lunedì 17 marzo 2025

La scrittura di Carmen Moscariello: coerenza e coraggio , Vangelo e Poesia Di Franco Mangialardi Foto di Falconio Alberto.

 

La scrittura di Moscariello: coerenza e coraggio, Vangelo e poesia

                               


                             di Franco Mangialardi


“Coerenza e coraggio”, valori che appartengono alla scrittrice Carmen Moscariello. Non è facile affrontare argomenti storici e complessi. E il “coraggio” e la “coerenza” sono un dato caratteriale della Famiglia Moscariello. Giovanni Palatucci, parente di Carmen, salvò circa 5000 deportati dallo sterminio e dalla furia nazista. Giovanni Palatucci fu trucidato a Dachau, a soli 36 anni, il 10 febbraio 1945.

Non ho notato molte dediche all’eroe Palatucci nei paesi dell’Irpinia. Ho apprezzato invece una grande dedica in un Parco comunale a Terni. Comunque dichiarato Beato dalla Chiesa cattolica; indicato dagli Ebrei come “Giusto tra le Nazioni”; Medaglia d’Oro al Valor Civile dallo Stato Italiano.

Il “coraggio” e la “coerenza” di Celestino V. Scorrendo le prime pagine del testo redatto dalla Moscariello mi ha sorpreso il richiamo “all’eresia”.  Un richiamo che appare soprattutto come una “sfida”. Ho sempre apprezzato le persone che sanno “scegliere”; le persone che, scegliendo, non si rassegnano all’ingiustizia; chi non pensa che la povertà sia una fatalità; chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Don Luigi Ciotti, da cui ho ripreso le riflessioni di cui sopra, ha richiamato alla mia memoria una frase di Aldo Moro: “Non aver paura della paura”. Solo gli “inetti” a mio avviso non sono capaci di vivere la fede come un aspetto della rivoluzione: che avvicina a Dio, al Gesù della Morte e della Risurrezione.

Rivoluzione, il cambiamento essenziale per la vita, la continuità della Chiesa, non può come proposta e impegno appartenere ai “vili”. Celestino V così come Benedetto VI non sono stati personaggi “vili”. Al contrario hanno saputo dimostrare l’essenzialità delle fede cristiana come dono; è un dono la fede che, se vera, genuina, impegna a donare. “Vili” sono quelle persone: vescovi, sacerdoti e laici che “parlano” di fede ma che hanno invece solo come guida il loro egoismo, la passione per una carriera. Spesso persone che non “amano”, bussano alla nostra porta chiedendo aiuto. Condivido un “passaggio” dell’Autrice: “Nella loro guida (Celestino e Benedetto) è riposta anche la nostra libertà che è bellezza”. Il loro gran rifiuto non è solo delirio, ma è corte d’amore; è raduno di santità.

Amore e Santità rappresentano le straordinarie difese dei veri discepoli di Gesù nei vari itinerari del tempo e della storia, Perseguitati spesso dalla stessa chiesa, dalla cultura dominante e dalla politica di stampo massonico, laicista, fascista, leninista/marxista, i “Rivoluzionari per Amore”, i Santi di ogni tempo, da Celestino a Benedetto sono i degni rappresentanti di chi non si arrende di fronte ai soprusi dei potenti di ogni tempo. Accettare la Rivoluzione per Amore significa avere il coraggio di sovvertire nella consapevolezza che Dio è tra gli uomini e non li abbandona. Il testo scritto dalla Moscariello non è una “storia religiosa” di baciapile per baciapile. Gente che si “batte in continuità il petto” o che frequenta sagrestie per qualche scopo non sempre lusinghiero. È un testo pieno di “misticismo” dove si avverte il fascino della preghiera, una preghiera di “salvezza”.

Di grande effetto la preghiera di Celestino alla Vergine (Tractatus de vita sua). “Vergine gloriosa, Madre de pietade, fonte de omne bellezza, giglio de castitate, castello de Amore, foco de caritate”.

