giovedì 27 agosto 2026

Lettera di Jeanne Hébuterne alla figlia, prima di suicidarsi, subito dopo la morte di Modigliani. (Lettera creata e inventata da Carmen Moscariello)

 

La plage pour les ventes

Di

Carmen Moscariello

 

 

Lettera di Jeanne Hébuterne alla figlia, prima di suicidarsi, subito dopo la morte di Modigliani. (Lettera creata e inventata da Carmen Moscariello)

Parigi Montparnasse, tre del mattino del 24 gennaio 1920

Mia carissima Figlia

 

Mia carissima Jeanne, figlia adorata, ho le mani gonfie per il gelo, nel mio ventre il tuo fratellino scalpita, vorrebbe venir fuori, ormai è pronto, sono arrivata quasi al nono mese di gravidanza.  Ti scrivo dall’appartamento  della Rue de la Grande-Chaumière  che mi ha vista donna amata, felice e disperata con Dedo. E’ morto!

 Io  lo aspetterò al solito posto, né la stanchezza estenuante di questa sera potrà distogliermi dai miei propositi. Fra poco seguirò tuo padre, sarò calma, tranquilla, in modo che nessuno possa sospettare. L’amore è un demone che mi possiede tutta, un gigante  che  annienta ogni  mio respiro,  ogni pensiero: senza di lui non potrei vivere, senza di lui  c’è solo la morte. Egli era un figlio delle stelle , l’unica realtà che conosceva erano i suoi sogni.[1].

 E’ lei, la morte, che già da tempo ci adocchiava, mi ha confuso le idee, indebolito i l mio corpo.

Da giorni  non tossiva più, solo il respiro era divenuto impossibile e le sue forze erano del tutto scomparse, non si alzava   dal letto, non beveva, non mangiava, non bestemmiava,  si teneva accucciato nel mio ventre, come se avessi dovuto partorire anch’egli.

La curva dell’amore è un ramoscello stracolmo d’orgoglio: nessuno mi fermerà, nemmeno questo vento fetido, che attraversa Parigi in ogni suo spasimo. Lei città  crudele non l’ ha capito, l’ha deriso, emarginato. Che potevamo noi contro la sorte? Scalza danzatrice, io l’ho consolato, curato, amato, parlai al vento e alla morte, senza che essi avessero pietà! Oggi è la resa!

 L’altra sera Ortis[2]ha fatto sfondare la nostra porta di casa, poiché nessuno di noi aveva la forza di rispondergli,  Dedo aveva perso conoscenza da molte ore. Il  nostro amico   si  è precipitato per la ripida scala per  chiamare il dottore, che ha dato l’ordine di ricoveralo immediatamente. Lo hanno portato all’ospedale della Carità, in rue Jacob . Due giorni dopo, il 24 gennaio, alle ore 20,45 è spirato, ucciso da una meningite tubercolare. Ora, la mia ansia è finita, mi guida un solo desiderio,  egli  sa dove debbo andare,   mi attende, i miei piedi divenuti improvvisamente leggeri, sembra che  già assaporino il volo. Ormai, non c’è scampo per me. Invano ho tentato di morire prima di lui. Ieri mi ha fatto rabbrividire, mi ha detto che l’alcool e la tisi l’avevano ormai divorato e che gli restavano solo poche ore da vivere.

Non mi sono mossa dal suo capezzale, finché non me l’hanno strappato dal seno. Egli, il più bello, il più dolce degli uomini, è morto. Il suo cuore selvaggio e  libero, la sua testa, che tante volte accarezzai madida di sudore,  mi avevano  lasciato.  Il nostro è stato il più grande e bello degli amori, da questo amore sei nata tu, mia dolce Jeannette. Il mio  artista squattrinato, ebreo, alcolista e malato di TBC non era  l'uomo che i miei genitori avrebbero voluto per me, temevano, la sua vita vissuta sulle lame di un rasoio, improbabile alchimista, lo consideravano  un debosciato, così mi urlavano contro ogni volta che venivano a cercarmi. Mio fratello bestemmiava il giorno che me l’aveva fatto conoscere,  voleva ucciderlo, quando  si accorse dei lividi sul mio corpo che io avevo cercato, invano,  di nascondere; erano i  lividi provocati dalla sua violenza: l’alcool non gli faceva più comprendere la bellezza del nostro amore,  egli si ribellava alla morte e lo manifestava con violenze terribili, prima di tutto contro se stesso.

