1888), la serie dei Girasoli (1888-1889). Ad Auvers-sur-Oise, un villaggio a circa 30 km da Parigi,  si suicidò all’età di 37 anni.

La Provence  ha i colori divini dell’arte dei due Maestri, colori che daranno vita al Post-impressionismo che si confondono ai colori dell’Anima: graffianti e violenti in Van Gogh, melanconici e lirici nei capolavori di Cézanne, nelle sue opere c’è quell’unione meravigliosa e rara  di Letteratura( poesia soprattutto) e pittura due arti che messe insieme possono dar luogo al più travolgente sentire. Di questo mio recente viaggio  ho ancora negli occhi i campi di lavanda, ettari ed ettari di questa pianta profumata i cui colori si riflettono nel cielo e nel mare e gli occhi e l’olfatto vivono estasi che  mi hanno accompagnato in fuga senza mai perdere il loro fascino durante il breve viaggio da Marsiglia a Aix en Provence. Hanno proprietà taumaturgiche questi campi e certe presenze immortali, anch’io mi sentivo gradualmente rinascere in tutte le mie energie e tutti i miei sensi si acuivano per non perdere niente di questo paradiso. Il traffico qui è quasi inesistente, le macchine non procedono mai a velocità sostenuta, né sono lente, ad Aix non le ho mai viste. La città sembra disposta ad accogliere solo me. Le strade sono abitate solo dal silenzio.

Senza accorgermene, in un attimo dal porto di Marsiglia raggiungo le  cours  Mirabeau (non le Pont Mirabeau  di Apollinaire)  detto anche il Corso delle Carrozze, fatto costruire da le roi René. Vicino c’è la meravigliosa fontana Mirabeau e sempre bene in vista la statua di René, le petite  roi  con la sua pigna di uva in mano a ricordarci che in quelle valli il vino l’aveva portato proprio lui. Poco lontano, si affaccia sul corso, quasi umilmente nascondendosi di fronte alla maestà della Fontana Mirabeau  c’è il negozio di cappelli del padre di Cèzanne, il corso è tutto coccolato e avvinto ai palazzi eleganti e raffinati della Provenza. I luoghi continuano ad essere deserti, i negozi francesi non aprono prima delle  10,00 qualcuno anche alle 11,00,  così le meravigliose biblioteche e l’Atelier dell’Artista.

 Cèzanne mi fa  notare  che i marciapiedi di Aix  ad  ogni  metro, al centro portano  incastonato come una meravigliosa pietra preziosa il Suo nome e le due bandiere di Aix. La città che in vita non aveva molto amato l’artista ora gli rende omaggio come meglio può. Le guide offrono anche un percorso interamente dedicato a Cèzanne.

Il mercatino dei libri preziosi è l’unico luogo sveglio della città. Nelle bancarelle ci sono libri straordinari per eleganza, veste grafica, dedicati a grandi artisti. 

Ho il piacere di sfogliarli e accarezzarli. 

Finalmente alle 10,30 si apre l’Atelier di Cèzanne. Ha  uno di quei portoni immensi di stile barocco o rinascimentale che danno maestà a tutti i palazzi di Aix. Cèzanne nasce in questa cittadina meravigliosa  il 19 gennaio del 1839 passò la sua vita tra Parigi ed Aix, quando era stanco di Parigi ritornava alla fastosa ed elegante casa paterna. Quando Aix gli appariva insopportabile per le persone che lo accerchiavano ritornava a Parigi. Nel 1904 l’amico   Emile Bernard lo andò a trovare ad Aix e Poul lo ricevette nel suo studio. Così ci racconta:

«Aprì un portone di legno. Penetrammo in un giardino il cui pendio andava a morire in un ruscello; pullulava di ulivi, in fondo c’erano alcuni abeti. Sotto una grossa pietra, prese una chiave e aprì la casa nuova e silenziosa che il sole sembrava voler cuocere. Al primo piano, la sala da lavoro era un grande locale di color grigio, illuminato da nord, da una fonte naturale all’altezza dell’appoggio… Era all’opera su una tela che rappresentava tre teschi su un tappeto orientale. Su un cavalletto meccanico che aveva appena fatto installare, vi era ancora una grande tela di donne nude che facevano il bagno. Sulla parete dello studio, oltre alle tele di paesaggi che asciugavano senza cornice, notai delle mele verdi su una tavola…»

Io ho trovato il suo  Atelier esattamente come ce lo descrive Bernard.

Prima che gli intellettuali del suo tempo e la pittura tradizionale accettassero  l’arte di Cèzanne, egli subì vere e proprie torture, l’offendevano e lo deridevano ritenendolo responsabile di grandi offese ai canoni costituiti. A volte erano anche fisicamente violenti nei suoi confronti tanto che non poteva uscire di casa. Solo dopo la sua morte si compresero i suoi capolavori e capirono che aveva dato alla pittura di tutto il Novecento una svolta creativa incredibile A lui si ispirano i Fauves , Picasso ,  Modigliani e gli altri grandi. Il termine Post-impressionismo

( 196 6-1914) fu coniato nel 1910  poco dopo la  sua morte  avvenuta nel 1906.

