domenica 27 febbraio 2022

Il Teatro di Dante Maffia.Lettura di Carmen Moscariello

 


Dante Maffia Il computer petulante- Teatro volume II   Edito da La Mongolfiera.

Letto da Carmen Moscariello

Il Teatro di Dante Maffia.

Ritrovarsi a ridere da sola a crepapelle con un piacere che fino a pochi minuti prima era inimmaginabile. Una goduria sono le iperbole di questa scrittura, i suoi contenuti che ti spiattellano la vita in tutte le sue miserie passate, presenti e future, in tutti i suoi ardori. Con questo non voglio essere irriverente di fronte a una grande opera d’arte.

Dante Maffia in breve tempo ha prodotto due libri  importanti per il teatro che  sono pietre miliari per il futuro del teatro stesso non solo nazionale. Mettere insieme quel genio totale che gli appartiene, l’ immenso di tutti i suoi studi, il suo modo particolare con il quale osserva il mondo, tutto questo ha dato vita a un capolavoro,  pagine da  gustare una per una, mai uguali, coinvolgenti  e sapienti. Il suo occhio acuto e smaliziato, la sua intelligenze, il suo intuito  al quale non sfugge nessuna delle falsità del mondo   aprono un palcoscenico degno di tutti gli applausi .

Queste due opere (ognuna ha più di 600 pagine, la  prima titolata “Le donne” la  seconda “Il computer petulante”, la terza è già in programma)  sono l’immenso, in  una varietà di voci , di contenuti, di  personaggi, di mercati e di panchine, di storia, di filosofia, di donne, di tradimenti , di poesia e di assassini, di uomini e donne  senza scrupoli,  nel buoi della sala su un palcoscenico con  scenografie sobrie si muove come  protagonista assoluto il genere umano, senza freni, esso viene smascherato.  I lunghi monologhi di quest’opera che sono la  grande caratteristica della drammaturgia di   Maffia- solo lui  può sostenere e mantenerne il ritmo all’infinito fino a provocare  l’ammaliamento- sono l’aperta contestazione contro l’ipocrisia, le finzioni, le barbarie a cui il quotidiano ci sottopone facendoci perdere la strada del più giusto e del più bello. Ripropone al  teatro la grande narrazione   manifestando  apertamente la sua opposizione all’espressionismo astratto. Cogliamo anche  una vera e propria goduria nella mescolanza delle forme letterarie.

Egli ci coinvolge, ci gira e ci volta come se fossimo i manichini  dell’Opera da Tre Soldi di Brecht, quella portata sulle scene dalla regia di  Toto Russo al Bellini di Napoli[1] .

 Insomma, conquista lo spettatore lo trasforma in  protagonista.

 Il motivo etico è un sottofondo importante alla parola poetica  diviene pian piano  la ragione portante di molta sua  scrittura, il  protagonista si  svela apertamente al pubblico ad esso confessa  tutti i suoi misfatti, le sue nevrosi, il suo odio, la sua cattiveria, accusa  senza pietà il suo prossimo e lo ritiene unico responsabile del suo male. Se volessimo paragonare questi lunghi monologhi, mi viene da pensare al monologo di Iago nell’”Otello”  quando confessare al pubblico  tutte le intenzioni  mostruose. Maffia espande questa immagine  vivificando anche i luoghi e gli oggetti (La panchina). Tutto è amplificato,  dal ritmo e dalla bellezza della  scrittura.

 Un’anima universale in un dinamismo bruniano dove la storia  assume una fierezza arcana, anche le numerose cadute sono temi intensi  aperti tutti alla verità dei venti e del cielo. La scrittura di Maffia ha un potere misterioso che è quello di voler portare il mondo a un battesimo primitivo, a un vento che rinnovi tutte le pieghe oscure della vita umana.  Egli ti attanaglia, ti travolge, ti rende complice delle  ferite del mondo. E’ quest’opera un  càustico incastro di luoghi, persone, filosofi, drammaturghi, oggetti, nessuno è lasciato fuori dal grande teatro della vita. Le pièce trattate hanno ritmo e bellezza, vivono sotto i tuoi occhi  in confidenza, ci accompagnano in una petulante perlustrazione dell’infinito intendendo con questa parola anche il suo opposto, ci portano a spiare i meandri dove nessuno finora ha osato guardare. Lo Scrittore, come abbiamo già detto,  si serve di monologhi lunghi per amplificare le ragioni del suo personaggio. Questo pian piano, ti rende complice , ti dà le vertigini, a volte le confessioni  sono terribili,  sono perfide,  vuole  convincerci della giusta sua  disonestà ,aprendoci il  suo inferno, senza alcun pudore.

