Il Vangelo in Poesia.
Post Scriptum all'opera “ Soli della chiesa Celestino V e benedetto XVI” Gangemi editore Marzo 2025
Di
Carmen Moscariello
Foto di Falconio Alberto
Con timore e reverenza mi sono
avvicinata all’infinita e raffinata
cultura di Benedetto XVI, al suo pensiero che ha radici e forze nella storia
dell’uomo e di tutto il Cristianesimo.
Egli è un filosofo teologo che più lo studi e leggi i suoi libri, le sue omelie, le sue
lettere, più lo ami e più ti senti vicino a Dio, ti porta
su quella sua strada segnata da Fede e Ragione.
Ci si sente impari di fronte a questa grandezza. Egli ci presenta Dio e la
Chiesa nella loro bellezza e di quanto la loro presenza sia essenziale alle
nostre vite.
Senza Dio si ignorano due parole essenziali alla vita dell’umanità: Amore e
Pace. Su queste due grandi colonne poggia la Chiesa, perciò la nostra fede, con
la presenza del Cristo fatto uomo, può rendere il mondo migliore.
Dalla sua morte non mi abbandona il pensiero di Benedetto, così per tanto
tempo ho iniziato le mie giornate con il proposito di leggere una sua omelia, una sua lettere,
una sua considerazione sull’arte e sulla musica, le sue appassionate analisi
sui Padri della Chiesa, cercando di entrare passo dopo passo nel suo infinito
pensare e nel suo amore incondizionato per l’umanita e la Madre Chiesa.
Mi sento fortemente colpevole poiché anch’io nel passato mi sono lasciata
sviare da interpretazioni giornalistiche dei suoi detrattori che purtroppo sono
stati e sono tuttora tanti.
Soprattutto agli inizi del suo pontificato,
non lo ho amato abbastanza,
perdendomi così l’occasione di percorrere con maggiore coscienza e rigore la
strada di Dio.
Ecco quello che Egli ha voluto insegnarci e credo che sostanzia il suo
pontificato: il suo magistero fu ed è la
strada che porta a Dio, è bello avere
Dio come sicuro obiettivo e compagno nello scalpiccio accidentato delle nostre
strade.
In seguito, leggendolo in molte sue pieghe biografiche scopro che era un appassionato della musica,
della poesia e dell’arte e in molti passaggi delle sue analisi teologiche e
teologali ritiene che anche questo sia
un modo per rimanere vicini alla bellezza di Dio, anche la poesia, la musica e l’arte sono strade della catechesi che
portano a Dio.
Nella serie di catechesi sui Padri della Chiesa egli ci ricorda che molti
di questi padri amarono la musica da Romano Il Melode[1] a Sant’Ambrogio , a San
Tommaso, a san Giovanni della Croce.
Io stesso ho constatato di quanto la musica e i canti religiosi facciano
parte di tutta la liturgia e della catechesi della chiesa. Ricordo come se
fosse oggi un viaggio scolastico con i
miei alunni all’ Abbazia di
Montecassino. La visita era naturalmente prenotata eravamo lì per una mostra di
incunabuli allestita nella
biblioteca. [2] I monaci appena mettemmo piedi nel
monastero ci accolsero con canti e musica gregoriana, non li vedevamo, ma io
provai in me l’incanto di essere in Paradiso.
Anche in luoghi meno famosi come nell’Abbazia di Santa Maria del Colle a
Lenola dove c’è un coro da fare invidia a quello di San Pietro, i canti sono
tutti in latino (come era desiderio di Benedetto XVI ) sono tuttora qualcosa di
sublime, di non raccontabile con parola umana, poiché anch’essi sono
testimonianza della bellezza di Dio. E forse che Benedetto XVI non ci illumini
dicendoci di allontanarci dalla volgarità del vivere, dall’approssimazione dei
costumi, dalla bestemmia, da ogni perdizione della propria coscienza e non ci
inviti a riflettere sulla nostra società superficiale e narcisista.
I suoi detrattori hanno avuto molto da dire anche su queste parole.
Forse che non sia vero che per credere e amare la parola di Dio sia
necessario rigore, passione, rispetto delle regole della chiesa e dell’uomo,
dell’ambiente?
Non credo che questo e, non solo questo, sia rigorismo, o peggio ancora
conservatorismo.
Le molte critiche che sono piovute su di Lui, soprattutto dalla Germania e
dall’America, come le accuse di poco rigore nella lotta alla pedofilia, gli
avranno provocato non poca sofferenza. Eppure le leggi più severe nel trattare
questo miasma sono state scritte e dettate
sotto il suo pontificato e alle quali lo stesso Francesco si sta
attenendo con coraggio, dolore, e forza.