Adatto al mondo e non inadatto, come erroneamente Celestino è stato da qualcuno considerato. Celestino si può definire un “pragmatico”. Era interessato a migliorare la vita di pastori e contadini; lottava contro lo sfruttamento; era attento a linee progettuali per rendere fertile la terra, limitare i latifondi, sconfiggere le epidemie che affliggevano i bambini, Altro che “uomo, sacerdote, monaco, Papa” vile! Ancora oggi possiamo immaginarlo a cavalcioni di un mulo nel corso del viaggio in età avanzata vero Lione, in Francia. Doveva andare al cospetto del Papa  Gregorio X  per difendere l’esistenza del suo Ordine (1273). Tutte le città che attraversava lo acclamavano santo. Si chiedevano miracoli, lo imploravano di essere guariti e benedetti. La via percorsa fu la via Francigena.

La lettura del testo moscarielliano ha suscitato via via il mio interesse perché mi ha permesso di conoscere meglio una figura straordinaria. Dante mi aveva sviato. Pietro da Morrone, attraverso queste validissime pagine, ci fa comprendere - compagna la meditazione - come si percorre il cammino alla Luce.

“Non benedico ciò che è distruzione e morte”. Questa l’affermazione di Celestino quando gli eserciti gli chiedevano benedizione, cacciandoli in male modo. Viene da pensare al prete (una specie di papa) ortodosso di Mosca quando inneggia all’esercito russo che sta per invadere l’Ucraina! Viene da pensare ai così detti cattolici italiani (falsi pacifisti) quando condividono la politica del dittatore russo Putin che si dichiara credente. Emerge nel contempo la gratitudine verso Papa Francesco che continua la sua appassionata preghiera per la pace contro ogni forma di guerra e per la libertà dei popoli.

Carmen Moscariello nel suo testo conferma che Celestino aveva un “progetto”. Un “progetto” molto grande che avrebbe messo in crisi tutti i poteri costituiti. Perciò, secondo l’Autrice ed io con lei, questi poteri lo costrinsero alle dimissioni fino, forse, ad ucciderlo. In altre pagine la Nostra ritornerà sulla questione “torture/assassinio/segno di un chiodo che trapassò il cranio di Celestino”.

Non meno grande del progetto di Celestino quello di Benedetto XVI e di Papa Francesco. Possiamo parlare dei tre, come Papi sovversivi. Niente di violento, scrive Moscariello. Le loro intenzioni furono e sono quelle di sovvertire, non solo mutare il mondo e il modo di rapportarsi a Dio. Queste loro regole di santità, nate per esigenze spirituali, hanno assunto nella storia anche un valore politico e sociale.

Leggendo le pagine de Il Vangelo in Poesia rivado con la memoria alla sera di un Venerdì Santo, al Colosseo, a Roma. L’incedere della processione era accompagnato dalle riflessioni della Via Crucis. Riflessioni scritte da Benedetto XVI già Papa Ratzinger o dal Cardinale Ratzinger non ancora Papa (non ricordo bene). Drammatici i richiami ai “mali” della Chiesa! Il gravissimo emergente problema della pedofilia nella Chiesa. Furono questi “mali” non dominabili e difficilmente dominabili che costrinsero, a mio avviso, Benedetto XVI a dimettersi. Mi sembra che Moscariello condivida la mia considerazione. Perciò il suo libro è di grandissima attualità. Fa emergere gli aspetti “decadenti” della Chiesa e nel contempo fa emergere la “possanza” mistica e rivoluzionaria di Celestino, Benedetto, Francesco. Il loro progetto: riportare Cristo, il Vangelo al centro dell’avvenimento cristiano. In questa prospettiva emerge una particolare originalità dello scritto della Moscariello. Sono collegati in modo mirabile poesia, preghiera, storie, progetti. Vengono alla luce i demoni del tradimento verso il dato evangelico e la forza di una fede che supera tutti gli ostacoli.

