giovedì 13 settembre 2012

Carmen Moscariello - "Figlia della Luna"


PREFAZIONE
Non so se chi coniò per me l'espressione "Figlia della Luna" pensava alla bellezza dei versi del Leopardi dedicati alla Luna, o se, piuttosto, la mia passione nel contemplare il cielo il mio sussurrare alla notte, l'abbiano convinto della opportunità e assonanza (con la mia anima) di questo nome.
Sta di fatto che io me ne sono appropriata e mi sento "Figlia della Luna".
Mi comunica una sensazione di levità, di danza, di gioia nella notte e, quando questo suono rivisita con l'amore il mio cuore, ecco che il mistero mi prende per mano, ancora per insegnarmi nuovi percorsi, nuovi versi lievi come i sospiri, leggeri come le lacrime.
I testi poetici miei sono in quest'opera completati dalla presenza maschile assorbita dalla Poesia e resa anch'essa pura e sostegno all'insostenibile peso del vivere.

INDICE
Prefazione
Parte prima - Anima di mare
Parte seconda - Danaë e la pioggia d'oro (ovvero degli amici)
Parte terza - Figlia della Luna
Parte quarta - I giorni che ho atteso
Parte quinta - Djerba
Parte sesta - Remembre Samos


"RECENSIONE DI MARINA ARGENZIANO" 

