martedì 9 luglio 2013

Oboe per flauto traverso. Parole per Ugo Piscopo di Carmen Moscariello


Ugo sta lì di lato, si catapulta
quasi di fuori, al margine 
del quadro, e della scena. La lena 
che lo tiene per mano lo disanima. 
Poi torna qui, soave, insieme all'anima
di un animale enorme che lo abbraccia.

Eugenio Lucrezi



Il fine della critica è quello di carpire lo spirito dell’autore e, per questo, è fondamentale discendere, viaggiando nella intensità della scrittura, nei recessi della sua intimità, dove giacciono i sedimenti dell’esperienza e della conoscenza; e tanto più ciò vale quanto più la vita vissuta è stata complessa, ricca, proteiforme, come nel caso di un intellettuale sagace e appercettivo qual è Ugo Piscopo. Per l’azione di tale modalità a me sembra davvero importante il capitolo Oboe per flauto traverso di Carmen Moscarielo , da cui vien fuori la personalità dell’uomo e dello studioso, appalesandosi, a forti tinte, il carattere forgiato sulla natura dei luoghi originari, che, secondo Vico, “si adagiano e vi durano” nell’anima, da cui nel tempo aggallano non nella tonalità di una nostalgia di cose perdute, ma nella sublimità di cose ritrovate. Piscopo è troppo colto per soccombere ai tranelli psicologici: essendo un sapiente dominatore del linguaggio, astutamente, polemicamente, ideologicamente, sempre cosciente, manipola per balzi cognitivi il flusso delle sensazioni, dei sentimenti e delle impressioni primarie nella logica delle distorsioni linguistiche: rompe la struttura sottesa alla scrittura per trasmettere il sé inquieto tramite le inquiete fratturazioni semantiche, o la contrazione all’essenza raggiunte grazie alla massima esemplificazione dell’immagine, o un distorto immaginario volto a ricreare un clima di contumacia della finzione dell’essere. D’altronde domina, in lui, sovente, la virtù di un ludico divertissement verbale, per es. : “un capolavoro di viola violato violante/che sviolina a te e a me e a tutti e tre/e se dici quattro male non è/perché tre o quattro siamo/più di trentaquattro e più a ancora”. È nella poesia che egli esercita l’affinamento essenziale della conoscenza raffigurandosi in un polimorfismo che, prima di essere espressivo, e quindi di intenzione sperimentale, è un sentimento di interrelazione, in conformità al mondo odierno in cui sono caduti limiti e barriere di culture e lingue. La primitiva educazione a questa visione gli proviene, come sottolinea la Moscariello: “Nella Poesia di Piscopo, la sua origine “montana” ha influito non poco e non solo nel temprare un carattere guerriero, ma gli ha donato un cuore che ascolta fino all’ultimo diesis le vibrazioni dei suoni o silenzi della vita: “. Insomma, in ultima istanza, allora il linguaggio è allegoria della terra natale, il mondo dove, a rebours, tutto si stringe e si mescola e si ricrea.
Ciro Vitiello

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