venerdì 25 marzo 2022

Aldo Masullo parla del Modigliani di Carmen Moscariello

 






Carissima prof. Carmen, finalmente è arrivato il Suo affascinante Modigliani. Ordinato non secondo una banale architettura critico-espositiva, ma a ondate di vibrazioni narrative penetranti ogni volta da un lato diverso nella complessa e irriducibile realtà narrata, il lavoro ricompone in unità i mille momenti di una straordinaria esistenza bruciante di febbrile creatività artistica. Dunque vivissimi

complimenti

e fervidi

auguri

di successo di lettura. Grazie infine per la generosa dedica ad un vecchio che della libertà è solo ancora un appassionato trepidante allievo. Un forte abbraccio. Aldo Masullo

martedì 15 marzo 2022

 


Giorgio Moio , Finzioni

Interviste fantasma

Nota di Carmen Moscariello

Come in un Film. E, ancora una volta” il potere del linguaggio” di Giorgio Moio si ripropone come visualità e urgenza di confronto, come spazi per la fisiognosia che nonostante l’affermazione perentoria di “Interviste fantasma” esse si manifestano più che mai vive e propositive, bene inserite nel tessuto reale  e nella natura.

  L’incontro è con” i morti”. Mi sono chiesta più volte man mano che leggevo e assaporavo le pagine di questo intenso e originale libro,  come mai Giorgio Moio non abbia deciso di intervistare personaggi in carne ed ossa del nostro tempo? Forse perché i moderni sono più che mai soggetti e sottoposti alla precarietà e al vago assoluto del vivere? Certo nel mondo dei morti egli si muove con disinvoltura e cognizione di causa. Vuole sapere sulla storia, sulla canzone, sulla filosofia , sulla poesia, sull’arte, insomma vorrebbe vederci chiaro sulla vita e sulle sue continue contraddizioni, contrapposizioni, cadute. Le pagine hanno molto fascino ci catturano e ci illudono mentre ci incamminiamo nel mondo delle ombre come già fece Enea, Dante e altri grandi. Egli con  la sua solita non chalence , con le mani in tasca e con il suo cervello che gira a mille inizia i suoi dialoghi. Uno tra i suoi più affascinanti e intensiè con una Donna, e che Donna! Fa parlare Sibilla Aleramo e le fa raccontare i risvolti di tutta una vita. Insomma “il Poeta d’Avanguardia” come lo definisce il Grande  Piscopo inizia dal femminismo come farebbe un galantuomo o meglio un cavaliere. Il suo parlare non è irriverente, ma è libero da stucchevoli annegamenti. Le fa dire dei suoi amori, delle sue lotte per l’affermazione della libertà della donna, l’urgenza del rispetto per  quest’essere divino, delicato e capace di buona poesia senza curarsi di togliere il trono all’uomo.

Va a cercarsi anche personaggi spigolosi che in vita male accetterebbero un’intervista, non perché a farla fosse stato Giogio Moio , ma perché non volevano e non vogliono essere invischiati in fatti umani, i quali se volgari potrebbero coinvolgere chiunque. Ed eccoci di fronte a Lucio Battisti, chi non lo ha amato e cantato, egli è il maestro del canto- poesia, della primavera in versi, del riserbo della sua chitarre, Moio abile e rispettoso delle Sue canzoni gli fa spifferare tutto, anche le amarezze post mortem , poiché certi artisti veri non vengono lasciati in pace nemmeno dopo morti. L’ autore mette in luce un aspetto importante del rapporto tra chi scrive e chi legge. Quante volte studiando un autore lontano non ci siamo sentiti chiamare in modo suadente attrarre nelle loro vite, ed essi senza ritegno ci spifferano tutto anche quello che loro non sono riusciti a dirci troppo chiaramente in vita. A chi scrive succede. Posso giurarvi  che ho visto risorgere dalle mie pagine di lettura la poetessa Amelia Rosselli e,( i dissacratori dei sogni certamente rideranno) e Giordano Bruno ancora irruento e arrabbiato con la Chiesa che ad  oggi  non l’ha veramente perdonato. Per me sono stati sprazzi disordinati che hanno sorpreso  la mia mente,  che è rimasta piacevolmente attratta da quelle vite intense, indimenticabili. Ebbene, l’ateo Giorgio Moio ci dimostra concretamente che ci sono altre vite non meno intriganti e favolose di quelle che noi viviamo ogni giorno. Solo l’incontro con il dolore di Leopardi mette un po’ a disagio l’ Autore di fronte alla mente immensa e tormentata del Poeta di Recanati. Lì si vuole far luce sul pessimismo e Giorgio Moio guida Leopardi (è proprio lui che guida il grande genio!) a comprendere che la vita va vissuta intensamente in ogni suo aspetto e in essa è l’universo, il cosmo che attizza il pensiero e ci aiuta a credere. Le interviste del libro sono 49 , smilze, veloci, non si attardano, danno in poche battute l’essenza e sanno costruire intorno a questa le parole giuste. E’ un libro che si legge d’un fiato e qui  si può incontrare in maniche di camicia fraternamente Borges, Federico Garcia Lorca, Rose Luxemburg, Giorgio Manganelli, il dolce rivoluzionario Neruda ,l’enigmatico Pessoa , Antonia Pozzi ,Ungaretti, e tanti altri. E’ un libro carico di vita, molto razionale, non ha fronzoli è diretto e vero, molto originale.

