lunedì 17 marzo 2025

 

Il Vangelo in Poesia.

Post Scriptum all'opera “ Soli della chiesa Celestino V e benedetto XVI”  Gangemi editore Marzo 2025

Di 

Carmen Moscariello


Foto di  Falconio Alberto


  

 Con timore e reverenza mi sono avvicinata  all’infinita e raffinata cultura di Benedetto XVI, al suo pensiero che ha radici e forze nella storia dell’uomo e di tutto il Cristianesimo.

Egli è un filosofo teologo che più lo studi e  leggi i suoi libri, le sue omelie, le sue lettere, più lo ami e più ti senti vicino a Dio, ti  porta  su quella sua strada segnata da Fede e Ragione.

Ci si sente impari di fronte a questa grandezza. Egli ci presenta Dio e la Chiesa nella loro bellezza e di quanto la loro presenza sia essenziale alle nostre vite.

Senza Dio si ignorano due parole essenziali alla vita dell’umanità: Amore e Pace. Su queste due grandi colonne poggia la Chiesa, perciò la nostra fede, con la presenza del Cristo fatto uomo, può rendere il mondo migliore.

Dalla sua morte non mi abbandona il pensiero di Benedetto, così per tanto tempo ho iniziato le mie giornate con il proposito  di leggere una sua omelia, una sua lettere, una sua considerazione sull’arte e sulla musica, le sue appassionate analisi sui Padri della Chiesa, cercando di entrare passo dopo passo nel suo infinito pensare e nel suo amore incondizionato per l’umanita e la Madre Chiesa.

Mi sento fortemente colpevole poiché anch’io nel passato mi sono lasciata sviare da interpretazioni giornalistiche dei suoi detrattori che purtroppo sono stati e sono tuttora tanti.

Soprattutto agli inizi del suo pontificato,  non lo  ho amato abbastanza, perdendomi così l’occasione di percorrere con maggiore coscienza e rigore la strada di Dio.

Ecco quello che Egli ha voluto insegnarci e credo che sostanzia il suo pontificato: il suo magistero fu ed è  la strada che porta a Dio, è bello  avere Dio come sicuro obiettivo e compagno nello scalpiccio accidentato delle nostre strade.

In seguito, leggendolo in molte sue pieghe biografiche  scopro che era un appassionato della musica, della poesia e dell’arte e in molti passaggi delle sue analisi teologiche e teologali  ritiene che anche questo sia un modo per rimanere vicini alla bellezza di Dio, anche la poesia, la musica  e l’arte sono strade della catechesi che portano a Dio.

Nella serie di catechesi sui Padri della Chiesa egli ci ricorda che molti di questi padri amarono la musica da Romano Il Melode[1] a Sant’Ambrogio , a San Tommaso, a san Giovanni della Croce.

Io stesso ho constatato di quanto la musica e i canti religiosi facciano parte di tutta la liturgia e della catechesi della chiesa. Ricordo come se fosse oggi un viaggio scolastico con i  miei alunni  all’ Abbazia di Montecassino. La visita era naturalmente prenotata eravamo lì per una mostra di incunabuli allestita  nella biblioteca.  [2]    I monaci appena mettemmo piedi nel monastero ci accolsero con canti e musica gregoriana, non li vedevamo, ma io provai in me l’incanto di essere in Paradiso.  Anche in luoghi meno famosi come nell’Abbazia di Santa Maria del Colle a Lenola dove c’è un coro da fare invidia a quello di San Pietro, i canti sono tutti in latino (come era desiderio di Benedetto XVI ) sono tuttora qualcosa di sublime, di non raccontabile con parola umana, poiché anch’essi sono testimonianza della bellezza di Dio. E forse che Benedetto XVI non ci illumini dicendoci di allontanarci dalla volgarità del vivere, dall’approssimazione dei costumi, dalla bestemmia, da ogni perdizione della propria coscienza e non ci inviti a riflettere sulla nostra società superficiale e narcisista.

I suoi detrattori hanno avuto molto da dire anche su queste parole.

Forse che non sia vero che per credere e amare la parola di Dio sia necessario rigore, passione, rispetto delle regole della chiesa e dell’uomo, dell’ambiente?

Non credo che questo e, non solo questo, sia rigorismo, o peggio ancora conservatorismo.

Le molte critiche che sono piovute su di Lui, soprattutto dalla Germania e dall’America, come le accuse di poco rigore nella lotta alla pedofilia, gli avranno provocato non poca sofferenza. Eppure le leggi più severe nel trattare questo miasma sono state scritte e dettate  sotto il suo pontificato e alle quali lo stesso Francesco si sta attenendo con coraggio, dolore, e forza.

