martedì 27 febbraio 2018

La Poesia di Michele Urrasio e gli "scompensi" del cuore.











Con il cuore dolente e l’azzurro nell’anima

a te che già vivi nel futuro
In questo tempio di memorie
- dove ombre e parole racchiuse
nel silenzio ripetono il fremere
delle voci perdute in una nuvola
di gelo - scrivo a te, fragile vena
assettata di vita, con il cuore
dolente e l’azzurro nell’anima.
L’assenza è il sasso in bilico
su questa scogliera in ascolto
sull’abisso e il riscatto
è la forza di negare il nostro
cedere alla furia di questo
vento che piega gli attimi
in respiro e volge in fuoco
il cristallo di una lacrima.
Scrivo a te che, povero di anni,
ignori il calore del focolare
spento, il sibilo della sirena
mordere il buio, il ricordo
del pane farsi ansia e pena
nelle ore insonni
delle nostre tenere stagioni.
Ti scrivo perché la perla
di rugiada – linfa allo stelo
riarso – non diventi goccia
di pianto e il manto infinito
del cielo avvolga di calore
il tuo cuore fanciullo.
Vivi nel turbinio delle piazze
in rivolta, smarrito nell’indifferenza
del domani, nella violazione
cieca del diritto di credere.
Ma hai lo spazio di gridare
la tua libertà, il privilegio
di sperare che il lento calpestio
della notte forzerà il sole
a illuminare i tuoi segreti.
Ti scrivo per esortarti a essere
uomo in ogni espressione.
A inseguire con tenacia
quella parvenza di luna
che trema
e palpita ignara di ogni
minaccia che sale
dall’inquietudine del tuo mondo.
Disperdi con la luce del tuo
credere le nubi trafitte
dai grovigli di ferro pronti
a impigliare il tuo diritto,
e inventa spazi e orizzonti
sepolti dai solchi dell’oblio.
E non sarai solo, mai,
se il tratturo dove lotti
di inventare la vita avrà
barlumi di luce: sarà la foce
smarrita in questo mare
di sguardi pronti ad imprigionare
lampi di gioia nel guscio
vuoto delle nostre mani.

Michele Urrasio
Pubblico su il mio "Levriero" questi versi di Michele Urrasio. Essi sono l'esempio di quanto grande possa essere il cuore di un poeta. Egli viaggia nell'immenso, fa si che ciò che potrebbe essere dolore e perdizioni si può trasformare prima in preghiera e poi in atto d'amore. Sostengo da molto che il mondo ha bisogno della Poesia, non del generico lamento poetico, ma di una poesia che sia ardore e canto che insegni soprattutto alle giovani generazioni, ma a tutti noi e soprattutto a quelli che l'hanno dimenticato, che la poesia è dramma e amore ,è pane, è abbraccio, è natura -uomo-Dio .I versi di Michele Urrasio aprono le porte a un mondo da conquistare, da amare e rispettare, è l'invito a non  chiudere le porte, a sapere apprezzare il profumo del pane e della libertà, beni preziosi per i quali molti eroi sono morti. Pensare, ragionare, capire sono le essenze che ci rendono umani.  

 

È una composizione di Michele Urrasio di ampio respiro. Il poeta abitualmente ama riassumere nel raggio di pochi versi i frammenti del suo sentire.