Carmen Moscariello  

domenica 13 marzo 2022

Alcuni dei libri di Carmen Moscariello





















 



 Carmen Moscariello, Destini Sincronici
 Amelia Rosselli e Rocco Scotellaro

Analisi critica e storica di Mariagrazia Carraroli e Franca Bellucci

LOTTA E POESIA

Carmen Moscariello è poetessa, drammaturga, regista e giornalista. Corrispondente per il Tempo e Avvenire ha dedicato articoli su Tangentopoli e altri importanti fenomeni sociali del nostro tempo.

Delle sue competenze e della sua passione trasuda il saggio Destini sincronici- Amelia Rosselli e Rocco Scotellaro, saggio che emana amore da ogni riga : amore nell’incontro d’anima e intelletto dei protagonisti del saggio ; amore per il Sud, in particolare per le meravigliose terre dimenticate : l’Irpinia dell’ autrice, così vicina alla Basilicata di Rocco, per troppi anni, quest’ultima, trattata come terra d’emarginazione e di confino…

Un amore che in questo saggio, ma non solo, fa spesso rima con dolore.

I protagonisti ne portano cocenti ferite : Rocco in primo luogo, per le delusioni provate durante il suo impegno sociale / politico ( fu socialista convinto ) da sempre a fianco ai suoi  cafoni contro il potere dei latifondisti. Giovanissimo , a ventitre anni, fu nominato sindaco di Tricarico e per vendette politiche ingiustamente accusato e messo in prigione , anche se poi venne assolto con formula piena…

E poi, Amelia, ammalata di ferite sempre aperte : la tragica morte, mai  del tutto metabolizzata, del padre Carlo , poi quella della madre e ultima, la morte improvvisa di Rocco dopo soli tre anni dall’averlo incontrato…

Si erano conosciuti a Venezia nel ’50 in un Convegno, e fu subito amicizia affettivamente intensa, forse amore. Uno schianto per lei l’improvvisa scomparsa di Rocco che l’aveva fatta conoscere poco prima alla madre in Lucania… Squassata nella mente e nel cuore, a nulla valsero le cure della Clinica svizzera in cui fu ricoverata, epilogo drammaticamente premeditato, poi, il suicidio, nello stesso mese e giorno dell’amata poetessa più volte tradotta, Silvia Plath, l’11 febbraio 1963

La nostra autrice Carmen Moscariello scrive di Amelia e di Rocco con partecipazione molto viva, anche per  aver conosciuto personalmente la poetessa e, attraverso le frequentazioni con Vittorio Foa, importante personaggio della politica e del giornalismo italiano, sentendo da lui stesso parlare con ammirazione del giovane attivista e intellettuale lucano,  Scotellaro.

Il libro percorre le due drammatiche esperienze umane dei protagonisti, sottolineando la funzione salvifica della letteratura, specie, come nel caso di Amelia e Rocco, quando i tempi e gli spiriti vengono invischiati nel groviglio dell’ingiustizia, della delusione e del male di vivere.

Moscariello entra in quei tempo e in quegli spiriti, documentando da par suo la vita e l’opera dei due , corredando il volume con fotografie e aggiungendo un importante carteggio del sindaco/poeta con lo scrittore Michele Prisco.

Non manca una ricca bibliografia. Ma la nota che rende particolarmente originale il saggio sono due poemetti in cui Carmen si cala con intensità lirica ed emotiva nel sentire dei due poeti, divenendo l’Amelia ferale e urlante di fronte alla morte maledetta dell’amico Rocco, a cui l’eco della Taranta dà  nuova voce di fraterna solidarietà con il popolo contadino per cui tanto lottò. E chiama la donna a condividere il suo vissuto con lui, perché –dice  :

ti conobbi bella e luminosa/ mi apparisti come ‘na Madonna/ Amelia, e come la Madonna/ sull’Altare io ti amai  ( p.103 ).

