sabato 7 febbraio 2015

PREFAZIONE A L’OROLOGIO SMARRITO di CARMEN MOSCARIELLO


Verso orizzonti che affrancano l’uomo dalle ristrettezze del vivere

Una polifonica romanza d’amore, di vita, di sogni, di affetti per i figli, i nipoti, per una storia che ha ed ha avuto vicissitudini ricche di humanitas, e zeppe di empatia; una voce corale che parla d’incontri rievocati, di presenze, di urgente forza suggestiva, sapida di vitalità ispirativa, di immagini di occhi innocenti, di volti profumati, di attese spasmodiche, e di ali aperte al volo:

Sei il mio piccolo Budda
ti volgo dal sonno alla luce
disegno nel firmamento
il sogno di te

girasole di splendidi amori
Leonardo, piccolo Budda
ed io nonna felice
ballo con te fino all’alba
tumbalalaika… (La porta d’avorio);

un diario plurale, espanso, totale, che parla di giorni, di notti, di speranze, gioie, illusioni, sottrazioni, di affreschi ricamati di luci e di ombre; una plaquette di graffiante intensità emotiva, i cui versi, generosi per attitudine alla cultura, per sincronie propositive, e per intrecci allusivi, timbrano, con sonora euritmia innovativa, le folgorazioni dell’anima. Quelle di una narrazione che va oltre le regole di una sintassi canonica per l’urgenza di liberare un animo straboccante di passione; dove persino la punteggiatura sembra di ostacolo all’esigenza di un cuore vòlto a confessare, con immediatezza, le sue emozioni. Scrivere di Carmen Moscariello significa avvicinarsi al suo amore per la poesia. Alla sua dedizione fattiva a questa nobile arte. Dacché Lei, oltre a comporla con forte coinvolgimento, la valorizza, e la diffonde tramite un importante premio letterario (Tulliola Renato Filippelli di Formia) di cui è presidente e fondatrice. E in questa sua nuova silloge, fin dai versi incipitari, evidenzia vis creativa, frequentazione letteraria, e compattezza che fanno della fusione fra dire e sentire il focus, il valore aggiunto dell’opera. Dacché ci convince, da subito, l’uso del verbo; un verbo impiegato con forza etimo-fonica d’inaspettate pointes; un verbo contagiante sia da un punto di vista metrico-stilistico che da quello plenitudinis vitae; plenitudo che riporta a un pensatore del primo Medioevo cristiano, Severino Boezio che ne “La consolazione della filosofia” attribuiva tale stato d’animo solo a Dio “Vita senza fine” (cui neque futuri quicquam absit nec preteriti fluxerit, nulla del futuro può essere assente, nulla del passato potrà essere svanito). Una pienezza che la Moscariello fa sua attraverso un travaglio metabolizzato, e che il verso sa affiancare, ampliandosi, rattenendosi, lasciando in sospeso una soluzione esistenziale, tratteggiando una vera esplosione di gioia, o rimarcando il passo d’addio nel dolore d’ogni tempo, d’ogni luogo:

dietro l’ azzurro nelle vene irrita il vento
occulta non si quieta la fame, il futuro è in traiettoria
congiunto è con l’ ieri nei castelli longobardi
di ogni storia rivedo la mia infanzia

non mi appare tanto lontana ancora prosegue
quel sogno delle querce, il passo d’addio
è nel dolore d ‘ogni tempo, d’ogni luogo (de divinazione).
Natale 2012

E lo fa con una tale metaforicità da offrire al lettore un duplice codice di lettura: significato e significante, che, insieme, collaborano con energia alla resa di un “poema” in cui, da un punto di vista contenutistico, mai il sentimentalismo becero e deteriore prende il sopravvento; considerando che La Nostra sa creare argini ben robusti a contenere la piena di un fiume che corre con irruenza verso i profumi del mare. Verso quegli orizzonti che tanto significano l’affrancamento dell’uomo dalle ristrettezze del vivere:
Andare nell’infinito prodigio della vita
attraversare gli orizzonti del mare del cielo e della terra
avvolgermi in tenera nube e rotolarmi
in prati fragolosi, da uno scoglio all’altro fino
alla punta del molo sfidare la gelida la luna
che cede il passo al sole
Flutti cocci ruvidi sussurri
il mare mugghia mareggiate di sogni (visio).