Nel chiuso del suo studio – dove conserva gelosamente memorie e affetti – Urrasio rivolge la sua parola "con il cuore / dolente e l’azzurro nell’anima", mediante un’efficace sinestesia, a quanti hanno lo sguardo rivolto al domani e già sperano in un futuro migliore.
Scrive perché i giovani conoscano il valore del calore domestico, il prezzo sacro della libertà, le sofferenze e le rinunce che essa è costata: il freddo dei giorni incerti, il timore della solitudine, l’incubo della tragedia, il delirio dell’abisso, l’ansia scontata «nelle ore insonni / delle nostre tenere stagioni».
Vibra in questi versi il desiderio di mettere in guardia e di proteggere i figli, i nipoti, le nuove generazioni dal pericolo che «il turbinio delle piazze / in rivolta» possa costringerci al silenzio e che la luce della speranza e "il sole" non riescano più a «illuminare i nostri segreti». Esortazione accorata a essere se stessi oltre ogni apparenza, a essere uomini in ogni espressione, inseguendo, fermi e decisi, la determinazione a esorcizzare «la minaccia che sale / dall’inquietudine del mondo».
In questo modo, così soltanto, si potranno disperdere «le nubi trafitte / dai grovigli di ferro» – tragica testimonianza di un doloroso passato – e inventare una vita densa «di sguardi pronti a imprigionare / lampi di gioia nel guscio / vuoto delle nostre mani».

Con il cuore dolente e l’azzurro nell’anima è il grido del poeta che conosce gli scompensi del vivere, il peso dell’indifferenza, e auspica che il nostro pianeta abbia "spazi e orizzonti" sempre più liberi, sempre più sereni.

sabato 24 febbraio 2018





Il Parco Storico Sichelgaita, il Club Inner Wheel Paestum "Città delle rose" ,

il Soroptimist Club di Salerno,

presentano



"Cara Matilde"
- la Serao, la scrittura e la vita -
(Kairòs edizioni)
di Lorenza Rocco Carbone

Con l’autrice intervengono Alberto Granese e Marcello Napoli

Indirizzi di saluto: Clotilde Baccari Cioffi, Annamaria Esposito Alfano, Alma Alfano

Letture di Paola Greco (attrice)

Interventi musicali di Paolo Carlo Monizzi






Libreria Imagine’s Book C.so Garibaldi, 142 Salerno - martedì 6 marzo 2018 ore 17:30

domenica 18 febbraio 2018

Titoli di alcune opere di Carmen Moscariello



Proserpina. Tre atti preceduti da un preludio libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Bastogi Editrice Italiana, 2003

disponibile 3/5 gg

€ 7,00


Giordano Bruno. Sorgente di fuoco libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Guida collana Lettere italiane, 2011

€ 10,00


Non è tempo per il Messia libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Guida collana Lettere italiane, 2012

disp. incerta

€ 9,00


Destini sincronici Amelia Rosselli e Rocco Scotellaro. Con lettere di Rocco Scotellaro e Michele Prisco libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Guida, 2015

disp. incerta

€ 12,00


Ugo Piscopo terra della sera. Visioni libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Guida collana Pagine d'autore, 2014

€ 7,00


Tunnel dei sogni libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Il Convivio, 2016

€ 7,00


L'orologio smarrito libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Guida collana Pagine d'autore, 2014

disp. incerta

€ 7,00


Oboe per flauto traverso. Parole per Ugo Piscopo libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Guida collana Lettere italiane, 2013

disp. incerta

€ 5,00


Elelonora dalle belle mani. Dialogo segreto tra Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio. Opera drammatica in tre atti libro




libro   Moscariello Carmen 
edizioni Bastogi Editrice Italiana, 2005

disp. incerta

€ 7,00


Gli occhi frugano il vento libro



sabato 17 febbraio 2018

Dal profondo












L'uminescenze dal profondo

acqua ad acque materne corona
… una donna incinta si bagna la pancia nel mare
il feto scalcia per spezzare l’incantesimo

portandomi per aggiungere mare
alle tue acque materne
ti fu tentazione
l’andare oltre nel sole
sprofondare
… tu sola mandrina
del tuo essere madre
né compagno né marito ad assisterti da riva

ero
il tuo piccolo “sì”
ai “no” della vita
cominciando insieme a balbettare il tuo primo
linguaggio di madre
essenziale
al primo battere delle mie vene
… strategia di affondare
agli ultimi gradini e ai limiti estremi
incanti del profondo
per farmeli poi risalire
con il loro coro abissale