Un saggio, questo di Moscariello che, come scrive Annella Prisco nella prefazione, è un mosaico di ricordi, approfondite testimonianze storiche, spaccati di umanità e lirismo con lo sguardo sempre vigile all’ambiente, la Basilicata, in cui si muovono i protagonisti…il tutto reso unitario e di godibile lettura non solo per quello che Aniello Montano nell’Introduzione definisce garbo stilistico, per le ricche citazioni ed i rilievi critici, ma anche per la cifra empatica di cui è denso e per l’accento emotivo di cui sono pervase le descrizioni degli episodi di vita dei protagonisti, unite a quelle  degli scorci naturalistici in cui le loro storie fioriscono.

Appena aperto il libro ci appaiono vertiginosi i calanchi lucani che tra le righe finali del saggio riemergono aspri e lunari ai ritmi di musiche sefardite ( ebraiche antiche p.117 ) : uno splendido, irto scenario che ben s’attaglia al profilo drammatico, forte, originale di due vite che amarono, lottarono, soffrirono, scrissero per una società a misura d’uomo.

  (Mariagrazia Carraroli)


 


(Dopo la presentazione alla Casa di Dante la poetessa e storica Franca Bellucci ci ha inviato questa lunga e profonda riflessione sul libro, che volentieri pubblichiamo, auspicando ulteriori interventi da parte dei lettori sugli argomenti che nell’articolo vengono evidenziati.)

ROCCO SCOTELLARO E AMELIA ROSSELLI NELLA STORIA DEL NOSTRO PAESE

 A fine marzo 2017 il libro Destini incrociati di Amelia Rosselli e Rocco Scotellaro fu occasione di un incontro, cui presi parte, che suscitò forte emotività presso il Circolo degli Artisti Casa di Dante, organizzato da “Pianeta Poesia”, bella e durevole realtà culturale intorno al poeta Franco Manescalchi. L’effetto suscitato fu merito di come Maria Grazia Carraroli impostò la presentazione del libro, preferendo, anziché una recensione sistematica, coinvolgere il pubblico nella lettura di pagine scelte: «Un libro come un romanzo», questa la sua suggestione. L’ascolto diventò per i partecipanti discesa nella interiorità propria, oltre che dei personaggi protagonisti, e nella percezione storica della loro cornice: contribuirono le testimonianze, ad opera della stessa autrice Carmen Moscariello, dell’amica Annella Prisco, figlia dello scrittore e meridionalista Michele, di Franco Manescalchi, una presenza incisiva in Firenze, nel senso della sperimentata coerenza poetica e umana. La sintesi della serata può dirsi una esperienza condivisa di cultura come espressione. Poesia, lingua, comunità, rigore, lavoro responsabile: devo dichiarare la traccia dei temi nella circostanza poiché, risultata efficace in quella circostanza, io stessa ora la confermo in questa nota di lettura. Il libro introduce ad un romanzo di spessore decisamente storico: induce infatti a riflettere, nel segno della solidarietà scevra da ogni pregiudizio e strumentalità, anche sui grandi temi storici, nazione, nord-sud, lungo meridionalismo.

È un particolare versante di meridionalismo che l’autrice accoglie, e che subito si mette a fuoco cogliendo i legami culturali dichiarati in appendici e apparati: si vedano in particolare le lettere inviate da Rocco Scotellaro e dalla fidanzata Isabella Santangelo a Michele Prisco, custodite dalla Banca Popolare Pugliese. La postfazione (pp. 121-124) di Carmela Biscaglia, Direttrice a Tricarico del Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra” – sorto nel 2003 a 50 anni dalla morte del poeta – evidenzia l’apporto di Carmen Moscariello al «rinnovato interesse» che porta a riscoprire il progetto di Scotellaro ed interlocutori per la ricostruzione nel Sud dopo la guerra. Nelle tesi, nei provvedimenti, negli eventi effettivi, già oggetto di contese politiche, non si previde comunque, dice l’autrice, quanto oggi si constata: allora vinse di abbandonare gli agricoltori puntando su poche industrie e migrazioni in massa. Oggi «i ricchi industriali dopo aver ben spremuto il Paese migrano anch’essi» e «sono molti economisti a invocare il ritorno alla terra» (p. 43).

Se teniamo da parte appendici ed apparati, il corpo del libro consta di quattro capitoli, circa settanta pagine. Il titolo centra il tema in modo calzante: rifocalizzata «l’attenzione sul legame tra la Rosselli e Scotellaro» (così Biscaglia, p. 122), i due poeti sono proposti dall’autrice in un accostamento fecondo e determinante, per lo sviluppo letterario e storico che riguarda le lettere italiane in generale, oltre che le loro esistenze. Ma, nella profonda diversità delle storie e delle poetiche che ciascuno di loro elabora – e che l’autrice esamina soprattutto nel secondo capitolo – il contatto intenso e fugace conservò a distanza l’impulso costruttivo, originale per ciascuno: Destini sincronici continuarono a guidarli, poiché molte rispondenze, elaborazioni, esplorazioni si assomigliano, quasi che un campo magnetico comune continuasse ad inscriverli, nella lontananza di fatto di luogo e di tempo.