Visitare questi luoghi è emozionante, c’è ancora il suo grembiule macchiato di vernici, le spatole i pennelli, gli oggetti d’uso quotidiano della sua arte, un bellissimo comò di inizio 8oo e le tele che non aveva fatto in tempo a finire, dei nudi, delle nature morte. L’impressione è che egli si fosse assentato momentaneamente per andare a casa e dovesse rientrare da un momento all’altro per riprendere il suo lavoro.

Anche i luoghi assorbono l’immortalità dell’arte.

Lascio l’atelier accompagnata da Cèzanne, mi tiene stretto il braccio come se avesse paura che io scappassi. Incontro un nuovo elegante mercatino, insieme a lui mi faccio aprire quattro ostriche con tanto limone, chiacchieriamo col nostro venditore che ci indica altri cibi gustosissimi e i famosi formaggi francesi. La città inizia a svegliarsi i bar sono gremiti, le sedie sono disposte a mo’ di anfiteatro in modo che gli avventori con le brioche possono godersi il passeggio e i raggi del sole.  I tavoli sono quasi assenti.

Rifletto insieme al Maestro sull’Impressionismo e sul Post- Impressionismo, conversa con me anche su Modigliani. Lamenta di non averlo mai conosciuto, perché quando l’Italiano sbarcò a Parigi, egli era già morto. Ma conclude che ama la sua arte, come ha amato tutte le Avanguardie.   

Mi dice: Il Post - impressionismo è di derivazione dall’Impressionismo. Movimento che ebbe il suo esordio a Parigi già dal 1800 e che conobbe come suo massimo rappresentante in Claude Monet. Una sua opera  " Impression , Soleil Levant , " o " Impression , Sunrise , diede il nome al Movimento che vide artisti di altissimo valore come  Gustave ve Caillebotte , Edgar Degas , Camille Pissarro e Pierre - Auguste Renoir.

L’impressionismo influenzò altre forme d’arte  come la scrittura.
Il critico d’arte Roger Fry  coniò il termine  "Post  - Impressionismo " nel 1910 e ha avuto un ruolo importante nel movimento . In una sua galleria ha esposto  Paul Gauguin , Paul Cézanne e Vincent Van Gogh .
Anche la Letteratura ha avuto i suoi grandi artisti, per ricordarne alcuni citiamo: James Joyce " Ulisse ", " Eveline " e " Un Ritratto dell'artista da giovane " ; Stephen Crane "The Red Badge of Courage " ; Joseph Conrad " Cuore di tenebra " ; e Virginia Woolf " Mrs Dalloway ". Da queste scritture saranno sperimentate nuove forme, nuovi contenuti, un nuovo lessico, sconosciuto fino ad allora. E’ il lessico dell’animo, dell’inconscio delle emozioni, il lessico visionario dei sogni. Uscire fuori dai canoni volle dire coniugare un nuovo vocabolario che va ben oltre quello oggettivo.

I due grandi artisti dei quali stavo inseguendo le orme non avevano avuto vite felici e quasi non avevano conosciuto l’amore vero di una donna, di una famiglia o di un amico. Cèzanne era stato amato solo  dalla madre, aveva conosciuto un amore matrimoniale tiepido, la sua donna lo lasciò per vivere a Parigi. Quando morì per una polmonite perché sorpreso nei campi della Provence da un terribile temporale, il Maestro era malato di diabete da tempo, lei arrivò al suo capezzale solo  dopo la sua morte.

  Soffro molto quando leggo e scopro o ricostruisco che artisti oggi famosissimi e le cui opere  alle aste vengono battute per milioni di dollari o euro, abbiano sofferto la fame e il freddo , siano stati offesi e disprezzati dai luoghi e dalle persone con le quali vissero o anche convissero.  L’elegante e raffinata cittadina  di Aix en Provence  è così bella e ricca nei suoi musei, nei suoi palazzi rinascimentali, per le sue innumerevoli banche con portali divini che incutono timori per la loro potenza e sembra vogliano sovrastare ogni cosa, ora onorano l’Artista. 

Ora la città onora il genio dell’artista , tutto ad Aix en Provence ricorda il Maestro. La città se ne vanta, ne è orgogliosa, ha vantaggi economici notevoli e la fama la lega a Cèzanne. Tutte le direzioni indicano i luoghi dove Cèzanne  è vissuto: la casa paterna, il negozio di cappellaio del padre, il liceo dove ha studiato  con l’amico Zola, l’atelier e lo studio vicino alla sua casa, ogni spazio ha la sua meravigliosa impronta. 