Nel nostro breve soggiorno in Costa Azzurra, ero già incinta di te, egli fu premuroso e dolce, sperava di salvarsi, agognava a vivere con noi, a farti da padre. In questo periodo non dovetti soffrire per i suoi continui tradimenti, l’azzurro mare e il clima mite ci aiutava, l’aiutava a respirare e liberarsi di quella tosse che lo lasciava senza fiato, quasi morto, più volte lo soccorsi a Parigi nella nostra misera casa. Sembrava anche,  che avesse dimenticata la sua ultima grande passione per Beatrice Hastings che l’ aveva  lungamente consumato.

Quando all'inizio dell’anno (1918) mi accorsi di essere incinta, egli subito chiese e pregò Zborowski di darci  una casa e un luogo decente dove tu potessi nascere ed egli curare la sua tisi. Poverino, sperava di guarire per quanto tu fossi nata, quasi non faceva più uso di droghe e alcool  per poterti stringere tra le braccia.  Il 29 novembre del 1918 nascesti tu, presso la Maternitè di Nizza, decidemmo di darti il mio nome, volevamo insieme eternarci in te. A fine maggio, lo salutai, era il 31 del mese del 1919 ,  Modì rientrò a Parigi, c’erano grandi progetti, sembrava che il cielo si aprisse per accoglierci nella gioia e nel successo  e nella gloria. Rientrammo anche noi, qualche mese più tardi  ero di nuovo incinta. Decidemmo che presto ci saremmo sposati, Modì aveva richiesto i documenti necessari a Livorno,  nel contempo firmammo un impegno di sposalizio alla presenza dei testimoni Zborowski e Czechowska. Fu questo un periodo molto intenso, per qualche mese dimenticammo la malattia e ci sembrò tutto possibile: c’era anche per noi un futuro! Anche i quadri di Modì stavano trovando un mercato e molti amatori, le mostre ospitavano i suoi dipinti. In questo periodo, creò  le  più importanti  delle sue opere d’arte, mi raffigurò più volte incinta, il mio corpo teso, sembrava in un ultimo spasimo; forse in quel quadro c’era già la  morte, ieratico,  il mio volto era pallido, quasi diafano.

 Sono stata sua allieva e amante, ho posato per lui.  Noce di Cocco, così mi chiamava; ed io  docile abbandonavo il mio corpo, egli posizionava il mio collo, lo rivestiva con una collana verde, posizionava le mie mani, affinché,  il suo pennello mi  eternasse. L’ho seguito e aspettato nelle sue  peregrinazioni notturne. Sfinito l’accoglievo, lo ripulivo dei suoi affanni, purtroppo,  si preparava da tempo a varcare  la grande linea d’ombra. Ora questo tempo d’assenza mi uccide, anche se egli è morto da poche ore. Nell’assenza del tempo io sono già morta,  mi troverà nei nuovi campi elisi ad attenderlo, anche lì lo laverò con acqua calda e  ravviverò con carezze i suoi riccioli. Senza tregua mi stringerò alla sua mano per mai più abbandonarla. Il basaltico delle tombe non costituirà limite al nostro sentire; perciò, tu non piangere, pensaci felice, e quello che per tutti sembrerà un sacrificio doloroso, tu guardalo  oltre il tempo. E’ stata la nostra una immane tempesta.

 Le mie opere, come le sue,  già stanno trovando la loro strada e vengono esposte con quelle di Picasso. Fra radici di cielo le nostre linee hanno creato una nuova alba, un connubio di mestizia e salsedine: tutto si è trasformato in luce.

 Tu, piccola mia, ora non potrai capire, ma poi tutto ti sarà chiaro, leggilo nelle nostre opere, nei disegni, sui vascelli incatenati delle nostre mani, nelle nebbie conturbanti di Parigi e nelle acque della Senna che continueranno a scorrere ombrose e  lente nelle nostre vene.