 I personaggi manifestano la loro  crudeltà come unica cosa possibile.

 Metterei dunque in primo piano la complicità con lo spettatore, l’intrattenerci    con garbo in storie tortuose , nella pièce “La panchina” (già l’Autore in poesia ha reso fascinosa la creatura vivente che è la panchina, testimone di solitudine), in questo caso più specificamente diviene testimone di due assassini, fatti atroci, terremoti che devastano, i due mostruosi protagonisti  un uomo e una donna, il Poeta ce  li racconta in palcoscenico con levità e nonchalance,  ce li serve a tavola a colazione. Scintille quello sì, la scrittura fa scintille, snobba carezze e mugugni , qui l’uomo viene lacerato , costretto a raccontare tutto il suo inferno, ed ecco la perennità del dolore, dell’inganno, il tormento di matrimoni finiti ,che grufolano l’ultimo respiro ti fanno perdere in radure desertiche. Tutto questo è posto in scena non solo con ironia, è anche un tracciato costruito secondo la musica e il mistero  del duende di Lorca” quel potere misterioso che tutti sentono e che nessun filosofo spiega”[2] e ancor più nella saùde di Pessoa che osserva  nel cortile di un manicomio il malato Antonio Mora che recita Eschilo[3] . Voglio dire che il teatro di Maffia ha una sorgente irruenta e divina, come si sa,  egli è un appassionato studioso di Lorca, della sua poesia, è egli stesso un grande poeta, dunque  anche in quest’opera la poesia  è e rimane il pilastro anche della sua limpida scrittura per il teatro. L’essere poeta  qui nel teatro gli ha permesso di  presentare agli spettatori , da par suo,  il dolore, la malattia del  mondo. Chi legge si trova di fronte a un’opera immensa che finora non era mai stata scritta. In queste irradiazioni del male egli  ci fa cogliere il senso e l’importanza dell’ illibatezza per una vita e un mondo nuovo. E’  l’ illibatezza che   ci apre la strada al suo teatro, direi che è il primo passo. Già nella prima pagina c’è del sacro. Prima la dedica a Roberto D’alessandro, al grande regista che curò, adattandolo  per il teatro,il suo  romanzo “Milano non esiste”[4] , rendendo da par suo l’horror sociale, le contraddizioni e la solitudine di chi è costretto a lasciare la propria casa. L’opera fu rappresentata al Teatro Martinitt di Milano da 3 al 20 aprile del 2014. Ancora di più la seconda pagina anch’essa di dedica  dove il Poeta annovera tutti i suoi amici quei compagni di strada che in un unico abbraccio vivono  nella sua anima e nel suo teatro: Dario Fo, Sergio Endrigo, Anna Milieni, Jorge luis Borges Aldo Fabrizi e tanti altri.