Il tempo, anzi, diventa baratro, con la morte precoce di Scotellaro nel 1953, giovane di trent’anni. Amelia Rosselli, di sette anni più giovane, prosegue, concludendo con il suicidio a Roma l’11 febbraio 1996, scegliendo il giorno anniversario del suicidio della scrittrice Sylvia Plath (1932-1963): è un’altra epoca la chiusura del XX secolo, rispetto al secondo Dopoguerra, per la storia del nostro Paese e per quella del mondo, con l’evoluzione profonda dei criteri concordati per i blocchi geopolitici dopo il secondo grande conflitto.

Analoga anche l’attitudine all’ascolto che si chiede al lettore, o allo spettatore, pur nella diversità delle scelte poetiche. Occorrono variazioni di empatia, sia di fronte al “lapsus” lucido della Rosselli sia per l’“anacoluto” di Scotellaro. Entrambe le soluzioni poetiche sono intrise del magma della vita, delle tempeste delle rispettive pagine biografiche. Con la profonda differenza che per Scotellaro la tempesta si specchia nella terra e nei conterranei, nella Lucania, mentre Amelia è e resta fondamentalmente una cittadina del mondo, senza avere né cercare un suo porto d’approdo. Così Scotellaro, malgrado la brevità della vita, è tra gli scrittori eminenti entro la produzione che sprona all’energia e al fare collettivo, una sezione letteraria in più puntate nell’Italia dell’Otto e Novecento, che Carmen Moscariello esamina particolarmente nel terzo capitolo.

Riprendo le parole di Carmen Moscariello per la poetica della Rosselli: nel procedere della parola mai abusata, dice, «l’errore-il lapsus-il monstrum-il prodigio occupa spazi fondamentali», rinnovandosi nel ritmo talora metafisico, tal altra figurativo (p. 61). E per Rocco Scotellaro la Mascariello dice che con i suoi “anacoluti strozzati” «il Sindaco-Poeta ha voluto essere la parola che non esce [… sc. per un mondo] sparpagliato lungo la schiena di un burrone, sospeso tra cielo e terra, affollato di neve e migrazione» (p. 76): egli partiva da Carlo Levi, allora vicino, quindi dal mondo contadino del Sud effettivamente affollato, «attraversato da lingue misteriche che parlano a molti mondi», ma contestando che potesse costringersi, come l’intellettuale voleva, «tutto nel mito». La sua interpretazione del Sud si incontrava piuttosto con quella di Michele Prisco, autore nel 1949 del libro La provincia addormentata: si erano incontrati in quell’anno a Macerata (p. 115), in un convegno, che, in vista del riassetto da compiere in Italia, proponeva il tema della provincia.

Amelia Rosselli, nata in Francia nel 1930 nell’esilio del padre Carlo, antifascista, dopo il suo assassinio nel 1937 si era formata nella frequentazione di sistemi scolastici tra Stati Uniti ed Inghilterra. Poliglotta, ricorreva in prevalenza all’inglese della madre Marion Cave ed era raffinata musicista. Tradizioni letterarie e musicali nella famiglia erano consuete, ma la scelta di applicare la versificazione in lingua italiana alla sua urgenza compositiva maturò dopo la conoscenza e l’incontro con Rocco Scotellaro, al convegno del 22-24 aprile 1950, a Venezia, su La Resistenza e la cultura italiana: entrambi i poeti successivamente ebbero modo di dichiarare l’importanza, nella vita affettiva e nella determinazione poetica, del colloquio intrapreso. Scotellaro stava dando una svolta alla sua vita, nella direzione della ricerca: doveva virare, dopo il percorso politico condotto nel 1946, a 23 anni, come sindaco della ricostruzione a Tricarico. Per false accuse, subito confutate, aveva fatto breve esperienza del carcere in quell’inizio del 1950, dal 9 febbraio al 25 marzo; aveva appena accettato di compiere studi sociologici presso l’Osservatorio di Portici di Manlio Rossi Doria.

