Amore e Pace
Trasformare la teologia in poesia.
Con timore e reverenza mi avvicino
all’infinita e raffinata cultura di Benedetto XVI, al suo pensiero che ha
radici e forze nella storia dell’uomo e di tutto il Cristianesimo.
Egli è un filosofo teologo che più lo studi e leggi i suoi libri, le sue omelie, le sue
lettere, più lo ami e più ti senti vicino a Dio, ti porta su quella sua strada segnata da Fede e Ragione.
Ci si sente impari di fronte a questa grandezza. Egli ci presenta Dio e la
Chiesa nella loro bellezza e di quanto la loro presenza sia essenziale alle
nostre vite.
Senza Dio si ignorano due parole essenziali alla vita dell’umanità: Amore e
Pace. Su queste due grandi colonne poggia la Chiesa, perciò la nostra fede, con
la presenza del Cristo fatto uomo, può rendere il mondo migliore.
Da più di un anno non mi abbandona il pensiero di Benedetto, inizio le mie
giornate con il proposito di leggere una
sua omelia, una sua lettere, una sua considerazione sull’arte e sulla musica,
le sue appassionate analisi sui Padri della Chiesa, cercando di entrare passo
dopo passo nel suo infinito pensare e nel suo amore incondizionato per la Madre
Chiesa.
Mi sento fortemente colpevole poiché anch’io nel passato mi sono lasciata
sviare da interpretazioni giornalistiche dei suoi detrattori che purtroppo sono
stati e sono tuttora tanti.
Soprattutto agli inizi del suo pontificato, non lo ho amato abbastanza, perdendomi così l’occasione
di percorrere con maggiore coscienza e rigore la strada di Dio.
Ecco quello che Egli ha voluto insegnarci e credo che sostanzia il suo
pontificato: il suo magistero fu ed è la
strada che porta a Dio, è bello averLo
come sicuro obiettivo e compagno nello scalpiccio accidentato delle nostre strade.
« Dio è amore;[1] chi sta nell'amore dimora
in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il
centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente
immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto,
Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell'esistenza cristiana:
« Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ».[2]
In seguito, leggendolo in molte sue pieghe biografiche del Santo Pontefice scopro che era un appassionato della musica
classica, appassionato di Mozart, della poesia e dell’arte e in molti passaggi
delle sue analisi teologiche e teologali ritiene che anche questo sia un modo per
rimanere vicini alla bellezza e all’amore di Dio, anche la poesia, la musica e l’arte sono strade della catechesi che
portano a Dio.
Nella serie di catechesi sui Padri della Chiesa egli ci ricorda che molti
di questi padri amarono la musica da Romano Il Melode[3] a Sant’Ambrogio , a San
Tommaso, a san Giovanni della Croce.
Io stesso ho constatato di quanto la musica e i canti religiosi facciano
parte di tutta la liturgia e della catechesi della chiesa. Ricordo come se
fosse oggi un viaggio scolastico con i
miei alunni all’ Abbazia di
Montecassino. La visita era naturalmente prenotata eravamo lì per una mostra di
incunabuli allestita nella biblioteca. [4] I
monaci appena mettemmo piedi nel monastero ci accolsero con canti e musica
gregoriana, non li vedevamo, ma io provai in me l’incanto di essere in
paradiso. Anche in luoghi meno famosi
come nell’Abbazia di Santa Maria del Colle a Lenola dove c’è un coro da fare
invidia a quello di San Pietro, i canti sono tutti in latino (come era
desiderio di Benedetto XVI ) sono tuttora qualcosa di sublime, di non
raccontabile con parola umana, poiché anch’essi sono testimonianza della
bellezza di Dio. E forse che Benedetto XVI non ci illumini dicendoci di
allontanarci dalla volgarità del vivere, dall’approssimazione dei costumi,
dalla bestemmia, da ogni perdizione della propria coscienza e non ci inviti a
riflettere sulla nostra società superficiale e narcisista.
I suoi detrattori hanno avuto molto da dire anche su queste parole.
Forse che non sia vero che per credere e amare la parola di Dio sia
necessario rigore, passione, rispetto delle regole della chiesa e dell’uomo,
dell’ambiente?
Non credo che questo e, non solo questo, sia rigorismo, o peggio ancora
conservatorismo.
Le molte critiche che sono piovute su di Lui, soprattutto dalla Germania e
dall’America, come le accuse di poco rigore nella lotta alla pedofilia sono
inossequiose e false. Perché sappiamo che le leggi più severe nel trattare
questo miasma sono state scritte e dettate
sotto il suo pontificato e alle quali lo stesso Francesco si sta
attenendo con coraggio, dolore, e forza.
Quello che più vale e ciò lo mette in stretta vicinanza a Pietro da Morrone
è il suo insegnamento: l’invito a
pregare, a incontrare Dio ogni giorno nell’ostia consacrata. Egli ci insegna
come farlo: la preghiera è un mezzo
meraviglioso per mettersi in contatto con Dio e chi ha la gioia di questo
contatto può imparare ad amare. Scacciare per sempre l’odio e la vendetta dalla
propria vita, serpenti questi che intossicano l’anima e compromettono il
rapporto con dio.
Ed ecco l’invito che da Pietro da Morrone, passa nella parola sapiente di
Benedetto XVI:
Pregare, pregare, pregare.
E’ questo l’insegnamento
più determinante della sua fede che lo accomuna al suo Fratello di sangue San
Pietro Confessore come pure l’amore: Con la centralità dell'amore, la fede
cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al
contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita
credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro
del Deuteronomio, nelle
quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta,
Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il
Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù
ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con
quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro
del Levitico: «
Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1
Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un «
comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene
incontro.