 Il mio riferimento alla purezza riguarda tutta l’opera. Nell’ incipit viene posta in essere una drammaturgia che è romanzo, poesia bellezza, logica, filosofia. Subito dopo iniziano le storie teatrali i cui personaggi  mi sono apparsi come panni stesi ad asciugare  ai balconi  dei vicoli napoletani della Sanità  dove inermi  il vento  li attraversa, li strombazza, li pone in bilico su uno strapiombo, tali sono gli uomini e le donne  che  si dimenano alla ricerca di un piacere terribile che è quello di torturare il prossimo. Ho letto per primo  la pièce “Noi due” Lui e Lei, per  molte pagine ho avuto paura per quanto il Poeta volesse colpire, il fatto è che in questo dramma terribile, narcisistico e demolitore  i monologhi tra marito e moglie tendono per tutto lo spazio di questa commedia all’ annientamento  totale dell’uno e dell’altro, eppure anche in questo dramma ho avuto modo di ridere a crepapelle in piena notte. Ci sono accostamenti così bene architettati tra la tragedia e la commedia come pure l’eleganza cosi unica di fusione tra prosa e prosa. Queste limpidezze si accostano senza iato allo scendere graduale nell’ inferno dell’anima. Alcuni testi mi hanno fatto ricordare “L’inconsolabile” di Pavese Come si sa, qui viene ribaltato il canto d’amore di Orfeo e Euridice, il mito, la musica, la nostalgia e la bellezza del canto e dell’amore. Pavese fa dire ad Orfeo che era sceso negli inferi per  vedere morire  Euridice. Si  girò volutamente a guardare Euridice perché la voleva morta , non era affatto lì per riportarla alla vita. Sembrerebbe che soprattutto in quest’opera, ma non solo, egli il grande Maestro Maffia  con molti dei suoi personaggi scende negli Inferi per sfidare la morte, per morire egli stesso se necessario. Egli, però, come l’Orfeo di Pavese , fa dell’immensità e invincibilità della morte un atto di salvezza, se non di resurrezione,  mi riferisco  a tutti i suoi personaggi teatrali, compresi gli oggetti ai quali il Poeta dà un’entità umana. C’è in quest’opera in queste commedie e tragedie, tutto Plauto,  tutta la drammaturgia  greca, tutta la storia dell’umanità, tutta la poesia, tutta la tragedia del dolore. Fa compiere alla povera umanità una danza figurata, un tango sfrenato, dà sensualità alla morte: i due opposti vita-morte si attraggono. Intensa, angolata, spigolosa, persino amorevole è la sua scrittura, ma in essa c’è forza, angoscia, feroci attacchi  contro l’ipocrisia; la bugia, la decadenza di una società malata che pare nessuna medicina potrà mai guarire. In verità, negli  innumerevoli monologhi che come cassetti magici aprivo con circospezione e desiderio di scoprire che cosa contenessero, c’è la vita di tutti noi, un teatro che è vita. Con le verità pirotecniche, in essi si può toccare  la magia dell’universo che palpita sopra le miserie umane.

Qui, l’ardore, l’arguzia, l’intelligenza, la scrittura poetica  e teatrale  divengono tutt’uno con centinaia di altri linguaggi, insieme ai  dialetti che sono affreschi vermigli. Maffia fa parlare in quest’opera “Al mercato” rionale i venditori , fa troneggiare la spocchiosa signora milanese e ancora si susseguono  vedove,  i grandi personaggi del passato con i quali ama intrattenersi. Bellissimo è l’incipit con l’incontro con Campanella ”Visita di Campanella a Maffia”. Nella prima parte emerge tra i due geni lo scontro ,l’affermazione  della propria indentità e poi i due calabri ragionano con intensità e fratellanza con complicità  di vita sul mondo moderno , sul mondo antico che  condannò Campanella, sugli spagnoli e la Santa Inquisizione, sul mondo di  Dio. E’ lo stesso Campanella che aiuta il Poeta  a  capire che egli è più vicino a Dio di quanto creda. Il rapporto non è tra padre e figlio, ma tra due fratelli, due amici che si raccontano le loro vite fatte di cose immense, ma anche di errori, accumunati dal sogno di realizzare finalmente la Città del Sole che è ancora possibile anche nei  giorni presenti e passati. La scrittura è un’ ensemble, ci sono tutti gli strumenti i più alti e raffinati della lingua, della musica e dell’arte. Questo libro di Maffia è un suo ennesimo capolavoro capace anche di donare allegria, risate amare, ma pur sempre risate. In un humor nero,  di occhi e  intelligenza, al Maestro non sfugge niente. Non mentitegli poiché lui sa da un pezzo che si trova di fronte un bugiardo.

Nessuno più di lui è capace di  riconoscere l’idiozia e la falsità.

Lettura di Carmen Moscariello

 



[1] Novembre 1995.

[2] Gioco e teoria del duende, Federico Garcia Lorca.

[3] Na casa de Saùde de Cascais , Fernando Pessoa.

[4] Milano non esiste di Dante Maffia