Dialogo tra l’ eremita Pietro da Morrone
e Giacchino da Fiore
Né la tempesta, né il buio affliggevano il
monaco, anzi la voce di Dio arrivava dalle gole delle montagne e nelle voci dei
venti e dei ruscelli meglio si faceva udire e raccomandava al Santo di
sconfiggere i demoni: “Il demonio è in ogni luogo anche qui tra i monti, tenta
con i suoi malefici soprattutto i miei figli più fedeli, agisce imperturbato e
distrugge la vita dei pastori e dei paesi arroccati sui monti. Sii guardingo,
io ti ho affidato le mie anime, esse vengono a te per essere salvate”. Quella
notte, cullato dalla voce di Dio e dalle stelle luminose che tutte riflettevano
la loro luce dentro e fuori dalla grotta, così che essa sembrasse la capanna di
Betlemme quando nacque il Bambinello, meditava Pietro sull’opera del Calavrese
e cercava di ricordare a memoria le parole di quel visionario, accarezzava
nella sua mente le sue profezie: “Si verrà il giorno, è vicino, che lo Spirito
Di Misericordia scenderà sugli uomini e li avvolgerà nella coltre della pace e
dell’amore” Meditava sulle parole di quello che già prima di lui era stato
eremita e santo. Trovava conforto per lo spirito nella preghiera e nei canti
che nella notte innalzava a Dio. Le pecore e i pastori sentivano nelle ombre
che si accalcavano questa voce flebile che sconvolgeva i loro cuori, non
riuscivano a capire come mai quel sibilo arrivasse fino ai loro capanni,
nonostante l’ululato del vento e dei lupi e il lamento della civetta. I pastori congiungevano le
mani sul petto, si alzavano dal loro giaciglio e pregavano col Santo. La
caverna di pietra sui monti che sovrastavano Sulmona era un organo di chiesa, la
sua melodia era resa più carezzevole dagli abeti della montagna e si scorgeva
un sole di mezzanotte che accarezzava le spighe di luna e sussurrava suadente
all’orecchio fortunato, a tutti quelli che nella notte di stelle e di freddo
potevano ascoltare. La neve era candida e lieve, solo il vento soffiava gelato
ed entrava furioso nella grotta senza porte e finestre. I latrati dei lupi
affamati si sentivano vicino e sembrava sfidassero la dolce preghiera
dell’eremita:” Ho lasciato il convento, mio Dio, ho scelto la strada che tu mi
hai disegnato. Dammi la forza di
resistere, liberami da questa tosse che mi sconquassa il petto. Voglio domani
raccogliere le coraggiose primule e la Madonna Santa farà il miracolo che la
neve si sciolga come i nostri dolori e diventi fragrante e abbeveri l’arsura
dei pascoli. Mi servono le erbe per i miei fratelli e sorelle anch’essi malati,
alcuni giacciono con febbri perniciose e già chiedono perdono per i loro
peccati. Te ne prego porta la luce e il sole, queste montagne di pietra che io
tanto amo mi avvicinano a te. [1]
Ti
sento qui nel silenzio della grotta perciò ti parlo e chiedo aiuto. Io sono un
povero frate solo tu puoi donarmi la forza necessaria per spargere la gioia del
tuo Spirito”. L’eremita con le mani e i piedi piagati dai geloni che il freddo
gli ha provocato si chiude nel silenzio e appare ai lupi che si sono appressati
alla grotta sollevato da terra come se
Cristo lo accogliesse nelle sue braccia e lo riscaldasse. I lupi miagolano e
scodinzolano, ignari del Mistero: “ Gioacchino mio, anche tu soffristi e
accettasti anche la condanna e il carcere. Conoscevi bene i monti della Sila e
la neve gelida, ben meglio di quanto io conosca i monti della Maiella. Fratello
mio, povero Fratello mio, stammi vicino, non mi abbandonare, Tu che sei
innalzato agli altari di Cristo che canti e danzi nella Corona dei Beati
Sapienti, aiutami a seguire i tuoi tracciamenti, tu, mio Maestro, sommergimi
con la tua fede. O Dio donami l’umiltà di Francesco, fa si che io insegni agli uomini la bellezza
e carità di Dio. Anche tu, Fratello mio, abbandonasti l’abbazia di Casamari, so
che si trova vicino Veroli, che è e rimarrà una casa di preghiera, la Casa dei
Martiri di chi difese Dio e la sua chiesa anche affrontando in tempi non
antichi il martirio. I cistercensi sono una comunità eletta, eppure per un
colloquio più libero e intenso con Dio tu lasciasti la Casa nel 1182 e ti
rifugiasti nell’eremo di Pietralata. Donami il tuo coraggio e il tuo amore,
concedimi la tua stessa dedizione a Dio e all’uomo, aiutami ad essere un santo
eremita, un servo della volontà di Dio, un fratello per tutti gli uomini perché
io possa accogliere nella mia anima la parola di Dio e portarla anche ai poveri
di spirito. Caro Gioacchino io non sono un intellettuale come te , conosco poco
il filosofeggiare, la mia parole è semplice e umile, è una parola sbrandellata
dal dolore e dalla paura del peccato. Il cilicio e la preghiera sono le mie
armi contro il demonio. Il nemico di Cristo si appioppa sulle pietre luminose
di questa montagna e mi deride, mi tenta vuole entrare nei miei giorni di
solitudine e mette in dubbio il mio credo. Ti prego non andare via, non ho
niente da offrirti solo un po’ di pane secco e due bacche, preghiamo insieme il
buon Dio affinché i lupi smettano di latrare e che la tormenta di neve trovi
pace. I cespugli si muovono come conigli spaventati, forse anche i briganti
sono vicino a me più di quanto io sappia, ma cosa possono rubarmi?. Povere
creature abbandonate dalla notte, aspettano il Tuo conforto. Ricordati anche di
loro, il Tuo nome domina e governa anche la pietra che incenerisce ad un tuo
solo sguardo. Prego affinché Satana non si presenti anche questa notte. Diciamo
insieme le preghiere che ci avvicinano a Dio e chiediamo perdono dei peccati”.