Tuo padre diceva che le piante più belle per dare frutto hanno bisogno di ambienti adatti, ebbene Parigi è stata la nostra alcova, una forza allotria, ci ha dannati e esaltati fino allo spasimo. Il pericolo di un’esistenza a bordo dell’abisso è stato così per entrambi, il mio destino si è compiuto, perché io l’ho voluto. Le pietre del nostro dolore sono state anche pegni d’amore. Lo spaesamento subìto è stato anch’esso frutto di un’arte nuova, mai vista o pensata da alcuno. Maudit voleva l’assoluto e voleva eternarlo con strumenti sconosciuti, era cosciente, orgoglioso di esprimere il meglio dell’arte e della scultura. Sciamanico, nel dedalo di forme egli scelse la linea armonica, amò soprattutto rappresentare il corpo nudo della donna, la svestiva per scavargli dentro, cogliere quell’umore sublime che  faccia sentire ,fin nelle ossa, che cosa sia veramente la vita. Nelle linee egli incorporava le  malinconie  del cuore,  annullando spazio e tempo, il corpo si abbandonava a una mestizia misteriosa, si consegnava all’artista. Recidere, recidersi in un ossimorico duello o nel delicato canto della sirena, dove anima e corpo non sono più su due livelli, ma cedono a un totale turbamento, a un’estasi lenta, prima di un orgasmo, o prima della morte.

E’ morto verso sera, ha scelto ancora una volta la notte per lasciarmi da sola. Ti scrivo i miei e i suoi ultimi desideri, affido a te il nostro testamento. Mi sto anche preparando per andare da Zborowski  per le ultime raccomandazioni, poi,  per darti il mio ultimo abbraccio. Ho salutato anche  Kisling e Concteau, erano lì, ai piedi del suo letto e che  a un  mio urlo, avvertirono anch’essi un artiglio che li penetrava. Ma ho insistito perché uscissero di nuovo dalla stanza; le mie parole d’amore non volevano testimoni, dovevo rinnovargli la promessa.

 Ho appena lasciato l’obitorio, ho invocato tutte le mie forze per smuovermi dal suo giaciglio, un punteruolo mi ha attraversato tutto il corpo, brividi pungono le mie gambe e i miei occhi, sembra che tanti piccoli spilli mi attraversino dentro e fuori, ho sperato di morire, ho invocato il cielo che mi inghiottisse come una farfalla dal vento d’autunno. Tutti  i suoi amici  hanno aperto le porte e mi hanno soccorso, strappandomi a lui. La morte, visitatrice  degli abissi , lo ha sempre affascinato, l’ha sfidata ogn’ora nelle trasparenze dell’acqua, nella violenza dei venti che si abbattevano sulle nostre finestre chiuse, nei   sibili che sfiancavano gli orifizi della vita. “Noce di cocco”- mi ripeteva, accarezzando i miei seni, mentre,  l’arsura del vino si placava al mattino e riapriva la finestra ai venti. Diceva: “vieni a posare per me, lascia che accarezzi ancora il tuo corpo”. Ore e ore, lasciava che  mi  adagiassi,  quale bianca ghirlanda e poneva il mio collo, come se esso fosse altro da me e prima lo modellava con le sue mani, lo scolpiva, gli dava eleganza e lo volgeva verso orizzonti di grano. Improvvisamente il vento entrava nella stanza nera  e la sua voce ululava, tra i profumi dei nostri corpi. Distesa, attendevo il mio dio, lo placavo e lo esaltavo, il mio corpo era un giunco divino nel cielo  senza orizzonti, solo lo affascinava il mio corpo nudo, nessun segreto gli  era vietato. Qui vengono a finire tutti i dolori, tutto  fu  dimenticato in quei cieli di Nizza, ho sperato di intrecciare in eterno la mia vita alla sua, mi denudai ,come i fiori in autunno, e incinta non pensai ai venti contrari. Fuggono ora gli uccelli presaghi, gridano l’estremo dolore: ancorata, non voglio altri approdi. Ti cullerò, raggomitolata ai miei sogni.   I suoi occhi attraversati dalle foglie cupe dell’autunno, troveranno riparo, il vento non potrà più frustrarli, inermi essi troveranno respiro, e il suo nome, che tutti ameranno,  toccherà ogni periferia del mondo.