In un mondo in cui al nome di Dio viene a
volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell'odio e della violenza,
questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per
questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell'amore, del quale Dio ci
ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. [5]
Benedetto si fa propulsore di un rinnovato dinamismo, di una chiesa che si
risvegli in una rinnovata catechesi.
Nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa,[6] e in opere prestigiose di
meravigliosa e facile lettura[7]vorrei ricordare con le
parole del Santo Padre Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs)
in Siria. Teologo, poeta e compositore, “appartiene alla grande schiera dei
teologi che hanno trasformato la teologia in poesia”. Pensiamo anche al suo
compatriota, sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma meditiamo
anche su teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i
cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano l’anima; o a un
teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso,[8] che ci ha donato gli inni
della Festa del Corpus Domini; pensiamo a san Giovanni della Croce[9](1542-1591) che oltre la
dolce musicalità delle sue opere accompagnate dal suono dell’organo, di
infinita bellezza sono il “Canto spirituale” e “Il mistero dell’unione” fu un
grande riformatore e chiese come Benedetto XVI maggior rigore alla Chiesa. Con
Santa Teresa Davila il Doctor mYsticus, gigante della fede, operò una grande
riforma della chiesa,soprattutto in Spagna fu Santo, ma anche musicista e poeta “La notte
scura”, e dunque il suo operare,
furono un esempio chiaro di questa
fusione tra teologia e poesia. Scelse
e amò la vergine del Carmelo e fu
carmelitano. Non è un caso che il Santo Padre lo citi come espressione di
bellezza della chiesa cattolica.
La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò
crea bellezza.
Anche gli inni liturgici sono una forma di
catechesi , infatti ab origine erano solo questi. Romano resta nella storia
come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora,
per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano
si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca,
ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue
composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di
catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e
dell’innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un
santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al
centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena
piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte
sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate,
dette "contaci" (kontákia).
Il termine kontákion,
"piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si
avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto
Da questo contatto del cuore con la Verità
che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la
fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma
rimane viva e presente. Le icone, le grandi chiese costruite dall’uomo in onore
di Dio, di Cristo e della Vergine sono pagine bellissime ed eterne della storia
del Cristianesimo parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del
passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci
sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo.[10]
Poesia e teologia
Fondare la nostra vita su Gesù e sulla salda roccia della sua
Parola
se uno ha peccato
tutti siamo feriti.
Invece il cielo gli agnelli i prati
sempre fedeli a compiere lo stesso mistero
inesauribile di riti novelli.
E’ Dio che in essi fiorisce,
si espande, dilaga
e poi ritorna a fiorire.
Dove sarà mai paradiso
[1] Deus caritas est , Enciclica , Benedetto XVI Con
la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo
della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità
e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole
del Libro
del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua
esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno
solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con
tutte le forze » (6, 4-5). Gesù
ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con
quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro
del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31).
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1
Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la
risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.
In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o
perfino il dovere dell'odio e della violenza, questo è un messaggio di grande
attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica
desidero parlare dell'amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere
comunicato agli altri. Ecco così indicate le due grandi parti di questa Lettera,
tra loro profondamente connesse. La prima avrà un'indole più speculativa, visto
che in essa vorrei precisare — all'inizio del mio Pontificato — alcuni dati
essenziali sull'amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all'uomo,
insieme all'intrinseco legame di quell'Amore con la realtà dell'amore umano. La
seconda parte avrà un carattere più concreto, poiché tratterà dell'esercizio
ecclesiale del comandamento dell'amore per il prossimo. L'argomento si presenta
assai vasto; una lunga trattazione, tuttavia, eccede lo scopo della presente
Enciclica. È mio desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da
suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana
all'amore divino.
[2] Deus
caritas , ibidem
[3] Romano
il Melode, omileta cantorum, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria,
morì nel 550. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei
teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Ma pensiamo anche a teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio,
i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il
cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che
ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini ; pensiamo a san Giovanni
della Croce
[4] La
biblioteca possiede le stampe più
antiche , non solo di opere prettamente religiose, ma anche di molte opere
laiche come la Divina Commedia di Dante.Tra le prime opere a stampa fa parte della raccolta della biblioteca
dell’abbazia, anche un’edizione della Summa contra gentiles di
Tommaso d’Aquino (Venezia, non oltre 1476), la Commedia di Dante
(1477-78), i Trionfi e il Canzoniere di Petrarca (Venezia,
1478). Del fondatore, san Benedetto, non manca un’edizione della regola (Venezia,
1489-90), pervenutaci in pochi e spesso lacunosi esemplari, e del De
conservatione sanitatis (Roma, 1475).
[5] Deus est
spes Enciclica del25 dicembre 2005.
[6] Udienza
Generale, Aula Paolo VI 21 maggio 2008
[7] Catechesi
sui Padri della Chiesa Da Clemente
Romano a Gregorio Magno, vol. I e II. Città Nuova 2008.
[8] Suoi
sono gli inni della festa del
Corpus Domini
[9] Padre Gabriele di Santa Maria Maddalena,
studioso dell'opera del santo, ricorda che ciò a cui Egli aspira non è rendere gli uomini indifferenti
agli affetti, al lavoro ed alla vita, bensì mettere Dio al centro dei propri
pensieri e delle proprie attività. Questa
spiritualità non è riservata, esclusivamente, al clero ed ai religiosi ma può
essere vissuta anche dai laici, che vivono la loro esistenza, nelle comuni
necessità quotidiane.
Tra le opere del mistico che presentano
questo carisma, una delle più interessanti è il Cantico spirituale.
[10] Carmen
Moscariello “L’Europa delle Cattedrali” Prefazione di Nicola Cilento. Napoli
1973

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