sabato 17 settembre 2011

Invito alla cerimonia di premiazione del Tulliola

Associazione culturale Tulliola


Premio internazionale Tulliola 2010/2011

di

POESIA NARRATIVA SAGGISTICA

XX EDIZIONE



La Presidente del Premio Carmen Moscariello invita la S.V.I.

alla cerimonia di Premiazione che si terrà presso

il Castello Miramare di Formia, martedì 25 ottobre ore 16,30



GIURIA

Presidente:

Ugo Piscopo (Poeta, scrittore,studioso di Letterature Comparate e Arte Contemporanea)

Componenti della Giuria:

Prof. Argenziano Marina (scrittrice, critica letteraria), Preside Silvano Cuciniello (Scrittore), Manfredo Di Biasio( poeta),Prof Giuseppe Di Nitto ( direttore della Biblioteca di Napoli),Preside Michele Graziosetto (scrittore-poeta),Magistrato Alfonso Malinconico (scrittore), Avv.Erasmo Magliozzi (senatore-poeta),prof,. Carmen Moscariello (poeta, giornalista), prof. Tommaso Pisanti (Scittotre, critico, giornalista pubblicista),Domenico Pimpinella (scrittore), prof. Alessandro Petruccelli (scrittore).

Segretaria del Premio: dott.ssa Barbara Vellucci.

Artisti che hanno donato le loro opere per premiare i vincitori:

Salvatore Bartolomeo, Antonio Conte,Celestino Casaburi, Ernesto D’Argenio, Franco De Luca, Gerardo De Meo, Raffaella Fusciello, Antonio Scotto, Giuseppe Supino.

Attori: Antonella Simeone, Lia Della Rosa, Franco De Luca;

Fotografo: Franco De Luca

Cantante: Lina Senese;

Alla chitarra: Giovanni Senese.



L’associazione culturale Tulliola ha deciso di premiare per i loro meriti sociali e culturali:

il Pubblico Ministero della DDA di Napoli Pierpaolo Filippelli per il  coraggio  e l’alta professionalità dimostrate nella lotta contro la mafia e la camorra con medaglia del Presidente del Senato;


la Giornalista Mary Attento per l’impegno profuso nella diffusione della cultura nel nostro Paese con medaglia dell’artista Gerado De Meo;


il Poeta Giuseppe Napolitano per una vita dedicata alla poesia con medaglia dell’artista  Gerardo De Meo.


Si ringrazia la Signora Carla Celletti e la sua Famiglia per l’ospitalità offerta alla manifestazione.

domenica 7 agosto 2011

La Neometafisica di Mario Piccolino

di Carmen Moscariello


“Minimale” sembra la parola d’ordine. Un altrove asintomatico di tratti in bianco e nero, sporadico il rosso. Vertigini costruite in un mare senza azzurro, un ritorno all’infanzia del mondo a un non pensiero per trovare nel labirinto di linee crepuscolari un filare minuzioso in gomitoli esemplari di ricerca.
Il laboratorio esclude il decoro e dove è presente il mito che viaggia scarno, fino ad apparire duro, non commestibile in sabbiosa  neometafisica vissuta nell’assoluta originalità della forma.
Opere su cui,dice l’artista, ha lavorato centinaia di ore, quasi un intarsio seghettato, unghiato con  ricamo senza orli, ma che tira dritto verso una severa essenzialità.
Il Mediterraneo nelle sue linee è einfalle elegante, scrupoloso: aforismi per cultori senza vela, ma il cielo e il mare vivono un abbraccio indissolubile e i pesci vagano in staticità d’alloro.
Una promiscuità non solo di cielo e mare, ma anche di uomo e mito, di uomo-pesce, un universo antropologico che nega le distinzioni, carburato solo dal tratto: orizzontale, verticale, spezzato eppure componente un solo tracciato ,un solo canto. E’ un Cristo che si è fermato ad Eboli, senza braccia, ma con gli occhi che vedono chiaro la condizione del cosmo.
Spalancano, le opere  le porte dell’Erebo, ma Euridice rimane sorda, lontana, non vive l’incanto e anche l’artista non nutre illusioni, il canto è refrattario non subisce malie.
Mutos e logos anch’essi sopravvivono grazie al tratto “minimale” per permettere alle speranze dell’uomo una impossibile sopravvivenza.
Schiarisce il sogno in alcune opere, quasi placide, in approdo al bello, ma la sorgente dell’alba presto è prosciugata.
L’arte di Mario Piccolino è una disperata richiesta d’amore, si allontana dal mondo in
pulviscoli, la salvezza non appartiene ai suoi desideri.