Galoppa il mio dolore. Mi annienta, figlia mia, il pensiero di lasciarti.

Ho insistito perché   mi lasciassero  ancora sola con lui, dovevo  rinnovargli la promessa, gli sussurrai all’orecchio  che giammai l’avrei lasciato solo. Poi abbandonai il misero giaciglio, mi incamminai con molta fatica e composta nel mio abito nero, mi feci accompagnare a casa da mio padre. La notte fu terribile, il gelo si era impossessato del mio corpo, ben prima che io me ne andassi . La mia testa  farfugliava il tuo nome. Non dormii un solo istante, il pensiero di lasciarti mi lacerava con singhiozzi furiosi, eppure, senza lacrime. Egli mi appariva  su quel giaciglio miserevole dell’ospedale, maleodorante e al buio. La vestale  della morte era lì perentoria, dettava ordini chiari, non c’erano spazi per recriminazioni o pianti. Così mi preparai al mio triste destino, i miei piedi  li sentivo di marmo, quasi non mi permettevano di raggiungere il davanzale del balcone, al fine il vento lo spalancò e tutto il gelo di quella notte di gennaio mi travolse, facendomi quasi perdere il senno. Di Noce di Cocco non era rimasto più niente. Mi ricordai, proprio in quell’attimo che qualcuno mi  aveva prenotato un letto in ospedale  per farmi partorire. Accarezzai il mio ventre, il bimbo palpitò, sembrò che anch’egli  fosse attraversato da una scheggia di luna. Il mio corpo  avanzava lento, grande, goffo, aveva   una camminata barcollante,  zoppicante, ma decisa.

 In questo momento, che per me sarebbe dovuto essere tragico, mi sorpresi a  pensare alle tante donne che l’avevano amato,  ero gelosa di lui anche dei suoi ricordi, soprattutto invidiavo i sentimenti che lo avevano legato ad   Anna Achmatova[3], sua giovanissima amica, ho trovato tra le sue carte le  tante poesie e lettere d’amore che, anche oltre l’incontro di Parigi, la poetessa le aveva  scritto.

 Anch’egli parlava spesso della bella poetessa, appena sposata al poeta Nikolaj Gumilev, era in viaggio di nozze a Parigi, qui si incontrarono  nel 1906 e poi nel 1910. Nella sua breve vita vennero altre donne che riscaldarono il suo letto, furono donne di una sera, Maud, Margherita, Marie, Elvire, Thora, Lucienne, Gaby, di molte di esse non rimase traccia,  furono compagne di sbronze o di hashish, a volte, esse  provvidero a lui offrendogli un letto e un po’ di cibo.

La sua povertà era temuta dai miei genitori, che   non capirono mai il suo senso del decoro e la sua dignità che facevano parte di ogni suo respiro, tantomeno, compresero la grandezza della sua arte. Ora che c’è solo la sua ombra e un corpo distrutto dalla malattia, forse potranno leggere sereni le sue opere, capirne l’alta ispirazioni, esse potranno raccontare la sua grandezza.

