La scrittura di Moscariello: coerenza
e coraggio, Vangelo e poesia
di Franco Mangialardi
“Coerenza
e coraggio”, valori che appartengono alla scrittrice Carmen Moscariello. Non è
facile affrontare argomenti storici e complessi. E il “coraggio” e la
“coerenza” sono un dato caratteriale della Famiglia Moscariello. Giovanni
Palatucci, parente di Carmen, salvò circa 5000 deportati dallo sterminio e
dalla furia nazista. Giovanni Palatucci fu trucidato a Dachau, a soli 36 anni,
il 10 febbraio 1945.
Non
ho notato molte dediche all’eroe Palatucci nei paesi dell’Irpinia. Ho
apprezzato invece una grande dedica in un Parco comunale a Terni. Comunque
dichiarato Beato dalla Chiesa cattolica; indicato dagli Ebrei come “Giusto tra
le Nazioni”; Medaglia d’Oro al Valor Civile dallo Stato Italiano.
Il
“coraggio” e la “coerenza” di Celestino V. Scorrendo le prime pagine del testo
redatto dalla Moscariello mi ha sorpreso il richiamo “all’eresia”. Un richiamo che appare soprattutto come una
“sfida”. Ho sempre apprezzato le persone che sanno “scegliere”; le persone che,
scegliendo, non si rassegnano all’ingiustizia; chi non pensa che la povertà sia
una fatalità; chi ha il coraggio di avere più coraggio.
Don
Luigi Ciotti, da cui ho ripreso le riflessioni di cui sopra, ha richiamato alla
mia memoria una frase di Aldo Moro: “Non aver paura della paura”. Solo gli
“inetti” a mio avviso non sono capaci di vivere la fede come un aspetto
della rivoluzione: che avvicina a Dio, al Gesù della Morte e della
Risurrezione.
Rivoluzione,
il cambiamento essenziale per la vita, la continuità della Chiesa, non può come
proposta e impegno appartenere ai “vili”. Celestino V così come Benedetto VI
non sono stati personaggi “vili”. Al contrario hanno saputo dimostrare
l’essenzialità delle fede cristiana come dono; è un dono la fede che, se vera,
genuina, impegna a donare. “Vili” sono quelle persone: vescovi, sacerdoti e
laici che “parlano” di fede ma che hanno invece solo come guida il loro
egoismo, la passione per una carriera. Spesso persone che non “amano”, bussano
alla nostra porta chiedendo aiuto. Condivido un “passaggio” dell’Autrice: “Nella
loro guida (Celestino e Benedetto) è riposta anche la nostra libertà che è
bellezza”. Il loro gran rifiuto non è solo delirio, ma è corte d’amore; è
raduno di santità.
Amore
e Santità rappresentano le straordinarie difese dei veri
discepoli di Gesù nei vari itinerari del tempo e della storia, Perseguitati
spesso dalla stessa chiesa, dalla cultura dominante e dalla politica di stampo
massonico, laicista, fascista, leninista/marxista, i “Rivoluzionari per Amore”,
i Santi di ogni tempo, da Celestino a Benedetto sono i degni rappresentanti di
chi non si arrende di fronte ai soprusi dei potenti di ogni tempo. Accettare la
Rivoluzione per Amore significa avere il coraggio di sovvertire nella consapevolezza
che Dio è tra gli uomini e non li abbandona. Il testo scritto dalla Moscariello
non è una “storia religiosa” di baciapile per baciapile. Gente che si “batte in
continuità il petto” o che frequenta sagrestie per qualche scopo non sempre
lusinghiero. È un testo pieno di “misticismo” dove si avverte il fascino della
preghiera, una preghiera di “salvezza”.
Di
grande effetto la preghiera di Celestino alla Vergine (Tractatus de vita sua).
“Vergine gloriosa, Madre de pietade, fonte de omne bellezza, giglio de
castitate, castello de Amore, foco de caritate”.