giovedì 4 agosto 2011

La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta

Pinacoteca di Gaeta “Giovanni da Gaeta”

9 luglio-11 settembre

Relatore Prof. Marcello Carlino (Università La Sapienza)

Di

Carmen Moscariello

Quella generazione del 15 e del 17 ebbe del divino! La terra fondana partorì miti che dureranno nel tempo, anzi il tempo gli darà più forza e vigore.
”Che cosa felice-scriveva De libero a Guido Ruggiero- il bel quadro degli Amici nello studio che Menico ha impiantato”. Nel quadro sublimato dalla staticità  si vedono: Domenico Purificato, Libero De Libero, , Peppe de Sanctis, Pietro Ingrao, Guido Ruggiero,  Leopoldo Savona, Don Danino Di Sarra, Marcello De Vito, Nino Peppe e i fratelli del maestro Adelmo e Oddino,(si fondono nel quadro amicizie e parentele di sangue).

E’ questa la generazione dei grandi che Fondi partorì in un’età felice che fece dire al filosofo Franco Lombardi che ci troviamo di fronte” alla cultura della Fondanità”.

Chissà chi di loro fu il caposcuola? De Libero, Purificato , certamente uno di loro aprì la porta alla fama e alla gloria, tirandosi dietro gli altri.
A Roma alla galleria “La cometa” trovarono  giusta allocazione: Il pittore, il poeta, lo scrittore, il regista, il grande politico (purtroppo in questi giorni Ingrao è ricoverato in ospedale a Fondi).

Lì si confrontarono con Valery, Strawinski,Cocteau, Cagli, Mafai, la loro straordinaria umanità trovò giusta armonia.
Ma, soprattutto Purificato non si dimenticò mai di Fondi, la onorò con mostre, incontri con i più grandi personaggi del suo tempo, col teatro, con la letteratura.

Chi scrive ricorda bene Guido Ruggiero, Peppe de Sanctis, per essi ha scritto più volte e da essi ha appreso aspetti importanti della vita e dell’opera di Purificato e di De Libero.
Oggi al Maestro, presenti i figli dell’Artista, Gaeta ha dedicato una mostra  e in particolare espone in modo trionfale nella prima sala “La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta”, tela spettacolare, dove placido si poggia il mistero del tempo nella magica attesa di un altrove  senza veemenza.

L’arte di Purificato vibra di compostezza. Nei visi tessuti dalla terra l’urlo è smorzato  e il corpo placido della donna si espone in tutta la sua sensualità e bellezza.
L’opera va letta nella sua coralità, fa ricordare la coralità della Cavalleria rusticana, qui, però, con la morte  aleggia senza planare. I molti personaggi sorprendono per l’armonia che esprimono.

E’ la coralità che annulla le differenze tra uomini e donne tra Cristo e l’Universo con le sue piccole fragili creature, smorzato è il dolore e la morte  è senza falce, accoglie in amorevole abbraccio Pulcinella. La stessa guerra che è la causa del male appare dimenticata, fuori dalla porta.
L’opera è stata presentata dal prof Marcello Carlino, che ha incantato  il folto pubblico con la sua dettagliata prolusione .

Ha fatto precisi e condivisi riferimenti a certo Novecentismo, quel movimento estetico della Generazione del 14  a cui aderirono tra gli altri Sironi e Funi.
Un’arte tesa non solo ad esigenze estetiche, ma anche sociali. Non a caso il prof. Marcello Carlino ha posto l’accento su due punti essenziali: il mito e la storia.