Le sue creature meravigliose che   non nacquero solo dalla perfezione delle linee, dall’azzardo armonico, come un concerto di Bach, ma la sua arte germogliò  dal cuore, non fu impressionismo, né spavalderia del nuovo, i suoi quadri furono generati dalla sua dimensione archetipa, è lì che trovarono concretezza e poi  furono realizzati nell’assoluta originalità della linea. La sua vita, travolta da valori estremi, impossibili per qualsiasi uomo, egli, quei valori li rendeva fattibili. La sua arte non fu  quella di Picasso, né quella degli Impressionisti; i mercanti d’arte non compravano le sue opere, perché sembravano non partorite dalle rive di Montparnasse.  Era Narciso, si specchiava nei miei occhi, odorava i miei capelli, Noce di Cocco era la sua opera d’arte, il punto di incontro e di arrivo di tutti i suoi sacrifici, delle ricerche megalomane, della risata fragorosa, dei suoi abbattimenti.  Le sue strade erano percorsi impossibili, che gli altri nemmeno volevano vedere, spesso lo detestavano, accusandolo di un’arte approssimativa, nata da un drogato, ubriacone. La sua vita è stata una vita maledetta, come si addice agli artisti romantici, il suo Sturm und drang  era l’espressione pura di un ideale. Il suo modo di essere  fu molto impopolare: Picasso lo guardava con disprezzo, nemmeno lo invitava alle sue feste e, quando Modì si presentava comunque, alla sua  prima chiassosa rissa lo faceva buttare fuori tra i rifiuti, nella pioggia gelida di Parigi. La sua fuga dalla famiglia e dall’Italia, non avvenne per mancanza d’amore, o, perché Modì non amasse la sua famiglia, alla quale, invece, era profondamente legato, se lasciò la sua casa e corse a Parigi, fu perché era convinto che il seme potente dell’arte dovesse trovare un particolare terreno per germogliare.

 Vivere nel furore della creatività, in un luogo dove si concentravano tutte le energie del bello, lo portarono alla decisione di trasferirsi a Parigi, che considerava l’emblema del mondo, vi approdò subito dopo Venezia nel 1906; non di una fuga, dunque, deve parlarsi, ma di un amore, di una passione che andava partorita in un determinato luogo.

 Ma, tu, figlia mia, quando ti renderai conto della mia e della sua morte, chiedi rifugio dalla tua nonna materna, lì troverai il profumo di tuo padre, i luoghi che, poi, effettivamente l’hanno reso così grande. La sua vita bohémienne che l’ affascinava e uccideva, l’assenzio e  la sua supponenza che spesso lo trasformavano in  uomo violento, incapace di  relazionarsi, fecero  si che spesso sentisse Parigi come sua nemica, per essa nutrì  amore e odio. L’ambiente di Montmartre e Montparnasse  era promiscuo; c’erano  tanti artisti, poeti, musicisti, scultori, pittori in cerca di fama e di nutrimento alla loro creatività, ma con essi c’erano  anche il vino, le  prostitute, la droga, locali ambigui, bettole, un volersi eternare e insieme  perdere nel vizio e nella morte. Nonostante ciò, tuo padre rimase sempre un ebreo sefardita:  anche se,  per alcuni aspetti, fu alquanto sradicato dalla religione e anche dalla stessa Livorno. I suoi legami erano soprattutto con il mare, le barche, il porto, l’andare e venire delle onde, i gabbiani. Il maestrale, che tanto nuoceva ai suoi polmoni malati, ma nei turbinii di questo, il giovane fanciullo amava perdersi. Lasciava che la sua forza misteriosa l’attraversasse tutto,  ludicamente prediligeva tutto ciò che era mobile, attraversabile; contestava le lezioni dei suoi maestri che lo portavano giovanissimo a disegnare gli angoli più belli e affascinanti di Livorno, osava discutere con il  suo maestro Micheli,  dal quale apprese che  ogni luogo diveniva cangiante a secondo di chi godeva di quella visione. Sentì fin da subito l’urgenza di una diversità di intendere l’arte, di un qualcosa che non potesse essere rapportato a nulla del passato. La madre l’osservava attenta, piangeva spesso per  i polmoni deboli del giovane figlio; lei ne sapeva qualcosa: dalla sua genia aveva ereditato quella terribile malattia; i sintomi, anche lievi,  l’allarmavano, i primi segnali della febbre la proiettavano in una dolorosa costernazione, spesso lo costringeva in casa, qui Modì poteva vedere il cielo e la strada da dietro ai vetri della sua camera. Questo isolamento lo rendeva triste e nervoso. Fin quando, durante un periodo di lunga e dolorosa malattia, si fece promettere dalla madre che l’ avrebbe mandato a lezione di pittura e che gli avrebbe comprato tela e pennelli, per poter dipingere. Pur di vederlo sorridere, gli promise che avrebbe avuto tutto l’occorrente. Il nonno materno gli garantì  il pagamento delle  lezioni di pittura dal più bravo maestro  livornese. Gli predisse anche la sua grandezza:” Un giorno il tuo nome sarà conosciuto e amato dal mondo intero, le persone percorreranno chilometri per ammirare le tue opere. Sarai il più bravo e, dunque, il più grande” Una predizione, figlia mia, che si avvererà, purtroppo, solo dopo la sua morte. Il nonno dimenticò di precisare la lunghezza dei tempi e il sacrificio della propria vita per l’ ideale di bellezza. Tu, cara figlia, vai da tua nonna, lei meglio di me ti dirà tutto di tuo padre. In questi pochi anni passati con lui, gli unici in cui ho conosciuto la vita, lo vedevo a volte inquieto, gli piaceva improvvisare, muoversi senza obiettivi precisi, spesso usciva per vedere un compratore, ma poi si dirigeva verso la Senna o a bere in una bettola. Ma, abbiamo vissuto periodi felici, l’ ho visto ridere, abbracciarti, costruire progetti per le nostre vite. Diceva che presto ci avrebbe portato in Italia a conoscere la sua famiglia. Quanto abbiamo parlato, discusso, analizzato, nulla mai è nato per caso, né per quanto attiene alla mia arte, né per la sua, le onde muovevano da orizzonti archetipici e si insinuavano morbide nei nostri pennelli. Non posso dirti della gioia dell’opera (una delle ultime) che mi ritraeva incinta, lì si era calmato l’uragano, la pazzia gli aveva lasciato una tregua. Quest’opera fu la prima ad essere venduta, subito e a un prezzo che ci permise di sopravvivere per un lungo periodo.