Come ho già detto Aix en Provence è una città di grande eleganza e arte, ma la cosa più bella è la sua luce, contemplare quei campi colorati, i colori di certe sue rocce  che hanno dato all’Artista la possibilità di conquistare ogni sfumatura , tutti i riflessi e le ombre della luce. Insomma per chi sogna ad occhi aperti  ha l’impressione di passeggiare appoggiata al Suo braccio e lui con garbo ci narra tutto della sua vita difficile, dei rapporti complicati col padre, del rapporto inesistente con la moglie, le critiche feroci  dell’amico d’infanzia  Zola, della sua ipocondria. Del lavoro di ricerca e di rinnovamento  per la sua arte , mai che i suoi capolavori  lo soddisfacessero del tutto. Della furia di una cultura spaventata dalla rivoluzione che Cèzanne aveva innescato.  Commentiamo insieme che una società che non si accorge del Genio e tende a denigrarlo ad offenderlo a distruggere il costruttore d’Infinito, è una società da ricostruire. Cèzanne fu vittima dell’invidia. Fu  amico in giovinezza di Emile Zola, frequentavano lo stesso liceo classico di Aix , erano amici legatissimi, condividevano interi pomeriggi di studio di corse in bicicletta, di sogni, quando la sua arte divenne sempre più fascinosa e divina Zolà fu il primo ad offenderlo. Il povero Cèzanne continuava a chiedere  il suo parere fin quasi  a poco prima di morire, le sue risposte erano sprezzanti annichilenti, velenose.

Cèzanne  non riuscì per lungo tempo a vendere un quadro, agli inizi  non fu un gran problema poiché il padre da cappellaio era divenuto grazie a un buono affare proprietario di una banca ad Aix. Alla morte del padre il pittore ereditò un cospicuo patrimonio,  perse ogni cosa in breve tempo  e visse miseramente tra Parigi ed Aix, a volte ospite di amici.

Intanto sempre legata al Suo braccio arrivo finalmente in Place Saint-Jean de Malte al museo di Granet posso ammirare nove splendide opere di Cèzanne, altre di Picasso e Kandinsky e l’immensa bellezza di opere del passato , anche sculture.

Quando Modigliani nel 1906 sbarcò a Parigi, si misurò con il Post impressionismo. In  questo stesso anno Cèzanne moriva solo e malato, ma i critici i mercanti d’arte si erano finalmente accorti di lui. Come per Modigliani la loro grandezza si colse poche ore prima di morire . Nel Salomne d’Autunne del 1906 Modigliani poté ammirare le bagnanti di Cèzanne e ne rimase affascinato.

 Non posso non ammirare il luogo più amato dal pittore. Egli stesso me lo indica e mi conduce lì quasi al tramonto. In breve mi affaccio alla Collina di  Lauves , si scorge in lontananza Sainte Victorie , quante volte il Pittore l’ha dipinta, sempre diversa, sempre bellissima . Qui lo sorprese un temporale terribile che tre giorni dopo una polmonite  (letale per un malato di diabete) pose fine alla sua vita terrena era il 15 ottobre del 1906. Nessuno lo soccorse, né si accorse della presenza dell’artista che anche in quel pomeriggio d’autunno non aveva rinunciato all’incontro di quell’immenso.

carmen moscariello





sabato 30 aprile 2022

Parole di Ugo Piscopo per la Poesia di Carmen Moscariello

 

NON E' TEMPO PER IL MESSIA opera di Carmen Moscariello Guida Editore.