Adatto
al mondo e non inadatto, come erroneamente Celestino è stato da qualcuno
considerato. Celestino si può definire un “pragmatico”. Era interessato a
migliorare la vita di pastori e contadini; lottava contro lo sfruttamento; era
attento a linee progettuali per rendere fertile la terra, limitare i latifondi,
sconfiggere le epidemie che affliggevano i bambini, Altro che “uomo, sacerdote,
monaco, Papa” vile! Ancora oggi possiamo immaginarlo a cavalcioni di un mulo
nel corso del viaggio in età avanzata vero Lione, in Francia. Doveva andare al
cospetto del Papa Gregorio X per difendere l’esistenza del suo Ordine (1273).
Tutte le città che attraversava lo acclamavano santo. Si chiedevano miracoli,
lo imploravano di essere guariti e benedetti. La via percorsa fu la via
Francigena.
La
lettura del testo moscarielliano ha suscitato via via il mio interesse perché
mi ha permesso di conoscere meglio una figura straordinaria. Dante mi aveva
sviato. Pietro da Morrone, attraverso queste validissime pagine, ci fa
comprendere - compagna la meditazione - come si percorre il cammino alla Luce.
“Non
benedico ciò che è distruzione e morte”. Questa l’affermazione di Celestino
quando gli eserciti gli chiedevano benedizione, cacciandoli in male modo. Viene
da pensare al prete (una specie di papa) ortodosso di Mosca quando inneggia
all’esercito russo che sta per invadere l’Ucraina! Viene da pensare ai così
detti cattolici italiani (falsi pacifisti) quando condividono la politica del
dittatore russo Putin che si dichiara credente. Emerge nel contempo la
gratitudine verso Papa Francesco che continua la sua appassionata preghiera per
la pace contro ogni forma di guerra e per la libertà dei popoli.
Carmen
Moscariello nel suo testo conferma che Celestino aveva un “progetto”. Un
“progetto” molto grande che avrebbe messo in crisi tutti i poteri costituiti.
Perciò, secondo l’Autrice ed io con lei, questi poteri lo costrinsero alle
dimissioni fino, forse, ad ucciderlo. In altre pagine la Nostra ritornerà sulla
questione “torture/assassinio/segno di un chiodo che trapassò il cranio di
Celestino”.
Non
meno grande del progetto di Celestino quello di Benedetto XVI e di Papa
Francesco. Possiamo parlare dei tre, come Papi sovversivi. Niente di violento,
scrive Moscariello. Le loro intenzioni furono e sono quelle di sovvertire, non
solo mutare il mondo e il modo di rapportarsi a Dio. Queste loro regole di
santità, nate per esigenze spirituali, hanno assunto nella storia anche un
valore politico e sociale.
Leggendo
le pagine de Il Vangelo in Poesia rivado con la memoria alla sera di un
Venerdì Santo, al Colosseo, a Roma. L’incedere della processione era
accompagnato dalle riflessioni della Via Crucis. Riflessioni scritte da
Benedetto XVI già Papa Ratzinger o dal Cardinale Ratzinger non ancora Papa (non
ricordo bene). Drammatici i richiami ai “mali” della Chiesa! Il gravissimo
emergente problema della pedofilia nella Chiesa. Furono questi “mali” non
dominabili e difficilmente dominabili che costrinsero, a mio avviso, Benedetto
XVI a dimettersi. Mi sembra che Moscariello condivida la mia considerazione.
Perciò il suo libro è di grandissima attualità. Fa emergere gli aspetti
“decadenti” della Chiesa e nel contempo fa emergere la “possanza” mistica e
rivoluzionaria di Celestino, Benedetto, Francesco. Il loro progetto: riportare
Cristo, il Vangelo al centro dell’avvenimento cristiano. In questa prospettiva
emerge una particolare originalità dello scritto della Moscariello. Sono
collegati in modo mirabile poesia, preghiera, storie, progetti. Vengono alla
luce i demoni del tradimento verso il dato evangelico e la forza di una fede
che supera tutti gli ostacoli.
Il
viaggio di Celestino a Lione fu un’esperienza fondamentale. Emerse il suo aiuto
per i Templari ed emerse come abile politico nella centralità della storia.