Nella poesia di Carmen, pur in situazioni diverse, è sempre di scena il sentimento, che, concedendo poco spazio al mestiere, si offre autentico e naturale, senza schermi o difese di straniante ironia. D’altronde – si chiedeva H. Hesse – “dove percepiamo la vita se non nei nostri sentimenti?” Ed è l’amore, con il suo gemello d’ombra, il dolore ad intrecciare tra incontri e distacchi, tra coinvolgimenti e congedi, i fili dell’ispirazione poetica di Carmen: “E questo amore timido come i nostri pensieri/ come le foglie/ impacciate e ignude/… Passeranno gli alberi e il grano/ passeranno le rondini  festose/… Passerai anche tu tenero germoglio… Già mi rivedo camminare da sola”.
E’ l’amore ad imprimere le corrispondenze con gli amici: “Interroghiamo il nostro animo fanciullo, dei sogni che continuano a germogliare”; è l’amore a scandire le vicinanze del cuore e gli strazi del distacco “nel trasloco opaco della vita / ti ho vista tra lacrime e stanchezza/ non ho soffocato, amica,/ il mare del ricordo”; è l’amore a saldare  il legame con le figlie, Silvia, dal cuore di miele, e Lara, figlia e compagna, tenera come la neve di marzo, come Alya, l’amatissima figlia e compagna di Marina  Cvetáeva: “così anche noi due appena alzate cantiamo, due pellegrine, il mondo ci nutre”.  Ed è sempre l’ amore che circola nei luoghi della storia, della cultura e della natura, non certo spettacolo esterno , ma geografia dell’anima :”. Le bianche, tenere rose, la morbida guancia di un bimbo e il mio amore”.
E di amore sono intrisi i trasalimenti della memoria che possono assumere la voce del rimpianto per ricolorarsi subito di speranza. Ed è, certo, l’amore che mantiene chiusi gli occhi  fanciulli, pronti ad aprirsi in giovani sguardi, alla speranza del sole che bacia l’erba di un prato, sul quale tolti i tacchi a spillo, Carmen cammina a piedi nudi e sente più forte la vita; l’amore  conferisce alla sua poesia, pur nei soprassalti del dolore, un sapore di freschezza sempre nuova: “ il mare inabissa e risorge speranze”.
Anche il richiamo ad altri poeti, : “l’inebrio della vita nuova che si dischiuse”( riportabile  ad una tipica struttura montaliana” Il vento che stasera suona attento; La folata che alzò l’amaro aroma”);  o  la clessidra/ della storia di un tempo/ che attesi  per millenni”(correlabile all’ungarettiano:”nonnulla  di sabbia che trascorre/ dalla clessidra muto  e va posandosi…”),  assume una particolare coloritura nella poesia della Figlia della Luna. Nel volume il suo sguardo interagisce con quello di un ignoto, straordinario, interlocutore maschile, il quale, con sorprendente capacità, che non è intelligenza della mente, ma intuizione totale ed immediata, coglie la natura di Carmen e della sua poesia. Carmen, Anima di mare-  Figlia della luna.
E subito le pareti del tempo si fanno porose, aprono  varchi, invitano a transiti; e si sprofonda  nel mito.
Carmen, appare, allora, portatrice privilegiata di un sapere particolare che trova nell’archetipo lunare  il suo simbolo più incisivo. Un  sapere del cuore, a contatto con i più profondi segreti, non  disgiunto dall’inconscio. Una conoscenza vitale che non ha bisogno della grande luce che regola il giorno della ragione, ma della luce diffusa che governa la notte dell’istinto, e delle oscure percezioni dell’intuitivo mondo interiore. Questo femminile conoscere lunare, come scrive Neumann in La psicologia del femminile “è inafferabile dalla coscienza scientifica.”
Psicologicamente, infatti, la luce della coscienza razionale ed  egoica corrisponde al principio maschile, mentre l’oscurità, il segreto, l’elemento umido sono collegati al principio femminile. Questo richiamo archetipico mi sembra suggestivamente colto anche dal quadro di Alma Aceto, L’incantesimo delle acque, che illustra il volume.
Di questa dimensione connaturata alla donna possono avere esperienza gli uomini creativi  , gli artisti.
In uno dei primi abbozzi di Casa di bambola, nel 1878, Ibsen scriveva: “la donna è dotata di un istinto che inconsapevolmente colpisce nel segno. Ed è questo che la donna ha in comune con i veri artisti.”
Il processo creativo, infatti, non si svolge sotto i raggi cocenti del sole, ma alla luce della luna, quando intorno grande è l’oscurità. Così la pensava  Nietzsche profondo conoscitore della creatività, così la pensava, per passare ad un’area tutta italiana, il “cerebrale” L. Pirandello, che riconosceva la nascita dei personaggi da “altrove” da un luogo misterioso e segreto non certo identificabile con la coscienza diurna. Nella prefazione del ’25 ai Sei personaggi , Pirandello scriveva: “Quale autore potrà mai dire perché un personaggio gli sia nato nella fantasia: il mistero della nascita artistica è il mistero stesso della nascita naturale”.