Quest’opera fu così bella che con essa vinse un premio, purtroppo la morte ci impedirà di  goderci il plauso degli amici.

 La nostra vita stava per concludersi: il delirio non l’abbandonava mai, cercavo di scaldarlo, al fine il rantolo  smise.

 

 

 In pochi minuti la notizia della sua morte di Modigliani invase Parigi, tutti quelli che l’avevano amato, ma anche chi gli aveva dimostrato disprezzo, tutti lo piangevano, consapevoli della morte del più grande artista, il più grande di tutti. Mi dissero che l’avrebbero seppellito al cimitero di Père-Lachaise,  gli amici avevano raccolto un po’ di denaro per risparmiargli l’umiliazione della fossa comune, anche il fratello rispose da Livorno al telegramma di Kisling, affinché gli dessero degna sepoltura, avrebbe lui provveduto a tutto. La morte anticipò di poco il grande successo per le sue opere,  negli ultimi mesi c’erano state  buone speranze, eravamo certi che per noi stava per finire il periodo di così grande miseria. 

Nell’ultima mostra sembrava che Parigi si fosse finalmente accorta dell’arte di Modigliani, tutti i suoi quadri furono venduti . Già Francis Carco il 15 luglio del 1919 nell’ Eventail di Ginevra  con un suo articolo lusinghiero, aveva portato nella sala d’esposizione molti collezionisti. Troverai testimonianza di questi ultimi mesi di malattia e di successo nelle lettere che Modì ha scritto alla madre. La mestizia e il dolce abbandono delle sue figure non sono più guardate con sospetto.

I tanti  ismi “parigini non l’hanno mai interessato, la sua mente e il suo cuore sono andati oltre. Ha percorso la sua strada da solo.

 Al suo capezzale c’era anche Picasso, la morte ha fatto cadere quel muro di diffidenza che sempre gli avevano anteposto. Ora tutti lo acclamano e lo piangono. Insieme a Dedo muore anche la giovinezza di tutti loro, muore l’entusiasmo  eroico, romantico  degli artisti maledetti di Parigi. Avido solo di vita, generoso nella sua povertà, avventuroso; amava la notte, in essa  cercava il suo Dio, attraversava Parigi a piedi con un ombrellone nero, lacero e incerto, ubriaco attraversava la notte, né l’alba lo convinceva al riposo. Nelle notti insonni egli disegnava una topografia dell’arte e della poesia. Le critiche alla sua opera non lo smossero da quello che era il suo progetto. Nei deserti gelidi della notte , davanti al carrefour Vavin tracciava l’avventura della sua arte immortale. Nella scultura egli partiva dal pieno della pietra, per creare una linea sferzata, quelle teste con orbite vuote che scrutavano l’animo fino in fondo. Già dalla fuga da Livorno egli voleva provare l’essenza manichea che lo liberasse dal passato, per costruire splendide balaustre al suo pensiero e alla sua arte. Io non l’abbandonavo mai, ero presente al suo lavoro, molto spesso irato l’ho visto distruggere i suoi capolavori. In quei momenti era incontenibile, la dura reazione all’indifferenza di Parigi e degli artisti delle rive della Senna, ai