Scrive Moscariello: “Al suo rientro costruisce la meravigliosa basilica di
Collemaggio che tutti possiamo ammirare e dove ogni anno si perpetua il rito
della Perdonanza che Celestino papa stabilirà con una Bolla. Costruita la
Basilica pare che qui nascose le reliquie di Cristo che i Templari gli avevano
affidato. Qui Pietro da Morrone fu incoronato Papa e qui fu pubblicata la sua
Bolla della Perdonanza. Ancora oggi il 29 agosto migliaia di fedeli varcano la
soglia della Basilica ottenendo secondo la volontà di Celestino il perdono di
tutti i peccati e la riconciliazione con Dio”.
Questo
“passaggio”, la Perdonanza, viene colto nel suo più profondo significato dalla
Nostra. Non riguarda solo un aspetto della vita di Celestino, il rapporto con
il Papa a Lione, l’incontro con esponenti di ordini monastici, la richiesta di
un “riconoscimento” per il suo nascente Ordine ma anche una dimensione
relazionale di tipo internazionale ovvero oltre i territori italiani, i gruppi,
le associazioni, i monasteri italiani e anche una dimensione di grande
religiosità: inchinarsi alla volontà di Dio Padre e cogliere l’essenza delle
fede cristiana: il perdono e la remissione dei peccati. Perdona e chiedi il
perdono. Il percorso terreno di Celestino sembra tracciato di “azzurro”:
azzurro come la Luce della Grazia. Chiamò “celestini” i suoi seguaci affinché i
loro occhi fossero sempre rivolti al cielo.
E
poi la straordinaria modernità del pensiero di Celestino: “Amate la natura,
diceva Pietro, essa è la nostra madre, ad essa si deve rispetto, affinché
possiamo godere per sempre il calore del suo abbraccio”. I vari “richiami” sul
percorso culturale, progettuale, esposti doviziosamente dalla Moscariello fanno
del suo testo un’opera storica, anche ecclesiologica, di notevole spessore. Non
è sempre facile imbattersi in pubblicazioni che spingono il lettore a
continuare la lettura. Questo lavoro, invece, appassiona e fa conoscere la
“verità”, riguardante personaggi spesso sottovalutati. Celestino, Benedetto,
Francesco hanno fatto la “storia” ed innovata la Chiesa secondo lo spirito del
Vangelo. Ripeto questa riflessione, perché “rileggere” in continuità il testo, rinvigorisce
una convinzione. Un testo di grande “possanza” scenica che rafforza nella comprensione della fede: “Fare delle
elemosine - Recitare un certo numero di Pater Noster per i vivi e per i
defunti - Astenersi dal peccato grave - Mantenere il mutuo affetto - Visitarsi
vicendevolmente nelle infermità - Somministrare il necessario ai fratelli
bisognosi - Dotare le fanciulle povere - Prendere le difese delle vedove e
degli oppressi - Compiere, secondo le possibilità, le opere di misericordia”. Erano
il senso delle regole stabilite da Celestino. Erano gli anni intorno al 1289. Moscariello
ci ricorda che ancora oggi sarebbero queste le “regole” da seguire.
Celestino,
durante la sua vita, peregrinò molto per fondare nuovi nuclei monastici tra cui
i “predicatori”. A differenza dei monaci eremiti, sempre seguaci di Celestino,
i “predicatori” vivevano nelle città per predicare il Vangelo agli uomini e
diffondere una vita religiosa su modello apostolico, povera e penitente. Per
questo motivo si cercò di controllare le loro predicazioni e i contenuti
potenzialmente esplosivi.
“Oh
fossi vissuto con lui”: così Francesco Petrarca nato otto anni dopo la morte di
Celestino V. “Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì, con tanto
giubilo, mostrando tali segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si
allontanò dal concistoro, libero di sé, come se avesse liberato il collo non da
un peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che gli sfolgorava in viso qualche
cosa di angelico” (F. Petrarca).