- ancora mi fai paragone
con la vita troppo grande
che non poteva starci tutta nel tuo ventre,
al massimo un’imitazione
a miniatura, un’illusione fondata:
ed eccomi

- io cerco un ventre
orgoglioso e umiliato
per morirci teneramente
come ci sono nato



Le poesie (Mondadori, 2015)

mercoledì 14 febbraio 2018

"Ipotetico approdo": la raccolta poetica di Claudia Piccinno, "nomade in viaggio senza soste" alla ricerca dell’invisibile speranza


 
Una poesia in crescendo, sempre più radicata nei vissuti problematici dell’esistenza umana e capace di farsi "ermeneutica" del sentire collettivo e del bisogno di socialità quale orizzonte di neo-umanesimo profondamente necessario nel nostro tempo, ci pare quella contenuta nell’ ultima silloge poetica " Ipotetico approdo", bilingue, italiano-inglese, Mediagraf Edizioni, 2017, di Claudia Piccinno, poetessa di origine pugliese che vive e insegna in Emilia Romagna.
L’autrice, "nomade in viaggio senza soste", cammina sui sentieri della vita con la consapevolezza di non avere certezze ma di poter dire, quasi mutuando il detto cartesiano, "dubito ergo sum", e , così, continuare a credere nel sogno della vita, inerpicandosi "a nuvole mai dome / per afferrare l’invisibile speranza".
Ed è proprio questa "invisibile speranza" che alimenta nell’autrice, mentre si specchia nel vetro della sua coscienza, la necessità di combattere la battaglia della vita, ove spesso tutto è di plastica e costringe a barcamenarsi tra "sorrisi mediatici":
"Residuo di petrolio
nel cuore di un’ameba
si fa plastica nelle strette di mano,
nelle rivalse di comari ignoranti.
Plastica nei sorrisi mediatici
Collaudati per pedrigree.
Plastica nelle strettoie verbali
Per saggiare
L’ingenua di turno.
Plastica, plastica ovunque.
Ed io…resto vetro".
(Nei sorrisi mediatici)
E la Piccinno si affida al verso per ritrovare se stessa e per incamminarsi con una meditazione dolente verso l’"approdo ipotetico" possibile, quello dell’ "humanitas, dell’ "honestas", termine, quest’ultimo, che indica anche bellezza: la bellezza della verità, dell’accoglienza e dell’amore; la bellezza che sa "divulgare /multipli d’amore" e che mantiene la trasparenza della relazione: "…Sono mesi che ho perso il tuo sguardo / l’ho barattato ormai / con una lista interminabile di ciao, come stai, /sei bellissima, sei fantastica, / e via dicendo…"; ed ancora, la bellezza della discrezione che non invade ma sa mettersi in ascolto; la bellezza della pace che ha il nome della giustizia: "Sui fogli bianchi / che mi hai donato, /inchiostro di pace / ho seminato, perché germogli la Provvidenza /proprio per chi / non sa stare senza(…) Rinchiusi nelle celle / del pregiudizio, /muoiono piano / come all’ospizio,/ valori gravidi / di pace e amore, / che della guerra /annullerebbero il vizio (da: "Inchiostro di pace").
"Ipotetico approdo" è una raccolta che conosce le modulazioni di un cuore aperto alla Trascendenza, alla voce di Dio; non il Dio dei filosofi, ma il Dio chiamato "Abbà", Padre, che la poetessa invoca come luce sul sul cammino ("Sia lampada ai miei passi / la tua parola, perché io scopra / nella preghiera / il vero antidoto / all’altrui indifferenza …") e al quale pone i suoi dubbi nel quadro di un rapporto tensionale tra fede e ragione:
"… S’interroga mesta
la mia ragione
consapevole che la tenzone
resterà desta
e senza risposta
finché la mia fede
non verrà ben riposta".
C’è in questi versi la dialettica tra bene e male di un’anima che vive una sofferenza interiore nell’interrogarsi sul perché del male mentre porta i suoi studenti "al cippo di Sabbiuno di Piano / a leggere quei 34 nomi tenendosi(ci) per mano", che ricordano " i caduti in quel 14 ottobre del ’44"; c’è il dolore nel rievocare il tempo sulla "rotaia pigra / tra quesiti esistenziali / e indomiti perché / senza soffocare / irrazionali voglie / e immotivati sguardi, / curiosità remote / e intuizioni accidentali.."; c’è, ancora, la parabola di un crudo realismo che vede i tratti della sofferenza nella poesia dedicata ad un bambino affetto da autismo, nell’urlo silente di una madre che si duole nell’animo del bruciore di un atavico ed immeritato male, e nella desolazione delle Lande che "invocano l’oblio" e delle "distese provate / dalla bufera della follia, / dall’ignavia della razionalità / dall’invidia dei perdenti.." (in "Lande desolate").
Sullo spartito di questa dolente riflessione, Claudia Piccino si dibatte "sul dubbio / alla ricerca del vero", sul perché dell’ingiustizia, delle divisioni, delle menzogne, non piegandosi, tuttavia, a "rancori malcelati", a "bugiardi di turno", a "comode opinioni", a "sorrisi mediatici", ma affidandosi alla compagnia della fede: "…Mi fu compagno / solo l’incauto verbo / e un dì trionfai / specchiandomi nel vetro".