Il viaggio di Celestino a Lione fu un’esperienza fondamentale. Emerse il suo aiuto per i Templari ed emerse come abile politico nella centralità della storia. Scrive Moscariello: “Al suo rientro costruisce la meravigliosa basilica di Collemaggio che tutti possiamo ammirare e dove ogni anno si perpetua il rito della Perdonanza che Celestino papa stabilirà con una Bolla. Costruita la Basilica pare che qui nascose le reliquie di Cristo che i Templari gli avevano affidato. Qui Pietro da Morrone fu incoronato Papa e qui fu pubblicata la sua Bolla della Perdonanza. Ancora oggi il 29 agosto migliaia di fedeli varcano la soglia della Basilica ottenendo secondo la volontà di Celestino il perdono di tutti i peccati e la riconciliazione con Dio”.

Questo “passaggio”, la Perdonanza, viene colto nel suo più profondo significato dalla Nostra. Non riguarda solo un aspetto della vita di Celestino, il rapporto con il Papa a Lione, l’incontro con esponenti di ordini monastici, la richiesta di un “riconoscimento” per il suo nascente Ordine ma anche una dimensione relazionale di tipo internazionale ovvero oltre i territori italiani, i gruppi, le associazioni, i monasteri italiani e anche una dimensione di grande religiosità: inchinarsi alla volontà di Dio Padre e cogliere l’essenza delle fede cristiana: il perdono e la remissione dei peccati. Perdona e chiedi il perdono. Il percorso terreno di Celestino sembra tracciato di “azzurro”: azzurro come la Luce della Grazia. Chiamò “celestini” i suoi seguaci affinché i loro occhi fossero sempre rivolti al cielo.

E poi la straordinaria modernità del pensiero di Celestino: “Amate la natura, diceva Pietro, essa è la nostra madre, ad essa si deve rispetto, affinché possiamo godere per sempre il calore del suo abbraccio”. I vari “richiami” sul percorso culturale, progettuale, esposti doviziosamente dalla Moscariello fanno del suo testo un’opera storica, anche ecclesiologica, di notevole spessore. Non è sempre facile imbattersi in pubblicazioni che spingono il lettore a continuare la lettura. Questo lavoro, invece, appassiona e fa conoscere la “verità”, riguardante personaggi spesso sottovalutati. Celestino, Benedetto, Francesco hanno fatto la “storia” ed innovata la Chiesa secondo lo spirito del Vangelo. Ripeto questa riflessione, perché “rileggere” in continuità il testo, rinvigorisce una convinzione. Un testo di grande “possanza” scenica che rafforza nella  comprensione della fede: “Fare delle elemosine - Recitare un certo numero di Pater Noster per i vivi e per i defunti - Astenersi dal peccato grave - Mantenere il mutuo affetto - Visitarsi vicendevolmente nelle infermità - Somministrare il necessario ai fratelli bisognosi - Dotare le fanciulle povere - Prendere le difese delle vedove e degli oppressi - Compiere, secondo le possibilità, le opere di misericordia”. Erano il senso delle regole stabilite da Celestino. Erano gli anni intorno al 1289. Moscariello ci ricorda che ancora oggi sarebbero queste le “regole” da seguire.

Celestino, durante la sua vita, peregrinò molto per fondare nuovi nuclei monastici tra cui i “predicatori”. A differenza dei monaci eremiti, sempre seguaci di Celestino, i “predicatori” vivevano nelle città per predicare il Vangelo agli uomini e diffondere una vita religiosa su modello apostolico, povera e penitente. Per questo motivo si cercò di controllare le loro predicazioni e i contenuti potenzialmente esplosivi.

“Oh fossi vissuto con lui”: così Francesco Petrarca nato otto anni dopo la morte di Celestino V. “Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì, con tanto giubilo, mostrando tali segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si allontanò dal concistoro, libero di sé, come se avesse liberato il collo non da un peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che gli sfolgorava in viso qualche cosa di angelico” (F. Petrarca).