Aggiungiamo, a nostro avviso che certe  forme plastiche dell’opera riportano a Velazquez e in particolare a una delle sue opere più grandi: Las Merinos, i personaggi per la grande opera di Purificato sono posizionati quasi tutti alle spalle dei due protagonisti principali (la donna  col seno denudato e Arlecchino, quello in primo piano, poiché nell’opera ne appaiono più di uno ). Un linguaggio austero, dunque stemperato dai colori forti che aprono alla magia del mito.
Margherita Sorfatti (collaboratrice di Mussolini) parlò nella mostra sul Novecentismo inauguratasi a Milano nel 1926 di realismo magico e di nuovi miti.
Sembra che Purificato voglia effettivamente rispondere a canoni precisi e a valori umani, sociali, religiosi, riscontrabili in modo dettagliato anche sulla rivista “Novecento” di Bontempelli.

lunedì 11 luglio 2011

Mostra del Pittore Giovanni Simione

Centro Studi Torre Caetani Maranola

Aperta fino al 19 luglio

Paratassi in laboratorio giallo ocra

Di

Carmen Moscariello

L’orizzonte non si piega a percorsi romantici dell’occhio: gli orizzonti, al contrario, si muovono in laboratori di paratassi in giallo ocra, non rispettano alcuna regola solidale di incontro, ognuno naviga nel proprio orizzonte, proposizione poste in prospettive e geometrie inconciliabili quasi a sottolineare l’abisso tra l’orrore del mondo e i sogni dell’Artista.

La coppia di elementi congiunti, eppure estranei, nell’arte di Giovanni Simione costituiscono un paragone ellittico con al centro il guizzo colorato, sorpresa allo sguardo che dagli spazi lineari e paralleli si ritrova a contemplare immagini sempre più complesse.

Il Pittore ha dotato la sua arte di una ragion critica e di una ragion pratica, ma anche di un nichilismo dal quale non ci si salva.

Il dolore non costituisce un punto dal quale poi si esce, ma è un cerchio magico in cui per sempre si rimane prigionieri e altro non si può fare se non ritornare al punto di partenza per restringere il viaggio e focalizzare ogni particella dell’universo.

E’ un esagramma l’arte del  Maestro in una visione daltonica dettata da un  jatum che nella stessa opera crea un dualismo inconciliabile, per poi  placarsi nel l’I ching dei mutamenti. La legge del colore non combacia, ma sperimenta: consulta attraverso i sei orizzonti le condizioni plurime in cui il mondo si dilania, in un mutamento continuo senza origine, né fine.

L’immagine decentrata, viaggia in dissolvenza di atmosfere insistenti  sul giallo ocra che volutamente scarta i colori naturali.

L’arte di Giovanni Simione non si presenta levigata, non vuole essere trasparente, essa impegna i colori della ragione, il Pittore non può ignorare le convulsioni  di un mondo asettico, senza linfa che batte, privo di  campane che chiamano a festa. Sdegnata l’arte non si piega alla preghiera, ma si immerge  nell’improbabile esistere del Nulla, del non Essere.

Anche i trittici che si incalzano a portafoglio, per incastri o riflessi dalle memorie, poggiano su fondamenta senza radici, l’unica cosa antica ed eterna è il dolore dell’uomo con  la sua straziata e straziante, incolmabile ricerca.

L’altalenante identità del porcellino rosso al centro della scena, rompe gli equilibri per riportare l’arte su un altro piano, un altro orizzonte criptato col soffio del vuoto, di un pozzo che incatena a forme  moderne, originali, su strade e proposte non percorribili da altri, né tantomeno sono segnabili confini esatti, strutturali dell’ imàgo.
Tutto è sbilanciato in chi non trova nel mondo alcuna perfezione e il silenzio si trasforma in forme aspre , in nugae di oggetti piccoli e appartenenti al quotidiano singhiozzo dei luoghi in cui il maestro crea: non i cieli o i tetti che risplendono di sole a Catellone (luogo in cui si trova il suo studio), né i riflessi dell’azzurro mare, ma  solo la  disperata ricerca “di un segno che superi la vita”, gli oggetti sono  intrisi dalla rugosa scorza della  storia dell’uomo, nella volontà accanita di qualcosa che non vuoi che sfugga. La creatività è trattenuta in forme distanti, nonostante tutte facciano parte dell’unico nucleo  che è il mondo del vissuto con occhi che guardano oltre gli orizzonti paralleli che si sfogliano come pagine di incunaboli .