E’ la pace ciò che sta a cuore alla poetessa, non solo quella sua personale, ma dell’umanità, di ogni uomo ( "…Pace in primis nello sguardo di ogni uomo, / nei rapporti interpersonali /, nella convivenza sul pianeta / tra i regni naturali…"; è una pace universale che viene invocata per tutti: le persone, la natura, gli animali, governanti, ospedali, associazioni, perfino per " chi ne parla senza esercitarla".
Quel che caratterizza la versificazione di Claudia Piccino è quella impronta vitalistica che la lega ai fatti, ai ricordi, a figure, analisi, paesaggi, memorie, con una compresenza di livelli di significato che rendono la sua parola polisemica, ricca di grazia musicale e modulata da un ritmo che crea e si fa immagine. E le immagini che scorrono in questa silloge sono spesso taglienti, svelano verità nascoste nel silenzio delle parole, aprono orizzonti ove la costante tensione dialettica tra fede e ragione, finito e infinito, bene e male, luce e buio,
si fa – diremmo con Paul Claudel – "connaissance", cioè "conoscenza" nel senso etimologico francese di "co-naissance", che significa "nascere insieme al mondo", prendere consapevolezza della solidarietà che lega gli uomini gli uni agli altri e al mondo.
E le poesie di Claudio Piccino mirano proprio a sollecitare questa "co-naissance", e a determinare, pur se a livello embrionale, una gnoseologia incarnata nelle contraddizioni dell’esistenza con l’intento di svegliare coscienze assopite e indifferenti di fronte a profughi, emigrati, naufraghi, guerre, ingiustizie, povertà, solitudine.
Quando nella lirica "Parlami Padre", la poetessa chiede a Dio di spiegarle "il peccato / senza veli", di risponderle "di Eva e le sue colpe", essa si fa voce di una domanda collettiva, di un bisogno di conoscenza del mistero del male, del quale l’uomo è stato toccato sin dalle origini del mondo. Quel male che la poetessa stigmatizza nei suoi versi e dal quale auspica la liberazione per tutti nell’ "ipotetico approdo", ove – come dice bene Nazario Pardini – possa essere possibile "rompere con le aporie del contingente".
Ciò che piace di questa silloge poetica è l’armonioso connubio tra ontologia e sensibilità sociale dell’autrice, la quale riesce a " fare approdare" sulla pagina, questa volta non in modo ipotetico, la sua esperienza umana e culturale con versi che, pur connotandosi, in alcuni casi, come rappresentazione diegetica di un realismo interpretato con l’occhio antropologico, sono immediati, agili e capaci di affabulare. La resa poetica non ci sembra omogenea, ma si muove sempre con piglio di forte impatto semantico; a volte prevale la componente descrittivo – allusiva, altre volte quella memoriale, in altri casi si fa spazio il tono lirico-meditativo, ricco di tenerezza e carico di simbolismi.
Certo è, in ogni caso, che Claudia Piccino rifugge dai costrutti retorici abbelliti da preziosismi stilistici, per puntare, volutamente, ad un poetare ove la parola affonda le radici nella quotidianità fatta di incontri, di iniziative, di luci e di ombre, di "fiducia mal riposta", di rinnegamenti e smarrimenti; una quotidianità trasfigurata nei suoi significati e affrontata con coraggio, con forza d’’animo e coerenza interiore:
"Ho spalle grandi che si piegano
pei colpi d’inconcludenza altrui,
ho gambe forti
che percorrono sentieri solitari,
ho cuore lacero cucito e rattoppato
mille volte,
ho mente acuta che s’infervora
di rabbia al tuo cospetto.
Odio l’ignavia,
l’ambiguità latente e la evidente,
odio il silenzio galeotto
e complice del tornaconto.
Ho questi limiti
che gemmano stupore,
io non mi adeguo
a questo mio livore".
( Cuore cucito)
Questi versi si dispiegano quasi come confessioni autobiografiche e non sono, certo, un giuoco di parole, un’alchimia sistemico-razionale, ma l’espressione di un sentire che si fa "parola", linguaggio, sostanza poetica nella quale – direbbe Ungaretti – "l’esperienza individuale diventa verità universale in cui tutti possono riconoscersi".
E, in effetti, in ogni verso della Piccinno c’è la traduzione della realtà in sensazioni che si fanno messaggio, dialogo con se stessa, dibattuta tra il "qui ed ora" e l’oltre , ma anche colloquio con coloro ai quali la sua voce arriva come canto del "nostos", cioè del ritorno, in senso metaforico, nella terra e nell’anima delle proprie origini edeniche.
Per concludere, ci pare di poter dire che "Ipotetico approdo" sia una "silloge in situazione", atteso che i temi che essa affronta si incarnano fortemente nella situazione di malessere della nostra contemporaneità, scavando nella coscienza etica collettiva al fine di invitarla al riscatto della sofferenza e prospettandole una possibilità di ormeggio; ormeggio che l’autrice offre non con intenti gnomici, ma come "urlo" di una creatura consapevole della "propria imperfetta umanità" e che vive "in bilico tra sogno e concretezza".
Domenico Pisana
8 febbraio 2018
Pubblicata sul blog
 