La composizione dei due poeti è diversa, ma per entrambi coraggiosa, intrisa di intima sperimentazione: tanto che la Moscariello è tra quanti ritengono che si debba tornare ad esplorare gli espedienti formali già individuati dai critici (appunto, come detto, l’“anacoluto” di Scotellaro e il “lapsus” della Rosselli), per sondarne senza pregiudizi il senso, nel loro nodo di forma-contenuto. Sullo sviluppo pluricorde ed intimo del poetare della Rosselli l’autrice si addentra nel quarto capitolo: Amelia guarda ad occhi aperti la sua contemporaneità, concentrata in modo essenziale sulla propria maturità interiore, in una situazione di estrema originalità: «…non va trascurato il suo totale coinvolgimento umano in quelli che sono i fatti politici e sociali dell’ultimo millennio; inoltre ebbe occhi bene aperti sui poeti contemporanei» (p. 88). La poetessa volle trarsi fuori però dai riti e dalle cerimonie dei gruppi e dell’industria culturale, estranea «a una poesia stantia o fintamente innovativa o creativa, approdante a un’ipocrita modalità nel vano tentativo di liberarsi dal tartufismo» (pp. 85-86). I confronti con altri autori, anche presenti nella biografia in forma di frequentazioni, come Pasolini o gli autori del ‘Gruppo ‘63’, portano sempre a marcarne la differenza. Pure la sua via è solo in apparenza introversione: le conferme sul suo valore si accentuano, dopo la prima tributata da Pasolini nel 1963, presso i critici che riflettono sulla poesia novecentesca: «…un grande poeta antiermetico, autrice che ha scelto una sperimentazione inesausta», così Mariella Bettarini (p. 31). Lucidità critica, “occhi aperti”, appunto, non freddezza. Uno stile diverso dall’esuberanza, dalla espressività estroversa di Rocco Scotellaro: ma non divergente. L’intesa nel profondo fu autentica, breve nel tempo ma determinante: a lui la Rosselli in modo esplicito dedicò canti, ispirata dai moduli di veglia funebre del Sud, e componimenti.

La contingenza del contatto Scotellaro – Rosselli è un episodio già conosciuto ed anche, presso certi autori, già scarnito in riduzioni banalizzanti. La Moscariello si diffonde nel primo capitolo sulle motivazioni che l’hanno spinta a questo saggio-romanzo: un percorso carico di emozioni di cui offre varie testimonianze. In appendice, infatti, essa propone suoi poemi ispirati ai due personaggi: l’oratorio Al Margine, i versi in forma di Taranta per Rocco Scotellaro. Il primo componimento si ispira alla morte di Amelia Rosselli: qui la voce in prima persona della poetessa si alterna ai lamenti esterni, corali, che ripercorrono le vite tragiche degli intellettuali – della Rosselli, di Scotellaro, di Pasolini – come lutti collettivi inestinguibili e amalgamati alla disperazione del Sud. La disperazione del Sud è tema anche del secondo canto, nel tono esuberante e valente del Poeta-Contadino, il Pilirusso, espresso in parte in dialetto lucano, frammisto a materiali del folklore e dedicando una strofa, la X, ad Amelia Rosselli: «Prima dell’occlusione della vena/ ti conobbi bella e luminosa/ mi apparisti come ‘na Madonna/ Amelia, e come la Madonna/ sull’altare io ti amai».

Per la Moscariello informarsi, rivivere, meditare su Scotellaro e la Rosselli è un po’ meditare e scegliere intorno alla propria vita: ci sono state, certo, le letture di entrambi i poeti (le cui opere in ordine cronologico e le bibliografie leggiamo alle pp. 125-135), anche le numerose conversazioni capitate con Amelia Rosselli, c’è poi l’informazione fornita dalla propria città, Formia, c’è il desiderio di recuperare e spianare i frammenti di memorie rimaste sospese nei luoghi e nei vicinati, dal tempo del fascismo ad oggi. C’è l’emozione di rivivere, di rivedere a distanza, poiché «Nulla avviene per caso» (p. 23), come sottotitola il Capitolo I, quello delle motivazioni e quindi della vita dell’autrice.

Nelle sue attività di intellettuale, vivendo a Formia, Carmen Moscariello ha spesso organizzato incontri. La sua città era divenuta buen retiro di molti Padri della Patria, già resistenti ed anche confinati nella vicine isole di Ponza e Ventotene come Foa e Nenni. Dei racconti sullo scompiglio durante fascismo e guerra all’autrice sono giunte versioni non rituali, tramite i ricordi locali e le testimonianze dei protagonisti. In questa lunga ricerca appassionata ed anche autobiografica, l’autrice coglie come snodo decisivo, vincente sul piano culturale, le figure dei due poeti. Confermata dalle parole della stessa Amelia Rosselli (ne ha parlato brevemente a Giacinto Spagnoletti, come di “amicizia intensa, molto ricca e naturale”, p. 31, con una certa misura ironica a Plinio Perilli, “io l’ho conosciuto poco, ma più come due adolescenti che si incontrano”, p. 56) dà nuovo rilievo al loro incontro umano. Vita e letteratura: due specifici, in teoria, ma amalgamati e annodati nel tempo quotidiano, con una elaborazione sperimentale, ma non solitaria, almeno nelle soluzioni di Scotellaro, nel panorama d’allora. Lì era il nocciolo di una cultura nazionale finalmente intrisa di democrazia, di forza costruttiva: capace di eludere ogni impaccio, malafede, persecuzione.