Quello che più vale e lo mette in stretta vicinanza a Pietro da
Morrone è il suo insegnamento: l’invito
a pregare, a incontrare Dio ogni giorno nell’ostia consacrata. Egli ci insegna
come farlo: la preghiera è un mezzo
meraviglioso per mettersi in contatto con Dio.
Pregare, pregare, pregare.
E’ questo l’insegnamento più determinante della sua fede che lo accomuna al
suo Fratello di sangue San Pietro Confessore.
Nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa,[3] e in opere prestigiose di
meravigliosa e facile lettura[4]vorrei ricordare con le
parole di Benedetto Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in
Siria. Teologo, poeta e compositore, “appartiene alla grande schiera dei
teologi che hanno trasformato la teologia in poesia”. Pensiamo anche al suo
compatriota, sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma
meditiamo anche su teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i
cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano l’anima; o a un
teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso,[5] che ci ha donato gli inni
della Festa del Corpus Domini; pensiamo a san Giovanni della Croce[6](1542-1591) che oltre la
dolce musicalità delle sue opere accompagnate dal suono dell’organo, di
infinita bellezza sono il “Canto spirituale” e “Il mistero dell’unione” fu un
grande riformatore e chiese come Benedetto XVI maggior rigore alla Chiesa. Con
Santa Teresa Davila il Doctor mYsticus, gigante della fede, operò una grande
riforma della chiesa, soprattutto in Spagna
fu Santo, ma anche musicista e poeta “La notte scura”, e dunque il suo
operare, furono un esempio chiaro di questa fusione tra teologia e poesia. Scelse e amò la vergine del Carmelo e fu carmelitano.
Non è un caso che il Papa Emerito o citi come espressione di bellezza della
chiesa cattolica.
La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò
crea bellezza.
Anche gli inni liturgici sono una forma di
catechesi , infatti ab origine erano solo questi. Romano resta nella storia
come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora,
per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano
si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca,
ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue
composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di
catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e
dell’innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un
santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al
centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena
piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte
sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate,
dette "contaci" (kontákia).
Il termine kontákion,
"piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si
avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto
Da questo contatto del cuore con la Verità
che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la
fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma
rimane viva e presente. Le icone, le grandi chiese costruite dall’uomo in onore
di Dio, di Cristo e della Vergine sono pagine bellissime ed eterne della storia
del Cristianesimo parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del
passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci
sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo.[7]
Poesia e teologia
Fondare la nostra vita su Gesù e sulla salda roccia della sua
Parola
Noi siamo un fiume solo
se uno ha peccato
tutti siamo feriti.
Invece il cielo gli agnelli i prati
sempre fedeli a compiere lo stesso mistero
inesauribile di riti novelli.
E’ Dio che in essi fiorisce,
si espande, dilaga
e poi ritorna a fiorire.
Dove sarà mai paradiso
Fuori di questa unione divenuta cosciente?
Questo solo è peccato,
origine di ogni altro errare:
il non aver saputo che la terra è di Dio.
Ed egli è nel cuore delle cerve[8]
Egli è nel cuore delle cerve»[9]
con un verso solo siamo proiettati
nell’orizzonte dei testi biblici nel dolce cantare di San Francesco, di
David Maria Turoldo e, perché non pensare anche alla Ginestra del Leopardi dove
la fusione della natura e l’uomo è senza precedenti per la potenza delle
immagini e della parola poetica? Questi
poeti sono i protagonisti soprattutto della Catechesi di Papa Francesco: ogni
giorno ci invita alla pace, ogni giorno ci prega di rispettare e amare la
natura. La salvaguardia della natura è nella dottrina cristiana occupa un posto
primordiale potremmo dire al pari della Pace.
L’uomo che distrugge il prossimo e annienta
la natura si mette sul piano dei demoni. Ma ritornando al grande teologo egli
ci insegna che la poesia può raccontare l’odore della terra, il senso della
vita spesa al servizio di Cristo.
