mercoledì 27 marzo 2019

Il grande Poeta Dante Maffìa recensisce "Aironi di Carta" e "Veleni e verità"










Recensioni Dante Maffia



GIULIA FERA FRANCESCO TESTA, Aironi di carta, Napoli, grauseditore, 2017, pp. 159; Veleni &Verità, Napoli, grauseditore, 2018, pp.141.

Due opere pregiatissime, scritte a quattro mani, ma, a giudicare dalla omogeneità della scrittura, con intenti comuni anche di carattere linguistico ed estetico. Infatti i due libri hanno una fisionomia omogenea e sanno entrare nell’interesse del lettore con facilità, sia perché trattano argomenti attuali e di rilievo, come la violenza carnale e come l’immigrazione, e sia perché sono leggibili, direi godibili, come s’usava dire un tempo, e sanno affrontare le problematiche messe in atto con convinzione e con una rara conoscenza di carattere psicologico. Si dirà, per forza, uno dei due autori è psicologo e psicoterapeuta, ma la scrittura ha altre esigenze e altri esiti di quelli che escono dai canoni della professionalità esercitata e perciò non è merito della specializzazione del lavoro, ma merito di una esigenza interiore di racconto che si fa indagine lieve e convincente e rende i protagonisti delle vicende credibili e direi veri.

Oggi sono tante le storie raccontate dagli scrittori sugli abusi, ma quasi tutte vivono dentro atmosfere da resoconto, da articolo giornalistico improntato alla sociologia. La vicenda di Rosaria, adolescente abusata, la troviamo in troppi scrittori, ma qui ha una finezza narrativa che esula dalle solite recriminazioni e dagli stereotipi e diventa emblema di una condizione umana di rara efficacia.

La penna di Giulia Fera e di Francesco Testa non cade mai nel languore della commiserazione o nell’alone del patetico pur affrontando tematiche così rischiose sul piano della adesione psichica, riesce a restare starei per dire obiettiva, capace di individuare il senso recondito di una quotidianità che ha risvolti intriganti, come deve essere nelle opere di narrativa.

Anche in “Veleni & Verità” i temi non soffocano mai la rarefatta bellezza della scrittura e la psicologia non appesantisce e non adombra, per esempio, l’analisi della relazione di coppia che si dipana con improvvisi momenti di situazioni scabrose. Lo stesso avviene quando si affronta il tema dell’immigrazione, che ne produce tanti altri, a cominciare da quello della interculturalità. Ma c’è di più, direi una sorta di spietatezza di indagine che va a scovare e a trattare del traffico di organi.

Tutto però è dosato e reso con vero senso narrativo, così da evitare quell’andatura da documento che molto spesso, ultimamente, in romanzi che narrano di mutamenti epocali, come questo, ha preso la mano agli scrittori.

La domanda che mi sono fatto, con una sorta di preoccupata apprensione, è stata: “Come hanno fatto i due autori ad affrontare così tante problematiche in due romanzi tutto sommato brevi”.
Una rara economia di dettato; una scrittura sempre ben calibrata e mai dissonante; una capacità di saper rendere le situazioni senza mai debordare verso gli eccessi o

verso l’oscurità lessicale o puramente linguistica; una convincente rappresentazione di mondi che nel mentre sembrano doversi scontrare riescono a trovare una qualche soluzione.

Non sono mai mancate le coppie che hanno firmato a quattro mani delle opere di narrativa. La più famosa, ultimamente, è quella composta da Fruttero & Lucentini, e devo dire che gli esiti sono stati quasi sempre convincenti e anzi a volte esaltanti. Diceva mia madre che dove guardano quattro occhi vedono meglio di due, come a dire là dove lavorano quattro mani e due cervelli è meglio di quelle dove lavora un solo cervello e lavorano due mani.

Ma sono tutte formule nate col senno di poi. La realtà è la misura che si fa sul campo, cioè nei testi, a darci la risposta negativa o positiva.
In questi due libri la risposta è completamente positiva per tutti e due e per una serie di ragioni, alcune della quali le voglio sottolineare.

La prima, lo ripeto, è la compattezza stilistica: sembrano opere uscite da un medesimo cuore, da un unico fiato: la seconda è la capacità di aver saputo coagulare storie infinite in una sola storia; la terza, ma ve ne sono altre, è la pulizia della lingua, l’aderenza della parola al senso del narrare.

Tutti elementi che rendono i due libri, sì, mi sembra opportuno ripristinare antichi modelli che la dicono lunga, omogenei, credibili e appetibili. Autentiche opere di narrativa nelle quali si affrontano le verità scottanti

del nostro tempo così carico di disfunzioni e di contraddizioni, di sfasamenti e di rinnovamenti finti o gratuiti.

DANTE MAFFIA

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