Nella dimensione assolata ed essiccata della psiche, avvizzita nei rigidi steli della sola ragione che divide, frantuma, segna le distanze. (“ Essere a fronte, eternamente a fronte, questo è il destino”, cantava Rilke nell’VIII elegia di Duino), Carmen con la sua poesia lunare si fa portatrice di vita, fa circolare l’aria vivificante della connessione, dei legami, della corrispondenza, che tutto unisce……”anima di cielo…..Anima di mare”. E mette in scena un mito che non è quello apollineo della solare coscienza; la poesia di Carmen in questo senso, per riprendere una superba espressione di Keats, diventa “la valle del fare anima”,anima non in senso teologico o filosofico,  ma in senso psicologico,junghiano o, ancora meglio hillmaniano, quell’anima che è in intimo rapporto con la mente poetica, con quell’io immaginale, come lo definisce Hillman, che alla logica preferisce il mito, all’uomo adulto razionale e scientifico, preferisce  il bambino e il poeta.
Il linguaggio poetico, infatti, è la lingua viva dell’anima la cui pronuncia immaginativa, simbolica, fantastica, mitica è attivata dall’amore, l’essenza di tutte le cose viventi , come sembrava a Shelley. L’amore che acceca solo la vista comune, ma ne apre un’altra adatta a penetrare nell’invisibile. Ed è questa seconda vista che ha portato il poeta , la cui voce fa da contrappunto in questo volume , a rintracciare in Carmen i lineamenti di una vera e propria figura d’anima, non elusiva e sfuggente, come in Campana “(bianca come un volo di colombe/ principessa di sogni segreti, regina adolescente ancora ti chiamo, ti chiamo, chimera”), oppure soltanto attesa e sognata , come in Montale, dopo la definitiva partenza di Irma Brandeis-Clizia (l’attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito”), ma incontrata e con esaltante percezione, riconosciuta…Figlia della Luna nella quale egli non vede un’eredità arcaica da superare, ma una presenza preziosa per ritrovare i sentieri interrotti del sentimento, dell’emozione, dell’istinto (“l’odore animale delle cose darà umanità al nostro non sapere”). Proprio per questo, esorta Carmen a non inquinare se stessa e la sua poesia , a non darsi” in pasto a pseudo-intellettuali dall’imbecillità congenita “, privi di uno sguardo “altro” . E certo, questo straordinario poeta, non  si pone sulle orme di Giasone che nella Medea di Christa  Wolf,   segue le vie dell’unilaterale razionalità dell’arida prassi o del potere e rescinde il legame con Medea. Quella Medea,  figura di sentimento e di istinto, che conosce il tumulto del cuore, evocata da Carmen nell’ultima sezione del libro,  dove si respira più densa l’atmosfera del mito:”naufragate sulla spiaggia/ donne sole/ portano nera la voce/ per accendere Colchide…..Nel porto delle nebbie non parole, non lacrime, ….”, ma questa assenza di parole comporta  la corrispondenza profonda dell’oscuro  conoscere e conoscersi, indispensabile per cercare, con Hillman, la totalità della psiche in quella coscienza dionisiaca dai transiti imprevisti, che  congiunge gli opposti, che annulla le demarcazioni e che rappresenta la possibilità di trasformazione attraverso il femminile. Non è ad Apollo che dobbiamo guardare, ma a Dioniso, il dio che unisce la polarità dell’umano e del divino , del maschile e del femminile, il dio “tutt’altro” che rappresenta quell’elemento di alterità che ogni essere umano porta dentro di sé. Dioniso che ha una casa nel mare e quando appare porta festa e celebrazione:…”.Dionsio banchetta a questa gioia”, come scrive Carmen.
Vorrei concludere con una riflessione di E. Harding; nei “Misteri della donna” l’allieva di Jung scrive:” gli uomini hanno bisogno del rapporto con il principio femminile, non soltanto in funzione di una maggiore comprensione, della donna, ma anche perché il contatto con il loro mondo interiore non è governato da leggi maschili, ma femminili. Oggi c’è perciò un urgente  bisogno di un nuovo rapporto con questo principio della donna  per controbilanciare l’unilateralità del prevalente mondo maschile nella civiltà occidentale”.
Non ha avuto certo bisogno di questa esortazione colui che ha colto i lineamenti di Carmen e della sua poesia nel cuore profondo del  mare e ne ha inseguito il respiro nel ritmo aperto del vento :“  Anima di mare domani camminerai sulla sabbia nuda/ cercherai motivi  nuovi da raccontare al vento /la tiepida aurora/il gelsomino bianco……….”