http://www.radiortm.it/2018/02/08/in-punta-di-libro-di-domenico-pisana-ipotetico-approdo-la-raccolta-poetica-di-claudia-piccinno-nomade-in-viaggio-senza-soste-alla-ric

N. PARDINI LEGGE: "IPOTETICO APPRODO" DI CLAUDIA PICCINNO


N. PARDINI LEGGE: "IPOTETICO APPRODO" DI CLAUDIA PICCINNO


Claudia Piccinno. Ipotetico approdo. Mediagraf Edizioni. Noventa Padovana (PD). 2017







Claudia Piccinno si presenta alla scena letteraria con questa  nuova silloge editata per i caratteri di Mediagraf Edizioni nel mese di ottobre dell’anno 2017. Una silloge intensa, vissuta con urgente emozione, dove la vita, con tutti i suoi risvolti, fa da interprete nel percorso vario e articolato di un poema che tocca le magagne e le incongruenze dell’esser-ci: profughi di guerre, emigrati, malati e indifesi, residui di petrolio, guerra, pace, Provvidenza, fede, serenità, tunnel senza sbocchi, cuori rattoppati, amore, solitudine, silenzi sconfinati:



Ho sillabato silenzi sconfinati

nell’azzurro dei tuoi occhi

e ogni parola era un di più

in tanta magia…,



ma soprattutto un  viaggio, un nostos alla ricerca di un’isola che appaghi le irrequietezze del vivere, che ci svincoli dalle ristrettezze della terrenità:



Marmo di lucide fattezze

negava indomite bellezze,

geometrico pensiero

circoscriveva i sogni

in un unico sentiero.