Il
testo della Moscariello rende sempre più evidente che la “scelta” di Celestino non fu un atto
di vigliaccheria. Non si sottrasse ai suoi doveri, come accusa Dante, bensì fu
un gesto di sommo coraggio. Non poteva fare il Papa sotto i comandi e le
minacce e la corruttela del re di Napoli e di Bonifacio VIII. Questi ultimi
erano per Celestino nemici della chiesa e di Dio. C’è una particolare
riflessione della Moscariello che condivido. Celestino V come Benedetto VI
avevano compreso che non erano più in grado di riformare la chiesa, tale il
degrado che la caratterizzava. E si comprende come Papa Francesco sia impegnato
in questo secolo, in un contesto affine al secolo XIII, a riformare la chiesa. Una riforma che
ripone, come già evidenziato, il Vangelo al centro dell’interesse. Opera
obiettivamente non facile: varie corruttele e soprattutto il cancro della
pedofilia gettano sulla chiesa ombre demoniache. Va segnalato un altro legame
tra la progettualità espressa da Celestino e quella che caratterizza il
pontificato di Francesco.
“Chi
sono io per giudicare”! Afferma, Papa
Francesco. Un attestato di umiltà che si riscontra negli atteggiamenti e nelle decisioni
di Celestino e inoltre il richiamo costante sia in Celestino che Francesco
verso i “poveri”, gli emarginati di ogni tempo. Una chiesa in “uscita”,
missionaria, a fianco del popolo e della parte più in sofferenza. Benedetto XVI
si è fatto apprezzare per l’umiltà, la santità, per la chiarezza dottrinale:
può essere chiaramente definito un Dottore della Chiesa. I tre Papi legati e
collegati dall’amore per Dio, per Cristo Gesù. Umili: cioè pieni di Amore per
il Vangelo oltre alcuni itinerari di visioni culturali e sociali non sempre
concordanti. Mi riferisco soprattutto ad alcune prospettive culturali/sociali
che hanno caratterizzato la chiesa di Benedetto XVI. Se mi è permessa
un’affermazione, trovo che Celestino V sia il più “completo” tra i tre Papi. È una
figura talmente innovativa e storicamente appropriata quella di Celestino V
che mi ha “spinto” a tanto e che probabilmente la Moscariello non condividerà
insieme ad altri lettori/ci. A mia difesa va il fatto che non sono uno storico
e nemmeno un teologo. Sono semplicemente una persona che aspira ad essere un
credente/cristiano e che ha avuto la fortuna di leggere questo lavoro.
Nel
secolo XIII, ricco di contraddizioni, di ribellioni, di grande immenso
misticismo, avvenne un “miracolo”. Un miracolo che concluse il suo itinerario
nel 1313, quando Celestino V o più giustamente San Pietro Confessore fu
dichiarato Santo. L’elezione di Celestino, scrive Moscariello, aveva suscitato
grandi speranze; è essa stessa un atto rivoluzionario. I cardinali-Principi
della Chiesa, tutti votati al grande potere temporale del papa, scelsero Pietro
da Morrone, un eremita che rappresentava tutto l’opposto di quelle che erano le
loro convinzioni. Celestino era l’espressione della chiesa dei poveri, della
non temporalità della chiesa, della contestazione della chiesa grassa. Viveva
da povero sui monti della Maiella e si nutriva di erbe. Errando, nella
solitudine, cercava Cristo e meditava sulla sua parola. Questa elezione suscitò
grande speranza. Il mondo era attraversato da fervori mistici. Molti monaci e
moltissimi laici contestavano apertamente la chiesa grassa a rischio anche
della vita.
Nel
1294, Celestino accettò il peso della tiara credendo di fare la volontà di Dio;
ma per non perdere l’anima sfidò il mondo del suo tempo, rinunciando al papato.
Il tempo e il contesto chiesa che caratterizzavano la vita di Celestino, sembrano
avere una certa continuità con i nostri tempi. Una chiesa “conservatrice” che
si oppone ad una chiesa “missionaria, con il Vangelo al centro. È umanamente
comprensibile la delusione di Dante e di Jacopone da Todi. Al momento della
rinuncia, il frate Jacopone fu ben più violento di Dante. Con gli spirituali
firmò un manifesto che riteneva illegittima la nomina di Bonifacio VIII. Alla
salita al trono di Bonifacio VIII tutti i firmatari del manifesto furono
scomunicati e condannati al carcere a vita, compreso Jacopone. Ma cosa successe
al momento del “gran rifiuto” di Celestino? Le vie dell’Aquila, scrive sempre Moscariello,
dell’Italia intera erano gremite da contestatori, soprattutto gli spirituali e
gli scomunicati che volevano indurre Celestino a ritornare sui suoi passi.