Il testo della Moscariello rende sempre più evidente  che la “scelta” di Celestino non fu un atto di vigliaccheria. Non si sottrasse ai suoi doveri, come accusa Dante, bensì fu un gesto di sommo coraggio. Non poteva fare il Papa sotto i comandi e le minacce e la corruttela del re di Napoli e di Bonifacio VIII. Questi ultimi erano per Celestino nemici della chiesa e di Dio. C’è una particolare riflessione della Moscariello che condivido. Celestino V come Benedetto VI avevano compreso che non erano più in grado di riformare la chiesa, tale il degrado che la caratterizzava. E si comprende come Papa Francesco sia impegnato in questo secolo, in un contesto affine al secolo  XIII, a riformare la chiesa. Una riforma che ripone, come già evidenziato, il Vangelo al centro dell’interesse. Opera obiettivamente non facile: varie corruttele e soprattutto il cancro della pedofilia gettano sulla chiesa ombre demoniache. Va segnalato un altro legame tra la progettualità espressa da Celestino e quella che caratterizza il pontificato di Francesco.

“Chi sono io per giudicare”!  Afferma, Papa Francesco. Un attestato di umiltà che si riscontra negli atteggiamenti e nelle decisioni di Celestino e inoltre il richiamo costante sia in Celestino che Francesco verso i “poveri”, gli emarginati di ogni tempo. Una chiesa in “uscita”, missionaria, a fianco del popolo e della parte più in sofferenza. Benedetto XVI si è fatto apprezzare per l’umiltà, la santità, per la chiarezza dottrinale: può essere chiaramente definito un Dottore della Chiesa. I tre Papi legati e collegati dall’amore per Dio, per Cristo Gesù. Umili: cioè pieni di Amore per il Vangelo oltre alcuni itinerari di visioni culturali e sociali non sempre concordanti. Mi riferisco soprattutto ad alcune prospettive culturali/sociali che hanno caratterizzato la chiesa di Benedetto XVI. Se mi è permessa un’affermazione, trovo che Celestino V sia il più “completo” tra i tre Papi. È una figura talmente innovativa e  storicamente appropriata quella di Celestino V che mi ha “spinto” a tanto e che probabilmente la Moscariello non condividerà insieme ad altri lettori/ci. A mia difesa va il fatto che non sono uno storico e nemmeno un teologo. Sono semplicemente una persona che aspira ad essere un credente/cristiano e che ha avuto la fortuna di leggere questo lavoro.

Nel secolo XIII, ricco di contraddizioni, di ribellioni, di grande immenso misticismo, avvenne un “miracolo”. Un miracolo che concluse il suo itinerario nel 1313, quando Celestino V o più giustamente San Pietro Confessore fu dichiarato Santo. L’elezione di Celestino, scrive Moscariello, aveva suscitato grandi speranze; è essa stessa un atto rivoluzionario. I cardinali-Principi della Chiesa, tutti votati al grande potere temporale del papa, scelsero Pietro da Morrone, un eremita che rappresentava tutto l’opposto di quelle che erano le loro convinzioni. Celestino era l’espressione della chiesa dei poveri, della non temporalità della chiesa, della contestazione della chiesa grassa. Viveva da povero sui monti della Maiella e si nutriva di erbe. Errando, nella solitudine, cercava Cristo e meditava sulla sua parola. Questa elezione suscitò grande speranza. Il mondo era attraversato da fervori mistici. Molti monaci e moltissimi laici contestavano apertamente la chiesa grassa a rischio anche della vita.