Quello che più vale e lo mette in stretta vicinanza a Pietro da Morrone  è il suo insegnamento: l’invito a pregare, a incontrare Dio ogni giorno nell’ostia consacrata. Egli ci insegna come farlo:  la preghiera è un mezzo meraviglioso per mettersi in contatto con Dio.

Pregare, pregare, pregare.

E’ questo l’insegnamento più determinante della sua fede che lo accomuna al suo Fratello di sangue San Pietro Confessore.

Nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa,[3] e in opere prestigiose di meravigliosa e facile lettura[4]vorrei ricordare con le parole di Benedetto Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, “appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia”. Pensiamo anche al suo compatriota, sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma meditiamo  anche su  teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano l’anima; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso,[5] che ci ha donato gli inni della Festa del Corpus Domini; pensiamo a san Giovanni della Croce[6](1542-1591) che oltre la dolce musicalità delle sue opere accompagnate dal suono dell’organo, di infinita bellezza sono il “Canto spirituale” e “Il mistero dell’unione” fu un grande riformatore e chiese come Benedetto XVI maggior rigore alla Chiesa. Con Santa Teresa Davila il Doctor mYsticus, gigante della fede, operò una grande riforma della chiesa, soprattutto in Spagna  fu Santo, ma anche musicista e poeta “La notte scura”, e dunque il suo operare,  furono  un esempio chiaro di questa fusione tra  teologia e poesia. Scelse e  amò la vergine del Carmelo e fu carmelitano. Non è un caso che il Papa Emerito o citi come espressione di bellezza della chiesa cattolica.

La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.

Anche gli inni liturgici sono una forma di catechesi , infatti ab origine erano solo questi. Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora, per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e dell’innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette "contaci" (kontákia). Il termine kontákion, "piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto

Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone, le grandi chiese costruite dall’uomo in onore di Dio, di Cristo e della Vergine sono pagine bellissime ed eterne della storia del Cristianesimo parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo.[7]

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia e teologia

Fondare la nostra  vita su Gesù e sulla salda roccia della sua Parola

Noi siamo un fiume solo
se uno ha peccato
tutti siamo feriti.
Invece il cielo gli agnelli i prati
sempre fedeli a compiere lo stesso mistero
inesauribile di riti novelli.
E’ Dio che in essi fiorisce,
si espande, dilaga
e poi ritorna a fiorire.

Dove sarà mai paradiso
Fuori di questa unione divenuta cosciente?
Questo solo è peccato,
origine di ogni altro errare:
il non aver saputo che la terra è di Dio.
Ed egli è nel cuore delle cerve[8]

 

 

 

Egli è nel cuore delle cerve»[9] con un verso solo siamo proiettati  nell’orizzonte dei testi biblici nel dolce cantare di San Francesco, di David Maria Turoldo e, perché non pensare anche alla Ginestra del Leopardi dove la fusione della natura e l’uomo è senza precedenti per la potenza delle immagini e della parola poetica?  Questi poeti sono i protagonisti soprattutto della Catechesi di Papa Francesco: ogni giorno ci invita alla pace, ogni giorno ci prega di rispettare e amare la natura. La salvaguardia della natura è nella dottrina cristiana occupa un posto primordiale potremmo dire al pari della Pace.

L’uomo che distrugge il prossimo e annienta la natura si mette sul piano dei demoni. Ma ritornando al grande teologo egli ci insegna che la poesia può raccontare l’odore della terra, il senso della vita spesa al servizio di Cristo.