Vox clamantis in deserto Secondo Auerbach (Mimesis), il modello archetipico del realismo in Occidente in letteratura e nella cultura in genere è la Bibbia. E il Libro è il referente in assoluto per questa nuova raccolta di poesie di Carmen scritte tra il 2008 e il 2011. A cominciare dal titolo, non è tempo per il Messia. Sul titolo è necessario soffermarsi, anche se velocemente, per avere una chiave di accesso alla silloge. L’affermazione perentoria, dal tono amaro e serrato, che dentro strozza la gola, vibrata sul conto di questo (nostro) tempo (come di questo nostro spazio, con le varie latitudini umane) inadeguato, per sfilacciature oggettive e per opzioni, all’avvento del Messia, registra una situazione drammaticamente di dissociazione, sottolinea l’antitesi. E nel segno dell’antitesi è la Bibbia: un racconto ripetuto, talora con indignazione, e variato mille volte sulla dilacerazione fra Dio e l’uomo, a cominciare dal primo esemplare, Adamo, che significa “pelo rosso”, “capelli rossi”, come spiega René Guénon (Forme tradizionali e cicli cosmici). - E ben sappiamo, dalla cultura popolare, che il pelo rosso non promette nulla di buono. Tutta l’oceanica narrazione biblica, ovvero la sua storia infinita, è una mise en scène di uno strappo tra il principio del bene e della luce e l’essere umano, che, in quanto tale, non può non errare e non ripetere suoi sbagli, nelle varie circostanze e nelle più svariate forme in uno stile assurdo 10 di tradimento, di colpa, di stravolgimento dell’ordine del mondo. Così, il teatro della storia diventa il non-senso del fare trasgressivo, omissivo, aggressivo degli esseri umani su uno sfondo oscuro (e conturbante) di una Grande Assenza, che incombe, che parla, che chiama senza essere ascoltata. A questa fonte seduttiva di rappresentazione della Immensa Assenza di Dio nelle vicende umane, “troppo umane”, si potrebbe dire con Nietzsche, se considerate attraverso la specola delle pulsioni all’errore, si richiama Carmen nel titolo, citando il Messia e ponendo tra Lui e la realtà contemporanea un netto discrimine, per scelta, ottusità e brutalità del nostro fare. L’Autrice conferma di virare nella sua navigazione ideale ancora e sempre in questa direzione anche dopo, a cominciare dall’epigrafe messa in evidenza prima di iniziare il suo discorso, tratta significativamente dal Libro dei Salmi, I, continuando poi con vere e proprie “stationes” sacre, dalle forti consonanze jacoponiane, e con altre soste che oggettivamente sono intrise di sentimento religioso verso la vita e le sue fenomenologie, prevalentemente, se non esclusivamente antropocentriche. Sino ai ripiegamenti sul privato, agli attingimenti di plaghe di rasserenamento, nelle confidenze alle carissimo figliole Lara e Silvia, e alle trepide consegne a futura memoria alle stesse di irrinunciabili punti di orientamento, come, ad esempio, questi: “Quando non ci sarò più sentitemi ancora avvolta / nei vostri cuori di figlie adorate. / Vi prego vivete nel sole / e nel vento, come io vi insegnai” (Testamento). Il biblismo, qui, si è fatto carne della propria carne e la prospettiva del Libro di proiezione morale in libertà e in responsabilità oltre l’ordinarietà degli sprechi, degli sbagli, delle tautologie verso altre frontiere, verso la luce, qui si cala spontaneo in parole non ottative, né esortative, ma di esposizione a viva voce di un modo di esserci nella gioia dell’avventura e nella libertà, analoga a quella che prova sulla propria pelle chi si trova a muoversi nel mondo quotidiano “nel sole e nel vento”. Queste felici soluzioni della diegesi della contraddittorietà senza scampo concernente la inesorabilità 11 del dolore nella esperienza di vita di ciascuno di noi e nel mondo complessivamente non sono rare nel poetare di Carmen. Esse ricorrono soprattutto negli squarci concessi alla vita privata, come in Ciottoli, dove si corregge con un anticlimax l’interpretazione montaliana del “male di vivere”: “Se penso al bene di vivere, penso alla madia / piena che cresce il pane nella notte / all’acqua che nutre il pane / alla vita che seminò nell’acqua”. Come in questo idillio elegiaco con la memoria del padre: “Eri lì, alla finestra di casa / osservavi la mia tenera mano / che chiudeva una lucciola // Ti rividi in terra straniera / là dove non volevi morire / condannato a un quadrato di terra’’. Ma anche là dove la parola si scheggia, vibra strappata a un contesto comunicativo ordinario, e dove è lutto un susseguirsi di immagini per scaglie, per baleni accecanti. O dove la sapienzialità viene interrogata e saggiata liturgicamente e per assunzioni concettuali, si sente ansimare il presente, l’inquietudine lievitante della partecipazione al dramma della vita. 

Ugo Piscopo




martedì 19 aprile 2022

Il Poeta Renato Filippelli legge alcune delle opere d i Carmen Moscariello "Lirica per vocazione"

 




Dicono di noi






 Prefazione all’opera Eleonora dalle belle mani, Bastogi Editrice 2005

 

   Eleonora Duse, “La Divina” Eleonora, la grande tragica che D’Annunzio, suo celebratore e carnefice, identificò con l’emblema del “patimento creatore”, fornisce a Carmen Moscariello la materia di questa pièce che credo di poter collocare fra i più interessanti frutti della stagione letteraria in corso.

   Evocare la Duse senza metterle accanto o di fronte l’autore de Il fuoco (quel D’Annunzio che fu suo amante, sempre in bilico fra l’ammirazione per l’attrice ed un sostanziale rifiuto della donna, gracile e malata di etisia) sarebbe stato un azzardo.

   La Moscariello, non nuova a queste appassionate rivisitazioni di personaggi femminili, sacri alla storia antica e moderna dell’umanità, ha voluto che il messaggio esistenziale della celebre Lenor passasse attraverso l’esperienza del suo amore per l’Immaginifico. Di qui la decisione di aprire larghi spazi al Pescarese e d’illuminarne,  con tocchi rapidi ed incisivi, la personalità contraddittoria, con le sue cadute nell’animalità dell’istinto sessuale, ma anche con le sue impennate verso le plaghe della spiritualità e della poesia mitizzatrice.