Pietro da Morrone si accuccia nell’angolo della grotta dal quale può vedere il
cielo e la neve che cade lenta lenta lenta lenta. Il cielo è terso, quasi bianco
nonostante la notte e nel cielo si vedano miriade di stelle. Il Calavrese [2]è
seduto a terra, vicino all’ingresso della grotta: “ Sappi che Tu sei il
prediletto da Dio, sei predestinato ad
essere il Papa del Signore, tu sei la speranza della Chiesa, per la sua
resurrezione. Placherai le proteste e l’odio, gli Spiritualisti si aspettano
molto da te, gli Ordini religiosi più oltranzisti e in lotta contro la Chiesa
del demonio ti daranno man forte per far risorgere la Chiesa dello Spirito. La
teocrazia arrogante delle guerre è
destinata a morire. La chiesa dello Spirito e dell’Amore annienterà la chiesa
grassa e corrotta, umilierà i cardinali peccatori. Molti saranno i tuoi
miracoli e il popolo ti adorerà già in vita. Tu porti il vessillo di tutte le
rivoluzioni, il bene, la giustizia si conquistano anche a rischio della propria
vita. Il carcere al quale mi condannarono ha reso il mio cuore ribelle e
determinato a mai cedere. Il demonio deve essere ricacciato nell’inferno e a te
è stato affidato il compito della salvezza. La chiesa è talmente lacerata che
non bastano le opere di bene, ha bisogno di uomini coraggiosi che non temono la
morte. Tu per questo sarai proclamato Santo”. Intanto, fra Pietro aveva chiuso
gli occhi, sfinito dalla giornata di vagabondaggio, forse dormiva, non aveva
ascoltato la profezia di Gioacchino . Il Veggente continuò, quasi parlando a se
stesso: “Questi luoghi ricordano il mio eremo sull’Etna, lì c’erano il gelo e
il fuoco. Ogni tanto il vulcano si svegliava e faville di fuoco arrivavano fino
alle stelle, una volta l’ingresso della mia grotta fu sbarrato da cenere e dai
lapilli, ma non ebbi paura, il mio cuore offriva solo speranza e carità. I miei
fratelli Gioacchinisti si partivano di notte attraversavano i boschi dove abeti
parlanti cantavano le lodi a Dio, quando il tempo diveniva feroce, venivano a
turno a trovarmi per accertarsi che ero ancora vivo. Spesso anche i monaci
dell’Abbazia Benedettina di Santa Maria del Corazzo, venivano a me per
congiungersi nelle preghiere mattutine con il sole che appena emergeva dalle
cime delle montagne e dal mondo di nubi che imbellettano gli asprigni scoscesi dirupi. Poi i miei
colloqui con la Madonna nel mio ritiro di Pietralata, nessuna parola veniva
pronunziata, la preghiera avvolgeva l’anima e il Buon Dio mi sedeva accanto. E
poi la gioia di incontrare il Papa Urbano II che mi benedisse e mi chiese di
pregare per lui. Io veggente credo e vedo la chiesa rinnovata e guidata da
Celestino V. Vedo che i miei fratelli Gioachimiti non saranno perseguitati da
Federico II , anzi quando il IV Collegio del Concilio Lateranense aveva
condannato il mio Ordine, Federico II contro il volere della Chiesa e del Papa
confermerà aiuti ai miei fratelli e al convento
gioachimita di San Giovanni in Fiore. L’ostilità che alcuni
racconteranno tra me e Federico II non ha sussistenza: Io qui ti dico caro
Celestino, così ti chiamerai quando sarai eletto papa, ci sarà per il mondo un
terzo e ultimo stadio, quello dello Spirito Santo, questa nuova era sarà la più
felice per la chiesa e per il mondo: ti ripeto verrà l'era dello Spirito Santo,
e tu Celestino ne sarai l’ iniziatore. Poi la chiesa soccomberà per i suoi
errori e per le molte calunnie e persecuzioni. Ci saranno demoni o anticristo
né l’anticristo che Gregorio IX identifica con Federico II è da ritenere nemico
di Cristo. Nonostante la chiesa lo scomunichi, pur avendola esso difesa,
portato a termine vittoriosamente la V crociata. Né si dimentichi che
l’imperatore sarà clemente nei confronti degli ebrei e dei saraceni”.