Mi sono interrogata più volte su quanto abbia sofferto Benedetto XVI che inquieto  cercava l’odore del pane, il canto che annunciava la parola di Dio e le bianche betulle che  lente cantavano gli inni alla madre di Dio, pregando per questo mondo che spesso ci disonora, una società che voleva  la morte di Dio, divorata dal super ego il cui unico terribile desiderio era ed è sopraffare il prossimo. Aveva già previsto nei suoi scritti l’orrore delle guerra che stiamo vivendo, mi riferisco alla carneficina dell’Ucraina e della striscia di Gaza: perpetrando la condotta dell’individualismo, l’azzeramento del “Noi” al quale tanto teneva il Pontefice, da soli non si costruisce il bene, non c’è futuro per l’uomo. La chiesa cattolica ha la sua forza e il suo fondamento nell’amore per il  prossimo e la catechesi di papa Francesco è una preghiera quotidiana  sull’accoglienza dei poveri e degli emigrati.  Cosi Bendetto XVI:i  suoi scritti non sono solo estensione della preghiera, visione del Padre, il candore della colomba che annunzia la resurrezione, Egli aveva occhi bene aperti sul mondo sapeva che a grandi passi ci si avviava verso il precipizio, ha tentato invano di fermarci, di riflettere sul nostro operato. E la sua  voce flebile , quasi un sussurro ancora ci invita, ci supplica  a cambiare strada, scegliere la via della fede, accostarsi a Dio, immergerci nella purezza dei Santi. Questo è anche  l’appello quotidiano anche di Papa Francesco. Guai all’uomo se non ci fosse la chiesa e i suoi santi e i pastori saremmo ancora di più un popolo di disperati, se solo guardiamo alle dottrine marxiste che avevano cancellato  Dio dal cuore degli uomini, ci accorgiamo di popoli che comunque cercavano Dio. Ricordo in un mio viaggio risalente al 1973, anzi in un lungo soggiorno a Dubrovnik , avevo una collana con un piccolo crocifisso al collo, molti lo guardavano con dolore, poiché a loro era vietato.[10]

La parola profetica è poesia.

 La voce di Benedetto è una voce di preghiera, ma è anche una voce di denuncia del presente che non conosce la  “sacralità “della vita, né quella di Dio.

C’è in Lui un impulso irrefrenabile a cambiare la storia a legarci alle nostre origini cristiane ad avere come maestri i grandi Padri della chiesa.

 La non quiete, il volgare trasformismo non fa altro che creare il caos e dunque la morte.

Non c’è utopia né pensiero puramente astratto nell’opera di Benedetto, ma la totale fiducia in Dio e nella Chiesa e nell’uomo.

La chiesa di Dio deve strappare l’uomo al suo inferno, aprire varchi verso l’amore di Cristo, bere a quella croce del mistero della vita e della morte e risorgere, riportarci sul colle dove il sole  sta sorgendo e nel silenzio della preghiera ascoltare la natura e bere ai ruscelli cristallini dell’onestà, del rispetto per i fratelli.

Salire sulla collina dove il sole non tramonta.

La fede è verità e trova le sue radici ricche di linfa vitale nell’amore. “Non ho mai saputo accettare questa “civiltà”: la civiltà dello scialo, del consumo, delle magnifiche sorti e progressive che sono, al contrario, una marcia verso la morte più che verso la vita. Questi sono temi, per me, che costituiscono veramente uno stato di provocazione continua: da qui nascono il mio grido, la mia denuncia, la possibilità di farsi sentire come voce che condanna o annuncia”. [11]

Non basta denunciare il presente anarchico e corrotto, ma occorre insegnare all’uomo che non è ideatore solo di mostri, di orrore, ma anche di rifulgere raggiante accanto a Dio e ai suoi angeli.   “Bisogna che l’uomo riconosca la sua sconfitta; gridare forte che questa non è una civiltà umana; che la tecnica e la stessa scienza sono, per ora, nella norma più estesa, le assi della cassa da morto dell’uomo”.[12]

Benedetto XVI  ritiene che la ragione non è solo la maestra delle scienze, la ragione fa parte della teologia è elemento determinante, essa non è la regina di due mondi diversi, ma di due mondi che si appartengono. E’ di chi dissente e perciò è rifiutato in quanto sovvertitore.

E ritorna meravigliosa nella sua vita e nei suoi scritti  l’immagine di Gesù crocifisso,[13] bellissima la testimonianza a Vienna nel 2007 sul crocifisso del Duomo di  Sarzana, nell’abbazia di Heiligenkreuz  poté ammirarne la copia : “Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama. Questo sguardo si volge ad ogni uomo. Il Signore, infatti, guarda nel cuore di ciascuno di noi”

 

 

 

 



Foto di Falconio Alberto.
A confermare questo delirio di bellezza e santità ci sono meravigliose fotografie dell'Artista  Falconio Alberto anch'esse testimoniano la storia di "Due Soli della chiesa." L'Editore  Gangemi ha contribuito a creare bellezza, perchè egli , come si sa, stampa \Libri d'arte tra i più preziosi nel mondo.
Le foto pubblicate sono inedite e appartengono a Falconio Alberto. E' vietata qualsiasi riproduzione.


Nessun commento:

Posta un commento