   Difficile era il governo artistico di due personaggi così complessi e sfuggenti, così radicati nel magma dell’esistenza e così protesi alla fictio di una vita ideale, così pervasi di terrestrità e così disposti alla sublimazione onirica. Occorreva uno sguardo capace di cogliere al fondo di tante incarnazioni effimere un nucleo morale stabile, da assumere come chiave interpretativa unificante. In altre parole, si poneva la necessità, per quanto riguarda la Duse, di attingere il segreto della sua verità anche quando l’attrice continuava ad essere tale, pur essendo uscita dalla finzione scenica, e per quanto attiene al D’Annunzio, occorreva rimuovere le incrostazioni delle pose superomistiche e dei cinismi d’epoca per portare allo scoperto le fonti della più autentica ispirazione poetica ed i tratti di un’umanità fragile, in fondo, e bisognosa di rifugi protettivi.

   La Moscariello ha dimostrato  di possedere questo metaforico sguardo che giunge alle radici dell’anima e le abbraccia con trepida pietas. Lirica per vocazione, ella ha colto in questo suo dono un rischio ai fini della strutturazione drammatica, e l’ha tenuto sotto controllo, fino a quando le situazioni non postulassero l’abbandono all’onda spiegata della poesia come ritmo e canto. Voglio dire che il testo in

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questione attua la propria articolazione teatrale anche attraverso inserti di situazioni e di dizioni realistiche aspre e crude. Si veda l’incipit dell’opera: quell’esplosione d’invettive di Maria Gravina, amante insaziata, contro D’Annunzio, scoperto infedele

e si considerino anche gli scatti della stessa Duse di fronte ai comportamenti del suo poeta, che in Lei tradisce la donna e l’artista, ed ancora le aggressive rampogne di Matilde Serao all’uomo che continua ad infliggere disastri morali e finanziari alla grande attrice. In questi passi dell’opera la Moscariello si serve di un radicale espressionismo in funzione felicemente caratterizzante, ma subito dopo, come a garantire l’equilibrio tonale dell’insieme, inventa un dialogo tra i due amanti, che ha la grazia di una indubbia conquista poetica su registri sommessi e come incantati.

   Questi momenti pervasi dalla pura liricità lasciano prevedere il tema del finale trionfo ed illusorio movimento di ombre. 

   A ripercorrere il testo di questa autrice, il lettore difficilmente dimenticherà l’ultimo atto, che dà rilievo di statua sacra alla Duse, ma altresì umanizza la figura del D’Annunzio che alla grande tragica chiede il sostegno di una comprensione materna.

   All’ombra della donna da Lui umiliata ed offesa in più luoghi de Il Fuoco ora il Poeta potrebbe dire quel che disse alla madre in una celebre lirica del Poema Paradisiaco:

L’anima sarà semplice com’era

Ed a te verrà, quando vorrai, leggera,

 

 


 

 

 

Nel suggestivo testo di Carmen Moscariello la Duse si fa mediatrice di questo junghiano ritorno del Poeta alla semplicità ed all’innocenza del suo tempo d’infanzia.

 

 

  

Renato Filippelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

Prefazione a “Il Presente della Memoria” Pubbliscoup, 1994***

 

   Tralasciando – forse per il loro taglio cronistico – i numerosi articoli pubblicati su “Il Tempo”, dove pur apprezzammo il coraggio e la coerenza della militanza civile a specchio di una rigorosa deontologia professionale, Carmen Moscariello ha qui raccolto gli scritti che documentano i suoi interventi nel settore della letteratura e dell’arte.

   Si tratta di pezzi a mezza strada fra l’articolo recensivo ed il saggio di più larga economia: prove, questi e quelli, di un’intelligenza intuitiva esercitata fuori dagli schemi scolastici e dalle formule canoniche, e perciò mobile e fresca nel gioco delle interpretazioni.

   Carmen, sia che profili Bertolucci o Turoldo, Maraini o il sottoscritto, fa vibrare la corda di una sensibilità nervosamente reattiva al nucleo vitale della poesia.

   Poetessa lei stessa, coglie d’istinto, e delimita con strumenti elementari e quasi rabdomantici, la zona in cui l’evento creativo brucia le ultime scorie della convenzione letteraria e del mestiere. L’adesione sintonica (un impulso, certo, ma pure un metodo che richiama Renato Serra ed altre spine nel fianco della critica togata e robotizzata) spiega, anche, negli scritti qui antologizzati, l’assunzione di un linguaggio duttile e sciolto, dove il concetto si veste d’immagini ed apre un colorato ventaglio metaforico.

   Occupandosi anche di scrittori ed artisti del Sud Pontino, Carmen dà una ulteriore prova  della sua apertura alla vita culturale della zona geografica in cui vive e lavora.