Angusto diventava

quel villaggio

per chi osasse intraprendere

altro viaggio.



Un libro arricchito e reso più ancora prezioso dalle traduzioni a fronte in inglese. Le rime a fine verso e le assonanze danno un senso di piacevole eufonicità alla lettura, che, sostanziata da metaforici simbolismi di esperita connotazione verbale, si distende con plurale e proteiforme simbolismo.

Si inizia dalla poesia eponima Ipotetico approdo con il sottotitolo indicativo pensando al Titanic.



(…)

Jack e Rose non si ritroveranno

nel quotidiano incedere

di pianeti distanti,

ma le loro anime pellegrine

si riconoscono in un ipotetico approdo

al margine di lustrini e vetrine,

sconosciuto ai naufraghi

e a tutti i naviganti.



Naufraghi, naviganti, mare, orizzonti, fari, porti, voglia di andare… tanti termini che ci avvicinano agli intenti di ossimorico abbrivo insediati in un linguismo di euritmica sonorità. Si sa che è umano, fortemente umano il desiderio del viaggio nell’uomo: un viaggio senza posa, senza tregua alla ricerca di un porto difficilmente raggiungibile. Ipotetico approdo, appunto. Forse perché ognuno di noi ha bisogno di staccare, di rompere con la routine quotidiana, con le aporie del contingente. Ma anche perché la Piccinno vede lontano il traguardo della pace e della serenità in un mondo votato all’ingiustizia e alla guerra.  E tante sono le inquietudini che tormentano il nostro soggiorno terreno. E’ là, in un’isola lontana, che la navigazione è diretta, anche senza volere, per natura; ma quanto periglioso il cammino di tale navigazione! Si incontrano trabucchi, tempeste, bonacce, burrasche, e il nostro andare rischia spesso di cozzare in scogli appuntiti e devastanti. Anche se pronti per continuare con i resti del naufragio, anche se con l’occhio e il cuore fissi all’orizzonte, anche se disposti all’azzardo, il nostro cammino si invischia in dubbi e incertezze che ne ritardano l’approdo; una ricerca di luce, di spazi, di aperture verso un faro che illumini una minima parte di un mare senza confini; di un oceano dove è facile smarrire le nostre misure. Quale metafora più appropriata alla vita di quella di una luce spersa nella vastità del mare. Sì, noi continueremo a navigare verso questo ipotetico approdo; impavidi volgeremo lo sguardo  a traguardi difficilmente raggiungibili, ma quello che conta è avere in noi la voglia di andare, di proseguire, di non rinunciare al viaggio. D’altronde essere incerti, essere dubbiosi di fronte al tutto è cosa naturale; ma è già tanto impiegare le forze, tutto il nostro ardire nella ricerca di noi; di quella parte che ci è sconosciuta. Il linguaggio mette  bene in evidenza il supporto iperbolico allusivo che tanto gioca nella significanza dei temi trattati. Una  verbalità che si fa corpo, volume, contenitore di un’anima vòlta  a tramutarsi in una poesia di intrusioni sociali, umane, esistenziali. Tutto scorre su un piano dialettico di ampio respiro. I versi si ampliano, si scorciano,  si allungano, si fanno ora narrativi ora secchi, brevi, per seguire i diversi momenti dell’ispirazione. E quello che  emerge, alla fine, è uno spartito che abbraccia con la sua sinfonicità il bene e il male della vita, ma soprattutto l’inquietudine di sentirci atomi spersi fra cielo e terra: sì, umani con i piedi piantati al suolo e l’anima vòlta ad un azzurro troppo lontano:



(...)

E siamo qui

nel cono d’ombra

delle mie paure,

nella scia luminosa

di una nuova aurora…

ad aspettare

che si esprima il giorno.



Nazario Pardini