Nel 1294, Celestino accettò il peso della tiara credendo di fare la volontà di Dio; ma per non perdere l’anima sfidò il mondo del suo tempo, rinunciando al papato. Il tempo e il contesto chiesa che caratterizzavano la vita di Celestino, sembrano avere una certa continuità con i nostri tempi. Una chiesa “conservatrice” che si oppone ad una chiesa “missionaria, con il Vangelo al centro. È umanamente comprensibile la delusione di Dante e di Jacopone da Todi. Al momento della rinuncia, il frate Jacopone fu ben più violento di Dante. Con gli spirituali firmò un manifesto che riteneva illegittima la nomina di Bonifacio VIII. Alla salita al trono di Bonifacio VIII tutti i firmatari del manifesto furono scomunicati e condannati al carcere a vita, compreso Jacopone. Ma cosa successe al momento del “gran rifiuto” di Celestino? Le vie dell’Aquila, scrive sempre Moscariello, dell’Italia intera erano gremite da contestatori, soprattutto gli spirituali e gli scomunicati che volevano indurre Celestino a ritornare sui suoi passi. Tutti incolpavano Bonifacio VIII del “disastro”. Jacopone pose una domanda in qualche modo fondamentale: Celestino, un fine pensatore o un inerme nelle mani della “Volpe” ovvero Bonifacio VIII? Condivisibile una riflessione della Moscariello: Celestino forse non si era reso conto di quanto era amato e di quale catastrofe rappresentasse per molti versi la sua rinuncia, che aveva favorito la nomina di Bonifacio VIII. Da segnalare la replica di Dante che fa dire a San Pietro nel momento in cui commenta il papato di Bonifacio VIII: “lo accuserà di essere un usurpatore e di aver trasformato il Vaticano in una cloaca del sangue e de la puzza, tale che Lucifero, cacciato dal Cielo, si appaga vedendo i misfatti del Pontefice”.

Il Vangelo in Poesia si conferma per molte ragioni intrigante, ben scritto, impostato a dovere e ricco di analisi e letture, a richiami storiografici. Rifletto con me stesso, ponendomi domande. Quanti Papi si sarebbero dovuti dimettere,  una volta contrastati dall’interno della struttura chiesa, nel momento in cui ponevano o hanno posto al centro il Vangelo e una riforma innovatrice? Penso, per esempio, a Giovanni XXIII quando sfidò apertamente moltissimi ambienti del Vaticano chiedendo, invocando un Concilio e il Concilio venne celebrato. Un dono di Dio alla Chiesa e all’umanità, grazie anche alla perseveranza di Papa Roncalli. Con questo voglio affermare che Celestino e Benedetto non hanno avuto “coraggio”? No! Hanno dimostrato in altro modo l’Amore verso Dio e la chiesa. Hanno comunque messo al suo ordine del giorno l’esigenza della “riforma”, la purificazione, il Vangelo.  Hanno vinto. Hanno raggiunto il loro scopo, sacrificandosi. Umiliandosi. Una qualità per Santi e di Santi. La chiesa oggi è “altra”, grazie a loro, rispetto alla chiesa dei loro tempi.

Viene a sostegno Francesco Petrarca. Considera mirabile la rinuncia. Celestino fu per Petrarca non solo un emblema di santità, ma anche un esempio di libertà e di fede. Petrarca nel De vita solitaria (1342) concorda e ritiene giustissima la decisione di Celestino, scorgendo in quel gesto sofferto e doloroso tutta la dignità di un uomo che rifiuta una carica; anzi, pur tenendola in altissima considerazione, si sente impossibilitato da molte cause ad agire secondo la sua visione del credo in Cristo. In termini non molto urbani mi viene da dire che Celestino e Benedetto hanno dato “uno schiaffo” ad una chiesa corrotta mediante il richiamo alla “libertà”: una libertà fondata sull’adesione totale al Vangelo. La loro “rinuncia” è a mio avviso un inno alla “libertà” che caratterizza un cristiano. Non è un calcolo - il sentire di un momento - ma il risultato di un percorso di fede che porta a confrontarsi con la preghiera e con la propria umanità. Mi piace a tal proposito riportare le parole di Celestino nel momento in cui rinunzia: “Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale e per obbligo di coscienza, per debolezza del corpo, difetto di dottrina e la cattiveria del mondo, al fine di recuperare la pace e le consolazioni della vita di prima, abbandono liberamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta”.