   Ricca di fermenti, di potenzialità, di preziose riserve intellettuali è questa zona: ma sembra davvero che la sovrasti, come una maledizione biblica, l’antica sentenza per cui nessuno è profeta nella propria patria. Fuor di metafora, scrittori ed artisti ragguardevoli restano, qui da noi, nell’anonimato negletti non solo dalla così detta cultura ufficiale, che impone costi altissimi dai quartieri di tangentopoli, ma anche da chi, salito appena di un gradino sulla scala dei presunti valori gerarchici, disdegna i vecchi compagni di viaggio …

 

 

 

 Carmen ha rotto questa vile consuetudine provinciale. L’amore per l’arte, così istintivo in lei, ha trionfato sul gretto calcolo delle opportunità e sulla logica dell’invidia. Ecco un altro titolo di benemerenza per questo libro al quale auguro simpatie e fortuna.

 

Recensione all’opera “Gli occhi frugano il vento”, Bastogi Editrice,1999




 

Questo libro-opera prima di una poetessa già largamente gratificata dalla critica e dalle giurie di premi letterari italiani  avrebbe fatto la delizia di André Breton: ha tutta l’aria di un incunabolo del Surrealismo europeo.

La filigrana surrealistica s’avverte già nel felice ardimento del titolo:in quel vento che non fruga, ma è frugato e si fa duttile al gioco dell’invenzione simbolica. Ma allora-dirà- che senso hanno, in un libro strutturato come un taccuino di viaggio le frequenti  notazioni storico paesaggistiche?  E non è forse vero che il ritratto di Parigi , con cui s’apre il discorso, attira il lettore per certa puntuale aderenza di linee e cromie?

Un’inchiesta in tal senso mena alla scoperta di uno stato d’animo contristato e contratto , che investe le cose con sorda violenza per liberale dalle maschere della convenzione e dall’artificio. In altri termini, il realismo demistificatorio  di certe rappresentazioni di ambienti e di personaggi  non è per la poetessa un fine, ma un mezzo:è la spinta a superare il reale della cronaca e della storia, per aprire varchi o svincoli alla fantasia ansiosa di ben altri approdi.

Temperamento romantico , nel senso metaforico che possiamo ragionevolmente attribuire a questo aggettivo stuprato dalla critica, la Moscariello cerca salvezze nel dominio del sogno e della favola: e scopre i cieli aperti e profondi del surreale, per un bisogno morale, ancor prima che estetico.

Torniamo al ritratto parigino. Vi troviamo tutti gli ingredienti canonici :La Senna, la Bastiglia, Notre Dame,la Tour Eiffel,la Rive Gauche,l’Arco di Trionfo, il ricordo di Villon e di Baudelaire, l’Hotel De Ville,il can can il turista esotico in cerca d’avventura. Ma questi dati non si compongono in pacifica oleografia, ,ed anzi ,

 

la sua fantasia si libra franca e luminosa, con movimenti d’allodola. In questa dimensione, gli affetti , senza nulla perdere dell’intensità con cui nacquero, si decantano di ogni asprezza immediata e si avvolgono in un non so che  doratura di grazia ,propiziando conquiste di compiuta poesia.

Chi legge con un minimo di adesione simpatetica componimenti come “A Silvia”, “San Valentino”, Canzone di primavera” o quello che ha per incipit il verso “Raccontami la favola de lupo e della casina delle rose”(tutto trepido e vivido di maternità tutelare) può misurare il grado di purezza lirica  a cui la Moscariello giunge, quando la sua tecnica di vanificazione del reale schiude gli orizzonti del fiabesco, sulla scorta del surrealismo visionario.

 Renato Filippelli

 

 

Tutte le donne di D'Annunzio La piéce



 


di ANNA GALISE FORMIA — Successo per l'opera teatrale «Eleonora dalle belle mani» di Carmen Moscariello, di Formia.

 

Dalla Notte Bianca a Castellone giovedì scorso, dove alcuni frammenti della pièce sono stati replicati per ben cinque volte. L'opera, in tre atti, poi, sarà anche quest'anno al centro della rassegna teatrale Cassinoarte, palcoscenico il Teatro romano di questa città. «Eleonora dalle belle mani», in scena il 7 settembre prossimo alle ore 21:00, tornerà poi a Formia nella Corte del Palazzo comunale il 22 settembre, sempre alle 21:00. L'opera teatrale offre al pubblico una strada nuova di lettura non solo della grande attrice Eleonora Duse, ma anche del pensiero e della vita di Gabriele D'Annunzio, il Vate. L'opera della Moscariello mette quindi sullo stesso piano la vita di D'Annunzio con quello delle donne da lui amate e abbandonate, anche la dannazione finale delle loro vite fa parte del fascino erotico, della passione della carne. Lo stesso D'Annunzio, nel terzo atto viene immaginato solo e disperato che rinnega quello che nella vita aveva sempre inseguito, arrivando a definire: «le donne, piccole, miserabili e vane». A tal punto l'intreccio sessuale influisce sulla personalità degli artisti che lo stesso D'Annunzio è interpretato da una donna, sconvolgendo così tutti i canoni e dando vita a qualcosa di arcano e fascinoso, demoniaco, fatale, tutto da scoprire. La regia dell'opera teatrale è della stessa Moscariello.