Tutti incolpavano Bonifacio VIII del “disastro”. Jacopone pose una domanda in
qualche modo fondamentale: Celestino, un fine pensatore o un inerme nelle mani
della “Volpe” ovvero Bonifacio VIII? Condivisibile una riflessione della Moscariello:
Celestino forse non si era reso conto di quanto era amato e di quale catastrofe
rappresentasse per molti versi la sua rinuncia, che aveva favorito la nomina di
Bonifacio VIII. Da segnalare la replica di Dante che fa dire a San Pietro nel
momento in cui commenta il papato di Bonifacio VIII: “lo accuserà di essere un
usurpatore e di aver trasformato il Vaticano in una cloaca del sangue e de la
puzza, tale che Lucifero, cacciato dal Cielo, si appaga vedendo i misfatti del
Pontefice”.
Il
Vangelo in Poesia si conferma per molte ragioni
intrigante, ben scritto, impostato a dovere e ricco di analisi e letture, a richiami
storiografici. Rifletto con me stesso, ponendomi domande. Quanti Papi si
sarebbero dovuti dimettere, una volta contrastati
dall’interno della struttura chiesa, nel momento in cui ponevano o hanno posto
al centro il Vangelo e una riforma innovatrice? Penso, per esempio, a Giovanni
XXIII quando sfidò apertamente moltissimi ambienti del Vaticano chiedendo,
invocando un Concilio e il Concilio venne celebrato. Un dono di Dio alla Chiesa
e all’umanità, grazie anche alla perseveranza di Papa Roncalli. Con questo
voglio affermare che Celestino e Benedetto non hanno avuto “coraggio”? No!
Hanno dimostrato in altro modo l’Amore verso Dio e la chiesa. Hanno comunque
messo al suo ordine del giorno l’esigenza della “riforma”, la purificazione, il
Vangelo. Hanno vinto. Hanno raggiunto il
loro scopo, sacrificandosi. Umiliandosi. Una qualità per Santi e di Santi. La
chiesa oggi è “altra”, grazie a loro, rispetto alla chiesa dei loro tempi.
Viene
a sostegno Francesco Petrarca. Considera mirabile la rinuncia. Celestino fu per
Petrarca non solo un emblema di santità, ma anche un esempio di libertà e di
fede. Petrarca nel De vita solitaria (1342) concorda e ritiene giustissima
la decisione di Celestino, scorgendo in quel gesto sofferto e doloroso tutta la
dignità di un uomo che rifiuta una carica; anzi, pur tenendola in altissima
considerazione, si sente impossibilitato da molte cause ad agire secondo la sua
visione del credo in Cristo. In termini non molto urbani mi viene da dire che
Celestino e Benedetto hanno dato “uno schiaffo” ad una chiesa corrotta mediante
il richiamo alla “libertà”: una libertà fondata sull’adesione totale al
Vangelo. La loro “rinuncia” è a mio avviso un inno alla “libertà” che
caratterizza un cristiano. Non è un calcolo - il sentire di un momento - ma il
risultato di un percorso di fede che porta a confrontarsi con la preghiera e
con la propria umanità. Mi piace a tal proposito riportare le parole di
Celestino nel momento in cui rinunzia: “Io Papa Celestino V, spinto da
legittime ragioni, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale e per
obbligo di coscienza, per debolezza del corpo, difetto di dottrina e la
cattiveria del mondo, al fine di recuperare la pace e le consolazioni della
vita di prima, abbandono liberamente il Pontificato e rinuncio espressamente al
trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta”.