 sorrisi ironici dei frequentatori del Lapin Agile gli provocavano  un dolore indicibile: naufragava così nell’abbandono ed io me lo caricavo sulle spalle per portarlo a casa e far sì che ponesse tregua al suo dolore e compisse finalmente il suo errare biblico. Mille radici di fiumi lo attraversavano, fino a che sfinito prendeva sonno. Un lungo sonno che a volte durava più giorni. Io lo vegliavo  accarezzandogli l’orecchio e attendevo che si quietasse l’orribile sfida che egli ogni volta innescava con la morte. Il silenzio assoluto della camera lo calmava, il freddo era terribile;  la sua trasgressione lo legava a quella stanza ammuffita e al mio braccio, unico sostegno a una vita sfortunata. Gli alveoli dei suoi polmoni erano taverne nere, paurosi incubi, grotte ancestrali dove la tisi faceva i suoi accordi con la morte. Agli inizi del nostro rapporto egli era molto migliorato, quando rimasi incinta di te, costruiva con me sogni  dolcissimi, nelle sue mani allungate trovavano conforto le carezze che egli aveva per te, avrebbe voluto essere un buon padre. Nel letargo al quale lo piegava la sua malattia, soprattutto negli ultimi mesi, quando non usciva più, egli ci voleva accanto, voleva teneramente raccontarti del nonno, della sua mamma, dei cantieri di Livorno dai quali partono le navi scintillanti. Ti raccontava della bella casa in cui era nato, delle sue cento stanze, dei suoi maestri, Micheli e  Fattori, e di come felice in primavera prendeva la scatola dei colori per andare a dipingere. Un’esigua scintilla di gioia attraversava i suoi occhi e con la mano baciava i tuoi capelli.  Perennemente provava ad alzarsi per uscire, una peregrinazione della camera che lo metteva a dura  prova, come stesse attraversando il deserto. Mi chiedeva: perché sei pallida? Perché i tuoi occhi sono nutriti da grigia tristezza? Un giorno barcollando uscì di casa, né io, né tu riuscimmo a trattenerlo,  aveva le labbra contratte, livide, io lo rincorsi disperata, caddi sul ballatoio, la ringhiera rugginosa mi aiutò ad alzarmi, lo rincorsi fino al portone decrepito, gridai: “ Aspettami, non andare via!”. Mi guardò senza vedermi, il vento sinistro sbatté il portone e la notte me lo portò via. Sfidava la vita e non sapeva che stava sfidando la morte!  Egli si faceva del male, l’ipocrisia del mondo e  la malattia lo avevano dilaniato e non c’era alcun modo per porci rimedio. [4]

L’ arte di Modigliani  tessuta di verità

 

 

“Un giovane artista squattrinato, con negli occhi il cuore pulsante della luce di Parigi, aveva da tempo con Picasso e gli altri oltrepassato la Senna e il seme era stato buttato sulla riva destra. Ma il raccolto si farà a Montparnasse. La closeris de Lilla non è più di moda. Si è imborghesita. Il pastis passa da sei a otto soldi. Per rappresaglia pittori e poeti se ne vanno. Aprono la porta di due bistrot saldamente ancorati da una parte e dall’altra di un carrefour molto largo: il Dome e la Rotonde . Il primo ha aperto quindici anni prima dell’altro. Ci sono tre sale in cui i tedeschi, gli scandinavi e gli americani giocano al biliardo. Il secondo ha una slot-machine e una terrazza esposta al sole. Presto si ingrandirà inglobando il Parnasse e il Petit Napolitain.  E’ qui che gli artisti brindano alle vittorie a venire”.[5]