 

Anna Galise

 

 

 

 

 

 

N. PARDINI: LETTURA DI “TUNNEL DEI SOGNI” DI CARMEN MOSCARIELLO




Carmen Moscariello: Tunnel dei sogni. Il Convivio Editore. Castiglione di Sicilia. 2016. Pg. 56. € 7,00

Carmen Moscariello ci sorprende sempre per le sue soluzioni creative. Questa volta lo fa con una plaquette editata con i caratteri de IL CONVIVIO EDITORE,  Castiglione di Sicilia, in cui ci propone un poematico e diacronico corpo intimistico. Una bella pubblicazione: elegante e raffinata per copertina, impaginazione, carta; comprende due sezioni: la prima UNA POESIA AL MESE 2017, in cui ogni pièce è preceduta dal calendario dei 12 mesi; la seconda  ANTOLOGIA POETICA di  14 composizioni. Un percorso di grande intrusione ontologica e di efficace resa poetica. La Scrittrice si abbandona a ricordi, meditazioni, considerazioni su un mondo per niente accettabile, anzi sempre più cadente e decadente per povertà  umana, grettezza sociale, e silenzio morale, dove le basse nuvole furono/ sodalizio in concerto/ di infiniti dolori.; dove  E’ una cappa la città/ è qui l’umore fetido/ del destino/ anche quello dei bimbi/ uccisi dalle terre dei fuochi; e dove le industrie del Sulcis/ sono mostri cadaverici/ lugubri rosai si frangono/ nella ferocia dei fanghi rossi;  dove La poesia non scorre;…;  dove Tutto il bene si trasformò in odio/ come la roccia non ho sete, ma/ le fenditure sono i segni di un’accetta/ che senza pietà uccise chi ti alzò dal fango; per concludersi in un dicembre melanconico e risentito per tutte le aporie di questa società;  è qui che la Moscariello  si abbandona ad una corsa au rebours per tornare alle radici e con fremiti di lirica effusione dona tutta se stessa ad una parola calda e irruente per un mondo per niente nuovo  fatto di anime innocenti che vagano alla ricerca di una terra:

(…)
Si perderà ogni cosa? O l’abbiamo già persa?
Su scale polverose e in salita
il mostro saluta con un sorriso affabile
per poi mostrare il suo maledetto ghigno.
(…)

Nell’ANTOLOGIA c’è un forte ripiegamento per  storie di dolore e di miserie che imbrattano l’esistere di questa umanità; Place de la République, la Bastille: una camminata su la promenade de La Ville Lumière, attraverso bellezza e tragedia; quando un riposo panico di fronte ad una natura che sprigiona la sua innocente rinascita prende l’anima e il cuore della Nostra: mi piaci quando stai per partorire/ l’alba, l’attendo come se ogni giorno/ debba portarmi gioia e speranza,/ coltivo i profumi/ nel mio tunnel dei sogni. TUNNEL DEI SOGNI, titolo emblematico. Sembra quasi che sia questo  il medicamento della vita: il sogno. E d’altronde ne fa parte, è in esso che spesso ci rifugiamo per incontrare il Bello, il riposo, la quiete,  e perché no, quelle figure che, pensate e ripensate nella realtà, ora tornano intatte nella loro purezza. Ed il voyage della Moscariello continua nella sua Parigi: Ti ritrovo sempre mia/ splendida città/ anche ora che le tue strade bevono / sangue innocente./  Perduta ho nella  notte ogni/ melanconia…./ Promenade de Dieux,/ promenade d’amour. Un dipanarsi oscillatorio di tristezze e di speranze con:  Ho visto morire il Sud, Le repas frugale, gli interrogativi sull’esistere: Ma tu, mia vita, / quali strade ancora percorri?, la madre in preghiera, lavatoi di sacrifici, sudori di padri: Ora riconosco/ le spoglie dei morti/ ne travalico la siepe del Serra/ ho visto molto chiaro/ le ferite che ancora sanguinano/ non so chi siete voi, col vostro randello,/ segnate il destino di molti. Forse tornando all’origine in un percorso a ritroso si possono ritrovare abbracci, e carezze di padri e di madri smarriti in strade di luce. Ed è in questa lirica La vita regredisce che la Nostra riesce a raggiungere vette di un lirismo talmente denso, pulito, e senza macchie da sollevarci sopra una torre d’avorio da dove la Poesia domina e guarda dall’alto le nostre misere e fragili spoglie mortali.