Scrive
Moscariello: La sua storia non finisce qui, anzi essa diviene espressione di un
destino doloroso, persecutorio, i tonfi e le cadute, provocati da uomini
malvagi, continueranno ad essere oggetto di studio […]. Ritornando alla
“rinunzia” riteniamo che l’accento è da porre su quel “malignitate plebis” nella parola plebis
allignano le prepotenze del re di Napoli e delle famiglie romane che si
contendevano il soglio di Pietro anche dopo le elezioni di Celestino”. Il 13
dicembre 1294 Celestino presentò al collegio cardinalizio la propria dimissione
dopo appena cinque mesi dall’elezione. Il suo successore Bonifacio VIII, per
timore che potesse diventare un punto di riferimento per i suoi oppositori, lo
fece arrestare e lo tenne sotto custodia nel castello di Fumone, dove
Pietro-Celestino visse in completo e coatto isolamento e dove morì il 19 maggio
1296. Clemente VI nel 1313 lo iscrisse nell’albo dei Santi. Le sue spoglie
riposano nella Basilica di S. Maria di Collemaggio. Il re di Francia Filippo
IV, detto il Bello, accusò Bonifacio VIII di averlo assassinato.
L’Autrice,
descrivendo la figura, il tempo, la storia, le dimissioni, la santità di
Celestino V, ha rapportato un po’ il tutto al giudizio di Dante. E con
chiarezza è stato evidenziato che il giudizio negativo di Dante nei confronti
di Celestino ha rappresentato un insieme di fattori. Dante voleva che Celestino
mettesse fino in fondo la sua “santità” a servizio della chiesa; direi un
giudizio negativo per amore. E poi Dante faceva dipendere dalle dimissioni di
Celestino i suoi problemi personali: sconfitte ed esilio. E nel contempo Dante
ritorna con grande rilievo nelle pagine in cui la Nostra descrive in profondità
il personaggio di Benedetto VI. Papa Ratzinger, già da cardinale, citava Dante.
Nel libro Introduzione al cristianesimo, scrivendo dello “scandalo del
cristianesimo”, cioè il Figlio di Dio fattosi uomo, e quindi del significato
dell’essere che va ricercato non nel mondo delle idee ma nel volto di un uomo,
rammenta la concretezza di questo pensiero nella conclusione della Divina
Commedia: “Dentro da sé del suo colore istesso, / mi parve pinta
della nostra effigie, / per che il mio viso in lei tutto era messo». Dante,
contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria
immagine, ossia un volto umano, esattamente in centro all’abbagliante cerchio
di fiamme formato da “l’amore che move il sole e l’altre stelle”.
Scrive
Carmen Moscariello: Benedetto riprende questo tema e questi versi per spiegare
il significato profondo del suo amore per Dio e le sue creature. Benedetto, il 24
aprile 2005, nel corso della messa di inizio del pontificato disse: “Pregate
per me perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. In sua preghiera
Benedetto apre fino in fondo il suo cuore: “Vogliamo attingere dai tuoi occhi,
che ci guardano con tenerezza e compassione. La forza di amore e di pace che ci
indichi la strada della vita ed il coraggio di seguirti senza timori e
compromessi, per diventare testimoni del tuo Vangelo, con gesti concreti di
accoglienza, di amore e di perdono, Volto Santo di Cristo, luce che rischiara
le tenebre del dubbio e della tristezza”.
Carmen
Moscariello ha titolato il suo lavoro Il Vangelo in Poesia. Uno dei motivi? Benedetto VI molto spesso si
servì della poesia e della musica, dell’arte tutta per spiegare la catechesi. “Ci sono sue pagine immense per
profondità, capaci di guidarci alla
somma dottrina dei Padri della chiesa. Egli, al pari dell’Evangelista, apre i
suoi pensieri al cielo come camelie profumate e ricorre a Dante, a Friedrich Hölderlin, a Rainer Maria Rilke, a Beethoven e a Mozart per
spiegarci l’essenza dei Vangeli e il valore davanti a Dio della nostra vita”.
Benedetto VI è stato accusato di essere stato troppo rigido. Una replica di Benedetto
in vita: “La mia intenzione è sempre stata quella di salvaguardare la chiesa.