Modigliani a Montparnasse vi era arrivato per primo, sfuggendo il chiasso di Montmartre e anche per i fitti delle case più a buon mercato. Egli ebreo, come altri suoi amici pittori e poeti, sfuggito agli orrori della prima grande guerra, perché riformato a causa della sua malattia, aveva visto e sentito della morte di tanti suoi amici. Apollinaire il poeta dal cranio fracassato era suo amico e  testimone vivente dell’orrore. Amedeo  in quegli anni non aveva avuto una vita più fortunata di loro, però il destino gli aveva fatto incontrare Jeanne Hébuterne e aveva provato la gioia di essere padre. L’alcolista malato di TBC lavorava ogni giorno alla sua arte tessuta di  verità, ormai il Maestro navigava per mari aperti, non quello di Livorno livido e uggioso, ma davanti a lui c’era l’oceano. La sua arte lo divorava, non gli dava pace, incalzato ogni giorno di più dalla paura che tutto potesse presto  finire. Le albe erano marce d’arsura, le sue gambe traballavano e al suo fianco  c’era la sua giovane donna incinta, denutrita e triste. Si sentiva spesso in colpa per aver legato a sé Noce di Cocco. Nessuno era riuscito a dissuaderla da quell’amore , poiché anche se a volte Jeanne riprendeva la strada di casa, dopo qualche giorno era di nuovo  lì a pregare Modigliani che gli riaprisse la porta, offrendogli il suo corpo  in un erotismo denso di lacrime e di bene. Il simulacro del loro amore viveva di intemperanze, cadute, pianti, abbracci ma a sostenerlo erano  forti e vigorose impalcature, soprattutto, era garantito dall’amore dell’arte che entrambi nutrivano. Il  desiderio urgente del pittore di realizzare quel circuito di flauti arabeschi, di sfumature a lungo ricercate e di  certi candori della pelle che solo lo studio accurato della luce poteva renderla così rosea e luminosa, quasi umana. Anche il desiderio della fama e l’urgenza che gli venisse riconosciuta la grandezza della sua arte lo rendevano inquieto e invano cercava di liberarsi delle amarezze e delle frustrazioni, divenute, anche a causa del peggioramento della sua salute, insopportabili. Nonostante la malattia lo rendesse  sempre più debole, lavorava con ostinazione, rimanendo sveglio intere nottate. Jeanne posava per lui, candida ed eterea si abbandonava col capo reclino allo sguardo  del suo uomo e al fruscio dei pennelli. Non sapeva  ancora o non voleva saperlo che è  poggiata sull’abisso, osservava  silenziosa le ultime ore in sospensione, senza che lei comprendesse  la misura del suo tempo.

 In quelle atmosfere tutto era sfuggevole: tutto è eterno e precario. In questi giorni l’amico Zborowski osservando l’aspetto livido delle labbra di Amed


[1] Leopold Zborowski

[2] Ortis de Zarate era un pittore che abitava nella stessa casa dei Modigliani. Un cileno che rientrava a Parigi e che da giorni non aveva notizie di Modigliani. Allertato da Zborowski, anch’egli a letto con una polmonite, bussa con insistenza alla porta, ma nessuno risponde.

[3] Anna Andreevna Gorenko (1889- 1966) incontrò Modigliani a Parigi. Aveva vent’anni era lì in viaggio di nozze.

[4] Jeanne Modigliani (figlia dei due artisti) è morta nel 1984, svolse accurati studi e ricerche sulla vita dei suoi sfortunati e romantici genitori, fin dal 1934 iniziò le sue ricerche, che hanno dato vita a diverse pubblicazioni (vedi bibliografia). Jeanne volle la verità. La sua prima scrittura fu dedicata al padre  "Modigliani senza leggenda",  Vallecchi, Firenze  1958, pubblicato in francese nel 1961, ripreso nel 1984 per il centenario della nascita del padre con il nuovo titolo "Modigliani racconta Modigliani",  Edizioni Graphis, Arte di Livorno.

[5] Montmartre e Montparnasse. La favolosa Parigi di inizio secolo. Dan Franck, pg227-228,Garzanti. Elefanti

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