Dante e le profezie di Gioacchino da
Fiore
Dante
ci descrive la seconda corona del Paradiso che è quella dei sapienti, dove tra
gli altri santi scorge Gioacchino Da Fiore. Il Santo veggente che predisse la
venuta di un nuovo Salvatore del mondo, non raccontò come gli altri nel
medioevo la fine del mondo, ma la nascita di un mondo di luce e di amore, un
terzo status del mondo, a quello del Figlio sarebbe sopravvenuto lo Spirito
Santo. Celestino V conosceva e aveva appreso molto su Giacchino da Fiore.
L’uomo della profezia lo sentiva compagno spesso durante le sue scalate. Una
notte dopo tanta fatica aveva raggiunto i 2000 metri della Catena della Maiella
e per tutto il tempo aveva pensato alla predizione e alle sue parole che
secondo la volontà di Dio lo volevano Papa. Tutti sapevano la profezia di
Gioacchino essa era spesso commentata dagli altri frati eremiti e dagli
spiritualisti che per sfuggire alle catene
si rifugiavano su quelle montagne. Essi predicavano che presto sarebbe
venuto un papa, una figura che avrebbe avuta per il mondo un ruolo
escatologico. Molti credettero in questa profezia, poiché e le condizioni di un
papato troppo proteso verso un potere materiale aveva creato in molti monaci
una forte contestazione e si erano apertamente schierati contro la corruzione.
Le attese profetiche che venivano diffuse dal Movimento Gioacchinitico ,
dai francescani spirituali erano una turbolenza difficile da controllare. Fino ai giorni nostri della
Chiesa spirituale e della nomina al soglio di Pietro di Celestino V se ne sono occupati molti studiosi, soprattutto tedeschi
come Franz Xaver Seppelt, (1883-1966)[3]che
molto scrisse sulla Chiesa Spirituale, o Ernest Benz[4]
(1907) che si occupò dei movimenti religiosi, o il Grudmann Albert (1902-1970) [5]che
ha lasciato pagine storiche sul Gioacchinismo, buon punto di riferimento è anche
Bacone. Il movimento degli Spirituali, non sempre pacifico, voleva scardinare
la chiesa grassa, del lusso e delle ricchezze. Tutti questi movimenti predicavano
e osservavano la povertà.
La teologia e la rivolta furono un viaggio nel mistero alimentato dalla ricerca del colloquio con Cristo
La
montagna e, in questo lavoro, il Massiccio della Maiella accolsero migliaia di
eremiti. Un movimento radicale, rivoluzionario che preoccupava la chiesa che
era costituita dai principi- cardinali
che erano determinati a conservare il potere politico ed economico della Chiesa
e porre il papa come unico Sole .
Il
potere temporale era una realtà che si manifestava con le guerre , con le
scomuniche e il grande desiderio di potere e di ricchezze, di prebende , né
possiamo non citare il fenomeno del nepotismo e le lotte fra le potenti
famiglie romane e non solo. Questa politica fu criticata non solo da Dante, ma
grandi santi avevano fondato ordini monastici che osservavano l’assoluta
povertà e la preghiera, senza violenze si votavano a Dio e al prossimo per
diffondere il Verbum. Altri non con umiltà , ma agivano con violenza contro la
chiesa grassa sfidando i pericoli pretendevano
anche con rivolte sanguinarie che la
chiesa ritornasse alla santità di Nazareth.
La lettura e il commento del testo biblico, l’osservanza di regole severe degli
ordini monastici diedero vita a un Cristianesimo parallelo, non pochi furono
gli scomunicati e i monaci arrestati. Si pensa e, pare che i fatti lo
dimostrino, che lo stesso Celestino fu fatto uccidere da Bonifacio VIII, perché
rappresentante dell‘assoluta povertà della chiesa, questi, pur essendo un uomo
inerme, fu perseguitato, imprigionato , si temeva che i suoi seguaci
destabilizzassero anche con la forza le istituzioni e che il nuovo papa
Bonifacio VIII fosse dichiarato usurpatore del trono di Pietro. Il re di
Francia non esitò ad accusarlo dell’assassinio e di essere l’usurpatore.
[1] La
meditazione, la preghiera e il dialogo
conil “Calavrese” sono liberamente
inventato dall’autrice.
[2]
Gioacchino da Fiore , così lo chiama
Dante nel Paradiso: Il Calavrese.
[3] Storico
della chiesa e del papato, “Storia dei papi dall’origine alla rivoluzione
Francese”.
[4] Storico
dei dogmi e della chiesa.
[5]
Professore di Storia medievale, esperto dei movimenti religiosi.
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