Seguendo la lettura avverto nell’autrice l’intuizione innovativa: l’incontro breve, quasi un urto, giunse ai due poeti empatico e sconfinato come è concesso all’adolescenza. Anzi, nel momento particolare, fu, tra le sofferenze, aurora di un nuovo mondo. Questo racconto emozionato si propone a lettori e studiosi per nuove interpretazioni: riguardo ai due poeti e all’intero contesto. Ora su questa parte, su quel caos di contese su cui Mascariello riaccende la memoria, quel diverbio di tesi, ricette anche autoritarie per il Sud, varrebbe la pena di tornare: non per approdare alla verità ultima, ma per percorrere ipotesi non pretestuose nella prospettiva attuale.

Vengo dunque, l’avevo premesso, ai frammenti sospesi che il libro sparge e non esaurisce. Uno riguarda la prospettiva femminile: sarebbe da riprendere più ampiamente, coinvolta nella parola “coppia” e “madre”, ma non solo, ritengo.

Nella Mascariello si affaccia più volte, a mezza bocca, la tentazione di raffigurare la sincronia dei poeti come una vicenda essenziale di coppia amorosa. Poco plausibile, e comunque troppo ovvio, di fronte all’originale profondità raggiunta, specialmente dalla Rosselli nei poemi. A livello di biografia, per altro, nell’appendice alle pp. 119-120 figurano relazioni presunte: con Carlo Levi, con Renato Guttuso, con Mario Tobino. Altra mezza affermazione, non è definito il referente della parola “madre”, pur ripetuta: madri come identità individuali, certo, quando si menzionano entro le biografie dei due protagonisti, ma anche parola inopportunamente generalizzata come risorsa salvifica. Madri di identità abissalmente diverse, madre-specchio, concentrata sul figlio quella di Rocco, ma madre-prisma divisiva quella di Amelia. Madri di diversa antropologia: per altro, viene da riflettere su come ci siano conti sospesi con la pagina antiebraica del Paese e che allora dovevano pur avvertirsi.

Non è meramente complanare alla parola “madre” l’altro importante frammento, la “donna”: è menzionata spesso come portato essenziale della poesia e dell’universo di Amelia Rosselli (p. 60, p. 61, p. 65, p. 85). La Moscariello ha il merito di sottolineare questo elemento, ma in parte glissa. Certo, nel proporre questo tema in poesia per la Rosselli non fu d’aiuto la folla di intellettuali, tutti nomi maschili, che la accompagnano nei contesti illustrati dal libro, al tempo di Scotellaro e dopo la sua morte. Un tutoraggio soffocante intorno alla poetessa: trovo molto significativo il suo rifiuto ad appoggiare combriccole letterarie, e straordinariamente significativo il fatto di aver scelto, come giorno della sua morte, l’anniversario del suicidio di Sylvia Plath: una consonanza di biografia, di letteratura, di militanza trasversale, di cultura letteraria testimoniata in un panorama Italia-Stati Uniti, che resta eccessivamente elusa.

La Moscariello disegna, intorno al riconoscimento reciproco Scotellaro – Rosselli, la storia del nostro Paese, opportunamente vista come storia di uomini e donne, di memorie e di tradizione, di risorse e di ambiente, anzi proprio di terra roccia acqua: di rispetto e quindi di dignità. È la sua stessa storia, il formarsi della coscienza dall’adolescenza alla maturità di intellettuale, che l’ha condotta ad una sensibilità storica complessa. Quelle intuizioni meriterebbero sviluppi di ricerche specifiche: troppo è accaduto di ripetere i miti e gli stereotipi, troppo poco si interpretano le relazioni del Sud, approdo cosmopolita del Mediterraneo e per un altro al Paese tutto. Prende atto la Moscariello che le narrazioni già note, fino all’epoca della morte di Pasolini, sono ora esaurite e smentite. A me lettrice sembra che sia ora di nuove ricerche: non già revisioni. Due mie obiezioni voglio menzionare. Una, che la mia infanzia in Toscana si è nutrita di incontri provenienti dalla Lucania e più in particolare da Tricarico: dignità e lavoro, tutt’altro che il primitivismo descritto da Carlo Levi. L’altra incongruenza: migliaia di antifascisti (2500, p. 20) destinati dal regime fascista a vivere in Lucania, come misura punitiva a carico di sradicati. Ma per il regime fascista, quale era il piano ed il guadagno? E più in generale, quale si ricostruisce il bilancio civile e militare del Sud, dal primo Dopoguerra, al secondo, ad oggi? Da mettere in conto eccellenze nazionali, come il lucano Luigi Frusci, decorato nel 1938 e nel 1948, sotto regimi diversi. Mi sembrerebbe l’ora, su questi quesiti, di mettere in chiaro i dati, archiviando i miti suggestivi che oscurano la riflessione.