Nazario Pardini

Una recensione per Carmen 


di

Biagio Scognamiglio




            

venerdì 25 marzo 2022

Aldo Masullo parla del Modigliani di Carmen Moscariello

 






Carissima prof. Carmen, finalmente è arrivato il Suo affascinante Modigliani. Ordinato non secondo una banale architettura critico-espositiva, ma a ondate di vibrazioni narrative penetranti ogni volta da un lato diverso nella complessa e irriducibile realtà narrata, il lavoro ricompone in unità i mille momenti di una straordinaria esistenza bruciante di febbrile creatività artistica. Dunque vivissimi

complimenti

e fervidi

auguri

di successo di lettura. Grazie infine per la generosa dedica ad un vecchio che della libertà è solo ancora un appassionato trepidante allievo. Un forte abbraccio. Aldo Masullo

martedì 15 marzo 2022

 


Giorgio Moio , Finzioni

Interviste fantasma

Nota di Carmen Moscariello

Come in un Film. E, ancora una volta” il potere del linguaggio” di Giorgio Moio si ripropone come visualità e urgenza di confronto, come spazi per la fisiognosia che nonostante l’affermazione perentoria di “Interviste fantasma” esse si manifestano più che mai vive e propositive, bene inserite nel tessuto reale  e nella natura.

  L’incontro è con” i morti”. Mi sono chiesta più volte man mano che leggevo e assaporavo le pagine di questo intenso e originale libro,  come mai Giorgio Moio non abbia deciso di intervistare personaggi in carne ed ossa del nostro tempo? Forse perché i moderni sono più che mai soggetti e sottoposti alla precarietà e al vago assoluto del vivere? Certo nel mondo dei morti egli si muove con disinvoltura e cognizione di causa. Vuole sapere sulla storia, sulla canzone, sulla filosofia , sulla poesia, sull’arte, insomma vorrebbe vederci chiaro sulla vita e sulle sue continue contraddizioni, contrapposizioni, cadute. Le pagine hanno molto fascino ci catturano e ci illudono mentre ci incamminiamo nel mondo delle ombre come già fece Enea, Dante e altri grandi. Egli con  la sua solita non chalence , con le mani in tasca e con il suo cervello che gira a mille inizia i suoi dialoghi. Uno tra i suoi più affascinanti e intensiè con una Donna, e che Donna! Fa parlare Sibilla Aleramo e le fa raccontare i risvolti di tutta una vita. Insomma “il Poeta d’Avanguardia” come lo definisce il Grande  Piscopo inizia dal femminismo come farebbe un galantuomo o meglio un cavaliere. Il suo parlare non è irriverente, ma è libero da stucchevoli annegamenti. Le fa dire dei suoi amori, delle sue lotte per l’affermazione della libertà della donna, l’urgenza del rispetto per  quest’essere divino, delicato e capace di buona poesia senza curarsi di togliere il trono all’uomo.

Va a cercarsi anche personaggi spigolosi che in vita male accetterebbero un’intervista, non perché a farla fosse stato Giogio Moio , ma perché non volevano e non vogliono essere invischiati in fatti umani, i quali se volgari potrebbero coinvolgere chiunque. Ed eccoci di fronte a Lucio Battisti, chi non lo ha amato e cantato, egli è il maestro del canto- poesia, della primavera in versi, del riserbo della sua chitarre, Moio abile e rispettoso delle Sue canzoni gli fa spifferare tutto, anche le amarezze post mortem , poiché certi artisti veri non vengono lasciati in pace nemmeno dopo morti. L’ autore mette in luce un aspetto importante del rapporto tra chi scrive e chi legge. Quante volte studiando un autore lontano non ci siamo sentiti chiamare in modo suadente attrarre nelle loro vite, ed essi senza ritegno ci spifferano tutto anche quello che loro non sono riusciti a dirci troppo chiaramente in vita. A chi scrive succede. Posso giurarvi  che ho visto risorgere dalle mie pagine di lettura la poetessa Amelia Rosselli e,( i dissacratori dei sogni certamente rideranno) e Giordano Bruno ancora irruento e arrabbiato con la Chiesa che ad  oggi  non l’ha veramente perdonato. Per me sono stati sprazzi disordinati che hanno sorpreso  la mia mente,  che è rimasta piacevolmente attratta da quelle vite intense, indimenticabili. Ebbene, l’ateo Giorgio Moio ci dimostra concretamente che ci sono altre vite non meno intriganti e favolose di quelle che noi viviamo ogni giorno. Solo l’incontro con il dolore di Leopardi mette un po’ a disagio l’ Autore di fronte alla mente immensa e tormentata del Poeta di Recanati. Lì si vuole far luce sul pessimismo e Giorgio Moio guida Leopardi (è proprio lui che guida il grande genio!) a comprendere che la vita va vissuta intensamente in ogni suo aspetto e in essa è l’universo, il cosmo che attizza il pensiero e ci aiuta a credere. Le interviste del libro sono 49 , smilze, veloci, non si attardano, danno in poche battute l’essenza e sanno costruire intorno a questa le parole giuste. E’ un libro che si legge d’un fiato e qui  si può incontrare in maniche di camicia fraternamente Borges, Federico Garcia Lorca, Rose Luxemburg, Giorgio Manganelli, il dolce rivoluzionario Neruda ,l’enigmatico Pessoa , Antonia Pozzi ,Ungaretti, e tanti altri. E’ un libro carico di vita, molto razionale, non ha fronzoli è diretto e vero, molto originale.

Carmen Moscariello