mercoledì 1 maggio 2019

Domenico Purificato e l'età d'oro della città di Fondi













La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta di Domenico Purificato

Analisi critica
Di
Carmen Moscariello

Quella generazione del 15 e del 17 ebbe del divino! La città di Fondi partorì miti che dureranno nel tempo, anzi il tempo gli darà più forza e vigore.

”Che cosa felice-scriveva De libero a Guido Ruggiero- il bel quadro degli Amici nello studio che Menico ha impiantato”. Nel quadro sublimato dalla staticità  si vedono: Domenico Purificato, Libero De Libero,  Peppe de Santis, Pietro Ingrao, Guido Ruggiero,  Leopoldo Savona, Don Danino Di Sarra, Marcello De Vito, Nino Peppe e i fratelli del maestro Adelmo e Oddino,(si fondono nel quadro amicizie e parentele di sangue).
 Ho la fortuna e la gioia di averli conosciuti quasi tutti e li ho nel cuore.

E’ questa la generazione dei grandi che Fondi partorì in un’età felice che fece dire al filosofo Franco Lombardi che ci troviamo di fronte” alla cultura della Fondanità”.

Chissà chi di loro fu il caposcuola? De Libero, Purificato? Certamente uno di loro aprì la porta alla fama e alla gloria, tirandosi dietro gli altri. A Roma alla galleria “La cometa” trovarono  giusta allocazione: Il pittore, il poeta, lo scrittore, il regista, il grande politico (purtroppo nei giorni di questa mostra, Ingrao era  ricoverato in ospedale a Fondi e faceva temere per la sua vita).Lì si confrontarono con Valery, Strawinski, Concteau, Cagli, Mafai, la loro straordinaria umantà trovò giusta armonia.
Ma, soprattutto Purificato non si dimenticò mai di Fondi, la onorò con mostre, incontri con i più grandi personaggi del suo tempo, grandi attori di cinema e di teatro, personalità del mondo letterario.Egli fu per Fondi, come Remigio Paone fu per Formia.

Chi scrive ricorda bene Guido Ruggiero, Peppe de Santis, per essi, come inviata della Rai (TG3 Lzio) e de “Il tempo”, ha scritto più volte e da essi ho appreso aspetti importanti della vita e dell’opera di Purificato e di  De Libero.
 Qualche tempo fa,  al Maestro, presenti i figli dell’Artista, Gaeta  dedicò una mostra  e, in particolare, espose in modo trionfale nella prima sala “La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta”, tela spettacolare, dove placido si poggia il mistero del tempo nella magica attesa di un altrove  senza veemenza.
L’arte di Purificato vibra di compostezza. Nei visi tessuti dalla terra l’urlo è smorzato  e il corpo placido della donna si espone in tutta la sua sensualità e bellezza.L’opera va letta nella sua coralità, fa ricordare  la “Cavalleria rusticana” , qui, però,  la morte  aleggia senza planare. I molti personaggi  sorprendono  per l’armonia che esprimono. E’ l’ uso delicato del colore che annulla le differenze :tra uomini e donne tra Cristo e l’Universo.Nelle le sue piccole fragili creature, smorzato è il dolore, e  la morte  è senza falce, accoglie in amorevole abbraccio Pulcinella. La stessa guerra che è la causa del male appare dimenticata, fuori dalla porta.Risente l’opera anche dei fluidi pittorici e letterari del Novecento, di  quel movimento non solo estetico della Generazione del 14  a cui aderirono tra gli altri Sironi e Funi.Un’arte tesa non solo ad esigenze estetiche, ma anche sociali.  I punti essenziali potrebbero riassumersi nel mito e nella storia.Certe  forme plastiche dell’opera riportano a Velazquez e in particolare a una delle sue opere più grandi: Las Merinos, i personaggi per la grande opera di Purificato sono posizionati quasi tutti alle spalle dei due protagonisti principali (la donna  col seno denudato e Arlecchino, quello in primo piano, poiché di “Arlecchino”nell’opera ne appaiono più di uno. Il  linguaggio appare austero, a volte, stemperato dai colori forti  che aprono alla magia del mito. Margherita Sorfatti (collaboratrice di Mussolini) parlò nella mostra sul Novecentismo (erano esposte anche opere di Purificato) inauguratasi a Milano nel 1926  di realismo magico e di nuovi miti.Sembra che Purificato in quest’opera  voglia effettivamente rispondere a canoni precisi e a valori umani, sociali, religiosi, riscontrabili in modo dettagliato anche sulla rivista “Novecento” di Bontempelli.
Il regista Peppe De Santis


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