Scrive Moscariello: La sua storia non finisce qui, anzi essa diviene espressione di un destino doloroso, persecutorio, i tonfi e le cadute, provocati da uomini malvagi, continueranno ad essere oggetto di studio […]. Ritornando alla “rinunzia” riteniamo che l’accento è da porre su quel “malignitate plebis” nella parola plebis allignano le prepotenze del re di Napoli e delle famiglie romane che si contendevano il soglio di Pietro anche dopo le elezioni di Celestino”. Il 13 dicembre 1294 Celestino presentò al collegio cardinalizio la propria dimissione dopo appena cinque mesi dall’elezione. Il suo successore Bonifacio VIII, per timore che potesse diventare un punto di riferimento per i suoi oppositori, lo fece arrestare e lo tenne sotto custodia nel castello di Fumone, dove Pietro-Celestino visse in completo e coatto isolamento e dove morì il 19 maggio 1296. Clemente VI nel 1313 lo iscrisse nell’albo dei Santi. Le sue spoglie riposano nella Basilica di S. Maria di Collemaggio. Il re di Francia Filippo IV, detto il Bello, accusò Bonifacio VIII di averlo assassinato.

L’Autrice, descrivendo la figura, il tempo, la storia, le dimissioni, la santità di Celestino V, ha rapportato un po’ il tutto al giudizio di Dante. E con chiarezza è stato evidenziato che il giudizio negativo di Dante nei confronti di Celestino ha rappresentato un insieme di fattori. Dante voleva che Celestino mettesse fino in fondo la sua “santità” a servizio della chiesa; direi un giudizio negativo per amore. E poi Dante faceva dipendere dalle dimissioni di Celestino i suoi problemi personali: sconfitte ed esilio. E nel contempo Dante ritorna con grande rilievo nelle pagine in cui la Nostra descrive in profondità il personaggio di Benedetto VI. Papa Ratzinger, già da cardinale, citava Dante. Nel libro Introduzione al cristianesimo, scrivendo dello “scandalo del cristianesimo”, cioè il Figlio di Dio fattosi uomo, e quindi del significato dell’essere che va ricercato non nel mondo delle idee ma nel volto di un uomo, rammenta la concretezza di questo pensiero nella conclusione della Divina Commedia: “Dentro da sé del suo colore istesso, / mi parve pinta della nostra effigie, / per che il mio viso in lei tutto era messo». Dante, contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria immagine, ossia un volto umano, esattamente in centro all’abbagliante cerchio di fiamme formato da “l’amore che move il sole e l’altre stelle”.

Scrive Carmen Moscariello: Benedetto riprende questo tema e questi versi per spiegare il significato profondo del suo amore per Dio e le sue creature. Benedetto, il 24 aprile 2005, nel corso della messa di inizio del pontificato disse: “Pregate per me perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. In sua preghiera Benedetto apre fino in fondo il suo cuore: “Vogliamo attingere dai tuoi occhi, che ci guardano con tenerezza e compassione. La forza di amore e di pace che ci indichi la strada della vita ed il coraggio di seguirti senza timori e compromessi, per diventare testimoni del tuo Vangelo, con gesti concreti di accoglienza, di amore e di perdono, Volto Santo di Cristo, luce che rischiara le tenebre del dubbio e della tristezza”.