Mi sono interrogata più volte su quanto
abbia sofferto Benedetto XVI che inquieto
cercava l’odore del pane, il canto che annunciava la parola di Dio e le
bianche betulle che lente cantavano gli
inni alla madre di Dio, pregando per questo mondo che spesso ci disonora, una
società che voleva la morte di Dio,
divorata dal super ego il cui unico terribile desiderio era ed è sopraffare il
prossimo. Aveva già previsto nei suoi scritti l’orrore delle guerra che stiamo
vivendo, mi riferisco alla carneficina dell’Ucraina e della striscia di Gaza:
perpetrando la condotta dell’individualismo, l’azzeramento del “Noi” al quale
tanto teneva il Pontefice, da soli non si costruisce il bene, non c’è futuro
per l’uomo. La chiesa cattolica ha la sua forza e il suo fondamento nell’amore
per il prossimo e la catechesi di papa
Francesco è una preghiera quotidiana
sull’accoglienza dei poveri e degli emigrati. Cosi Bendetto XVI:i suoi scritti non sono solo estensione della
preghiera, visione del Padre, il candore della colomba che annunzia la
resurrezione, Egli aveva occhi bene aperti sul mondo sapeva che a grandi passi
ci si avviava verso il precipizio, ha tentato invano di fermarci, di riflettere
sul nostro operato. E la sua voce flebile
, quasi un sussurro ancora ci invita, ci supplica a cambiare strada, scegliere la via della
fede, accostarsi a Dio, immergerci nella purezza dei Santi. Questo è anche l’appello quotidiano anche di Papa Francesco.
Guai all’uomo se non ci fosse la chiesa e i suoi santi e i pastori saremmo ancora
di più un popolo di disperati, se solo guardiamo alle dottrine marxiste che
avevano cancellato Dio dal cuore degli
uomini, ci accorgiamo di popoli che comunque cercavano Dio. Ricordo in un mio
viaggio risalente al 1973, anzi in un lungo soggiorno a Dubrovnik , avevo una
collana con un piccolo crocifisso al collo, molti lo guardavano con dolore,
poiché a loro era vietato.[10]
La parola profetica è poesia.
La
voce di Benedetto è una voce di preghiera, ma è anche una voce di denuncia del
presente che non conosce la “sacralità
“della vita, né quella di Dio.
C’è in Lui un impulso irrefrenabile a
cambiare la storia a legarci alle nostre origini cristiane ad avere come
maestri i grandi Padri della chiesa.
La
non quiete, il volgare trasformismo non fa altro che creare il caos e dunque la
morte.
Non c’è utopia né pensiero puramente
astratto nell’opera di Benedetto, ma la totale fiducia in Dio e nella Chiesa e
nell’uomo.
La chiesa di Dio deve strappare l’uomo al
suo inferno, aprire varchi verso l’amore di Cristo, bere a quella croce del
mistero della vita e della morte e risorgere, riportarci sul colle dove il
sole sta sorgendo e nel silenzio della
preghiera ascoltare la natura e bere ai ruscelli cristallini dell’onestà, del
rispetto per i fratelli.
Salire sulla collina dove il sole non
tramonta.
La fede è verità e trova le sue radici
ricche di linfa vitale nell’amore. “Non ho mai saputo accettare questa
“civiltà”: la civiltà dello scialo, del consumo, delle magnifiche sorti e
progressive che sono, al contrario, una marcia verso la morte più che verso la
vita. Questi sono temi, per me, che costituiscono veramente uno stato di
provocazione continua: da qui nascono il mio grido, la mia denuncia, la
possibilità di farsi sentire come voce che condanna o annuncia”. [11]
Non basta denunciare il presente anarchico
e corrotto, ma occorre insegnare all’uomo che non è ideatore solo di mostri, di
orrore, ma anche di rifulgere raggiante accanto a Dio e ai suoi angeli. “Bisogna che l’uomo riconosca la sua
sconfitta; gridare forte che questa non è una civiltà umana; che la tecnica e
la stessa scienza sono, per ora, nella norma più estesa, le assi della cassa da
morto dell’uomo”.[12]
Benedetto XVI ritiene che la ragione non è solo la maestra
delle scienze, la ragione fa parte della teologia è elemento determinante, essa
non è la regina di due mondi diversi, ma di due mondi che si appartengono. E’
di chi dissente e perciò è rifiutato in quanto sovvertitore.
E ritorna meravigliosa nella sua vita e nei
suoi scritti l’immagine di Gesù crocifisso,[13]
bellissima la testimonianza a Vienna nel 2007 sul crocifisso del Duomo di Sarzana,
nell’abbazia di Heiligenkreuz poté
ammirarne la copia : “Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama.
Questo sguardo si volge ad ogni uomo. Il Signore, infatti, guarda nel cuore di
ciascuno di noi”
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