Insomma si toccano tutti i tasti dell’essere e dell’esistere; tutte quelle motivazioni spirituali che fanno della vicenda umana una storia polisemica e inquietante; gioiosa e melanconica; dolce e amara; una fusione di contrapposizioni che sono il sale e il pepe della poesia; quel polemos dei contrari di memoria eraclitea che la rendono reale e vera. A dominare sul tutto gli affetti familiari:

Sei nato finalmente
dalla culla dell’amore
succhi un nettare
di cieli biondo di farfalle
di lucciole incantate
sei bello, mi ricordi la tua mamma
occhi di cerbiatto
fusi nelle fossette
i bei sorrisi
a pugni chiusi
ti incammini (teogonia).

Ma detti con un tale trascinamento esistenziale che si rendono vicini al sentire di ognuno di noi; oggettivamente universali nell’intento di sottrarre la bellezza agli annichilenti artigli del tempo. Dacché sotto il dettato lirico scorre un autoptico pensiero filosofico sul quando e sul dove, su thanatos ed eros, sul fugit interea tempus:

di Siloe e dall’ultimo scalino i bracieri illuminarono.
è l’acqua e il fuoco in penombra fu la visione

le mille strade che ti portarono al Tempio
lì , nel caldo lume della tua poesia confluirono

la morte e la vita … (somnium Scipionis (a Renato Filippelli, post mortem)),

alle spalle di fronte
nemmeno tanto velata
la morte impaziente (Il sogno: figlio della notte);

sul patrimonio delle ricordanze:

Apprenderanno i ricordi la strada del silenzio
nelle sinfonie d’autunno gli usci
riaprono al fascino antico del mite giallo
arancio dei torrioni stropicciati anelli
collane d’ambra dalle antiche botteghe
qui sul monte Orlando ripeto a memoria
i versi del Poeta… (enupnion),

sull’amor vitae:

il vento tace in braccio alle fluide
comete passiamo sospesi viviamo
l’attesa nel grembo canta la vita
limpida sorgente il cuore
batte l’attesa
vaporano odori antichi
ed io accarezzo la tenera gemma
verrà , verrà anch’egli a nutrire

quest’anno di gioie… (instrumentum legendi)
(Formia 25 ottobre 2012, attendendo Giuseppedanielegabriele);

su natura e naturismo, solitudini di meditazione, su luoghi cari, radici di sempre:

madre dei boschi e delle mille sorgenti della mia
anima- madre- terra- irpina
nostalgie in questo 21 marzo tanto
lontano da quando nel giardino
di mia madre si apriva tra la neve
e il sole l’odoroso gelsomino
ricordo ancora il muro
dove mio padre lo pose
al riparo dai venti, mi disse.
Quei venti che per lui
non furono mansuete carezze, né la purezza
dei fiori seppe preservare noi altri raminghi (Vitorchiano (VT), 2 1 marzo),
e sul valore maieutico del poièin:
è l’acqua e il fuoco in penombra fu la visione

le mille strade che ti portarono al Tempio
lì , nel caldo lume della tua poesia confluirono

la morte e la vita (somnium Scipionis (a Renato Filippelli, post mortem)).

Sì, la nostalgia di giorni passati e di antiche primavere dà un contributo vivace a questa silloge. La Poetessa ama la vita, e dà anima e corpo a questa avventura, alla sua divina venuta; grida col canto l’attaccamento ai giorni e alle stagioni; ed è per questo che intende fare del passato un presente da ri-vivere, magari, rinfoltito di nuova passione. Personaggi e ambienti trascorsi sono riportati alla luce con un pathos di forte emotività. Tanto che l’ieri, l’oggi e il domani si embricano indissolubilmente per dare forma al logos della poesia:

ci attrasse la quercia che or sé spande morta
e ripetemmo insieme i versi amati al singhiozzo
verde dello strapiombo di cielo e mare
tra i funghi colorati e allegri dell’autunno luminoso (Surge et accipe…et fuge),

dove la natura si fa collaboratrice assidua nella concretizzazione degli stati d’animo; compagna fedele nelle espansioni sentimentali; e la quercia, una volta viva ed ora morta, assume un significato analogico con lo scorrere del tempo; con la fragranza di un giorno che ritorna a vita nella memoria della Nostra. E, alla fine, quello che vince è il grande amore per una realtà fatta di carne e di sogni, di sguardi e di voli; per una realtà spiritualmente traslata in mondi di fede; per una stagione di affetti che la Moscariello vorrebbe tenere con sé, un domani, oltre il guado che demarca il giorno dalla notte; in un afflato di contaminante spiritualità in cui:

nelle ginestre intrecciate d’ amore
ho scorto Madonna il tuo fiato
ho teso la mano, ho atteso il mio giorno di Pace.

Nazario Pardini

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