Carmen Moscariello ha titolato il suo lavoro Il Vangelo in Poesia.  Uno dei motivi? Benedetto VI molto spesso si servì della poesia e della musica, dell’arte tutta per spiegare la catechesi. “Ci sono sue pagine immense per profondità, capaci di guidarci  alla somma dottrina dei Padri della chiesa. Egli, al pari dell’Evangelista, apre i suoi pensieri al cielo come camelie profumate e ricorre a Dante, a  Friedrich Hölderlin, a Rainer Maria Rilke, a Beethoven e a Mozart per spiegarci l’essenza dei Vangeli e il valore davanti a Dio della nostra vita”. Benedetto VI è stato accusato di essere stato troppo rigido. Una replica di Benedetto in vita: “La mia intenzione è sempre stata quella di salvaguardare la chiesa. La vedevo traviata in tanti piccoli rivoli, ognuno si faceva adatto alla sua persona. Ho avuto paura di una sua deriva, senza per questo volerla bloccare nella sua crescita e nelle capacità di adeguarsi ai tempi”. Grande Papa Ratzinger! Il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici devono essere stati catastrofici per la sua già debole salute. Chiese pubblicamente perdono l’11 giugno 2010 in Piazza San Pietro. Pregare, pregare, pregare: l’invito costante di Benedetto. È questo l’insegnamento più determinante della sua fede che lo accomuna al suo fratello di sangue San Pietro Confessore (Celestino V). Scrive Moscariello: in Benedetto XVI c’è “impulso irrefrenabile a portare la storia sulla retta via, ad aprirci le porte  alle nostre origini cristiane ad avere come maestri i grandi Padri della chiesa e i Santi. Ed ecco a soccorrerci l’Apocalisse di Giovanni Apostolo commentata nel nostro caso da Henrich Schlier. Le parole dell’Apocalisse riguardanti il tempo della storia supportano le convinzioni del Papa Emerito”. Tutto in rovina. Il nostro mondo è senza speranza? Le riflessioni di Benedetto VI papa emerito posso avere il sapore di un Dio che ha abbandonato l’umanità. Dov’è il Cristo della Croce e della Resurrezione? Una domanda che mi angoscia e suppongo angoscia gli uomini e le donne di questo tempo. Le guerre, la fame e la morte di migliaia e migliaia di bambini, le diseguaglianze, il clima impazzito che devasta interi territori, i terremoti assediano l’umanità in un contesto che porterebbe alla fine del genere umano. Dio è morto! Molti affermano. In tanta rovina mai nel cuore del Papa emerito si è spenta la speranza, la convinzione che Cristo verrà di nuovo sulla terra per cacciare l’Anticristo nell’inferno e portare la gioia e la pace. Conforta inoltre una considerazione di F.  Hoelderlin, il poeta romantico: “Dove c’è pericolo c’è Dio; c’è l’Agnello che ci protegge e ci difende”.

“Peter Seewal in un’intervista molto piccante a Benedetto gli dice che in fondo le sue parole non hanno sortito un gran che, che il mondo non solo non è migliorato, ma è peggiorato” […]. “Lei ha detto Santità (Seewal si rivolge a Benedetto) che Dio conduce la Chiesa per vie misteriose. Ma non le pare deprimente il fatto che il dibattito si avvolga su se stesso e che, al contrario, il livello delle discussioni (nella Chiesa e ovunque) sia caduto ancora più in basso? Nel frattempo pare anzi che i contenuti della fede siano ulteriormente andati persi, che in tutte queste questioni si sia fatta strada un’indifferenza ancora più grande”. E forse necessaria una nuova era del cristianesimo? Cosa risponde Papa Ratzinger? “Non ho mai preteso di riuscire ad imporre un’altra direzione al timone della storia. Forse dobbiamo abbandonare le idee di chiesa nazionale o di massa. È probabile che davanti a noi ci sia un’epoca diversa  della storia della Chiesa, un’epoca nuova in cui il cristianesimo verrà a trovarsi  nella situazione del seme di senape, in gruppi di piccoli dimensioni, apparentemente ininfluenti, che tuttavia vivono intensamente contro il male e portano nel mondo il bene, che lasciano spazio a Dio” (Ratzinger). Lasciare spazio a Dio. Questa affermazione mi sembra che rappresenti il senso di tutta l’opera letteraria di Carmen Moscariello, che va ringraziata non solo per la qualità straordinaria del suo lavoro ma soprattutto perché incoraggia il lettore ad interrogarsi sulla propria fede. Leggendo e scrivendo ho pensato continuamente al mio essere “umanità”, al mio credo, al perché mi dichiaro credente/cristiano. Dovrei dimettermi ho spesso pensato? Posso sperare che Gesù venga incontro sempre a chi vive, nella speranza, le attese di questi drammatici tempi? Le attese per un mondo di pace. Celestino, Benedetto, Francesco insegnano a vivere la “libertà”. Ma deve essere una libertà che spinge ad amare, al servizio contro ogni forma di egoismo. Moscariello è una scrittrice che insegna a comprendere la bellezza di donare la propria esistenza  per un sistema  di valori e per essere così in sintonia con la buona novella. Sono certo che chi leggerà il Vangelo in Poesia di Carmen Moscariello, certamente tanti, riscoprirà il senso vero della fede.

 

 

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