RECENSIONE DI ALFREDO SACCOCCIO

Per i tipi dell’editore Domenico Fabrizio di Itri, Carmen Moscariello ha editato una nuova silloge poetica, intitolata “Figlia della Luna”, un libro denso, il più prometeico e il più adatto a dare, dei nostri interrogativi attuali, un’immagine completa, cioè di perpetua chiamata in causa. 
La raccolta non comporta che una ottantina di pagine, dicevamo di un’intensità eccezionale. I temi di Carmen Moscariello sono quella della mitologia delle persone amate (le adorate Lara e Silvia), delle amicizie (Elena Machiavelli, proprietaria de “Le Scissure”, Elio, prematuramente scomparso, ed Antonietta Di Giglio, “vista tra lacrime e stanchezza” e verso cui non ha soffocato “il mare del ricordo”), dello stupore pudico, del sogno, in cui sorgono, all’improvviso, le città mitiche di Heraion, Mitilene, Samo, Colchide, Djerba. 
Sono versi impeccabili, in cui si coniugano una nostalgia del sogno e della favola e il dovere di mostrarsi degna di Paul Verlaine o di Paul Valéry. 
La Moscariello, che non ha scritto che testi incantatori, la si legge come si beve un’acqua sconosciuta, ma inebriante. In lei il reale conserva il mistero delle origini e il verbo rivelatore di verità che annunciano qualche intangibile felicità. La Figlia della Luna è il fedele riflesso di questa attitudine, che non manca né di charme né di mordente. 
Carmen, che richiama alla mente l’eroina di Prosper Mérimée e di Théophile Gautier, resa celebre dall’opera di George Bizet, non somiglia ad alcuno dei poeti contemporanei. Scrive alla confluenza dei tempi. Ironica e ludica, affamata di bellezza, la Moscariello si fa scriba di una memoria duale. Duale più che duplice, perché passa dall’uno all’altro aspetto del tempo. 
Come quelli che recuperano cartoni, casseruole, rame rosso, alluminio o nickel, la poetessa della verde  Irpinia ricicla, a spizzichi, dei brandelli di melodie, delle briciole e dei ricordi, dei naufraghi d’emozioni: Carmen sferraglia nell’oro del tempo. 
La scrittura della Moscariello, autrice tra l’altro, di “Friedrich Hölderlin, tra lirica e filosofia”, per i tipi dell’editore romano Lucarini, di una silloge dal titolo “Gli occhi frugano il vento”, per Bastogi Editore, de Il presente della memoria”, un libro sui poeti contemporanei, sugli artisti del Basso Lazio e su alcuni uomini dei nostri tempi, è concisa ma sbocciata, frammentaria e tuttavia armoniosa, riportante sempre all’interiorità. Essa è legata all’azione, al movimento, al cammino attraverso le città o le civiltà. 
Se la Moscariello ha quasi sempre rifiutato la rima, tuttavia è restata attaccata ad una matrice assai regolare. Il suo verso è libero, ma rigetta la scrittura automatica e il surrealismo, perché la metafora non è per lei l’essenza della poesia. Carmen procede per comparazione, non per metafora. E’ una delle ragioni della sua opposizione al surrealismo. Ella si plasma alla constatazione e si accorge che questa constatazione è senza limiti. La sua poesia degli elementi è una poesia dell’inventario. 
Carmen utilizza pochi aggettivi; la frase si limita spesso al nome e al vento, al soggetto e all’azione. Ella va all’essenziale, perché ha un senso dell’economia poetica che la spinge a rigettare ogni parola superflua. Carmen lavora nel senso di una più grande privazione, di una più grande limpidità. 
Possiamo affermare che la poesia ha invaso tutta la vita della Moscariello. Essa è il suo respiro. Le liriche ritagliate in sequenze sposano il suo  respiro corto. Esse segnano la sua approvazione al mondo, la sua comunione con quello che la circonda. Questa comunione proviene dall’adeguamento progressivo tra una forma poetica perfettamente dominata e una maniera di vivere e d’essere al mondo. 
Quelle della Moscariello sono grandi pagine di storia in un pugno di distici senza effetto gratuito, senza lirismo vano. Non una parola esce dalla sua linea, non una che non vi abbia il suo posto. Un’economia da moralista ironica, che sa che tutto si gioca sempre altrove: nella memoria da venire. Memoria capace di sospendere l’avvenuto per l’offerta di un pensiero, di un dispiacere, o per la spina di un sarcasmo, ma il cui potere così bene restituisce l’oblio o cristallizza l’incompiuto di un desiderio, poiché l’unica religione a cui Carmen sacrifica è la bellezza, quella dei giovani uomini o donne, che, come marmi o bronzi antichi, paiono discendere dal loro basamento per abbellire Samos o Mitilene, la notte come il giorno. 
Dei due registri della sua opera (il mondo antico e il tempo autobiografico), il secondo è dedicato quasi totalmente all’amore, che “parla con tenera voce”, all’amore “scaldato dal sole di Roma”, al “bacio dei ragazzi che si amano”. Senz’altra ostentazione che di scrivere chiaramente la felicità di questi brevi e febbrili incontri. 
Per il cammino contrario, il gusto antico ravviva e fertilizza la poesia, come nel brano inerente Mitilene, che evoca la poetessa greca Saffo, soprattutto nei tre versi finali, in cui la coppa ubriacante si trasforma, nell’ultimo sorso, in Gorgone, essere terribile, alato, avente per capelli dei serpenti, mentre il dio Dioniso banchetta. 
Che sia ricordo immediato o lontano (e spesso ci parla del profondo dei tempi, in nome di un dio o di personaggi mitologici), si tratta di una moneta d’oro inalterabile, coniata con le effigi della giovinezza e della beltà. Ma la poetessa di Montella non è solo affascinata dai miti classici. Essa affronta anche temi domestici e familiari come nella “Canzone a Lara”, l’orgoglio della vita di Carmen. Bella l’immagine della figlia, “tenera come la neve di marzo coi biancospini affacciati”. Materna e protettiva è nella lirica “A Silvia”, di leopardiana memoria, in cui la Moscariello rivela la sua comunanza spirituale con Leopardi, fatta di vibrazioni. 
Alcune liriche di Carmen sono abitate dagli spiriti di Matisse, di Theodorakis, di Pirandello e di Rea, quest’ultimi due in Spartito in sol maggiore per Marina, lirica scritta nella notte di San Lorenzo, di tre stagioni fa. Qui Carmen e Marina, accomunate dall’amore per l’arte, si raccontano i sogni e interrogano il loro spirito giovanile sui sogni che continuano a germinare mentre, in mezzo a loro, aleggiano i fantasmi di Luigi Pirandello e Domenico Rea. Forse è proprio in questa lirica, un poco prosaica, che si prende la più giusta misura della poetessa campana, che inaugura una nuova forma di confessione, in cui il passato e il presente si congiungono, in cui una donna di rara intelligenza non ha cessato, sotto le provocazioni, di perseguire una ricerca identitaria. 
Da questa silloge sono stati tratti due spettacoli teatrali (“Anima di mare” e “Figlia della luna”).

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