La vedevo traviata in tanti piccoli rivoli, ognuno si faceva adatto alla sua
persona. Ho avuto paura di una sua deriva, senza per questo volerla bloccare
nella sua crescita e nelle capacità di adeguarsi ai tempi”. Grande Papa
Ratzinger! Il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai
chierici devono essere stati catastrofici per la sua già debole salute. Chiese
pubblicamente perdono l’11 giugno 2010 in Piazza San Pietro. Pregare, pregare,
pregare: l’invito costante di Benedetto. È questo l’insegnamento più
determinante della sua fede che lo accomuna al suo fratello di sangue San
Pietro Confessore (Celestino V). Scrive Moscariello: in Benedetto XVI c’è “impulso
irrefrenabile a portare la storia sulla retta via, ad aprirci le porte alle nostre origini cristiane ad avere come
maestri i grandi Padri della chiesa e i Santi. Ed ecco a soccorrerci
l’Apocalisse di Giovanni Apostolo commentata nel nostro caso da Henrich
Schlier. Le parole dell’Apocalisse riguardanti il tempo della storia supportano
le convinzioni del Papa Emerito”. Tutto in rovina. Il nostro mondo è senza
speranza? Le riflessioni di Benedetto VI papa emerito posso avere il sapore di
un Dio che ha abbandonato l’umanità. Dov’è il Cristo della Croce e della
Resurrezione? Una domanda che mi angoscia e suppongo angoscia gli uomini e le
donne di questo tempo. Le guerre, la fame e la morte di migliaia e migliaia di
bambini, le diseguaglianze, il clima impazzito che devasta interi territori, i
terremoti assediano l’umanità in un contesto che porterebbe alla fine del
genere umano. Dio è morto! Molti affermano. In tanta rovina mai nel cuore del
Papa emerito si è spenta la speranza, la convinzione che Cristo verrà di nuovo
sulla terra per cacciare l’Anticristo nell’inferno e portare la gioia e la
pace. Conforta inoltre una considerazione di F.
Hoelderlin, il poeta romantico: “Dove c’è pericolo c’è Dio; c’è
l’Agnello che ci protegge e ci difende”.
“Peter Seewal in
un’intervista molto piccante a Benedetto gli dice che in fondo le sue parole
non hanno sortito un gran che, che il mondo non solo non è migliorato, ma è
peggiorato” […]. “Lei ha detto Santità (Seewal si rivolge a Benedetto) che Dio
conduce la Chiesa per vie misteriose. Ma non le pare deprimente il fatto che il
dibattito si avvolga su se stesso e che, al contrario, il livello delle
discussioni (nella Chiesa e ovunque) sia caduto ancora più in basso? Nel
frattempo pare anzi che i contenuti della fede siano ulteriormente andati
persi, che in tutte queste questioni si sia fatta strada un’indifferenza ancora
più grande”. E forse necessaria una nuova era del cristianesimo? Cosa risponde
Papa Ratzinger? “Non ho mai preteso di riuscire ad imporre un’altra direzione
al timone della storia. Forse dobbiamo abbandonare le idee di chiesa nazionale
o di massa. È probabile che davanti a noi ci sia un’epoca diversa della storia della Chiesa, un’epoca nuova in
cui il cristianesimo verrà a trovarsi
nella situazione del seme di senape, in gruppi di piccoli dimensioni,
apparentemente ininfluenti, che tuttavia vivono intensamente contro il male e
portano nel mondo il bene, che lasciano spazio a Dio” (Ratzinger). Lasciare
spazio a Dio. Questa affermazione mi sembra che rappresenti il senso di tutta
l’opera letteraria di Carmen Moscariello, che va ringraziata non solo per la
qualità straordinaria del suo lavoro ma soprattutto perché incoraggia il
lettore ad interrogarsi sulla propria fede. Leggendo e scrivendo ho pensato continuamente
al mio essere “umanità”, al mio credo, al perché mi dichiaro credente/cristiano.
Dovrei dimettermi ho spesso pensato? Posso sperare che Gesù venga incontro
sempre a chi vive, nella speranza, le attese di questi drammatici tempi? Le
attese per un mondo di pace. Celestino, Benedetto, Francesco insegnano a vivere
la “libertà”. Ma deve essere una libertà che spinge ad amare, al servizio
contro ogni forma di egoismo. Moscariello è una scrittrice che insegna a
comprendere la bellezza di donare la propria esistenza per un sistema di valori e per essere così in sintonia con la
buona novella. Sono certo che chi leggerà il Vangelo in Poesia di
Carmen Moscariello, certamente tanti, riscoprirà il senso vero della fede.
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