Auspico che il sentire profondo e anticonformista della Moscariello relativo al Sud spinga ad altre ricerche, bussando presso gli storici così che si impegnino a trovare gli archivi adeguati ed una esplicazione ampia.

(Franca Bellucci)

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giovedì 10 marzo 2022

Figlia della luna di Carmen Moscariello

 


Friday 29 June 2012
Carmen Moscariello, "Figlia della Luna"

di Paolo Saggese
letture: 3740
Formia: Ho conosciuto la poesia e una parte dell'opera di Carmen Moscariello grazie alle segnalazioni prima di Virginio Gambone e quindi di Ugo Piscopo, che hanno in vario modo sottolineato tanto l'impegno più genericamente intellettuale della scrittrice tanto la sua produzione più spiccatamente poetica. Docente di materie letterarie, giornalista pubblicista, collaboratrice de "Il Tempo" da quasi venti anni - per la prestigiosa testata ha scritto più di mille articoli -, del TG 3 Lazio, di "Oggi e Domani", di "Nord Sud", dell'"Avvenire", è direttrice e fondatrice de "Il Levriero", mensile di politica e cultura, fondatrice e presidente del Premio di Poesia "Tulliola"alla sua XXIedizione.
È autrice, tra l'altro, di numerosi saggi dedicati alla poesia tedesca dell'Ottocento, alla letteratura italiana e inglese del Novecento: tra i suoi autori si segnalano Hemingway, Amelia Rosselli, David Maria Turoldo, Pier Paolo Pasolini, Domenico Rea, Attilio Bertolucci, Renato Filippelli, Cristina Campo, Ugo Piscopo, Alda Merini. Inoltre, ha scritto e diretto pièces teatrali in versi, tra cui "Proserpina, tre atti preceduti da un preludio" (Bastogi, Foggia, 2003), prefazione di Aldo Carotenuto, "Eleonora dalle belle mani. Dialogo segreto tra Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio. Opera drammatica in tre atti", Prefazione di Renato Filippelli, Postfazione di Alessandro Petruccelli, Bastogi, Foggia, 2005, "Giordano Bruno Sorgente di fuoco" Guida Editore, Napoli 2011, prefazione di Aniello Montano, postfazione di Ugo Piscopo e Ninnj Di Stefano Busà. Per le opere letterarie "Friedric Holderlin , tra lirica e filosofia "Lucarini-scuola, Roma 1988, prefazione di Renato Filippelli; "Il presente della memoria" Publiscoop-Edizioni scuola, Sessa Aurunca 1994 e "Il tempo dell'infinito silenzio e lo spazio infinito dell'amore in Imzad e Lettere a Natascha , Ripostes, Salerno 1989.
Come poetessa si segnala in particolare per la raccolta "Gli occhi frugano il vento" Bastogi, Foggia 1990 "Figlia della Luna" (Formia, 1998), Non è tempo per il Messia, Guida Editore, Napoli 2012, prefazione di Ugo Piscopo, Introduzione di Ninnj Di Stefano Busà, postfazione di Americo e Giuseppe Napolitano, cui sono seguite pubblicazioni di componimenti in rivista. Molta di questa produzione è comunque ancora inedita.
Per la raccolta "Figlia della luna"Il senso è dunque del titolo, è chiarito opportunamente dalla citazione leopardiana dell'incipit de "La sera del dì di festa", e dalla Prefazione, in cui Carmen Moscariello scrive: "Non so se chi coniò per me l' espressione 'Figlia della Luna' pensava alla bellezza dei versi del Leopardi dedicati alla Luna, o se, piuttosto, la mia passione nel contemplare il cielo e il mio sussurrare alla notte, l'abbiano convinto della opportunità e assonanza (con la mia anima) di questo nome. Sta di fatto che io me ne sono appropriata. (p. 7).
Tuttavia, questo dialogo con la Luna, diversamente da quello leopardiano, "mi comunica una sensazione di levità, di danza, di gioia nella notte e, quando questo suono rivisita con l'amore il mio cuore, ecco che il mistero mi prende per mano, ancora per insegnarmi nuovi percorsi, nuovi versi lievi come i sospiri, leggeri come le lacrime" (ibidem).
Una identificazione, seppure soltanto parziale, con la "sua" eroina Eleonora Duse può essere colta in questa frase: "La sua arte [i. e., della Duse] si nutre dei colori lunari, di atmosfere grigioperla, di silenzi, di amori, di incontri ..." (da Introduzione dell'Autrice, in Eleonora dalle belle mani, cit., p. 10).
La scrittrice è, comunque, anch'essa una delle irpine della diaspora, come i tanti intellettuali ospitati in queste pagine, e perciò una parte di questi versi è rievocazione di un tempo e di un mondo passati, della madre, dei luoghi, della Montella dell'infanzia, che ha subito le trasformazioni degli anni e la ferita del terremoto. Una donna con la nostalgia del suo mondo: "Non ho niente da dire in questo autunno / Non sento il pianto delle foglie / né il tonfo veloce delle castagne // Vellutato il profumo del riccio che si apre / al premere esperto del mio piede di donna // Non ho niente da dire a questo autunno / solcato da rondini che sempre migrano chissà dove // Le vedo sui vecchi fili della luce del mio paese / tutte in attesa. Loro partono senza rimpianti, senza ricordi" (p. 35, con in esergo "Montella, San Francesco 1990"). Questa terra dell'infanzia è un luogo dove "Sedermi finalmente e posare lontano il sacco della vita // Riscaldare gli occhi al focolare antico / nella mano calda di mia madre // Nella vallata antica il vento punta il suo cavallo" (p. 53).
La raccolta è divisa in sei parti ("Anima di mare", "Dafne e la pioggia d'oro (Ovvero degli amici)", "Figlia della Luna", "I giorni che ho atteso", "Djerba", "Remembre Samos"), che raccontano alcune delle pulsioni principali dell'autrice, le sue figlie, la loro vita, gli amici, i ricordi, le illusioni, le attese, i viaggi, le scoperte, l'amore, le incertezze, i dubbi, il male, la morte, la guerra, il confronto con la letteratura e il mito.





La "Figlia della Luna" non ha dalla sua Madre certezze sulle grandi questioni della vita, la poesia è riflessione, consolazione, ricerca, passione e sentimenti, che sfuggono alla ragione o che non aiutano a quadrare il cerchio, a indicare l'anello che non tiene. E così, riecheggiando ancora Montale, alla figlia per i suoi diciotto anni, scrive: "Non chiedermi, mia piccola Lara, dov'è il bene? / [...] // Non chiedermi, Figlia, dov'è il bene. / So che lottai per difenderti dal male // Io ti insegnai ad ascoltare la gioia dei monti / e la stretta della mia mano ti sostenne davanti alla paura. // Più non potrei, Lara, / ma un sorriso / tu ancora regalami" (da "A Lara per i suoi diciotto anni", p. 28).
I giovani e il male che distrugge sono parte importante di questa poesia ("Siamo anche noi responsabili delle stragi e delle guerre / del mio alunno che muore divorato dalla droga", p. 30); non a caso, tra l'altro, anche la pièce "Eleonora dalle belle mani" è dedicata "Ai miei passi nel sole: / le mie figlie, i miei alunni".
Accanto al fascino dell'infanzia e della terra d'origine è quello provato per la Grecità, con toni che richiamano Quasimodo, Kavafis e la letteratura neogreca del Novecento, ma anche la classicità, Saffo, Apollonio Rodio, il mito degli Argonauti. La Grecia diviene simbolo della vita umana, della stessa esistenza: "È una ferita il canto del cuculo / (remembre Samos) // Qui lontano // Il cuore raccoglie il pianto dell'ultimo sole // Settembre non chiede carezze / solo questa pioggia che lava i pensieri / e brucia sull'erba rasa" (p. 76).
Accanto alla profondità intima, alla visione lieve ma anche dolorosa dell'esistenza, alla ricerca del senso ultimo della vita, in questa poesia colpisce la raffinatezza dello stile, la ricercatezza linguistica, il gusto musicale della scansione anaforica di parole e "iuncturae", l'idea che la poesia, attraverso la parola, se non dia Verità, almeno contribuisca a un "sentire" oltre l'esistere, a propiziare il dialogo tra gli uomini, a evocare ciò che non è più e a farcelo assaporare nel giusto modo, come parte della nostra esistenza sebbene ormai passata.
La magia di questa scrittrice è in tutto ciò.
Paolo Saggese dall'antologia "I poeti Irpini". (1990)



postato da: frollina